"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 21 dicembre 2014

Oltrelenews. 15 “Malapolitica”.



Da “Un Parlamento di scambisti del voto” di Bruno Tinti, su “il Fatto Quotidiano” del 4 di aprile 2014: (…). …“Che dei delinquenti potessero emanare leggi che avrebbero avuto l’effetto di portarli in prigione era cosa che nemmeno un’ingenua come me poteva credere. Così ho abbandonato i miei sogni e me ne sono andata: l’Italia non è un Paese in cui una persona onesta può vivere”. Credo che Paola (si chiama così) oggi sarà di nuovo tristissima (e contenta): ha avuto ragione quando ha deciso di fare la “fuoriuscita”. La Camera (…) ha fatto proprie le richieste di B&C in materia di voto di scambio. Il politico che promette di mettersi a disposizione di un’associazione mafiosa in cambio di voti non è punibile se poi i voti non gli vengono dati. Questi protettori di scambisti dunque hanno stabilito che: 1) Se uno scambista promette ai mafiosi di darsi da fare nel loro interesse è una persona indegna se i mafiosi lo remunerano con il voto; mentre, se gli preferiscono qualcun altro, allora è una brava persona. (…). 2) Lo scambista mancato che arriva comunque in Parlamento ha una moralità garantita dal fatto di essere stato schifato dai mafiosi: mai più proporrà scambi di sorta poiché il rifiuto lo ha certamente vaccinato. (…). …secondo quanto prevede il testo elaborato dalla commissione Giustizia della Camera, lo scambista non deve ravvedersi per essere non punibile; è sufficiente che la sua offerta non sia accettata. (…). …la nuova legge prevede che il voto di scambio sia reato anche se lo scambista lo ripaga non con denaro (caso ovviamente inesistente) ma con qualsiasi tipo di prestazione (la norma parla di “utilità”). Il che rende effettivo il pericolo di essere acchiappati e condannati. La pena prevista va da 7 a 12 anni, tale da assicurare in concreto la prigione. Ma i protettori degli scambisti hanno proposto di modificarla: da 4 a 10. Ragioni di equità? Macché: come tutti sanno, con pene fino a 4 anni non si va in prigione: affidamento in prova al servizio sociale. E siccome le attenuanti generiche non si negano a uno scambista incensurato (sono sempre incensurati, li salva la prescrizione), questo vuol dire che gli si possono ficcare anche 6 anni; meno un terzo per via delle attenuanti, uguale 4: nix galera. Paoletta mia, quanto avevi ragione!

sabato 20 dicembre 2014

Oltrelenews. 14 “Populismo”.



Da “Populismo e privatismo” di Giorgio Ruffolo, sul quotidiano la Repubblica del 4 di marzo dell’anno 2011: (…). Per privatismo intendo la forma più rozza del liberalismo. Quello pone al centro dell´azione politica la libertà dell´individuo: quindi, certamente, i suoi interessi personali; ma anche le sue responsabilità sociali. L´individuo è anche un cittadino. Nel privatismo è esaltata la sua separatezza ed esaltata la sua compiacenza. La società è sostanzialmente negata (vedi la famosa sentenza della signora Thatcher: la società non esiste) o piuttosto, è intesa come un pulviscolo di granelli privati. I quali sono facilmente coinvolti da emozioni collettive (il gioco, il calcio, lo spettacolo) e attratti da personalità autoritarie. E qui il privatismo si rovescia in populismo fanatico. Questo collettivismo ludico si sposa perfettamente con la diseguaglianza: che anzi, lo sprona. Grande parte della fortuna del berlusconismo sta nell´ammirazione del successo e nella forza dell´invidia sociale. Di qui i suoi riferimenti politici: non le aristocrazie o i poteri forti delle borghesie, considerati con antipatia plebea: ma i nuovi poteri della finanza, dell´industria mediatica, dell´industria edonistica (moda e viaggi, feste e festini): non i valori storici dell´unità nazionale, ma quelli localistici del campanilismo. Inoltre: queste passioni mondane si combinano perfettamente anche con la reverenza verso le istituzioni religiose. Prova ne sia la benevolente indulgenza di queste alle scappatelle di massa. Naturalmente, il berlusconismo si combina perfettamente con i "liberali" benpensanti, che in Italia hanno sempre svolto un ruolo di copertura moderata della destra violenta. Infine. Il berlusconismo si combina anche con i residui del vecchio marxismo stalinista. Suoi eredi più o meno illustri, orfani di quelle obbedienze, trovano nella nuova devozione gioia e conforto al loro disperato bisogno di papi.

venerdì 19 dicembre 2014

Sfogliature. 34 “L’otto per mille andrebbe abrogato”.



C’è stato un tempo nel quale ad una rubrichetta di questo blog avevo dato per titolo “Cattivipensieri”. Cattivi, non sempre però, ma fissi lì come quei pensieri che affollano la mente e che non ti lasciano in pace come quel tarlo del legno della aggressiva attività del quale il segnale più evidente risulta essere, ad un cento punto, quella impalpabile polverina che si deposita sul pavimento sovrastato dal legno aggredito e finemente sminuzzato. Trascrivo quel post di quella rubrichetta di “cattivipensieri” che risale all’8 di giugno dell’anno 2010 - “L’otto per mille andrebbe abrogato” – :

giovedì 18 dicembre 2014

Oltrelenews. 13 “Petrolio”.



Da “Sta cambiando il mercato troppo greggio nel mondo i prezzi resteranno bassi” di Eugenio Occorsio, sul settimanale “Affari&Finanza” del 20 di ottobre 2014: (…). …la Cina e la Russia rallentano, la Germania è sull’orlo della crisi per non parlare del resto d’Europa: i valori così bassi del greggio non sono semplicemente funzione del passo lento dell’economia e della domanda mondiale? «Non è questo l’elemento prevalente. Per capire la situazione dobbiamo andare indietro di dieci anni. Nel 2003-2004 le quotazioni cominciarono a salire, tanto che più o meno tutte le compagnie, grandi o piccole, decisero di potenziare gli investimenti per aumentare la disponibilità e quindi cogliere le opportunità di prezzi così alti che allora sembravano dover durare per sempre (il picco fu a 150 dollari nel luglio 2008, ndr). Nei dieci anni fra il 2003 e il 2013 si sono spesi nel mondo oltre 4mila miliardi di dollari nell’esplorazione e nello sviluppo di nuovi giacimenti di petrolio e gas. Bene, ora questi investimenti, che per natura richiedono in media 7-8 anni anni per dispiegare i loro effetti, stanno dando i loro frutti. Così aumenta a dismisura la capacità produttiva, più ancora che l’offerta: il problema, come notava già lo sceicco Yamani, è che quando la capacità aumenta ma la domanda è stabile o in declino, si crea quello che gli americani chiamano glut, insomma eccesso di petrolio potenzialmente in grado di arrivare sul mercato. È quello che sta succedendo.

martedì 25 novembre 2014

Oltrelenews. 12 “Austerità”.



Da “Se volete l’euro, volete la recessione” di Alberto Bagnai, su “il Fatto Quotidiano” del 7 di agosto 2014: (…). Nel 4° trimestre 2013 il Pil italiano era aumentato dello 0,13% rispetto al terzo trimestre, portando il risultato annuo a un “esaltante” -1.85%. Questo aumento, dopo nove diminuzioni consecutive, era il raggio di luce in fondo al tunnel che scacciava i gufi. Poi il primo trimestre 2014 era stato negativo, ora sappiamo che lo è stato anche il secondo: siamo nuovamente in recessione, e non una qualsiasi. Negli ultimi tre anni il Pil è cresciuto in un solo trimestre. Una cosa simile non si è mai verificata nella storia dell’Italia unitaria, escludendo i periodi bellici. (…).

lunedì 24 novembre 2014

Storiedallitalia. 67 “Il voto e la sovranità”.



Sono uno soltanto di quel 43,8% che ha votato ieri, domenica 23 di novembre, nella solatia Calabria. Nella brumosa regione dei tortellini, del lambrusco e della mortadella quelli che hanno pensato di raggiungere un seggio elettorale sono stati solamente il 37,7%. Tutto regolare? Si evince che nella Calabria solatia il 56,2% ha disertato le urne. E nella brumosa Emilia-Romagna il 62,3% ha disertato le urne. Tutto regolare? A chi interessa? Da un occhiello di un quotidiano ho letto che Renzi Matteo ha esultato. Di cosa? Ma quell’esultare la dice lunga. Il nuovo che quell’uomo avrebbe la pretesa di rappresentare è più vecchio di quanto lo si possa immaginare. Quell’esultanza non nasconde affatto le mire di potere della “casta” sopravvenuta. Sarà come per i candidati alle urne che si vuole pervicacemente designati dai vertici dei partiti affinché siano ligi e fedeli a chi li ha inseriti nelle liste elettorali ed ai posti giusti. La mira oggigiorno si conferma ma su di un orizzonte più largo: l’elettorato tutto. Avverrà che di questo passo ad eleggere gli “eletti” – nel senso di prescelti o unti - sarà una minoranza di cittadini. Ovvero, non importando a nessuno il massiccio abbandono da parte degli elettori aventi diritto – il dovere è naufragato -, si costituirà ed anzi si incoraggerà affinché si formi un nerbo elettorale, fedele ai partiti ed espressione degli stessi, che si incaricherà di partecipare alle elezioni e di eleggere gli “eletti”, nel senso di cui sopra. “Eletti” dai padroni dei partiti e dai loro manutengoli.

sabato 22 novembre 2014

Sfogliature. 33 “A miracolo avvenuto…”.



Il 26 di novembre dell’anno 2004, giorno di venerdì, anno quello decimo dalla famigerata “discesa in campo”, scrivevo un post che ha per titolo “A miracolo avvenuto…”, che “Sfogliature” si fa carico di riproporre nella sua interezza. Dalla data del post sono scivolati via altri dieci anni e ci si ritrova ignudi come allora e più disperati e disorientati che mai. Sembra che il tempo si sia magicamente o tragicamente fermato, a seconda dei personali punti di vista. Un imbonitore al tempo del post riproposto, un imbonitore nella stagione novembrina presente che si è aperta come sempre con la tristissima stagione dei morti. E che morti lo si sia in un senso più esteso è un dato inconfutabile poiché, mentre il mondo corre per il suo verso, giusto o sbagliato che sia, in questo disastrato paese è sempre un ripetersi di una pantomima vista e rivista ma sempre assurda. Scriveva nel Suo “diario” il conte Henry d’Ideville alla data del 26 di aprile dell’anno 1865:

venerdì 21 novembre 2014

Storiedallitalia. 66 “Un 14 di novembre a Milano”.



Sostiene l’antropologa Amalia Signorelli nell’intervista concessa ad Antonello Caporale – “il Fatto Quotidiano” del 19 di novembre, “La diseguaglianza oltre i limiti porta violenze” -: - Crateri improvvisi di povertà si aprono davanti a noi, proprio come le buche dei marciapiedi di Roma, tutti così dissestati da darci pensiero, da obbligarci alla fatidica domanda: ma siamo divenuti così? -. In questo post, che posso considerare un mio breve diario di viaggio, quanto sostenuto dall’illustre studiosa non può non trovare un doloroso riscontro. In quel di Milano mi è toccato constatare quanto, quella che un tempo veniva definita la “capitale morale” e la “capitale economica” del bel paese, si sia trasformata in un immenso “lazzaretto” di manzoniana memoria. E parlo di una Milano vista nei luoghi bene, ché non posso minimamente immaginare lo stato delle periferie. Ebbene, quella parte bene della grande metropoli è letteralmente invasa ed occupata da una moltitudine questuante, che ad ogni pie’ sospinto invoca aiuto.

giovedì 20 novembre 2014

Oltrelenews. 11 “Renzinomics”.



Da “In cerca di alternative alla Renzinomics” di Mario Seminerio, su “il Fatto Quotidiano” del 19 di novembre 2014: Era partito come uno schiacciasassi, Matteo Renzi. Un programma da cento giorni con venature miracolistiche, l’Italia trasformata da carrozzone dilaniato da particolarismi e burocrazia a fuoriserie in esemplare unico. E soprattutto, il premier aveva realizzato un vero e proprio capolavoro di comunicazione politica, una sorta di programmazione neuro linguistica ad uso di elettori angosciati da una crisi che ormai è depressione conclamata. Il capo scout è un grande motivatore, sa toccare i tasti e le corde giuste. Come la furba ed un po’ stralunata polemica contro la “tecnocrazia” europea, che invece è pura politica degli interessi nazionali. Poi, lentamente ma inesorabilmente, la realtà ha ripreso il comando delle operazioni.

mercoledì 19 novembre 2014

Oltrelenews. 10 “Capitalismo”.



Da “Il capitalismo senza idee che vede solo i dividendi” di Federico Fubini, sul settimanale “Affari&Finanza” del 17 di novembre 2014: A guardarli così, sembra di vivere in un altro Paese. La scorsa settimana ha portato un’infornata di relazioni trimestrali delle società quotate ma, scorrendo i numeri, non emergono molte tracce dell’Italia che ci circonda. Quest’ultima è la sola economia che non ha mai smesso di contrarsi dalla primavera del 2011: da allora Palazzo Chigi ha cambiato quattro presidenti del Consiglio, Mario Balotelli ha cambiato tre squadre e l’Irlanda è passata dalla richiesta di aiuto alla troika a una crescita che a metà di quest’anno superava quella della Cina. In Italia invece la recessione è rimasta tale, ma si fatica a crederlo quando si guarda ai dati delle ultime trimestrali.

martedì 11 novembre 2014

Strettamentepersonale. 16 “L’eguaglianza non è più la virtù”.



Carissimo Ninì, salto tutti i convenevoli ed in questo nostro secondo incontro – un rendez-vous terra terra – vengo subito alla tua graditissima email. Lasciamelo dire: caspitina che piglio che hai! Scrivi nella email: L’aumento dei salari e degli stipendi e la diminuzione delle tasse indurrebbero più tranquillità nell’italiano medio che ancora ha un reddito, convincendolo a consumare senza restrizione alcuna: i consumi interni subirebbero un immediato incremento, che produrrebbe commesse e vendite per le aziende italiane ed estere. L’incremento delle vendite produrrebbe più occupazione e più posti lavoro e quindi farebbe sì che le aziende ricominciassero con serenità ad assumere a tempo indeterminato. Cosa si oppone a questa semplice formula? Il Capitale! (…).  Scopro in questo passaggio della tua email il lungo, forse faticoso cammino che ti ha portato a tanto sostenere, da individuare nel “Capitale” la causa prima della “crisi” che sta impoverendo le nostre vite e distruggendo l’avvenire dei nostri figli e perché no forse dei nostri nipoti. E dire che questa tua acquisizione qualcuno la classificherebbe come cultura passatista ed oggigiorno senza valore alcuno. Forse ti sarà sfuggita la mia posizione su quel tuo auspicio che hai sintetizzato laddove scrivi che sarebbe opportuno tornare “a consumare senza restrizione alcuna”. E qui caro Ninì non ci siamo proprio.

domenica 9 novembre 2014

Oltrelenews. 9 “Deflazione”.



Da “Quel fantasma della deflazione” di Marcello De Cecco, sul settimanale “Affari&Finanza” del 7 di aprile 2014: (…). Gli economisti monetaristi, che hanno tenuto banco negli anni 70-80 quando imperversava l'inflazione a due cifre, hanno contribuito non poco a confondere le idee alla gente e in particolare a politici e banchieri, affermando che i due processi, inflazione e deflazione, sono entrambi conseguenza diretta dell'aumento della massa monetaria il primo e della sua diminuzione il secondo. Innanzitutto non è certo che i movimenti dei prezzi siano conseguenza di movimenti nella massa monetaria nello stesso senso. La supposta simmetria tra i due processi è fallace. Nell'ultimo decennio, a fronte di aumenti massicci della massa monetaria, i prezzi non si sono mossi nella stessa direzione: hanno invece iniziato un rallentamento inesorabile. (…). Così l'aumento di massa monetaria è andato a gonfiare a dismisura i prezzi delle attività finanziarie e le dimensioni dell'intero sistema finanziario mondiale. In concomitanza con aumenti continui e massicci della massa monetaria, il livello generale dei prezzi è aumentato prima di poco. In anni più recenti, l'incremento ha cominciato a decelerare e nei tempi recentissimi quasi a fermarsi e a trasformarsi in una diminuzione, come è accaduto già in Grecia e Spagna. Negli Stati Uniti se non si sono ancora raggiunti valori negativi, gli aumenti dei prezzi sono di poco superiori allo zero. Eppure è proprio lì che la massa monetaria è stata fatta crescere più massicciamente.

venerdì 7 novembre 2014

Oltrelenews. 8 “Obama”.



Da “Il dio nero già in declino” di Federico Rampini, sul settimanale “D” del 20 di agosto dell’anno 2011: “(…). …- Ma perché Obama ci ha tradito? Che delusione tremenda -. I progressisti europei lo avevano eletto presidente del mondo, Oslo gli aveva dato il Nobel della pace, e lui ricambia in questo modo? Una volta, questo lo chiamavamo culto della personalità. è una malattia di cui la sinistra ha sofferto fin da bambina: Lenin, Mao, Ho Chi Minh, Che Guevara... Per generazioni la sinistra ha trasformato i suoi leader in semidei, santi laici. Non bastava glorificare le loro idee, bisognava che fossero dei superuomini. Forse la parola giusta è demiurgo. Da Wikipedia: in Platone il demiurgo è una forza ordinatrice, plasmatrice, che trasforma e forma. Dal dizionario Sabatini: Chi, in forza della propria personalità, riesce a modellare gli eventi secondo il proprio volere. Della mia gioventù militante conservo però la memoria di una sinistra che aveva sviluppato degli anticorpi per immunizzarsi dal culto della personalità. Non tutta la sinistra, naturalmente. Ricordo all'università i primi cortei cui partecipai a Milano, negli anni Settanta, col Movimento studentesco che intonava evviva il compagno Stalin, e mi venivano i brividi. Ma nello stesso periodo Enrico Berlinguer e Luciano Lama erano anti-eroi per eccellenza. Anche nella sinistra giovanile, movimentista ed extra-parlamentare, c'era almeno un principio valido: la diffidenza verso la delega. Per cambiare la società non ci si poteva affidare solo ai propri rappresentanti, bisognava agire in proprio. In alcune frange estremiste purtroppo questo degenerava nella sfiducia verso la democrazia parlamentare, l'avversione allo Stato di diritto, la tentazione della forza armata. Ma in tanti di noi, radicali e pacifisti, utopisti e arrabbiati, l'avversione alla delega era un principio sano: l'impegno politico e sociale non si può esaurire mettendo una scheda nell'urna, la qualità del mondo in cui viviamo la si costruisce giorno per giorno, l'ingiustizia va contrastata continuamente. C'era anche l'idea, un po' cattolica e un po' ingenua, che una persona sinceramente progressista si riconosce perfino dal modo in cui vive: nei rapporti umani, nelle scelte di consumo, nel tempo libero, nei mestieri a cui aspiravamo, bisognava distinguersi, riconoscersi. Questo poteva sconfinare nell'integralismo, nel fanatismo, ma non era sbagliata l'idea che le idee politiche e la caratura morale facessero tutt'uno. Obama ha commesso la sua brava dose di errori, ma nella rapidità con cui si è passati dall'adorazione del "Dio nero" alla delusione c'è il segno di una sinistra pigra, volubile, capricciosa, in cerca di scorciatoie, in attesa di miracoli venuti dall'alto.”

giovedì 6 novembre 2014

Capitalismoedemocrazia. 52 “Chi aspira oggi a diventare operaio?”.



Ha scritto Nadia Urbinati, come sempre pregevolemente, sul quotidiano la Repubblica del 4 di novembre 2014 – “Chi aspira oggi a diventare operaio?” -: (…). La dimensione globale dei mercati e la decadenza del valore sociale del lavoro stanno insieme e si riflettono nella diaspora e trasformazione della sinistra. (…). È su questo punto che i sedicenti uomini della cosiddetta sinistra del secolo ventunesimo falliscono nella loro impresa; non riescono, poiché non possono, arrestare quella “decadenza del valore sociale del lavoro” che è un connotato del capitalismo non più manifatturiero ma dedito completamente alla speculazione finanziaria. Dobbiamo partire in verità da lontano, da un’analisi che oggi potrebbe apparire fuori tempo e che il “Moro di Treviri” elaborò nell’oramai remoto 1844, in quegli scritti che oggigiorno sono riconosciuti come i “Manoscritti economico-filosofici” di quel grande.

martedì 4 novembre 2014

Oltrelenews. 7 “Giustizia”.



Da “Non è successo nulla” di Concita De Gregorio, sul quotidiano la Repubblica dell’1 di novembre 2014: Quello che rende la storia di Stefano Cucchi la storia di tutti è nelle semplicissime parole di sua madre: c'era un giovane uomo di 31 anni e non c'è più, era nelle mani dei custodi della Legge lo hanno ammazzato ma non è stato nessuno dunque non è successo niente. Vada a casa signora, ci dispiace. Suo figlio è morto mentre era nelle strutture dello Stato, una caserma poi un'altra, una cella di sicurezza poi un'altra, un ospedale poi un altro. È stato picchiato, è vero. Aveva le vertebre rotte gli occhi tumefatti: lo sappiamo, le perizie lo confermano, non potremmo d'altra parte certo negarlo. Le sue foto avete deciso un giorno di renderle pubbliche e da allora le vediamo ogni volta, anche oggi qui, ingigantite, in tribunale. Un ragazzo picchiato a morte. Ma chi sia stato, tra le decine e decine di carabinieri e agenti, pubblici ufficiali e dirigenti, medici infermieri e portantini che in quei sei giorni hanno disposto del suo corpo noi non lo sappiamo. Dalle carte non risulta. Nessuno, diremmo. Anzi lo diciamo: nessuno. Dunque vada a casa, è andata così. Dimentichi, si dia pace. (…). Quella che se non paghi una multa ti pignorano casa, ed è giusto, se dimentichi una scadenza sei fuori dalle graduatorie, ed è giusto, se commetti un'imprudenza o violi una norma sei sottoposto a giudizio, ed è naturalmente giusto. Bisogna però essere certissimi, ma proprio certissimi, che non esista un'omertà di Stato per cui se è chi veste una divisa o ricopre un pubblico ufficio, a violare le norme, nessuno saprà mai come sono andate le cose perché si coprono fra loro nascondendo le carte e le colpe. (…). Disorienta e mina le fondamenta del vivere in comunità, una sentenza così. Servirebbe un gesto forte e simbolico, comprensibile a tutti. Ci sono giorni che chiamano all'appello l'umanità e l'intelligenza di chi, sovrano, incarna le istituzioni. Questo è uno.

sabato 1 novembre 2014

Oltrelenews. 6 “Lavoro”.



«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.»

Da “Jobs act” di Giacomo Pisani, sulla rivista online “alfabeta2” del 15 di ottobre 2014: Ha ancora senso, in Italia, parlare di lavoro? Col Jobs act renziano sembra rimasto ben poco dell’impianto teorico su cui si è retto questo principio fondamentale nella storia moderna, costruito a suon di lotte e conquiste, anche a livello costituzionale. Il lavoro è il fattore peculiare di realizzazione della persona, è la tensione essenziale che lo connette al mondo. È col lavoro che l’uomo dà forma al mondo realizzandosi e progettandosi dentro la frizione continua che le cose fuori di noi esercitano sulle nostre decisioni, esponendoci ai processi sociali e alla storia. L’uomo fa la storia per mezzo del lavoro, per questo le grandi rivoluzioni della modernità sono state determinate dalla volontà di liberare il lavoro dal ricatto e dallo sfruttamento.

venerdì 31 ottobre 2014

Capitalismoedemocrazia. 51 “La catastrofe italiana ed i veri scopi dell’elite capitalistica”.



Carissimo professor Pelaggi Antonio Pasquale, detto affettuosamente Ninì nei già trascorsi nostri anni verdi, osservo come, pur provenienti tu ed io da percorsi politici diversi, si sia giunti a concordare su di alcuni aspetti fondamentali del nostro vivere. Come non condividere la tua analisi laddove scrivi, nella tua lunga, interessante, stimolante e-mail - “La catastrofe italiana ed i veri scopi dell’elite capitalistica” - che vi “è una lucida strategia pianificata delle lobby della grande finanza e dell’industria. Ovvero dell’elite capitalistica internazionale e dell’imperialismo “atlantico” anglo-americano che mirano a riorganizzare il sistema capitalistico in tutta l’Europa ed a ridefinire gli equilibri continentali, con almeno tre importanti obiettivi:il primo è ridurre il costo del lavoro con lo smantellamento del sistema dei diritti dei lavoratori, per creare una riserva illimitata di precari e di disoccupati a cui attingere all’occorrenza a bassi costi di esercizio. È e resta la mia bislacca ideuzza di fondo: si vuole aggredire il mondo del lavoro affinché si pervenga, su scala planetaria, ad un livellamento in basso del tenore di vita degli appartenenti a quello che è stato definito il “ceto medio”, ovvero contenere e ridisegnare quel livello faticosamente conquistato con le lotte sin dagli albori della industrializzazione.

giovedì 30 ottobre 2014

Storiedallitalia. 65 “Carta vince, carta perde”.



 Ha scritto Stefano Feltri su “il Fatto Quotidiano” del 16 di ottobre ultimo – “Carta vince, carta perde” -: Evviva, evviva: Matteo Renzi sfascia l’austerità, taglia le tasse di 18 miliardi, regala soldi alle imprese, infila la liquidazione in busta paga ai dipendenti, conferma gli 80 euro, favorisce le assunzioni, c’è perfino qualcosa per le partita Iva. Tutti felici e tutti grati al premier e al Pd: un utile consenso, casomai arrivassero presto le elezioni. È che di quel gioco della “carta vince, carta perde” ne ho un tenerissimo ricordo d’infanzia. È che, ogni qual volta si giungesse nella stazione di Piazza Garibaldi sotto al Vesuvio dormiente, l’immancabile spettacolino del tavolinetto traballante e dei tre figuri attorno ad esso disposti immancabilmente attirava, calamitava quasi, e non esisteva forza superiore che spingesse ad andare oltre. I tre figuri erano i degni “compari” di una messa in scena, di una sublime rappresentazione che riservava sempre cose nuove ed invenzioni tanto da poter gareggiare in bravura con i migliori attori dell’avanspettacolo, se non della migliore commedia dell’arte. Insomma, un’avventura imperdibile per i viaggiatori appena scesi dal treno.

venerdì 24 ottobre 2014

Storiedallitalia. 64 "Renzi getta via i diritti come mele marce".



Questa è una “storia” di diritti antichi. Questa è una “storia” di diritti che oggigiorno si vogliono annullare. E questa “storia” non può non avere come inizio che una stentorea affermazione dell’arrembante primo ministro: “Per la nuova generazione la bandiera rossa è il simbolo della Ferrari e non un riferimento politico, il Reno è un fiume e non il confine di guerre spaventose, la lira è uno strumento musicale e non una divisa economica... L’Internazionale evoca il nerazzurro del calcio e non un futuro socialista e rivoluzionario. E del resto, oggi, ci si appassiona alla politica molto più seguendo un intervento di Bono Vox, leader degli U2, che non studiando le grandi figure della storia italiana”. Stupendo! Non c’è che dire. L’irrilevanza culturale al potere. S’era già visto. Non si “cambia verso”. La scriveva, quell’affermazione,  il Renzi Matteo nel suo libello - misconosciuto ai più - che ha per titolo “Tra De Gasperi e gli U2. I trentenni e il futuro” – edito da Giunti (2006) -. Ne traspare una “storia” di trascorsi politici che non hanno nulla in comune con quell’immenso movimento che ha portato ai diritti antichi. È la facciata storta della “storia”.

mercoledì 15 ottobre 2014

Oltrelenews. 5



Da “Il Paese del partito unico” di Franco Cordero, sul quotidiano la Repubblica del 14 di ottobre 2014: MR vanta uno strepitoso 40.8% alle europee, ma da allora sono avvenute cose influenti sul fronte elettorale. Consideriamole. Veniva alla ribalta sotto il segno della novità: giovane, dinamico, ricco d’apparenti idee, contro l’inetta vecchia guardia; trova sèguito nell’area del disgusto, con qualche riserva sulla figura (boy scout, agonista in tornei televisivi, rampante tra corridoi e piazza). Sconfitto alle primarie dagli oligarchi, li sbaraglia nella rivincita: il partito era uscito male dalle urne; sconta una vocazione a perdere radicata nelle persone; e l’emerso in controtendenza ha gioco comodo verso il governo. (…). Dovendo definire l’irrompente nuovo leader, lo diremmo democristiano evoluto con tenui ascendenze savonaroliane-lapiresche: scaltro, insonne, veloce, famelico, alieno dai dubbi, sicuro d’essere predestinato, ideologicamente amorfo, quindi pronto a muoversi; sa tutto della politica brulicante, avendo scalato le nomenclature in provincia e Comune. Rispetto al governo in penoso marasma, può giocare tre carte: sostenere i tentativi d’uscire dalla crisi; chiedere una svolta strategica; sostituirsi al premier evanescente, fermi restando gli equilibri. Scartiamo la prima ipotesi: non fa del bene gratis; lavora pro se ipso. La seconda mira alle urne, sul presupposto che, visti i pericoli, gl’italiani riscoprano l’organo pensante, ma implica dei rischi. (…).

sabato 11 ottobre 2014

Oltrelenews. 4



Da “Il cassiere che poteva cambiare la storia” di Gianni Barbacetto, su “il Fatto Quotidiano” del 9 di ottobre 2014: Alla fine, la condanna è arrivata solo per lui. Roberto Buzio è l’ultimo “cassiere” delle tangenti della Prima Repubblica. È stato per 15 anni il segretario di Giuseppe Saragat e poi, dopo la sua morte, ha continuato a lavorare per il Psdi, il Partito socialdemocratico italiano. Allo scoppio di Mani Pulite è scappato dall’Italia, per evitare l’arresto. Da allora vive in Alta Savoia, in Francia. Nel marzo 2012 ha rilasciato a il Fatto Quotidiano un’intervista in cui ha rivelato episodi inediti di Tangentopoli di cui era stato protagonista. “Antonio Cariglia, ultimo presidente del Psdi, mi chiese di andare da alcuni imprenditori a raccogliere contributi per il partito. Tra questi, c’era anche Silvio Berlusconi, che fino al 1992 ha sostenuto i partiti della Prima Repubblica. Ho ricevuto diversi contributi di Berlusconi dalle mani di Gianni Letta. L’ultimo, a ridosso delle elezioni dell’aprile 1992. Lo andai a ritirare in un ufficio nel centro di Milano”. Negli archivi di Mani Pulite c’è la traccia di una tangente pagata da Letta a Buzio: 70 milioni di lire, versati nel 1989. Anche Letta l’ha ammessa, in un interrogatorio all’allora pm della procura di Milano Antonio Di Pietro. Ma tutto è coperto dalla provvidenziale amnistia che arrivò quell’anno. “La storia però era diversa: intanto i milioni non erano 70, bensì 200″, ha raccontato Buzio al Fatto. “E poi rivelammo solo quella dazione, d’accordo con i nostri avvocati, perché sapevamo che era coperta dall’amnistia. Eppure i pagamenti continuarono fino al 1992. Erano parecchie centinaia di milioni. Non solo, nell’ambiente sapevamo che a riscuotere non era soltanto il Psdi: Berlusconi sosteneva tutto il pentapartito”. Troppo tardi. L’avesse raccontata nel 1993, forse la storia italiana sarebbe andata diversamente.

venerdì 10 ottobre 2014

Cosecosì. 89 "Noi, ricchi o poveri ma schiavi del lusso".



Non so cosa succeda dalle vostre parti. Ma da un bel po’ di tempo è diventata esperienza mortificante ed esasperante al tempo stesso frequentare gli spazi dei cosiddetti centri commerciali delle nostre città. Una volta terminati gli acquisti e spingendo il carrello ben provvisto delle nostre spese alimentari lo sguardo si posa immancabilmente sulle torme dei questuanti che letteralmente affollano gli spazi esterni. Questuano una elemosina che consenta loro di consumare un qualcosa per la sopravvivenza. E da qualche tempo la maggioranza è costituita da persone giovanissime provenienti dai paesi africani. Le scene che sono quotidiane e che dovrebbero turbare profondamente le nostre coscienze mi hanno riportato alla mente quanto di recente ha scritto Umberto Galimberti sul settimanale “D” del 4 di ottobre: (…). …ogni volta che si verifica una tragedia nel mondo noi occidentali dovremmo chiederci se qualche colpa non l'abbiamo anche noi. Se non altro per il fatto che per secoli l'Occidente ha colonizzato il mondo e l'Africa in particolare. Oggi non c'è più il colonialismo territoriale, ma non è venuto meno quello economico, dagli aspetti meno evidenti, ma più sofisticati, più insidiosi e devastanti di quello territoriale.

mercoledì 8 ottobre 2014

Storiedallitalia. 63 “Un problema: sinistra non ha più significato”.



Ha scritto Nadia Urbinati in chiusura del Suo pregevolissimo “pezzo” che ha per titolo “I partiti sono vuoti perché i militanti non contano più niente”, pubblicato sul quotidiano la Repubblica, di martedì 7 di ottobre 2014: Discutere delle politiche del partito, delle scelte da prendere o non prendere, in sostanza dei valori e dei principi che uniscono i militanti: questo significa dare a chi si schiera un senso di reale appartenenza e rilevanza. Significa anche concepire il partito come un luogo e un veicolo di educazione alla vita pubblica, alla deliberazione critica, alla leadership democratica. L’opposto, come si intuisce, di un partito plebiscitario e personalistico. Ma anche l’opposto di un partito vuoto. È che la trasformazione dei partiti come da sempre intesi di “collettivi” su base ampia di idee e di pensieri è avvenuta molto prima dell’avvento al potere del Renzi Matteo. I partiti “personali” o “padronali” ne hanno rappresentato un prodromo. Oggi si continua nel solco tracciato all’inizio degli anni novanta del secolo ventesimo smentendo così clamorosamente la vulgata del “cambiare verso”. Ciò che stupisce è che nessun segnale d’allarme scatta nella gran parte della pubblica opinione. E sì che segnali d’insofferenza giungono un po’ da tutte le parti: Livorno insegna, Bologna insegna, la Calabria, con il risultato delle primarie di domenica 5 di ottobre, insegna. Ma a chi?

domenica 5 ottobre 2014

Oltrelenews. 3



Da “Cambiare tutto senza cambiare nulla” di Tito Boeri, sul quotidiano la Repubblica dell’1 di ottobre 2014: Oggi un datore di lavoro che volesse licenziare un dipendente può addurre sia ragioni di natura disciplinare (legate al comportamento del lavoratore) che economica (legate alla performance dell’impresa). Se il giudice ritiene che queste motivazioni siano infondate (si parla di “manifesta insussistenza” nel caso di licenziamenti economici), può imporre la reintegrazione del lavoratore. Si vuole ora mantenere questa possibilità per i soli licenziamenti disciplinari. Ma il confine fra licenziamenti economici e licenziamenti disciplinari è molto sottile. I datori di lavoro avranno, nel caso in cui questa modifica entrasse in vigore, l’incentivo a perseguire solo la strada dei licenziamenti economici, anche nel caso di comportamenti opportunistici di un proprio dipendente, dato che, almeno sulla carta, i licenziamenti economici costano di meno dei licenziamenti disciplinari. Mentre un lavoratore licenziato per ragioni economiche potrà sempre far valere davanti al giudice il fatto che l’azienda volesse in realtà punirlo per il proprio comportamento. In questo caso, anche se il difetto del lavoratore fosse documentabile, ma l’impresa avesse altri modi di “punire” il lavoratore senza licenziarlo (ad esempio cambiando gli orari di lavoro), il giudice potrà imporre all’azienda il reintegro del dipendente.

venerdì 3 ottobre 2014

Strettamentepersonale. 15 Cara amica ti scrivo…



Franca amica carissima, affettuosa ed attenta navigante della rete che gratifichi il mio impegno con quell’immancabile e sempre sereno saluto di “un abbraccio”. Hai lasciato il tuo commento al post di ieri con queste parole: “Caro Aldo Ettore, vedo che andiamo sempre d'accordo sulle valutazioni politiche. Un abbraccio. Franca”. Anche questa volta ho preferito una risposta pubblica. Perché mai? Carissima amica, ha scritto il professor Maurizio Viroli in tempi non ancora sospetti, il 30 di aprile dell’anno 2013 su “il Fatto Quotidiano”, un pezzo che ha per titolo La coesione fra Pd e Pdl farà trionfare le ingiustizie”. Da quel punto è cominciato il mio disamoramento partitico. E non poteva essere altrimenti. Scriveva quell’insigne studioso all’indomani della tornata elettorale dell’anno 2013:

giovedì 2 ottobre 2014

Storiedallitalia. 62 “Le ragioni non dette del ritardo italiano”.



Se c’è una ragione per la quale la grande ripresa non accenna a manifestarsi in Italia è per l’esistenza dell’obbrobrioso art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. È giusto quindi che i liberisti al governo liberino le stanze dall’ingombro. Sono essi sicuri che, trapassato quello, la crescita sarà vigorosa e tutti torneranno al lavoro come non mai. È che in questo stramaledetto paese tutte le colpe sono da farsi risalire a quello stramaledetto articolo. Gli attori principali ed unici, nel bene e nel male, sono sempre gli stessi, i lavoratori, quelli che pagano le tasse, quelli che si suole spremere con tasse e balzelli vari sino all’ultimo centesimo per risanare le disastrate pubbliche finanze. Ma è da credere una panzana simile? È che in un paese allo sbando il prestidigitatore di turno ha modo e mezzi da far vedere, come suol dirsi, le lucciole per lanterne. E poi, con lo spettacolo indecoroso delle truppe cammellate al seguito, in prima fila la libera stampa, è facile far credere che quella panzana sia la cosa giusto pronunciata dal “pifferaio” – copyright di Eugenio Scalfari – di turno. Scriveva invece Massimo Riva sul numero 29 del settimanale Affari&Finanza del 5 di maggio ultimo – “La prima ragione del ritardo italiano -:

mercoledì 1 ottobre 2014

Quellichelasinistra. 6 "Dignità e diritti, le parole chiave".



Quale è stata per Voi la notizia del giorno? Nella palude della politica del bel paese ha avuto risalto e sollecitato attenzione ed apprensione ad un tempo la notizia del sequestro degli “elasticini” vivamente colorati con i quali una fetta più o meno grande della nostra infanzia d’oggi si diletta a creare braccialetti multicolori. Il sequestro è scattato a seguito del sospetto – al momento solamente un sospetto – della possibile cancerogenesi indotta dai materiali utilizzati per fare facilmente denaro. Chi di Voi, che come me è divenuto nonno da un bel pezzo, non ha sussultato alla notizia del giorno? Egoisticamente, lo ammetto, ho subito pensato ai miei pargoli con i quali sino a qualche giorno addietro inanellavo gli “elasticini” per creare i coloratissimi braccialetti. Ma oltre la notizia? Poiché nelle cose degli umani c’è sempre un “oltre” che ha ben altra sostanza. Nel caso afferente alla notizia del giorno la sostanza di quell’”oltre” si sostanzia – orribile cacofonia – nei diritti acquisiti ed oggigiorno messi in discussione se non disattesi o distrutti. Poiché è in questo angolo di mondo, che ha per nome Europa, che la “religione dei diritti” ha preso forma e sostanza che non in qualsiasi altra parte del pianeta Terra. Diritto alla salute – messo in discussione dagli “elasticini” famigerati -, diritto all’istruzione, diritti sui posti di lavoro, diritto ad un ambiente che sia salubre ecc. ecc. E sì che gli “elasticini” incriminati vengono dall’opificio del mondo, da quell’angolo della Terra una volta chiamato “impero celeste”. Oggigiorno di celeste ha ben poco, continua a denominarsi paese comunista ma spaccia il suo capitalismo selvaggio e senza diritti per l’intero globo terracqueo. Ma come possono denominarsi “comunisti” – termine desueto ed antistorico - o solamente “di sinistra” quei paesi, quei governi che non abbiano a cuore i diritti faticosamente conquistati in questo angolo del pianeta Terra denominato Europa? La legge selvaggia del capitalismo dell’oggi tende a vanificare la conquista di quei diritti in tutti gli angoli del pianeta: una globalizzazione all’incontrario nella quale ad essere sabotati sono i diritti inalienabili che la gente d’Europa ha saputo conquistarsi a ridosso del secondo conflitto mondiale. Ovvero, conculcare i “diritti” in nome di una concorrenza sleale laddove quei diritti sono divenuti l’essenza stessa della democrazia. A proposito dei “diritti” che si tende a negare ha scritto oggi Nadia Urbinati sul quotidiano la Repubblica – “L’articolo 18 che divide la sinistra” -:

martedì 30 settembre 2014

Sfogliature. 32 “La lotta”.



Ha scritto Eugenio Scalfari sul quotidiano la Repubblica del 28 di settembre – “C'è solo acqua nella pentola che bolle sul fuoco” -: Ho letto con interesse l'articolo di mercoledì scorso del direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli. È un attacco in piena regola non tanto contro la politica di Renzi quanto sul suo carattere e il suo modo di concepire la politica. Debbo dire: mi ha fatto piacere che anche il Corriere abbia capito che il personaggio che ci governa è il frutto dei tempi bui e se i tempi debbono essere cambiati non sarà certo quel frutto a riuscirci. Il frutto dei tempi ha le caratteristiche del seduttore e noi, l'Italia, abbiamo conosciuto e spesso anche sostenuto molti seduttori. Alcuni (pochissimi) avevano conoscenza dei problemi reali e la loro seduzione ne facilitava la soluzione. Altri - la maggior parte - inclinavano verso la demagogia peggiorando in tal modo la situazione. (…). Dico questo pensando al tema dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. (…). La giusta causa per licenziare: prima lo si poteva fare a discrezione del "padrone". Dopo fu la giusta causa una difesa da questa discrezionalità priva di motivazione, che avrebbe dovuto essere provata dall'imprenditore di fronte al giudice del lavoro. Il dipendente non perdeva infatti soltanto il salario ma anche la dignità di lavorare. (…). Penso che bisognerebbe conservarlo l'articolo 18 così inteso e riconoscerlo anche ai lavoratori impiegati in aziende con meno di quindici dipendenti; penso anche che i precari che dopo un certo numero di anni ottengono il contratto a tempo indeterminato, abbiano anch'essi quella tutela. (…). L'abolizione dell'articolo 18 si può fare soltanto se compensa il lavoro con l'equità che deve essere massima se è vero che la nostra Costituzione si basa sul lavoro e questo dovrebbe essere l'intero spirito della nostra Repubblica. I ricchi paghino, gli abbienti paghino, i padroni (…) paghino e le disuguaglianze denunciate da Napolitano diminuiranno. Una politica di questo genere, quella sì ci darebbe la forza di indicare all'Europa il percorso del futuro. (…).

giovedì 25 settembre 2014

Oltrelenews. 2



Da “Non vuoi vendere la bicicletta per comprare una cabrio? Gufo” di Alessandro Robecchi, su “il Fatto Quotidiano” del 25 di settembre: Immaginiamo la scena. Famiglia italiana, interno giorno. Seduti al tavolo da pranzo padre, madre e figli discutono delle più urgenti riforme: ce la compriamo la macchina nuova? Il dibattito si fa infuocato: chi la vuole cabriolet e chi giallo canarino, chi propone il modello più sportivo e chi spinge per i sedili in pelle. Finché una voce si alza, timida, e chiede: ma ce li abbiamo i soldi per comprare la macchina nuova? Ecco una cosa su cui sono tutti d’accordo: no. Per quanto surreale, la scenetta somiglia abbastanza da vicino allo svolgimento dei principali talk show di attualità: persone che discutono del mercato del lavoro, teorizzando scenari tedeschi, o danesi, per poi concludere che sì, sarebbe bello, ma i soldi ci sono? No. (…). …va pure ricordato che quando il presidente Obama cominciò a lavorare al suo Job Act, nel 2011, mise sul tavolo la bellezza di 447 miliardi di dollari di denaro pubblico. Qui si oscilla molto, invece: chi dice che non sarebbero sufficienti dieci miliardi e chi teorizza che ne basterebbero due o tre, anche se su una cosa sono d’accordo tutti: non ci sono. Scatta dunque il solito amabile trucco: le due fasi. Constatato che il mondo del lavoro ha due grandi componenti – lavoro garantito, si fa per dire, e lavoro precario – si propone di togliere garanzie al primo per poi darle a tutti. Prima fase: via alcuni ammortizzatori (articolo 18, cassa integrazione). Seconda fase: felice redistribuzione di ammortizzatori e diritti. Naturalmente quel che può capitare tra prima e seconda fase appartiene all’imponderabile: elezioni, cavallette, mutamento del quadro politico, acuirsi della crisi, inondazioni, eccetera eccetera. Come dire che, mollati i diritti che rimangono e il welfare che resta, poi si vedrà, sempre se troveremo i soldi, che al momento non ci sono. Tornando alla nostra famiglia riunita in conclave, si potrebbe riassumere così: prima fase, papà vende la Panda, i ragazzi vendono la bicicletta e il motorino, mamma rinuncia al parrucchiere. Seconda fase: i soldi per la macchina nuova non ci sono comunque. E se per caso il figlio Gino si rifiuta di vendere la bici, fa resistenza, si oppone, avanza qualche dubbio, si becca del conservatore, del gufo, del disfattista imbelle, magari pure dal Presidente della Repubblica. Immaginiamo l’entusiasmo con cui milionari, alti redditi ed evasori fiscali assistono ai dibattiti televisivi di questi giorni: di oneri per le imprese non si parla, di tasse più alte (a livello danese, diciamo) non si parla, di soldi da trovare dove i soldi ci sono non si parla. La riforma del lavoro pare una partita di giro tra lavoratori, in sostanza un affare interno tra padri sfigati garantiti con la cassa integrazione e figli sfigati non garantiti che non hanno nemmeno quella. Tutti gli altri ridono di gusto.

mercoledì 24 settembre 2014

Capitalismoedemocrazia. 50 “Il ritorno del Capitale”.



“Il ritorno del Capitale”. Non Vi inganni il titolo del post. Non ci sono ritorni di capitali trasferiti o trafugati all’estero che abbiano ripreso la via del bel paese. Non abbiate timore. Accade, ma di rado, allorquando ai trafugatori di capitali viene garantito l’anonimato, la cancellazione delle pendenze penali, il pagamento di un’irrisoria “pena” pecuniaria e quant’altro questo disastrato paese riesce a garantire ai truffatori di turno. “Il ritorno del Capitale” in questione è ben altra cosa. Fa riferimento, quel titolo, ad una intervista rilasciata dall’economista del momento al giornalista Fabio Gambaro ed apparsa sul quotidiano la Repubblica del 6 di marzo dell’anno in corso con quel titolo in verità enigmatico ed intrigante. E chi è l’economista del momento? È Thomas Piketty che insegna all’”Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales” e all’”Ecole d’économie de Paris”. Piketty chi, direbbe quel bontempone del nostro. In quei giorni l’economista del momento dava alle stampe il Suo volume che ha per titolo “Il Capitale nel XXI secolo”, edito ora anche nel bel paese per i tipi Bompiani. E cosa affermava in quell’intervista il Thomas Piketty:

lunedì 22 settembre 2014

Oltrelenews. 1



Da “L’Amaca” di Michele Serra, sul quotidiano la Repubblica del 21 di settembre: Il dibattito sull’articolo 18 ha qualcosa di nobilmente nostalgico (nei suoi difensori) e di inutilmente maramaldesco (nei suoi avversatori). È un po’ come veder qualcuno che litiga sulla scelta delle tende in un palazzo ormai ridotto in macerie. Nel frattempo il lavoro è diventato una poltiglia che gli offerenti vendono sottocosto, e nonostante questo gli acquirenti non possono più permettersi di comperare; sistema pensionistico e sistema sanitario poggiano su basi di prelievo sempre più esigue. Specie ad ascoltare le storie di molti ragazzi, anche laureati, l’impressione è di vivere una specie di lungo “anno zero” del lavoro, che non c’è, se c’è è mal pagato, se è ben pagato è di corto respiro. Bisognerebbe, tra le macerie, ripensare daccapo a diritti, doveri, tutele. Ma per farlo ognuno dovrebbe rinunciare a qualcosa: i sindacati alla memoria gloriosa ma oramai remota del proletariato di fabbrica e di una visione di classe resa impossibile dalla trasformazione delle classi (non solo quella operaia) in un immenso coacervo di individui smarriti e di interessi frantumati; i datori di lavoro al terrore, vecchissimo anche quello, che un lavoro più garantito sia solo un impiccio e una minaccia; la politica all’illusione di limitarsi ad arbitrare, come ai tempi di Agnelli e Lama, un conflitto padroni-operai oramai largamente in secondo piano rispetto al vero conflitto di classe, che è quello tra capitale finanziario da un lato, mondo del lavoro (imprenditori compresi) dall’altro.

domenica 21 settembre 2014

Sfogliature. 31 “Anche il capitalismo è morto?”.



Andando di “sfogliatura” in “sfogliatura”, nel tempo che l’attesa per gli eventi che verranno abbia compiuto il suo giro, mi preme offrire alla Vostra riflessione e considerazione il post del 19 di maggio dell’anno 2010 che aveva per titolo “Stato e mercato: una soluzione o la soluzione?”. Ma al contempo mi preme contestualizzare quello scritto, all’oggi che ha imboccato un “verso nuovo”. Falso. Il “verso” è quello che era stato tracciato come solco profondo da difendere, si sarebbe detto un tempo balordo, con la “spada”. Il solco che custodisce imputridendoli i semi da far germinare di quei temi che dovrebbero stare a cuore a chi regge la conduzione della cosa pubblica ed a chi da quella gente ne è guidata. Ho avuto modo di dire, in altre occasioni, come i temi della qualità della vita siano scomparsi dalle agende della politica, ovvero come quei temi vengano agitati prima del voto come specchietto che attragga le allodole, per poi essere abbandonati ottenuto il consenso elettorale. Ricordate? La scuola. La cultura. L’ambiente. La salute. Temi dei quali si è persa la traccia. Per qual motivo? Il Pil! Il Pil che domina e scrive le agende della politica tutta, senza distinzione alcuna. E mi garba di contestualizzare la “sfogliatura” di oggi riprendendo un celeberrimo passo da un discorso che Bob Kennedy pronunciò all’università del Kansas il 18 di marzo dell’anno 1968, tre mesi prima di morire ucciso da un tale Shiran Shiran:

venerdì 19 settembre 2014

Sfogliature. 30 “L’invidia sociale trasferita ai piani bassi”.



Nell’altra vita “virtuale” di questo blog una sua sezione aveva per titolo “Samizdat”. Cos’era (cos’è) un “samizdat”? Domanda terribile! Mi soccorre la provvidenziale Wikipedia che alla voce “samizdat” scrive: (самиздат; pron.: səmᵻ’zdat) in russo significa "edito in proprio", e indica un fenomeno spontaneo che esplose in Unione Sovietica e nei paesi sotto la sua influenza (Cecoslovacchia, Polonia, ecc.) tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta. Un altro mondo, un altro tempo! Era una controinformazione. Ciò che si spera possa fare oggigiorno il web. Ed in quella sezione, alla data del 26 di maggio dell’anno 2010, postavo un pezzo che per titolo faceva “E noi pecore li abbiamo seguiti!!!”. È la “sfogliatura” che oggi di seguito propongo con un prologo che mi pare necessario per contestualizzare l’argomento all’oggi. Me ne offre l’occasione – di un prologo che contestualizzi - Alessandro Robecchi che l’11 di settembre ultimo su “il Fatto Quotidiano” ha pubblicato un pregevole e graffiante “pezzo” che ha per titolo “Il capolavoro di Renzi: l’invidia sociale trasferita ai piani bassi”. Scrive Robecchi: (…). …l’ideologia è viva e lotta insieme a noi. Anzi, contro di noi. E un caso di scuola ci viene dalle recenti imprese del governo Renzi, prima tra tutte quella del blocco degli stipendi del pubblico impiego: circa tre milioni di lavoratori per una “manovra” (un pezzettino di quella manovra correttiva che “non ci sarà”, ma invece c’è eccome) da circa tre miliardi. (…). Come si sa, il governo Renzi gode di grande sostegno e popolarità, e come si sa è sostenuto quasi militarmente da alcune falangi di fedelissimi piuttosto acritici, soldatini sempre in piedi dei social network. È bene ascoltarli, perché sono loro a tradurre in parole nette l’ideologia corrente.

sabato 13 settembre 2014

Storiedallitalia. 61 “Noi che cerchiamo i salvatori”.



“Era d’estate” – canta quel magistrale menestrello che fa nome Franco Battiato – “tanto tempo fa”. L’estate della “grande crisi” che i “pinocchietti” ciabattanti per le assolate contrade del bel paese non dimenticheranno facilmente. L’estate che, nella lungimiranza dell’arrembante primo ministro, avrebbe dovuto verificare il rilancio dei consumi a tutto spiano dei tanti “pinocchietti” sereni ed abbronzati. Tutt’altro. Ché le gelide, ridicole secchiate stupidamente riversate pro nobile causa sono di già divenute un pallido se non osceno ricordo. Per non dire del gelato golosamente leccato a mo’ di sberleffo all’intero mondo di “gufi” e “rosiconi”. Di un’estate che volge ineluttabilmente al suo termine. “Era d’estate” che i tronfi proclami inondavano l’immoto aere nel mentre i “pinocchietti” migravano sconsolati verso le assolate spiagge. È che passata l’estate della “grande crisi” e senza ancora i freschi refoli di un autunno prossimo i tantissimi “pinocchietti” interpellati sembrano aver voglia di voltare pagina. Scrive infatti il professor Ilvo Diamanti sul quotidiano la Repubblica del 12 di settembre - “Il PD resta al 41% Renzi perde 15 punti” -:

martedì 2 settembre 2014

Capitalismoedemocrazia. 49 “Capitalismo in crisi”.



Ritorno all’impegno che mi sono dato e mi ritrovo con una “nota per la stampa” del 17 di agosto ultimo che il carissimo Nicola Sabatino Ventura - Coordinatore Area “Questione Meridionale PD” e Consigliere Comunale del gruppo PD al Comune di Catanzaro - mi ha fatto cortesemente pervenire. Lo ringrazio. Colgo nella Sua “nota” quelle sensibilità a me tanto care e sulle quali vado da tempo scribacchiando in forma e contenuti non esaustivi. Del resto le problematiche che Nicola solleva fanno parte di quel corredo di sensibilità e di interessi che corredano la formazione di “quellichelasinistra” sentono come quel qualcosa connaturato alla propria visione della vita nonché dell’essere, in questo mondo ed in questi tempi travagliati e di passaggio verso approdi che ancor oggi si stenta d’immaginare, di pensare. D’intravvedere non se ne parla proprio. È per la congeria di tali motivi che l’approdo a nuove forme sinora impensate ed inesplorate di organizzazione sociale e politica deve essere posto prontamente nell’agenda della “Politica” che abbisogna di riprendere urgentemente il Suo ruolo di esplorazione e di guida del corpo sociale, senza abdicare in nessuna forma ed in nessuna misura, al ruolo di indirizzo che nella società complessa, nella quale siamo chiamati a vivere, non può essere demandato ad una soltanto delle “parti” in campo. Intendo dire che, aver lasciato campo libero alla economia, espressasi negli ultimi decenni nella forma socialmente pericolosa della economia esasperatamente finanziarizzata, ha tolto alla “Politica” stessa il primato che le compete. Scrive infatti Ventura:

mercoledì 13 agosto 2014

Sfogliature. 29 “Il bambino che uccideva formiche”.



Riaccendo il mio computer e trovo che sorprendentemente il post del 5 di agosto ultimo ha scalato la speciale classifica del blog - dei “post più popolari” - tra gli incauti navigatori della rete che ad esso approdino piazzandosi, nel momento in cui scrivo, al terzo posto. Un buon risultato. Ben mi sta la cosa. Ma ho pensato poi: che la fortuna del post sia per il fatto che si parli di un bambino? Che poi, sai che bella scoperta, risulta essere il mio nipotino E. Ma a rifletterci bene mi son detto: ma quella domanda non ce la siamo posta tutti? Proprio tutti! Ed allora di buzzo buono a scandagliare le profondità della rete, che sono sempre di una ricchezza straordinaria. Rinvengo infatti un post del 23 di settembre dell’anno 2011 che sarebbe sepolto in quelle profondità se non avessi avuto la furbizia – o l’accortezza – di salvare il salvabile allorquando ci fu comunicato della chiusura della piattaforma. A quel tempo il post era collocato nella sezione “Dell’essere” con il titolo “Il bambino che uccideva formiche”, titolo che ha mantenuto in questa proposta di “sfogliatura”. È che nel post di allora faceva capolino il mio nipotino primo arrivato al mondo, R. Rileggiamo il post di allora. Ascoltate…

mercoledì 6 agosto 2014

Cosecosì. 88 Storia minima di una generosità mancata.



Amin ha cinque anni. Sara, la sorellina, ha due anni e mezzo. Giocano solitari nel piccolo parco-giuochi in un domenica assolata ed afosa nel quartiere periferico della città. La mamma, seduta all’ombra di uno dei pochi alberi del piccolo parco-giuochi, li sorveglia attenta ma con discrezione. È giovane la mamma, veste come quelle tante donne che dai paesi arabi arrivano speranzose nella terra del cosiddetto bel paese. Porta pantaloni ricoperti da una camiciona che la riveste per i tre quarti della sua statura. E porta il prescritto copri-capo. Ha una bellezza discreta e misteriosa, come accade per tante donne arabe. Ha scritto il professor Umberto Galimberti sul settimanale “D” del 26 di maggio dell’anno 2012 – “Riflessioni sul razzismo di una ragazzina di 12 anni” -: Tante volte i pensieri dei bambini sono più evoluti di quelli degli adulti. (…). …finché si è bambini e si scopre il mondo, ogni cosa nuova che si incontra e quindi ogni curiosità, che si tratti del colore della pelle o dell'angolatura degli occhi degli altri bambini, del loro modo di parlare o di vestirsi, desta interesse. Ma i bambini non crescono solo in un prato verde dove giocano con tutti quelli della loro età, i bambini crescono anche in famiglie, in alcune delle quali sono invitati a non familiarizzare troppo con chi ha la pelle nera o non parla bene la nostra lingua, perché questi bambini non sono proprio uguali a noi, dove è sottinteso che sono inferiori a noi. È in quel parco-giochi che i miei nipotini R. ed E. incontrano Amin e Sara. Amin è intraprendente nei giochi. “Sfida” i miei nipotini in abilità e dimostra all’istante la sua grande voglia di fare amicizia. I miei piccoli si mostrano restii ai suoi inviti. Ma il gelo dura pochissimo. I quattro, ché tanti se ne contano al mattino dell’afosa domenica agostana in quel parco-giuochi, ora filano che è un piacere e giocano con la disinvoltura ed il gusto pieno propri dei bambini di tutto il mando. Io mi sono seduto su di una panchina protetta da un altro dei pochi alberi esistenti nella struttura. Ho modo di osservare i bambini nei loro giochi; ho modo d’osservare la giovane donna araba e la misteriosità che emana. Ho deposto sulla panchina i quotidiani appena acquistati ed i piccoli giuochini che R. ed E. hanno immancabilmente rinvenuto tra le cianfrusaglie che si accumulano in tutte le edicole. E che io ho puntualmente pagato. Ma, deposto sulla panchina accanto ai quotidiani ed ai giuochini – un terzo giuochino è stato scelto da R. ed E. per G. il loro fratellino rimasto a casa – , è deposto un foglio A4 quadrettato sul quale E., nell’attesa di uscire, ha disegnato un prato verde con fiori multicolori, un cielo azzurro rischiarato da un sole sfolgorante. Il foglio, raccolto come un tempo s’usava per le pergamene, era trattenuto da un sottile elastico giallo. In una fase rallentata dei giuochi Amin si avvicina alla mia panchina. Osserva con attenzione gli oggetti deposti su di essa. Poi, col fare innocente e disinibito di tutti i bambini di questo mondo afferra… ma non ci credereste proprio! Afferra il disegno di E., non gli interessano i tre giuochini che pur stanno lì accanto al foglio quadrettato. Amin dispiega il foglio con cura e resta come incantato alla vista di quel prato verde, dei fiori multicolori, del cielo stupendamente azzurro, del sole raggiante che lo rischiara. Amin sembra ammirato dall’opera di E. Quali ricordi gli avrà suscitato l’opera di E.? Ha scritto oltre il professor Galimberti:

martedì 5 agosto 2014

Cosecosì. 87 “Le domande della vita di un bambino”.



E. ha cinque anni. E mesi. E. se ne andava, in una domenica torrida, nella città deserta e desolata per la mano d’un anziano signore. E se ne andavano come nel bel canto del grande Guccini… “un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera; la polvere rossa si alzava lontano e il sole brillava di luce non vera...”. E nel silenzio profondo e lungo che accompagnava il loro andare quello stringersi per mano era il loro modo di stare assieme ed in pace. Il loro modo di dirsi tutte le affettuosità non dette. Ah fosse vero quel che Guccini dice dei vecchi signori… “i vecchi subiscon le ingiurie degli anni, non sanno distinguere il vero dai sogni, i vecchi non sanno, nel loro pensiero, distinguer nei sogni il falso dal vero..”. Fosse vero! E fu a quel punto là che E. disse all’anziano signore: - Ma dove vai quando tu muori? -. E fu a quel punto là che l’anziano signore sentì come una grande deflagrazione della sua chiusa scatola cranica. Restò attonito e smarrito. Avrebbe preferito sviare il discorso, cambiar il tema scabroso magari dirgli… "immagina questo coperto di grano, immagina i frutti e immagina i fiori e pensa alle voci e pensa ai colori e in questa pianura, fin dove si perde, crescevano gli alberi e tutto era verde, cadeva la pioggia, segnavano i soli il ritmo dell' uomo e delle stagioni...”. Non sarebbe stata la risposta attesa da E. del bel canto di Guccini. E l’anziano signore pensò a quello che aveva pur letto sull’argomento e avrebbe voluto rispondere ad E. con la magia della parola creata dall’animo immenso dell’Anna Maria Ortese nella Sua “Vita di Dea”:

lunedì 4 agosto 2014

Cronachebarbare. 31 “Caro Partito ti scrivo…”.



Lo confermo. Non ho mai “sostenuto” il Renzi. Tutte le volte che il mio partito ha voluto conoscere la mia opinione – con le primarie, per esempio – non sono stato mai dalla parte del Renzi. Così, “a prescindere”? No di certo. È che la “memoria” di cosa il partito era venuto sostenendo nel ventennio del dopo la “discesa in campo” ha continuato a sostenermi. La “memoria”. È che si vive in un paese che della “memoria”, piccola o grande che sia, si fa volentieri e colpevolmente a meno. E così è poi facile salire sul carro del vincitore. Ma io non sono avvezzo a simili sortite. Ed allora, se quella “memoria” è ancora fresca, mi risulta impossibile farla tacere. E poi c’è quell’inaspettato fiuto. Che mi avvertiva di una continuità che avrebbe smentito tutto ciò che si era detto per il bene della democrazia nel bel paese. Avvertivo, per via di quel fiuto, di un “cambiar verso” che non sarebbe stato in sintonia con le precedenti elaborazioni ed enunciazioni del partito. E che il “cambiar verso” avrebbe invece rappresentato ed assicurato la più incredibile delle continuità nella pratica della mala politica del bel paese. La continuità. Scrive oggi Ilvo Diamanti sul quotidiano la Repubblica – “La democrazia per caso” -: Renzi (…) è accusato di insofferenza verso ogni mediazione. Verso i partiti e i corpi intermedi. Sindacato e organizzazioni degli imprenditori, in primo luogo. E verso ogni controllo, si tratti di tecnici oppure di magistrati. D’altra parte, Renzi ha ri-assunto in sé i ruoli di capo del governo e del partito di maggioranza. Al tempo stesso, ha piegato il Pd a propria misura e immagine. Lo ha trasformato nel PdR, il Partito Democratico di Renzi. O, più semplicemente, il Partito di Renzi. In Parlamento, governa con una maggioranza variabile. A cui partecipano Ncd, i Centristi. Ma anche Fi. Dipende dagli argomenti. (…). Mentre diffida, per principio, della concertazione con le organizzazioni di rappresentanza degli interessi. Quanto al governo, si affida ai più fidati e fedeli (si scusi il bisticcio di parole). E per quel che riguarda i tecnici, se rallentano la marcia del governo e del suo Capo, vengono rimossi. Come, in questi giorni, Cottarelli, responsabile della spending review. Insomma, Renzi starebbe conducendo il Paese lungo una china autoritaria. Il mio dubbio, di fronte a queste accuse, non è che siano infondate, ma fuori tempo e fuori luogo. Ecco, i cosiddetti “corpi intermedi” nelle società complesse. Tanto invisi e combattuti al tempo del sig. B. Oggigiorno ridotti a nullità. Derisi e scherniti. Una continuità assicurata. Un non voler “cambiar verso”. Non per niente in precedenza si era pensato e malignamente proposto che nel Parlamento andassero abolite le inutili discussioni, le lungaggini della politica, ed andassero accelerati i tempi di delibera chiamando al voto, possibilmente, i cosiddetti capi-gruppo. Una boutade? Come non riscoprire oggi le stesse insofferenze che hanno caratterizzato quel tempo politico contro il quale il partito sembrava all’unisono fare barriera (fingendo)? Come non vedere negli attuali atteggiamenti d’insofferenza contro i “gufi”, i “rosiconi”, i “professoroni” gli stessi atteggiamenti d’intolleranza che animava la sciatta politica di un tempo passato ma prossimo ancora? Come non vedere un rinserrarsi nell’empireo eburneo della “casta” la nuova fase politica del bel paese? Un rinserrarsi, che non ammette intromissioni di sorta da parte di quella “società civile” tante volte tirata in ballo o tirata per la giacchetta quando c’era da mandare in crisi lo schieramento politico avverso. Oggigiorno quella stessa “società civile” è ridotta a masnada di “gufi” e di “rosiconi”. Era questo il “cambiar verso”? Lo sarebbe stato proprio se si fossero bandite quelle pratiche per le quali tanto si era gridato alla luna. A me, come a milioni d’altri che al partito hanno guardato con fiducia e speranza, veniva lasciato intendere tutt’altro. Scrive ancora Ilvo Diamanti: Perché fanno riferimento a tendenze che Renzi non ha “inventato”. Semmai, assecondato. In parte: accelerato. Per convenienza. Perché si tratta di storie vecchie. Scritte da tempo. Senza troppo scandalo e, anzi, nell’indifferenza. La personalizzazione della politica e dei partiti. È in atto dagli anni Ottanta. Interpretata da Craxi. E, in modo diverso, anche da Berlinguer. Ma ha conosciuto una forte accentuazione negli anni Novanta. Assieme alla fine della Prima Repubblica, fondata sui partiti (di massa). Allora si è sviluppato il rapporto diretto fra cittadini e leader. Soprattutto dopo la “discesa in campo” di Berlusconi. Che ha usato le (proprie) televisioni come canale di partecipazione e di consenso. Gli altri partiti si sono adeguati. O hanno cercato di farlo. Con maggiore o minore successo. Si è aperta così l’era dei “partiti personali”, la cui identità ed esistenza coincidono con quella del Capo. Sorti e scomparsi, oppure ridimensionati, insieme ai loro leader. Senza un leader capace di comunicare con gli elettori in modo “diretto”, è divenuto pressoché impossibile vincere le elezioni. Per questo il Centrosinistra, da ultimo il Pd, erede dei partiti di massa, ha sempre stentato ad affermarsi. E, ancor più, a durare. Fino all’arrivo di Renzi, appunto. (…). Chi accusa Renzi, oggi, di stravolgere la Costituzione dimentica, dunque, che ciò è già avvenuto. Da tempo. Almeno da vent’anni. E da vent’anni siamo divenuti una Repubblica “preterintenzionale”. Dove vige una democrazia ibrida, a metà fra personalizzazione ultrà e partecipazione diretta. Fra leaderismo e rete. Fra Tv e Web. A Renzi, semmai, si dovrebbe imputare di non avere inventato nulla. E di non avere l’intenzione di farlo. Cioè, di non essere interessato tanto a dare senso al caos, pardon, al “caso” istituzionale, che (s)regola il Paese. Ma, semmai, di assecondarlo. Selettivamente. Accentuando e rafforzando gli aspetti più coerenti con i suoi interessi. E con la sua vocazione di Leader del PdR. Alla guida di un governo personale e di una democrazia per caso. (…). Ma per vent’anni non s’era detto che il “cambiar verso” dovesse significare l’abbandono delle disdicevoli pratiche politiche messe in atto nella poco commendevole “seconda Repubblica”? Ed invece il “verso” non è cambiato, anzi. Ha scritto una lettera “aperta” al Partito Democratico Luisella Costamagna su “il Fatto Quotidiano” – “Renzi e il patto del Nazareno: la vera faccia che il Pd non ha mai voluto mostrare” – del 29 di luglio ultimo. Una lettera che in milioni avremmo pensato di scrivere…