"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
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venerdì 27 ottobre 2017

Paginatre. 100 “Lo scambio finanza-consumo non funziona più”.




Da “Rotto l’equilibrio sociale la finanza non basta più fermiamo la corsa ai profitti” intervista di Eugenio Occorsio a Mauro Magatti, professore presso l’Università Cattolica di Milano, pubblicata sul settimanale “A&F” del 23 di ottobre 2017: «I lavoratori, specialmente quelli dipendenti, sono spiazzati e impotenti di fronte alla perdita di potere d’acquisto: è come se con la crisi del 2008, le cui conseguenze sono tuttora vivissime non solo in Italia, si sia spezzato un equilibrio sociale, una specie di patto neoliberista fra finanza ed economia reale. La crisi ha interrotto e modificato le condizioni che reggevano lo scambio fra gli interessi economici e gli interessi sociali ». (…). «La sfiducia che serpeggia non è un’emozione superficiale ma una realistica valutazione dello stato delle cose. Il problema è che la società, gli individui, ovvero i malati, non conoscono né le cause né i rimedi della loro malattia».
Professore, è inevitabile concludere: serve una classe politica all’altezza della sfida, che comprenda nel profondo le cause di quella che lei chiama “la malattia” e aiuti i suoi concittadini a superarla. «Sì, ma attenzione che la risposta non è il populismo né gli eccessi di nazionalismo o la Brexit. Sfasciare tutto non è mai un rimedio. Occorre viceversa una rinnovata attenzione nelle scelte, negli impegni e negli investimenti pubblici. Penso ancora una volta alla scuola e alla formazione, con la necessità di renderla finalmente efficace e finalizzata alla realtà del lavoro, insomma al servizio della crescita individuale. Purché però anche i docenti siano disposti a fare il salto di qualità, ad aggiornarsi, ad appassionarsi alle nuove sfide».
Torniamo ai salari. Ci diceva (…) che è saltato l’equilibrio fra finanza ed economia reale: come recuperalo? «C’è un doppio problema. La finanza è come la linfa vitale che scorre nelle vene della società, ed ora è come se i gangli principali si siano ingolfati e a volte proprio scoppiati. Con la conseguenza di provocare un infarto sociale: per curarlo non bastano i farmaci anticoagulanti somministrati, per esempio, dalle banche centrali. Il secondo problema, connesso al primo, è la perdita di peso del monte salari rispetto al Pil di una nazione. Qui non c’entra la crisi. Va avanti così almeno dagli anni ‘90. E questo è davvero un problema di tutti i Paesi industrializzati: mediamente c’è stato un calo di quasi dieci punti percentuali. Vuol dire che per ogni 100 dollari, o euro, di valore aggiunto complessivo, la quota di ricchezza distribuita al lavoro è passata dal 63-64% al 55-56% negli ultimi vent’anni».
A chi è andata la quota persa? «Alle rendite finanziarie e immobiliari. Si può trovare un equilibrio fra finanza e consumo, prendendo i soldi in prestito e con essi finanziando l’acquisto di una casa o di un bene durevole, ma è un equilibrio precario. Che nel caso dei mutui subprime, concessi a chi non aveva realisticamente la possibilità di rifonderli un giorno, è saltato. Con le conseguenze a catena che conosciamo. Il gioco, lo scambio finanza-consumo, non funziona più. È finito un ciclo del capitalismo, siamo alla ricerca degli equilibri per un nuovo ciclo, qualcosa che ricordi ad esempio qui in Italia lo spirito del dopoguerra».
Come riavviare la macchina con questo Piano Marshall sociale? «Intanto cominciando a dire che l’economia non è una macchina ma una costruzione complessa: per farla funzionare non basta mettere a posto i componenti ma occorre una visione storica, politica, tecnologica, culturale. Siamo nella nascente società digitale, che avrà un impatto forte non solo in termini di produttività attraverso il controllo di ogni segmento della produzione e delle attività, ma anche per le possibilità di collaborazione che apre. Siamo di fronte a un nuovo scambio che definirei di “efficienza per sicurezza” basato sull’idea di trasformare l’intera società in una grande fabbrica basata sulla trasparenza e il rigore del digitale. Ma poi serve un’alleanza fra gli interessi economici disposti ad assumere il criterio della sostenibilità per condurre le loro attività e gli interessi sociali disposti a cambiare pelle da “consumatori” a “contributori”».
La sostenibilità è quella ambientale? «Beh, anche, va consentito per esempio all’industria delle costruzioni, l’altra grande fabbrica del Paese, di ripartire sulla base del restauro, delle razionalizzazione, del miglioramento del patrimonio esistente. Ma poi si tratta di instaurare un nuovo patto fra economia e società in grado di avviare una nuova stagione capitalistica migliore di quella che abbiamo alle nostre spalle. Una stagione nella quale si torna ad ammettere che non c’è crescita economica senza sviluppo sociale. Stabilendo una nuova relazione che scambi profitti meno elevati ma stabili nel tempo per una partecipazione più diffusa e riconosciuta sul piano economico, politico e sociale. Una possibilità reale che abbiamo davanti, a condizione che la politica capisca che la domanda latente oggi non è più lo slegamento individualistico ma la costruzione di un nuovo legame sociale».

mercoledì 25 ottobre 2017

Paginatre. 99 “Stefano Rodotà ed il diritto di avere diritti”.


Da “Rodotà, giurista che metteva la persona sopra le regole” di Gustavo Zagrebelsky, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 2 di ottobre 2017: (…). Che cosa è la Costituzione se ogni questione di diritto costituzionale alimenta le opinioni più diverse in contrasto le une con le altre e motivate da finalità divergenti? La conseguenza è una sola: la Costituzione sparisce e nella lotta politica, che dovrebbe trovarvi la sua regola, prevalgono gli interessi politici di breve durata. Chiunque, per quasi qualsiasi buona o cattiva azione, trova il parere del costituzionalista, talora il “parere pro veritate”, che gli conviene. Non so perché l’essere “costituzionalisti” goda d’un certo plusvalore presso i formatori della pubblica opinione. Stefano Rodotà era spesso definito tale ma, tutte le volte che poteva, reagiva con un piccolo sorriso sardonico: non costituzionalista, non sum dignus sembrava sottintendere con un poco d’ironia, ma civilista. Insomma, sembrava volesse marcare una distanza e non confondersi rispetto a un mondo che, da questi anni, è andato disgregandosi e contribuendo alla confusione. (…). Il percorso intellettuale di Stefano Rodotà è particolarmente significativo. È stato giurista al di sopra delle classificazioni disciplinari. Aggiungo: giurista non totalizzante, non fanatico delle cosiddette “regole”. Sapeva benissimo che al di là del diritto c’è molto altro che guida più o meno degnamente le condotte umane: cultura, etica, interessi. C’è, del 2006, un suo libro che mi pare dovrebbe essere letto e meditato di più di quanto lo sia stato. S’intitola La vita e le regole. Tra diritto e non diritto. Non tratta soltanto degli aspetti giuridici di ciò che da qualche anno si usa definire “la nuda vita”; tratta dei limiti del diritto, dei pericoli del guardare il mondo solo con occhi del giurista, dell’illusione di credere che il mondo stia in piedi perché c’è il diritto e ci sono i giuristi. I suoi studi sul concetto di “persona” dicono quanto è sbagliato considerare la persona solo come “persona giuridica”, cioè come fascio, punto d’imputazione di diritti e di doveri, secondo la concezione kelseniana. Fatta questa delimitazione delle pretese del diritto, tra ciò che rientra nel suo ambito, è oggi impossibile costruire steccati. Stefano è stato un illustre civilista ma, evidentemente, non soltanto. Consultiamo i temi delle sue opere maggiori, seguendone i percorsi. All’inizio stanno due libri su temi del diritto civile che più “classici” non potrebbero essere, la responsabilità civile (Il problema della responsabilità civile del 1964) e il contratto (Le fonti d’integrazione del contratto, del 1969). Chi consultasse questi primi scritti vi troverebbe una traccia che avrebbe portato lontano: l’impostazione non formalistica che collega il diritto non al diritto, cioè con sé stesso in un circolo vizioso, ma al diritto in funzione della sua - potremmo dire - “giustezza” rispetto alle aspettative sociali. Del 1967 è lo scritto che mette in rapporto l’oggetto dei suoi studi con il contesto culturale in cui si posa, si è posato in passato e si vorrebbe che si posasse in futuro, Ideologie e tecniche della riforma del diritto civile. Di quegli anni è il libro forse più famoso, Il terribile diritto (1981) più volte ripubblicato fino all’edizione del 2013 che porta un’aggiunta nel titolo: Studi sulla proprietà privata e i beni comuni. Questa riedizione- integrazione è una testimonianza della continuità del suo impegno scientifico e civile. L’idea, anzi la categoria ricorrente come oggetto polemico in tutti i suoi scritti è la “logica proprietaria” o, potremmo dire, rapace, la logica che fagocita tutto e tutti nei meccanismi del mercato e mercifica ogni bene mettendolo a disposizione della predazione dei più forti e sottraendolo ai deboli. Contro questa forza distruttiva delle relazioni tra gli esseri umani stanno innumerevoli scritti e interventi nelle più diverse sedi.

sabato 14 ottobre 2017

Paginatre. 98 “Una democrazia-per-così-dire”.



Da “Tira una brutta aria sulla nostra democrazia” di Ilvo Diamanti, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 22 di luglio dell’anno 2013: (…). …la "normalità deviata" che ha contaminato le nostre istituzioni e la nostra classe politica tende a degenerare. Diventa "normalità" etica e civile. Stato d'animo generale e generalizzato. Opinione Pubblica, sancita dai sondaggi che ancora vengono condotti, nel torrido clima estivo. (D'altronde, quest'anno la crisi ha ridotto notevolmente la quota di popolazione che va in ferie.) (…). Perché, nonostante tutto: meglio la stabilità. Considerata un "valore in sé". Che va oltre i comportamenti "deviati" dei leader politici e istituzionali. D'altronde, vent'anni di berlusconismo hanno mitridatizzato l'etica pubblica dei cittadini. Ormai poco sensibili - e quasi indifferenti - a scandali e processi. Compresi quelli ancora pendenti e imminenti. È questo il rischio maggiore che vedo, nell'Italia dei nostri tempi. L'assuefazione all'anormalità politica e istituzionale. Che ha come principale - e quasi unica - soluzione la sfiducia politica e istituzionale. Quel clima d'opinione che si traduce nel "non voto". Oppure viene intercettato, in alcuni momenti, da attori politici, oppure anti-politici, come il M5S. Usati, a loro volta, dagli elettori come veicoli della sfiducia, piuttosto che come garanti delle regole. L'assuefazione all'anormalità politica e istituzionale, d'altronde, alimenta il disincanto se non l'indifferenza verso la democrazia. In particolare, rafforza l'abitudine a fare a meno dei vincoli e delle garanzie che contrassegnano le democrazie rappresentative. A partire dai princìpi. Per primo, il rapporto diretto tra volontà degli elettori, espressa attraverso il voto, e composizione del governo. Tuttavia, da due anni, il Paese è governato da esecutivi sostenuti da maggioranze "non politiche". Cioè, da larghe intese imposte - e, comunque, giustificate -  dall'emergenza. Dove convergono e coabitano gli antagonisti di sempre. Dove si perdono le distinzioni antiche e recenti. Non solo fra pro e anti-berlusconiani, ma fra destra e sinistra. D'altronde, se da due anni il Pd sta in una maggioranza insieme al centrodestra di Berlusconi, è difficile discutere di destra e sinistra. Non solo nei termini sintetizzati da Norberto Bobbio in un notissimo saggio del 1994. Anno della discesa in campo di Berlusconi. (…). Il problema è che l'assenza di competizione e di alternativa politica narcotizza il sentimento democratico. Ci abitua a governi "tautologici": in nome della governabilità. Governi di tutti e dunque di nessuno. Indifferenti ai verdetti elettorali. Alle alternative - a cui gli italiani sono poco avvezzi. Visto che nella prima Repubblica, quindi per oltre 45 anni, non c'è stata alternanza. Stesse forze al governo - Dc e alleati -  e all'opposizione - Pci e sinistra. Così, poco a poco, ci si assuefà. A una democrazia-per-così-dire. Non si tratta neppure più della post-democrazia, ridotta al rito elettorale, cui fa riferimento Colin Crouch. Perché, nella post-Italia, descritta da Berselli giusto 10 anni fa, anche il rito elettorale è divenuto indifferente e irrilevante. La polemica politica e fra politici esiste solo nei talk televisivi. La partecipazione dei cittadini diventa poco influente e rilevante. Emerge ed è visibile solo attraverso alcune esplosioni di protesta "localizzate", su problemi territorialmente definiti (come quella dei No Tav, in Val di Susa). È una democrazia "eccezionale", dove l'eccezione è la regola. Dove, per l'Opinione Pubblica, l'anormalità diventa normale. Dove i casi di questi giorni, di queste settimane, di questi anni non suscitano scandalo e tanto meno indignazione. Abbassano appena gli indici del consenso al governo e al premier. Senza comprometterli. Si traducono, al massimo, in un'onda anomala del voto o del "non voto". Mentre gli "anticorpi della democrazia", come li ha definiti Giovanni Sartori, finiscono liquefatti nel "senso comune". Assai più diffuso e influente, in Italia, del "senso civico". Per questo conviene preoccuparsi. Io, almeno, mi preoccupo. Sulla nostra democrazia rappresentativa: tira una brutta aria.

giovedì 12 ottobre 2017

Paginatre. 97 “L’État c’est moi”.



Da “Lo Stato è morto. Viva lo Stato” di Carlo Galli, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” dell’8 di ottobre 2017: (…). La lotta contro lo Stato continua: ai colpi ricevuti dalla globalizzazione, alla cessione volontaria di sovranità economica e alla difficoltà di gestire l’immigrazione e il multiculturalismo, si aggiungono tentativi di frantumare lo Stato nazionale nello Stato etnico, di trasformare una più grande comunità in piccole patrie. Le rivoluzioni non lo hanno distrutto. Quasi ci è riuscito il capitalismo. E la voglia crescente di piccole patrie. (…). Dunque si avvicina quella morte dello Stato - del «dio mortale», come lo ha definito Hobbes - che da più di un secolo è stata proclamata dall’anarchismo, e anche da qualche pensatore della destra radicale, una morte in realtà fino ad ora differita, benché la salute del Leviatano sia diventata sempre più cagionevole? Lo Stato, un tempo signore della guerra, della giustizia, dell’ordine pubblico, della moneta, del fisco, è sulla via d’essere fatto a pezzi? Vediamo meglio. Certamente, lo Stato è una costruzione storica, e non può pretendere per sé l’immortalità. È un’invenzione della fantasia istituzionale dell’Occidente, dopo la Città e l’Impero; e proprio contro le repubbliche cittadine e gli imperi tradizionali si afferma in Europa, con i suoi attributi essenziali - sovranità, popolazione, territorio -, in un arco di tempo che varia dal XVI al XIX secolo. Alla sua origine c’è l’esigenza di portare la pace nel nostro continente, devastato dalle guerre di religione che hanno seguito le riforme protestanti: una pace che consentisse ai cittadini di vivere una vita relativamente tranquilla e di «godere dei frutti dell’industria» (è ancora Hobbes che parla). A questo scopo il potere viene sempre più centralizzato, unificato e intensificato, e la società sempre più spoliticizzata, e svuotata dei tradizionali corpi intermedi che la costituivano; si rafforzano i confini, e si distingue nettamente fra interno ed esterno, fra regno del diritto e spazio della guerra e della conquista coloniale. Lo Stato assorbe in sé tutta la politica, fino a credersene il monopolista, fino a diventare sinonimo di “pubblico”. Oltre che essere l’arena della lotta politica - lo Stato assurge a protagonista, a destino, della politica moderna. Le forme politiche alternative - interne esterne: i partiti, i movimenti, le federazioni - lo attraversano, lo scuotono, lo indeboliscono, ma non lo distruggono. È nello Stato, oltre che nella tecno-scienza e nel capitalismo, che la modernità esibisce il proprio talento creativo. È anzi lo Stato, con la sua coerenza organizzativa, uno dei fattori della crescita del mercato, prima interno e ben presto mondiale. È lo Stato - un’invenzione politica destinata a essere esportata e imitata in tutto il globo - una delle cause della moderna superiorità materiale europea sul resto del mondo. Ma come funziona lo Stato? È uno strumento, certo: ma uno strumento importante per un fine importante. La pace e la sicurezza attraverso il monopolio sovrano della violenza legittima all’interno; la stabilità delle relazioni economiche e sociali; la prevedibilità, attraverso il diritto e la burocrazia, dei rapporti fra i cittadini, e fra questi e il potere supremo; la piena cittadinanza, attraverso la rappresentanza politica; la difesa dei diritti attraverso il costituzionalismo. È insomma una nuova e potente figura della ricerca dell’utilità privata e pubblica. Individui moderni e Stato moderno stanno insieme, nemici fraterni, legati dal comune interesse alla razionalità del comando e alla razionalità dell’agire (e quindi legati dalla opposizione alle pretese dell’autorità religiosa), e divisi dalla lotta per stabilire i confini tra la sfera della libertà e quella dell’obbedienza, tra indipendenza e organizzazione, tra cittadino e potere. Ma attraverso lo Stato non si manifesta solo la volontà di potenza dei molti e dell’Uno. Lo Stato non è solo un affare, o un artificio, ma è anche un simbolo, una produzione di senso, uno strumento di identificazione collettiva in una storia, in una lealtà comune: è un collettivo riconoscimento di legittimità. Ciò è vero per i sudditi dello Stato dinastico del Seicento e del Settecento, e ancor più per i “figli della patria”, per i cittadini della nazione rivoluzionaria e repubblicana che tagliano la testa al re e stabiliscono nuove istituzioni fondate sulla legittimità del popolo, sulla democrazia e sulla rappresentanza.

martedì 10 ottobre 2017

Paginatre. 96 “Noam Chomsky: ora ridateci la verità”.



Da “Ora ridateci la verità” di Wlodek Goldkorn, intervista a Noam Chomsky pubblicata sull’inserto “Robinson” del quotidiano la Repubblica del 24 di settembre 2017: (…). Una volta, l’America, nella mente di molti, prima di tutto degli immigrati, italiani ma anche ebrei dell’Est Europa fuggiti come i suoi genitori dai pogrom, incarnava la fiducia nel futuro; la certezza che i figli avrebbero vissuto meglio dei genitori; la possibilità per ciascun individuo di determinare il proprio destino. Oggi sembra che non sia così. Cosa è successo? «Intanto, perfino al suo apice il sogno americano era una storia sfaccettata e ambivalente. Gli Stati Uniti, ai primi del Novecento, avevano leggi molto repressive contro i sindacati; i linciaggi erano prassi comune; i poveri vivevano in condizioni spaventose. Moltissimi immigrati, dopo aver guadagnato un po’ di soldi, tornavano a casa: qui era difficile condurre una vita da persona civile. Il tutto è cambiato con la Seconda guerra mondiale. È con quel conflitto che gli Usa conquistano il dominio sul globo terrestre; una posizione di potere culturale, industriale e militare senza precedenti. Poi sono venuti decenni di crescita rapidissima, potrei dire quasi egualitaria. Negli anni Settanta tutto è cambiato. Nasceva il progetto neo-liberale che ha portato alla stagnazione o al declino economico della maggioranza della popolazione. Basti pensare che i salari reali dei lavoratori nel 2007, alla vigilia del crollo di Wall Street, erano più bassi di quelli del 1979. Con l’affermarsi del neo- liberalismo sono diminuiti l’interesse e la partecipazione alla vita politica. Sono in crescita invece il risentimento, la rabbia, l’odio. L’abbiamo visto a proposito del fenomeno Trump».
Il neo-liberalismo, che in Italia chiamiamo pudicamente liberismo, ha spento il sogno americano? «Ha creato un disastro. Negli Stati Uniti è in aumento il tasso della mortalità tra le persone in età lavorativa: tra i trenta e i sessanta anni, maschi bianchi, classe operaia. Ai tempi della Grande Crisi ( sono abbastanza vecchio per ricordarla) la situazione era peggiore di oggi, ma c’era la speranza. C’era la sensazione che saremmo usciti dalla crisi; stavamo lavorando tutti insieme per un futuro migliore. Oggi invece c’è la sensazione di stagnazione e declino; e oggettivamente è così. E allora si è propensi a mettere in questione la stessa democrazia. Mi spiego. La gente ha la sensazione che il sistema non funzioni, che niente sia fatto per chi soffre e lavora. La frase ricorrente è: “ Qualunque cosa il governo faccia non la fa per me, ma per i ricchi e per i poveri che però non si meritano né aiuto né assistenza”. Il risentimento crea capri espiatori».
Come in Italia, dove il senso comune e i giornali di destra dicono: a noi fanno pagare le tasse, agli immigrati regalano gli smartphone. « È lo stesso meccanismo per cui nella Germania nazista gli ebrei venivano considerati colpevoli di tutti i mali. Quando il sistema non funziona, e tu non sei in grado, perché nessuno ti aiuta a esserlo, di capire le cose e cambiarle, sei incline a cercare un capro espiatorio; un gruppo marginale o marginalizzato cui addossare le colpe di tutto. Qui negli States abbiamo un’immagine: gente che fa la fila. Una volta, la fila avanzava: i miei nonni erano poveri, i miei genitori meno poveri, io ho avuto il benessere. Ma ora sto fermo, mentre quelli avanti diventano super ricchi e quelli dietro godono dell’appoggio del governo per superarmi. Quelli dietro sono i neri, gli immigrati, i rifugiati. È facile essere arrabbiato con chi sta peggio di te. Per colpa della dottrina neo- liberale, da voi in Europa declinata come austerità, abbiamo la sensazione che ci hanno rubato il sogno e la speranza».

venerdì 8 settembre 2017

Paginatre. 95 “8 di settembre: anniversario crudele negli annali d'Italia”.



Da “I giorni della resa (e del riflusso)” di Franco Cordero, pubblicato sul quotidiano la Repubblica dell’11 di settembre dell’anno 2014: 8 settembre è anniversario crudele negli annali d'Italia. L'estate calda non finiva mai. Dopo vent'anni, otto mesi, 25 giorni, nella notte del 25 1uglio 1943, domenica, l'era delle false aquile svanisce come l'ombra d'una lanterna magica: le cronache annoverano un solo suicida; spariscono insegne e divise. Mussolini in asilo segreto. Governa l'Italia diroccata Badoglio, famoso sornione. Truppe in servizio d'ordine pubblico sparano sui manifestanti antifascisti. Nella cuneese piazza Torino muore un bambino. Tra i pochi superstiti portava a casa una pleurite, ferita e medaglia d'argento, disgusto delle retrovie corrotte, tanto acuto da farsi rispedire in prima linea sul Don. Poi l'inferno bianco, nella steppa dal 30 gennaio al 10 febbraio. Ancora sofferente, cova pensieri tristi. Ha sbattuto la porta, uscendo dalla Casa del Fascio dove un funzionario elefantiaco raccomandava versioni eufemistiche, ma la conversione resta imperfetta: lunedì 26 luglio ascolta perplesso l'avvocato Galimberti che dal balcone chiede guerra contro Hitler; nella baraonda conta i trasformisti; «è fascista», grida un omuncolo rissoso, sfollato da Genova. Dall'autunno 1942 prestava servizio nel II Alpini un sottotenente senior, classe 1914, antifascista organico: Leonardo Dunchi, scultore, viene dalle Alpi Apuane, anarchico, incline all'azione contro il mondo perverso; compatisce i sofferenti. Le sue Memorie partigiane filano discorso scabro e vivo, dialoghi, descrizioni d'una natura poeticamente percepita. Lunedì 6 settembre, nell'«ombra azzurrognola dello studio», tra codici voluminosi e «generali dipinti», riceve direttive da Galimberti, col quale aveva intese: manca poco all'armistizio; consta da fonte sicura; sarà guerra per bande dalle valli; se ne formeranno a Madonna del Colletto e in Val Grana; il suo posto è sulla Bisalta. Mercoledì 6 guardava le rondini verso sera quando suona la ritirata: Badoglio parla alla radio stando nel vago; in caserma colonnelli non pensanti dicono d'aspettare ordini. Nella notte sferragliano autocarri. Era il preludio d'un riflusso caotico. La IV Armata irrompe dalla Francia disseminando vetture, cavalli, muli, armi, farina, formaggio in ruote, roba variopinta: basta chinarsi e raccogliere, materia da grassa borsa nera; fioriscono mercati mai visti. I fuggitivi cercano abiti borghesi. Comandava il II Alpini un colonnello maniaco dei fiori. Li visita ogni mattina, salutato dal picchetto con tromba.

lunedì 21 agosto 2017

Paginatre. 94 “Lo strip-tease e la cavallinità”.



Da “Lo strip-tease e la cavallinità” (1960) di Umberto Eco, riportato in “Diario minimo” (alle pagg. 26/29) nella edizione dell’anno 1988 degli Oscar Mondadori: Quando appare sul piccolo palcoscenico del "Crazy Horse", riparata da una cortina di rete nera a larghe maglie, Lilly Niagara è già nuda. Poco più che nuda, con un reggiseno nero slacciato e un reggicalze. La prima parte del numero la impiega a rivestirsi pigramente, a infilarsi cioè le calze e ad allacciarsi la neghittosa bardatura che le pendeva sul-le membra. La seconda parte la dedica a riportarsi nella situazione di partenza. Così che il pubblico, incerto se questa donna si sia spogliata o si sia vestita, non si rende conto che in effetti non ha fatto nulla, perché anche i gesti lenti e sofferenti, contrappuntati dall'espressione angosciata del volto, dichiarano a tal punto la volontà di mestiere, e si iscrivono così esplicitamente in una tradizione di alta scuola, ormai codificata persino da manuali, che non han-no nulla di imprevisto – e perciò di seducente. Di fronte alla tecnica di altre maestre dello strip-tease, che sanno dosare così accortamente la loro offerta di una innocenza introduttiva, su cui fanno precipitare risoluzioni d'improvvisa malizia, lascivie tenute in serbo, scatti ferini riservati per l'ultima infamia (maestre dunque di uno strip dialettico e occidentale), la tecnica di Lilly Niagara è già beat e hard e rimeditata oggi ci ricorda piuttosto la Cecilia della Noia moraviana, una sessualità annoiata fatta di indifferenza, condita qui di una maestria sopportata come una condanna. Dunque Lilly Niagara vuole raggiungere l'ultimo livello dello strip-tease, quello in cui, nonché offrire lo spettacolo di una seduzione che non si indirizza ad alcuno, che promette alla folla ma che sottrae il dono all'ultimo istante, si varca l'ultima soglia e si elude persino la promessa della seduzione. Così se lo strip-tease tradizionale è la profferta di un amplesso che si rivela d'un tratto interruptus, promuovendo nei fedeli una mistica della privazione, lo strip di Lilly Niagara castiga persino la iattanza dei nuovi adepti, rivelando loro che la realtà promessa non solo è unicamente contemplabile, ma si sottrae persino alla pienezza della contemplazione immobile, perché di essa si deve tacere. L'arte bizantina di Lilly Niagara conferma però la struttura abituale dello strip-tease di convenzione e la sua natura simbolica. È solo in alcune boìtes di pessima reputazione che potete a fine spettacolo indurre colei che si è esibita a fare commercio di sé.

lunedì 17 luglio 2017

Paginatre. 93 “Fellini visto da Villaggio”.



Da “Io, da Fantozzi a Fellini”, incontro di Ottavio Cirio Zanetti con Paolo Villaggio pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 9 di luglio 2017: «C’è una sola persona al mondo che io ho conosciuto e che è riconoscibile solo per il nome. Dovunque nel mondo, basta dire Federico, è lui, l’unico, irripetibile: Federico non può che essere Federico Fellini. Scola ci ha fatto anche un film, Che strano chiamarsi Federico. Quando ho conosciuto Federico, non ho conosciuto una persona, ma ho riconosciuto quello che potevo immaginare e sapevo di Federico Fellini. Cioè un grande affabulatore, molto simpatico, vanitoso, bugiardo, e ne è nata subito un’amicizia. Cioè, sia chiaro, c’è stato uno scontro tra due logorroici incredibili; alla fine però ho capito per la prima volta nella vita (io sono presuntuoso, ho sempre avuto la quasi certezza di essere superiore per quello che riguarda la brillantezza del discorso, anche l’ironia cattiva di tipo anglosassone) beh, ho capito che lui dopo in po’ mi distanziava e rimanevo a bocca aperta ad ascoltare quella frenesia che lo prendeva quando cominciava ad affabulare». (…).
A ognuno il suo Rex. «In 8 1/2 c’è ad un certo punto una frase magica: “Asa Nisi Masa”. Era una cosa che diceva la nonna di Federico che mi ricordato con violenza che c’erano delle cose che anche la mia nonna diceva: una frase veneziana, per esempio, mia nonna era veneziana: “alla moda del piombo”. Questa frase ha un significato preciso: fare al meglio le cose che devi fare. “Alla moda del piombo” voleva dire: nel modo migliore. Ma tutto in Fellini è evocazione dell’infanzia. Nella notte in cui in Amarcord aspettano di fronte a Rimini, nelle barche, il passaggio del Rex che da Trieste andava fino a Genova e poi in America vincendo il famoso nastro azzurro (che era la decorazione per l’attraversamento dell’ Atlantico) il Rex è visto in una maniera che avevo dimenticato completamente. Una mattina verso le 11 con la nonna veneziana e con mio fratello gemello sono alla foce del fiume Foce di Genova. Ad un certo momento sento “uuuuuuuuuh” (fa il l’imitazione della sirena di una nave) come degli strani nitriti. A quei tempi le reti si portavano al largo con i gozzi, si buttavano le reti e poi dato che era un lavoro faticoso, da terra due cavall,i uno da una parte e uno dall’altra, trascinavano le reti fino sulla spiaggia. Sulla spiaggia si vedevano le donne e c’era questo odore di pesce e di cavallo. E qui comincia il momento del ricordo che avevo completamente accantonat : la misura del Rex. Nel film si sente urlare “il Rex, il Rex !”, si svegliano tutti perché era l’alba, il sole non era ancora sorto. Invece nel mio passaggio del Rex il sole stava calando, c’era la stessa luce magica , da sogno, che non è la realtà, e mentre annusavo quell odore ho sentito gridare: “il Rex, oh belin, c’è il Rex!” e tutti a correre verso il bagnasciuga con i sandali, erano dei sandali con dei buchi, io mio fratello e la nonna rimasta un po’ indietro che gridava: “Attenzione alle scarpe!”. Noi invece siamo entrati quasi con i piedi in acqua ed è comparso il Rex, lo stesso Rex che avevo dimenticato. Compare improvvisamente da dietro la diga foranea (la grande diga protettiva dei porti italiani e francesi del Mediterraneo), compare una montagna nera, alta mille metri, questa è stata l’impressione, questo è il ricordo ed è quello che mi ha restituito Fellini. Quell’immagine dimenticata lui me l’ha fatta rivedere e riscoprire». (…).
Tre inquadrature, ed è subito Fellini. «Ho cominciato col dirti che basta dire Federico ed è subito Fellini. Per come raccontava i suoi film, con un segno completamente diverso da tutti gli altri, era unico, irripetibile. Dunque, tu vai a vedere in un cinematografo di Los Angeles con effetti speciali, magari con gli odori, forse esagero, lo sbarco in Normandia, ti siedi e cominciano, già pronto a stupirti, magari è Spielberg e vedi inquadrature che sono fatte da dieci elicotteri e poi ripetute con effetti speciali e poi intrappolate da montagne, vedi che ci sono almeno dieci macchine da presa, non riconosci Spielberg se tu non sai che è Spielberg, lo vedi e dici: però, insomma,sono americani. Entri e vedi Satyricon, non sai che è un film di Fellini, ma bastano tre inquadrature, ecco, è lui cioè lui è riconoscibile sempre e comunque fin dalle prime inquadrature. Dai primi tre minuti capisci che il suo è un modo di raccontare completamene diverso, viene da un’altra dimensione, non è quella abituale, non è il mestiere che conosci: perché lui il mestiere lo viveva in uno stato di semitrance, mentre girava».

domenica 9 luglio 2017

Paginatre. 92 “Migranti&Welfare”.



Da “Meno frontiere per sostenere il welfare” di Ferdinando Giugliano - editorialista di Bloomberg View – pubblicato sul settimanale A&F del 3 di luglio 2017: (…). La premessa è che l'Unione ha bisogno di immigrazione per mantenere la sostenibilità del suo sistema di welfare. Oggi all'interno dell'Ue ci sono quasi quattro cittadini in età lavorativa per ogni persona con più di 65 anni. A partire dal 2050, questa proporzione dovrebbe essere soltanto di due a uno, secondo le proiezioni di Eurostat. A meno di ipotizzare un improvviso quanto improbabile boom delle nascite, l'unico modo per mantenere sotto controllo la spesa sanitaria e pensionistica è quello di aprire le frontiere a giovani provenienti da altre parti del mondo. Non ci si può illudere, però, che questo sia un processo semplice. Come dimostrato dai primi studi condotti sui rifugiati che si sono stabiliti in Germania, il loro inserimento nel mercato del lavoro è tutto tranne che agevole. Secondo dati dell'Agenzia Federale del Lavoro tedesca, il tasso di occupazione fra i rifugiati è di appena il 17%. In una recente intervista al Financial Times, Aydan Özo?uz, commissaria per l'immigrazione del governo tedesco, ha ammesso che tra cinque anni fino a tre quarti dei rifugiati presenti in Germania saranno ancora senza lavoro. E' pertanto necessario un investimento molto copioso e di lungo periodo per gestire la transizione. Questo va in direzioni molteplici: prima di tutto, il salvataggio di coloro i quali scelgono di attraversare il Mediterraneo, spesso in condizioni disumane. Poi la difficile identificazione, per stabilire ad esempio se l'immigrato sia un rifugiato a cui va dato asilo politico, oppure un migrante economico, che i governi possono decidere di non accogliere. Infine le spese di integrazione, che vanno dai corsi di lingua a uno spesso lontano ma necessario programma di inserimento nel mondo del lavoro. Fino ad ora la strategia europea è stata quella di finanziare collettivamente solo una minima parte di queste spese. Il budget dell'agenzia Frontex, che si occupa di gestire le frontiere comuni dell'Europa, è cresciuto in questi anni ma si fermerà nel 2017 ad appena 300 milioni. La maggior parte degli oneri continueranno ad essere invece a carico degli Stati membri. Se di solidarietà si può parlare, essa si manifesta soltanto nel permettere ai Paesi con i conti pubblici non in ordine, come l'Italia, di aumentare il loro deficit oltre quanto previsto dalle regole. Il debito, però resta sulle spalle dei loro contribuenti. Un'alternativa migliore sarebbe quella di creare un fondo comune a cui attingere per le spese legate alla crisi migratoria. Per esempio, come ha proposto un gruppo di accademici tra cui Lucrezia Reichlin nel rapporto "Making the Eurozone More Resilient", si potrebbe pensare a delle obbligazioni comuni emesse esclusivamente per finanziare questo tipo di progetti. Dalla Germania all'Italia, chiunque potrebbe attingere a questi fondi, mentre toccherebbe alla Commissione Europea monitorarne utilizzo. Chi non volesse accogliere rifugiati si prenderebbe parte del debito senza però spendere le risorse. Queste obbligazioni comuni sarebbero il modo migliore per riconoscere che l'immigrazione è realmente un problema europeo. La loro buona gestione potrebbe essere un modello anche per altre aree di bilancio, contribuendo così indirettamente al rafforzamento dell'unione monetaria.