"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
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sabato 21 luglio 2018

Quodlibet. 100 “«L’enantiodromía, quella che rode l'attuale paese»”.


Da “Le false metamorfosi nel paese del signor B.” di Franco Cordero, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 21 di luglio dell’anno 2010: (…). I moderati berlusconofili 2010 non mendichino scuse. Tanto varrebbe chiedergli d'istituire un regime monastico della penitenza. Sanno chi sia, da dove venga, in qual modo diventi monopolista delle televisioni commerciali e le adoperi frollando la materia grigia: cosa gli costino i protettori; con che disinvoltura falsifichi bilanci, frodi il fisco, compri i giudici; perché sia sceso in campo nel collasso della consorteria sotto le cui ali s'ingrassava; né fiatavano vedendogli devastare l'ordinamento. Non sorprende la qualità dei cortigiani. Le scelte tendono inesorabilmente al basso. Figurano meglio i gerarchi fascisti: la rudimentale corruzione d'allora tempera un crudo regime d'asini (così privatamente definito da Benedetto Croce, conversatore caustico); tra tutti spicca Costanzo Ciano, detto Ganascia, padre del delfino fucilato a Verona. Quella che rode l'attuale paese, sofisticatissima e invasiva, corrisponde al modello scientifico sub divo Berluscone. È pura fisiologia fare soldi sulla pelle d'un paese al verde. La purga sarebbe atto suicida, come se Hitler deponesse Himmler, liquidando Gestapo, SS, SD, perché usano poche cortesie ai dissidenti. Sua Maestà guarda torvo: malgré lui, aveva buttato in mare due ministri e un sottosegretario, indifendibili; seguiranno altri ma non può liquidare tutti; affogherebbe nel pandemonio. Infatti, voleva inibire l'unico mezzo investigativo, imbavagliando la stampa; l'ha detto, stroncherà i "giacobini". (…). Nel repertorio junghiano ha un nome greco la conversione che costoro raccomandano, "enantiodromía", ossia rovesciamento nell'opposto: false metamorfosi; l'apparente uomo nuovo resta qual era, magari mutando veste; ad esempio, Ignazio da Loyola, non s'offendano i Reverendi, o se è permesso mischiare minimi e grandi, l'ex alfiere libertario, ora melodioso portavoce Pdl. Il padrone ogni tanto varia look ma non cambia viscere a settantaquattro anni, scolpito nella storia, con l'impero d'affari sulle braccia. L'improbabile, effimera pulizia richiama una metafora ricorrente nel suo fosco vituperio, "metastasi": vede tumori maligni nei magistrati che adempiono doveri d'ufficio disturbando i delinquenti; e invettive simili dicono cos'abbia dentro. La neoplasia tagliata riappare. Era prevista nel codice biologico. Ora, la P3 discende dalle erculee imprese berlusconiane contro lo Stato: sta nel sistema; e chi l'ha fondato, così abile da adeguarvi settori del mondo? Riconosciamogli l'exploit. Sono rare le psicosi sfogate con successo. Incauti dialoganti lo chiamano Cesare: maledetti nastri, ogni parola svanirebbe se l'anima forzaitaliota soffiasse nelle Camere; le solite fonti diramano lepide smentite. Insomma, spende moneta falsa chi augura un berlusconismo epurato: la crociata antilegalitaria implica malaffari; la corruzione era e rimane il fine, famelica confusione pubblicoprivato. Chiamare "destra" lo scenario governativo italiano è una delle storture verbali coltivate dal regime: vedi "partito dell'amore" o "delle libertà"; sessantun anni fa Orwell le studiava in una società controllata dagli schermi televisivi; il precedente nazista è lo slogan sulla porta d'Auschwitz, "Die Arbeit macht frei" (il lavoro libera).

giovedì 19 luglio 2018

Quodlibet. 99 “Due leader e tre differenze”.


Da “Due leader e tre differenze” di Giovanni Valentini, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 19 di luglio dell’anno 2014: Un amico di vecchia data, (…) mi illustra quelle che - a suo giudizio - sono le differenze principali fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Qui abbiamo parlato fin troppe volte del Cavaliere e del Caimano, vivisezionandolo sul piano mediatico e perfino psicopolitico, per non provare ora a fare un confronto con il nostro giovane presidente del Consiglio che qualcuno si ostina a considerare addirittura un "figlio" o un erede del suo anziano predecessore. Le differenze tra i due personaggi, (…), sarebbero tre: 1) Berlusconi, rispetto a Renzi, aveva e ha tuttora un potente apparato mediatico di sua proprietà (e aggiungiamo pure, al suo servizio); 2) Berlusconi s'era costruito un suo quadro ideologico, buono o cattivo, fondato sull'anti-comunismo e questo ha funzionato a livello elettorale (sottinteso: Renzi, invece, non ce l'ha, sebbene abbia superato il 40% alle ultime europee); 3) Berlusconi era "un pagliaccio, non una carogna" (mentre Renzi è "tagliente, affilato"). Sul primo punto, quello che attiene al piano più strettamente mediatico, non c'è dubbio che sia così. Berlusconi e Renzi sono entrambi due grandi comunicatori o, se si preferisce, due "venditori": di promesse, di slogan, di battute e in qualche caso - chi più, chi meno - anche di "fumo".

mercoledì 18 luglio 2018

Quodlibet. 98 “Gli intransigenti, noiosi moralisti”.


Da “Occhio alle differenze” di Maurizio Viroli, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 18 di luglio dell’anno 2010: (…). Chi legge libri, anziché guardare la televisione e frequentare salotti buoni, sa che, da che mondo è mondo, servi e cortigiani hanno sempre usato, per screditare i loro avversari, una tecnica semplicissima che consiste nel cambiare il significato alle parole. Così, per ripetere esempi fin troppo noti, gli arroganti diventano intraprendenti; i buffoni, simpatici; i delinquenti, furbi che sanno stare al mondo; i cinici, intelligenti. Oppure gli onesti diventano fessi; i coraggiosi, visionari; gli intransigenti, noiosi moralisti (attenzione: oggi, in Italia, parlare di morale espone al disprezzo e al dileggio). Nel caso del neo-qualunquismo, la storia si ripete: i critici seri e severi del malgoverno e della dilagante corruzione diventano qualunquisti, avvicinabili ai più devoti servitori del signore. Non ci sarebbe nulla da commentare se non rilevare che in Italia si è persa anche la più elementare capacità di ragionamento che consiste nel rendersi conto delle differenze. Ma, data l’autorevolezza dei sostenitori della teoria del neo-qualunquismo, esaminiamo i loro argomenti più da vicino e poniamo loro due domande: “i buoni cittadini, quelli, per capirci, che rispettano le leggi, che svolgono le loro professioni con serietà ed impegno pur fra mille ostacoli e che pagano le tasse, sono moralmente superiori a coloro che corrompono i giudici, che sono collusi con la mafia, che cercano con tutti i mezzi di rendere impotenti le leggi per fare sempre più grande un uomo ed i suoi cortigiani?” “Difendere la Costituzione repubblicana è fare opera di anti-politica o dare esempio di politica seria?” Anche in questo caso, ragionando con rigore intellettuale, le risposte sono fin troppo ovvie come è ovvio che è del tutto fuori luogo sostenere, come ha fatto il presidente Massimo D’Alema, che l’ “antiberlusconismo sconfina in una sorta di sentimento anti-italiano”. Denunciare la corruzione italiana non è atto né berlusconiano né antiberlusconiano, è semplicemente dire la verità. Dalla denuncia della corruzione non deriva affatto la rinuncia a lottare per trasformare l’Italia in un paese civile. Se chi ha denunciato la corruzione morale degli Italiani dovesse essere considerato un anti-italiano, allora capofila di tale tradizione sarebbero, per citare solo qualche nome, Giuseppe Mazzini e Carlo Rosselli. Ammettiamolo, ci sono compagnie peggiori. È anche tempo di spiegare la differenza fra buone e cattive élites politiche e che appartenere ad un’élite può anche essere titolo di merito e non di vergogna. C’è una bella differenza fra l’élite politica attuale e quella, per esempio, del periodo costituente o, poiché ci stiamo avvicinando al 2011, quella della Destra Storica; e c’è una bella differenza fra la splendida élite del Partito d’Azione e buona parte dell’attuale leadership del Partito Democratico. La differenza prima che di cultura e di spessore intellettuale, qualità che non guastano, è di rigore morale. Mi pare già di sentire l’obiezione: “ma il Partito d’Azione è stato un partito di sconfitti”, o come ha dichiarato D’Alema, la “cultura azionista non ha mai fatto bene al paese”. Altri due errori: sconfitti non furono loro, sconfitta è stata ed è l’Italia che prima non li ha ascoltati e li ha derisi, e poi li ha dimenticati. La cultura azionista ha dato all’Italia piccole cose quali un contributo essenziale all’antifascismo prima e alla Resistenza e alla Costituzione Repubblicana poi, un’interpretazione rigorosa del Risorgimento nazionale, una concezione del patriottismo che insegnava la solidarietà con gli altri popoli e l’europeismo, un rispetto religioso della legalità, ha educato il Partito Comunista ai valori liberali e democratici, e, per ultimo, ci ha dato un presidente della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi. Proprio poco non mi pare sia. Se mai ci sarà una rinascita civile, non avverrà certo grazie a coloro che confondono i critici severi con i qualunquisti, ma grazie a chi continua a dire la verità, che l’Italia è un paese profondamente malato che ha bisogno di liberarsi del potere enorme che oggi domina e della sua corte.

martedì 17 luglio 2018

Quodlibet. 97 “Il segreto della domanda”.

Da “Il segreto della domanda” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del 17 di luglio dell’anno 2010: Scrive Oscar Wilde: "Se hai trovato una risposta a tutte le tue domande, vuol dire che le domande che ti sei posto non erano quelle giuste". (…). …la filosofia non è "possesso", ma "ricerca" della verità. Per questo non fornisce risposte, ma radicalizza le domande volte a problematizzare l'esistente, per evitare di assopirsi in quei sogni beati propri di chi ritiene che la vita debba essere "senza pensieri", quando invece l'uomo è un prodotto di lotte intime e sociali, la cui soluzione provvisoria va cercata in quel dialogo infinito con gli altri, capace di allargare la propria visione del mondo, la cui angustia è la vera responsabile dell'acuirsi del dolore nell'insolubilità dei problemi. Adottando il metodo socratico della "dotta ignoranza", la filosofia, a differenza della religione, non è autoritaria. Non dice: "Io possiedo la verità e tu apprendila", perché è persuasa che la verità, anche se incompiuta, imperfetta e mescolata a tanti errori, dimori in ciascun uomo. E "maestro" non è chi trasmette la verità, ma chi aiuta gli uomini a trarla fuori dalla confusione delle loro opinioni, anche se in contrasto con le idee più diffuse e da tutti condivise. Quando chiesero a Socrate che cosa insegnava, lui rispose che non insegnava niente perché era ignorante, ma aiutava coloro che ritenevano di sapere qualcosa a fondare le loro opinioni con argomenti solidi, in modo che stessero in piedi da sole, e non per l'autorità di chi le enunciava, per la fede in credenze infondate, per l'impatto emotivo, per la suggestione degli affetti. Siccome riteneva di non essere in possesso di alcuna verità da trasmettere, paragonava il suo lavoro a quello di sua madre che aiutava le partorienti a generare. Allo stesso modo lui aiutava i suoi discepoli a partorire la verità che, segretamente, e spesso a loro insaputa, custodivano. Chiamò questo metodo filo-sofia che significa: "amore per il sapere", distinguendola dalla sofia dei sapienti che non "amano" il sapere perché ritengono di "possederlo". Amore, infatti, non è possesso, ma ricerca, tensione e desiderio della cosa o della persona amata. Per questo, nel racconto che ci fa Socrate nel Simposio, Amore non è figlio di Afrodite, come voleva la mitologia greca, ma di Penia, che significa "penuria", "povertà". Essendo povero, Amore non "possiede" e perciò "cerca", allo stesso modo della filosofia che, non possedendo alcuna verità, ne va alla ricerca. Per questo Socrate dice: "Amore è filosofo, perché sta in mezzo tra il sapiente che non cerca la verità perché ritiene di possederla e l'ignorante che non la cerca perché non desidera sapere". In questo senso è possibile dire che la filosofia non è un "sapere", ma un "atteggiamento". L'atteggiamento di chi non smette di fare domande e di mettere in crisi tutte le risposte che sembrano definitive. Per questo l'atteggiamento filosofico è la macchina capace di inventare un mondo possibile al di là del mondo reale.

domenica 8 luglio 2018

Quodlibet. 96 “Chi «rottama» e basta non fa politica”.


Da “Senza padri non si fa la rivoluzione” di Massimo Cacciari, tratto dal saggio “Re Lear” di Massimo Cacciari - Edizioni Saletta dell’Uva pagg. 80, euro 10 – riportato sul quotidiano la Repubblica dell’8 di luglio dell’anno 2015: Rammentare un’altra volta come nel termine “rivoluzione”, analogamente che in quelli di “rinascita” o di “riforma”, suoni l’idea della restauratio magna di un passato, che si immagina poter costituire la solida terra su cui procedere ancora, non sembra ormai che un vano esercizio filologico. La novitas, il desiderio di res novae e verba nova, al di là di ogni “ripetizione”, pervade infatti tutta la nostra cultura. Infuturarsi: ecco l’imperativo! Pueri aeterni tutti anelano ad essere. “Rivoluzione” suona ormai da tempo soltanto come sinonimo di innovazione. Eppure, le cose non stanno così semplicemente. La paura si mescola al desiderio. La ricerca e il dubbio intorno al fondamento del “nuovo” si fanno sempre più assillanti, proprio in rapporto alla irresistibile affermazione della sua idea. Allorché il “nuovo” deve “giustificarsi” non può che “ri-convertirsi” a qualche passato, se non altro per spiegare da che cosa intende “secedere”. I plebei romani, nelle loro secessiones , sapevano bene chi fossero i “padri” (i patrizi). Quale figlio, oggi, smanioso di “innovare”, conosce i propri padri? Quale pretendente parricida partecipa, oggi, così intimamente come Bruto alla vita del suo Cesare? Ma il padre sopravvive sempre se non lo uccidi in te… Nessuno aveva “interiorizzato” storia e ragioni del suo nemico meglio di un Marx o di un Lenin. Il semplice rottamatore finisce invariabilmente sepolto sotto le macerie che la storia, o la fortuna, per conto suo produce. Chi “rottama” e basta ( rex destruens ) non fa politica, ma si limita a anticipare l’opera del tempus edax . Perciò gli autentici rivoluzionari hanno spesso cercato di far maturare il nuovo regime dall’interno delle forme politiche tradizionali, corrodendole e scavandole dalle viscere. La loro arte è stata in qualche modo maieutica. Il “nuovo” appare, allora, come il trapassare del vecchio, non l’affermazione di una prepotente violenza, ma il prodotto dello stesso passato. Il “nuovo” si “giustifica” quasi come il suo custode, come la nuova dimora in cui le forme dei padri possono finalmente avere soddisfazione e trovare pace. Così i novatores “riformisti” cercano di superare la paura che inevitabilmente suscitano presentandosi come coloro che parlano e operano sulla base dell’autentico senso del passato. Compiere ciò che la tradizione esige, e che la sua “lettura” conservatrice-letterale impediva di comprendere, è proprio dei grandi innovatori. Si possono dare varianti “messianiche” di questa posizione: allora il rivoluzionario non è soltanto chi segna il “trapasso” d’epoca, ma colui che intende riscattare- redimere vittime e ingiustizie della storia o pre-istoria trascorsa. Egli si sente responsabile nei loro confronti; esse sono per lui presenze vive che è necessario conoscere, ascoltare e “salvare”. In tutti i casi, risulta decisivo, imprescindibile il rapporto col “tempo di ieri”. Dove questa relazione non sia più riconosciuta come essenziale, “rivoluzione” finirà con l’indicare il “naturale” salto tecnologico-organizzativo all’interno dell’ininterrotto progredire del sempre-uguale. Rivoluzione diviene progresso. E le due idee tramontano insieme. Naturalmente, il quadro è del tutto diverso se riteniamo che le forme politiche si succedano secondo un ritmo regolare, che le res novae non siano che metamorfosi di “archetipi” necessari e eterni, oppure, all’opposto, che l’occasione dia davvero la possibilità alla virtù di inventare situazioni e ordini mai prima sperimentati. La cultura moderna sembra insistere su quest’ultima prospettiva. Tuttavia, Machiavelli docet: gli innovatori, i fondatori di “principati nuovi” debbono conoscere bene gli antichi exempla, debbono ben sapere che gli uomini camminano “quasi sempre per le vie battute da altri”, che “tutte le cose che sono state” possono essere di nuovo. Non si dà mai una pura inventio novitatis . Il nuovo si costruisce con i mattoni della storia - ma trasformandoli e costringendoli in forme mai prima realizzate. (...). Ma ogni concepibile innovazione presuppone un “ritorno”. Qualsiasi “salto” è possibile soltanto se un’energia che attingiamo in noi stessi lo fa apparire necessario. Senza una “voce” che costringe a sciogliere le cime e avventurarsi in mare aperto, mai potremmo vincere la paura del “nuovo”. La consuetudo ci terrebbe legati alla conservazione del presente. Qui l’idea moderna di rivoluzione manifesta la sua origine teologica. Rivoluzione per eccellenza è la conversio , il ritorno a sé, nell’intimo della propria anima, il faccia a faccia col proprio vero volto, fino a provarne con angoscia tutta la finitezza e la povertà. (...). Quando Paolo in 2 Cor. 5,12 afferma che «tutto è diventato nuovo» intende per l’appunto la novitas della metanoia , la rivoluzione interiore che il cristianesimo ha prodotto, in quanto segno augurale di un intero nuovo Evo, di un nuovo Aiòn . La secolarizzazione di tale idea comporta l’abbandono o l’oblio del fatto che conversio era concepibile solo gratia , che mai l’uomo da sé avrebbe potuto raggiungere la forza necessaria per mutarsi così radicalmente e offrire un tale mutamento a exemplum per il mondo. La rivoluzione, il desiderio di res novae , hanno spezzato l’“ordine” che le collegava a conversio . Sono diventate un affare esclusivo della volontà, della mente, della prassi. D’altra parte, questa “deriva” si annuncia già con la differenza tra la narrazione della conversione per antonomasia, quella di Paolo, e la “confessione” della propria da parte di Agostino. Un raptus per Paolo; il Signore non si “insinua” nell’anima, ma vi irrompe all’improvviso, la sconvolge insieme al corpo con inaudita violenza. In Agostino, invece, la conversio avanza lentamente, tra esitazioni, dubbi, sospensioni, attraverso i numerosi incontri e confronti con gli amici. (...). L’innovatore di oggi non prova alcun bisogno di conversione; egli, anzi, è l’innocente, che si erge a modello dell’“ordine nuovo”, figura futuri . Così l’agostiniano abisso del Sé si è forse richiuso per sempre sotto la folle idea di un’indefinita, permanente rivoluzione.

venerdì 6 luglio 2018

Quodlibet. 95 “E come dice la Fornero, lavora, lavora che il lavoro non è un diritto”.


Da “Il bosone di Gennaro e il mistero della pizza” di Stefano Benni, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 6 di luglio dell’anno 2012: (…). Signor Gennaro vuole spiegarci come era arrivato molto prima di Higgs alla scoperta? - Per la verità io e mio fratello Giuseppe, pizzaioli professionisti, ci interrogavamo già nel 1960 sul fatto che qualche volta la pizza veniva perfetta e qualche volta no. Insomma, non era solo problema di acqua, farina e dosaggio. A volta la consistenza della pasta, diciamo la massa della pizza era più elastica oppure dura, e anche la cottura veniva meglio o peggio al di là della temperatura del forno, per non parlare del mistero della forza di gravità che faceva sì che una pizza su dieci cadesse dalla pala di mio fratello, anche se è vero che lui beve dieci litri di birra ogni serata di lavoro -.
E allora? - E allora mi venne da pensare che c’era qualcosa di misterioso, un lievito cosmico, qualcosa di non visibile che permetteva all’universo della pizza di aggregarsi in modo particolarmente riuscito. Studiai anni e anni le farine, l’acqua, persino il pomodoro e i carciofini, ma riuscii soltanto a stabilire una teoria algoritmica con cui si distingueva la mozzarella buona dalla cattiva -.
Com’era la teoria? - Se la mozzarella puzza è cattiva se no è buona. Finché una notte di cinquant’anni fa, cioè due anni prima della teoria di Higgs feci un sogno. Sognai il mio protettore San Gennaro, sospeso in cielo su una nuvola di scamorza. Mangiava un trancio di pizza e diceva: “È come nu cappero ma non è un cappero. Cerca, cerca Gennà, solo tu puoi risolvere il mistero della pizza… il novantasei per cento dell’universo è un mistero, ma si può capire il quattro per cento. È molto più di quanto gli umani capiranno mai sulla loro economia. Vai Gennaro. E come dice la Fornero, lavora, lavora che il lavoro non è un diritto”-.
Ma allora la Fornero non la conosceva nessuno… - Era un sogno premonitore. Allora che feci? Mi feci prestare da Fausto, l’orefice, una lente di ingrandimento e esaminai per bene i sei impasti di pizza che avevo appena preparato. E infine feci la scoperta… In alcuni degli impasti non c’era nulla, ma in due c’era una specie di luminescenza, come una lucetta del presepe. Guardai meglio e vidi, un minuscolo cappero sorridente. Era il bosone. Febbrilmente, misi in forno tutto. Beh, le pizze che vennero dai due impasti bosonati erano sicuramente le migliori -.

martedì 3 luglio 2018

Quodlibet. 94 “Salvini ed il paradiso della liretta”.


Da “Il paradiso della liretta non piace più a Salvini” di Alessandro De Nicola, pubblicato sul settimanale “A&F” del 3 di luglio dell’anno 2017: Quando si leggono notizie del bilancio statale italiano si ha l’impressione che la stessa notizia potrebbe essere ripubblicata ad intervalli di 15 giorni. Prendiamo il balletto Governo-Ue sulla legge di Stabilità. Il copione non cambia mai: l’Italia chiede una deroga e si lamenta dell’austerità, Bruxelles ammonisce che non si fa abbastanza, Roma cambia un pochino il bilancio, la Commissione apprezza lo sforzo ma chiede di più per l’anno successivo. A volte i funzionari europei non si limitano a commentare i saldi finali ma suggeriscono misure: qualche settimana fa hanno consigliato di reintrodurre nel 2018 l’Imu per i redditi più alti. Ignorando la confusione di imporre un tributo su un bene facendolo dipendere dal reddito, la Commissione si è sbilanciata sul lato delle entrate: cari italiani, per far quadrare i conti sono necessarie imposte più pesanti, ci hanno detto.

sabato 30 giugno 2018

Quodlibet. 93 “Stagnazione secolare. «2016:i pentiti del libero scambio»”.


Da “Globalizzazione addio. 2016: i pentiti del libero scambio” di Federico Rampini, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 30 di giugno dell’anno 2016: New York - "Quando sarò presidente - annuncia Donald Trump - usciremo dal Nafta (mercato comune con Messico e Canada), e denuncerò la Cina per concorrenza sleale e manipolazione del cambio". Gli risponde la US Chamber of Commerce che è l'equivalente della Confindustria: "Se si realizzano le proposte di Trump avremo rincari dei prezzi, una recessione, tre milioni di posti di lavoro a rischio. Il 40% dell'occupazione americana è legata in qualche modo al commercio estero". A sinistra Bernie Sanders annuncia che darà battaglia alla convention democratica di luglio, a Philadelphia: vuole che Hillary Clinton metta nella suo programma elettorale una forte presa di distanza dai nuovi trattati di libero scambio. All'ultimo G7 in Giappone, prima dello shock di Brexit, un alto dirigente della Commissione europea aveva paventato uno scenario estremo: "Che ne sarà dell'economia mondiale, se fra un anno il prossimo G7 riunirà come leader dell'Occidente Donald Trump, Boris Johnson, Marine Le Pen e Beppe Grillo?". Ma non è solo dalle frange radicali, dai populismi di destra e di sinistra, che parte l'assalto alla globalizzazione. Segnali di ripensamento, ripiegamento e ritirata arrivano da molte direzioni. La Cina sotto Xi Jinping è più nazionalista, rivaluta il capitalismo di Stato e il dirigismo, moltiplica le forme di protezionismo occulto, gli ostacoli alle imprese occidentali. L'India si vede incoraggiata nella sua reticenza ad abbracciare il liberismo: ha sempre mantenuto un alto livello di intervento pubblico e molteplici barriere agli stranieri. Perfino tra i protagonisti americani delle prime stagioni della globalizzazione, dilagano i "pentiti". Un caso clamoroso è Larry Summers. Quando era segretario al Tesoro di Bill Clinton, fu l'artefice della deregulation finanziaria. Ora che è tornato a fare il professore a Harvard, parla di "stagnazione secolare" e fa autocritica. "Nuove ricerche - riconosce Summers - hanno cambiato le idee dominanti sul commercio internazionale. Abbiamo le prove che la globalizzazione ha aumentato le diseguaglianze all'interno degli Stati Uniti, ha aumentato le opportunità riservate ai più ricchi e ha esposto i lavoratori a una competizione più serrata". Summers avanza proposte per aprire un nuovo corso. "La maggiore mobilità del capitale e delle imprese non deve togliere agli Stati la capacità di proteggere i cittadini". Sul trattato Tpp fra gli Stati Uniti e l'Asia- Pacifico, le idee di Summers non divergono molto da quelle di Barack Obama: i nuovi patti devono includere meccanismi vincolanti sui diritti dei lavoratori, le conquiste sociali, la protezione dell'ambiente. Nella sua recente visita in Vietnam, Obama ha sottolineato che grazie al Tpp il governo comunista di Hanoi s'impegna a consentire dei sindacati liberi. Un altro protagonista del revisionismo è Paul Krugman. Il premio Nobel dell'Economia nel 2008 gli fu assegnato proprio per i suoi studi originali sul commercio estero. Fu uno dei primi teorici della globalizzazione. Anche lui è diventato più critico. Senza ripudiare l'idea che gli scambi tra nazioni sono benefici, Krugman sottolinea che la distribuzione dei vantaggi dipende dalle regole, e le regole sono il frutto di scelte politiche. I sistemi fiscali sono stati distorti per favorire il grande capitale e le multinazionali. Le regole sul mercato del lavoro hanno rafforzato il potere contrattuale delle imprese e indebolito i dipendenti. La stessa traiettoria l'ha percorsa l'economista Jeffrey Sachs della Columbia University: "Ho sempre creduto all'utilità degli investimenti internazionali. Anch'io ho contribuito a promuovere la globalizzazione. Ma non bisognava dare il controllo di questi processi in mano a Wall Street e Big Pharma". Tra le sue proposte: trattare in modo diverso gli investimenti produttivi e quelli della finanza speculativa a breve termine.

venerdì 29 giugno 2018

Quodlibet. 92 “Stagnazione secolare. «2008: lo shock della finanza»”.


Da “Globalizzazione addio, 2008: lo shock della finanza” di Federico Rampini, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 29 di giugno dell’anno 2016: New York - La frana dei titoli bancari nel post-Brexit è l'ultimo sussulto di una crisi che riporta alla memoria precedenti ben più gravi. 15 settembre 2008: un assembramento di telecamere circonda il grattacielo al numero 745 della Settima Strada, Manhattan. Riprendono "gli ultimi minuti della Lehman Brothers", la banca d'investimento che ha appena fatto ricorso al Chapter 11, la legge sul fallimento. Le immagini dei dipendenti che escono con i loro effetti personali nelle scatole di cartone, fanno il giro del mondo. La maggioranza degli americani e degli europei ancora non sospettano la gravità dello shock sistemico che sta per innescarsi, le conseguenze drammatiche che colpiranno l'economia reale, l'ecatombe dei posti di lavoro. In quelle ore si consuma una svolta storica: si chiudono gli anni ruggenti della globalizzazione, il ruolo della finanza finisce sotto accusa, inizia una fase di convulsioni politiche che alimentano populismi fino a fenomeni come Brexit e l'ascesa di Donald Trump. L'implosione di Wall Street nel 2008 è stata preceduta da segnali premonitori. Nel 1997 la crisi asiatica con le svalutazioni a catena nei "dragoni" dell'Estremo Oriente; nel 1998 il crac dello hedge fund Ltcm salvato con mezzi d'emergenza dalla Federal Reserve di Alan Greenspan; nel marzo 2000 l'esplosione della bolla speculativa di Internet e il tracollo del Nasdaq. Tremori lievi se paragonati al sisma del 2008, seguito dalla più grave crisi dopo la Grande Depressione degli anni Trenta. Ma due studiosi di storia degli shock finanziari, Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart, osservano che i crac diventano sempre più frequenti, sempre più ravvicinati. Sul banco degli imputati finisce la deregulation finanziaria degli anni Novanta, avallata anche da governi di sinistra sulle due sponde dell'Atlantico. In particolare sono sotto accusa Bill Clinton e i suoi segretari al Tesoro Robert Rubin e Larry Summers: decisero di abrogare la legge Glass-Steagall che separava i mestieri della banca di deposito (che gestisce il risparmio) e dell'investment bank che investe in partecipazioni azionarie e titoli a rischio. La "Terza Via" di Clinton e Tony Blair è sospetta di subalternità al neoliberismo. È una storia che viene da lontano. Risale alla fine degli anni Settanta la diffusione dei titoli derivati, teorizzati da Milton Friedman, premio Nobel dell'economia e patriarca dell'ideologia mercatista. Ha fatto proseliti anche nelle socialdemocrazie europee e nel partito democratico americano, quell'idea che la libertà globale dei movimenti di capitale, e lo sviluppo di strumenti finanziari sempre più sofisticati, moltiplica le opportunità di rendimento per i piccoli risparmiatori. Alla lunga il bilancio è diverso.

giovedì 28 giugno 2018

Quodlibet. 91 “Stagnazione secolare. «Gli anni ruggenti 1999-2001»”.


Da “Globalizzazione addio, gli anni ruggenti 1999-2001” di Federico Rampini, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 28 di giugno dell’anno 2016: New York - L'81esima Brigata della Washington State Patrol batte in ritirata. Si dimette il capo della polizia di Seattle. Bill Clinton deve chiamare la Guardia Nazionale. Il vertice-simbolo della globalizzazione nasce e muore nel caos. 30 novembre 1999: Seattle è sotto assedio. Un summit tra capi di Stato deve varare i nuovi negoziati mondiali sulla liberalizzazione degli scambi. Protagonista è la World Trade Organization (Wto), Organizzazione del commercio mondiale, arbitro e cabina di regìa della globalizzazione. Ma a Seattle converge la "madre di tutte le proteste": 40.000 manifestanti, in una serie di cortei dove si fondono i sindacati operai, le ong ambientaliste, i primi black-bloc. Irrompe sulla scena il movimento no-global. Il vertice finisce nel caos: molti leader dei governi assediati negli alberghi non riescono neppure a raggiungere il centro congressi, avvolto in nuvole di lacrimogeni, le forze dell'ordine sono sopraffatte. Quel giorno viene scritto un copione che si ripeterà in molti summit successivi, raggiungendo l'apice al G8 di Genova nel 2001. Perfino il World Economic Forum di Davos, l'esclusivo ritrovo dei Vip ad ogni fine gennaio sulle montagne dei Grigioni, dopo i precedenti di Seattle e Genova è costretto a blindarsi. Seattle lancia temi che sono attuali oggi: gli effetti della globalizzazione sui salari occidentali; i danni per l'ambiente e la salute dei consumatori; lo strapotere delle multinazionali. 17 anni fa è già vivace quella critica che oggi prende di mira una nuova generazione di trattati, il Tpp tra America e Asia-Pacifico, il Ttip tra Stati Uniti ed Unione europea. Ma la vera ragione per cui fallisce il vertice di Seattle è un'altra: 40 delegazioni governative venute dall'Africa e dall'America latina respingono l'accordo; sono i paesi dell'emisfero Sud a far saltare le trattative, allora, perché si ritengono sopraffatti dagli interessi del capitalismo occidentale. Il movimento no-global condivide questa narrazione. Anche in Occidente gli avversari della globalizzazione pensano che nel nuovo assetto economico mondiale i perdenti saranno i paesi in via di sviluppo. Il tema dell'ingiustizia viene declinato lungo l'asse Nord-Sud. Lo stesso vale per i primi guru teorici del no-global. Il più celebre è Joseph Stiglitz, che vince il Nobel dell'economia nel 2001, dopo avere "divorziato" dall'ortodossia liberale: negli anni Novanta era stato consigliere economico di Bill Clinton e capo economista della Banca Mondiale. Il suo libro "La globalizzazione e i suoi oppositori" (2002) è un attacco al "consenso di Washington": le dottrine a base di austerity e privatizzazioni che la Casa Bianca e il Fondo monetario internazionale impongono ai paesi del Terzo mondo. I progressisti in Occidente sono convinti che la globalizzazione sia un nuovo capitolo dell'imperialismo post-coloniale.

mercoledì 27 giugno 2018

Quodlibet. 90 “Il «tempo perso» di Ingrao”.


Da “Il tempo perso di Ingrao. Il valore della contemplazione” di Pietro Ingrao, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 27 di giugno dell’anno 2017: (…). Io nutro ancora una speranza, la mia unica speranza, senza la quale sarei veramente disperato: che le cose possano cambiare. Nel corso della mia lunga vita ho ricevuto tanto dagli altri, ben più di quanto meritassi, per cui non ho una visione funerea dell’attuale società. Credo però che effettivamente si sia aperta una grande questione, che si prospetti un grave pericolo. Io sono vissuto tutta una vita nella lotta per la tutela e la salvezza del lavoro, di quel grande fatto umano che è il lavoro. Fin da bambino ho imparato che il valore dell’esistenza era inscindibilmente legato al lavoro. Sono del resto due secoli che si parla di espressione della propria identità nel lavoro: è un concetto che accomuna capitalisti e comunisti. Anche nella cristologia si possono trovare visioni simili. Ora, tuttavia -  (…) -, sento sorgere un dubbio su questa scala di valori, che in passato ritenevo tanto assoluta. Un evento fondamentale è stato per me lo sviluppo della macchina, prodotto dell’industria moderna. Chi verrà dopo di noi scriverà che nel XX secolo le macchine hanno straripato, si sono diffuse inondando il mondo, a seguito di una rivoluzione sconvolgente che ha posto al suo centro l’atto meccanico del produrre. Io sono stato addentro a questa logica e ho combattuto questa battaglia. Ora, però, temo che tutti dormano, che si siano dimenticati momenti ulteriori dell’esperienza umana, che ritengo invece essenziali al pari del lavoro. Ciò significa che è necessario un grande passo in avanti. Non basta più chiedere una ulteriore settimana di vacanza, bisogna invece spostare l’intero asse dei valori. Non bisogna più avere soltanto la scala del reddito medio o minimo, oppure del tempo con cui si produce qualcosa. Mi spavento quando sento il poco valore assegnato alla “perdita di tempo”, quando vedo l’inganno che rappresenta l’espressione stessa: “perdita di tempo”. Allo stesso modo mi spaventa il disprezzo verso il notturno, verso quel che è l’io, che a me pare una soglia e che è in fondo l’aprirsi di un’altra sfera, il liberarsi di qualcosa di sé, inteso però anche nel suo senso più preciso e letterale, come disse Freud. Mi spaventa una società che non se ne cura, che lo manda al diavolo se la macchina ha bisogno di lavorare durante la notte. Al diavolo però vanno non solo le ore che si perdono, poiché non si tratta soltanto di quantità di tempo: è la qualità di quel tempo a essere perduta. Si perdono l’inoltrarsi nel sogno, il vagabondare, il contemplare. Di nuovo, il contemplare.