"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
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martedì 24 dicembre 2024

Strettamentepersonale. 34 “Racconto di Natale”.


RaccontodiNatale”. “La macchia di Lutero”, racconto di Andrea Vitali edito da “Garzanti” e pervenutomi – in omaggio - da ILLIBRAIO.IT: L’oste Perin era noto così, Oste Perin. Per tutti, ormai, era quello il suo nome. Ne era convinto pure lui, che rispondeva al volo quando lo chiamavano in quel modo piuttosto che Antonio, come risultava all’anagrafe. L’Oste Perin era gestore del Circolo dei Lavoratori, tra i vari locali del paese quello che godeva di maggior fama quanto a degustazione a prezzo modico dei cosiddetti prodotti tipici del lago, in realtà un’accozzaglia di cibi mutuati da questa o quella gastronomia dei territori limitrofi: pochi i piatti davvero autoctoni, forse anzi uno soltanto, i missoltini, che peraltro con questa storia non c’entrano niente. Classe 1903, aveva scapolato dalle due guerre mondiali. Troppo giovane per la prima, troppo vecchio per la seconda. Non lo si poteva accusare di vigliaccheria o di essersi imboscato, il destino aveva voluto così. Tuttavia, aveva avuto un fratello, ragazzo del ’99, caduto sull’Isonzo nel corso della prima, e uno zio, lo zio Gusto, classe 1919, che era tuttora dato per disperso sul fronte russo. Forte della sua incolpevole assenza in qualsivoglia teatro di guerra, quando nella sua osteria il discorso verteva su quest’ultima si sentiva in diritto di dare pareri. Sosteneva la tesi che la guerra allungava le sue zampe anche su chi non l’aveva fatta, indebolendone lo spirito. Bastava pensare a coloro che avevano avuto un morto, un disperso, che avevano patito la miseria e ancora la pativano, agli orfani, alle vedove. Quelli erano i mali che la guerra, pur se finita da tempo, s’era lasciati dietro. Mali inguaribili? chiedeva con una certa enfasi. Certo che sì! si rispondeva. E non si poteva fare niente per lenirli almeno un poco? Di nuovo rispondeva lui per conto dell’uditorio: Sì, certo che si poteva! Guardare al futuro, quella la medicina, senza dimenticare le brutture del passato.

mercoledì 30 dicembre 2020

Strettamentepersonale. 31 Catanzaro: «È città rupestre e a pan di zucchero, come Orvieto in Umbria e Avranches in Normandia...»

 

A lato. Veduta settecentesca di Catanzaro in una incisione di Claude-Louis Chatelet.

Questo è un “post” che dedico alla mia “piccola città”, per dirla con Francesco Guccini.

lunedì 27 luglio 2020

Strettamentepersonale. 30 “Flipper” e l’imprevedibilità della vita.


C’è sempre l’imprevedibilità della vita (in agguato)! Avevo toccato appena il traguardo degli anni ***tanta che la predetta imprevedibilità ha ri-fatto capolino nella mia vita. La prendo alla larga. Ho sempre desiderato avere ed accudire un “amico dell’uomo”, ma le circostanze familiari e della predetta vita hanno sempre deluso quel mio accorato desiderio. Mi portavo appresso i cari, carissimi ricordi della mia fanciullezza e della mia pre-adolescenza, ricordi arricchiti da altrettanti piccoli “amici dell’uomo” che, ricordo bene, avevano tutti una particolarità: facevano tutti, indistintamente, di nome “Fido”, alludendo certamente alla qualità loro su cui si scommetteva e si contava di più.

giovedì 4 giugno 2020

Strettamentepersonale. 29 «Agnosco stylum romanae curiae».


Esiste un “affaire Enzo Bianchi”. È inutile che lo si nasconda. Lontano, anzi lontanissimo dalla “sensibilità” propria di chi “crede”, non tantomeno ne sono rimasto colpito io che mi arrovello nella “sensibilità” propria di chi “non crede”. Ho letto il pezzo di Enzo Bianchi "Essere umili aumenta la libertà" pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” dell’1 di giugno e non trovo – anche a volerla disperatamente cercare - la “certezza” con la quale quell’”affaire” lo si presenta. Ne dubito molto, conoscendo come quel seggio temporale issato in Roma abbia nei secoli assurto a schiatta non proprio in sintonia con l’insegnamento dell’Uomo di Nazareth. Scriveva il priore di Bose in quel Suo pezzo: “Se vogliamo vivere una vita umana degna di questo nome, ogni giorno dobbiamo trovare tempo per riflettere, per assumere interiormente le esperienze che viviamo”. Come sta quell’”affaire” con un pronunciamento di sì enorme spessore? Può sussistere semmai una ambiguità tra il proprio “professato” e la vita del quotidiano? Mi soccorre alla bisogna una citazione che traggo dall’autobiografia di quel grande del cinema che ha per nome Woody Allen.

sabato 9 maggio 2020

Strettamentepersonale. 28 Cordero: «Nello stato attuale dei costumi italiani l'impunità proterva è titolo eminente».


Ieri mi sono concesso un “riposino”. La cosa non è sfuggita alla carissima amica Agnese A. che in un Suo premuroso messaggio su Whatsapp mi scrive: “…ieri sera ho sentito la mancanza di un tuo nuovo post…”. Come non esserLe grato per la considerazione e l’attenzione accordatemi. Uno stimolo in più per continuare in questa impresa. Ma oggi, in questa ripresa, mi corre l’obbligo di ricordare un Maestro ieri scomparso. Chi di noi non ha avuto nella propria vita un qualcuno che lo si potrebbe definire la personale “cometa”, che illumini e indichi la via? Franco Cordero, ieri scomparso, è stato una guida nel mio bisogno di ricerca della umanità vilipesa. Lo è stato “cometa” al pari di Umberto Eco; è per questo motivo che mi ritengo particolarmente fortunato, non una, bensì due “comete” hanno illuminato il mio incerto cammino. Franco Cordero - che è stato valente giurista - mi ha avvinto per la maestria somma profusa a piene mani nella nobilissima arte della scrittura.

mercoledì 19 febbraio 2020

Strettamentepersonale. 27 «Figli un po' di Umberto, tutti noi: della sua logica, del suo metodo e soprattutto del suo rigore».


19 di febbraio dell’anno 2016: moriva Umberto Eco. Mi trovavo allora in Milano e la ferale notizia si diffuse rapidamente per quell’affannata metropoli ove tutti corrono come disperatamente. Albergavo nella zona di Certosa ma mi portai rapidissimamente nella zona del Castello Sforzesco nella quale sapevo si trovasse l’abitazione del Grande. Non ricordo più per quanto tempo abbia gironzolato per quella zona della città, come a voler percepire l’aura ultima di quel Grande che non c’era più. Tanta era stata la mia emozione alla notizia di quella dipartita. Quattro anni senza Eco. Sono tanti. Di seguito “Il ritorno a casa di Umberto Eco” di Roberto Cotroneo, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 31 di luglio dell’anno 2019: Alessandria - È tutto qui intorno il mondo giovanile di Umberto Eco. In uno spazio che lui ha saputo ripercorrere come fosse un luogo dilatato e leggendario. Si pensi solo al racconto dell'amico visto per l'ultima volta in Piazza Garibaldi, e che sarebbe morto sotto un bombardamento. Al modo in cui ha raccontato una piazza grande ma non così smisurata come la descrive lui, come fosse un'epifania. Si pensi a questi due fiumi, il Tanaro e la Bormida, su cui è riuscito a tessere un racconto che ha portato a un ritratto antieroico di Alessandria, in tempi di retorica e di falsi eroismi. Si pensi a queste strade, a questa Biblioteca Civica con molti codici e incunaboli e libri preziosi che ha frequentato anche lui. E a qualche centinaia di metri c'era la libreria di Cesarino Fissore, il suo amico libraio, poco più giù abita Gianni Coscia, compagno di scuola e amico di una vita intera. Si pensi a quella piazza che qui ancora chiamano tutti piazza Genova, toponomastica di prima dell'ultima guerra, ora piazza Matteotti, dove Umberto giocava bambino con fionde e battaglie estenuanti e si faceva appunto chiamare ironicamente: "Il terrore di piazza Genova". E ancora facendo qualche centinaia di metri in più, forse un chilometro, si arriva al convento dei frati, dove ancora oggi si recita Gelindo, e poco distante la farinata di Savini, una sua passione. Sono ricordi di Umberto, sono ricordi di tutti, qui. Anche se oggi non saprei, perché lo spirito dei luoghi scompare assai più velocemente di un tempo. Ed è soprattutto per questo che servono i monumenti: più che a celebrare aiutano a innescare i ricordi, a non dimenticare, a ritornare persino. (…). E non c'è speranza senza storia e memoria. Sono passati poco più di tre anni dalla scomparsa di Umberto Eco, da quel 19 febbraio 2016. Tre anni da quella cerimonia al Castello Sforzesco di Milano dove hanno parlato in molti, ricordandolo, ma anche raccontando quello che ci lasciava e le cose di cui avremmo dovuto far tesoro. Ma è da qui che bisogna partire per capire cosa manca della sua voce oggi. Quel vero mondo del nord, fantasioso e solido, acuto e senza eccessi. Fulmineo e silenzioso. Quel nord di radici solide, di poche parole, di concretezza che ancora percepisco per queste strade. Come un filo che non si interrompe, perché erano le sue strade come le mie. Umberto ha mantenuto un legame con questa città per tutta la sua vita. Tornava per gli amici, quasi sempre in forma privata, soprattutto dopo che il successo de Il nome della rosa, lo aveva trasformato nell'intellettuale più richiesto al mondo. Era costretto a difendersi da una popolarità che certo non si aspettava alla soglia dei 50 anni. Ma tornava qui e ricordava, amava i suoi luoghi, a cominciare dal suo liceo, quello ancora intitolato a Plana, ma che nel futuro, rotto oggi finalmente il ghiaccio, potrà essere intitolato a Umberto. Perché i ragazzi di questa città, che mai leggeranno i testi scientifici ma desueti del Plana, potranno cercare i libri di Eco e cominceranno a leggerlo. Se Eco era figlio di questo luogo, di Alessandria, e lo era profondamente, allora per noi ragazzi, cresciuti in una città senza miti, grigia, nebbiosa e meno attraente di altre, sapere che se da un posto del genere era uscito un tipo come lui, beh allora non tutto era perduto. Si parla spesso di Eco come geniale inventore di calembour, paradossi, giochi linguistici. Era un uomo divertente perché non perdeva mai di vista il senso delle cose che faceva. Sosteneva sempre: divertirsi sì, ma con serietà. Ma aveva una capacità di comprendere le cose che non aveva paragoni. Senza compiacimenti, senza farla troppo lunga, senza mettersi la divisa da intellettuale, da scrittore, da professore: perché non ne aveva bisogno. Uno che aveva capito come nessuno le derive della nostra società. Il destino di questo paese. Senza atteggiarsi a profeta, che non era e non voleva essere. Ma proprio qui, davanti a questo monumento a Umberto che vigila sul tesoro di libri che questa città ha messo assieme in tanti anni, io voglio ricordare le parole di Eco in un suo vecchio articolo dedicato a questa città, alla sua città.

venerdì 27 dicembre 2019

Strettamentepersonale. 26 «Gli inganni dell'io».


Ha scritto Umberto Galimberti in “Gli inganni dell'io”, pubblicato su di un supplemento al quotidiano “la Repubblica” dell’8 di maggio dell’anno 2010: Recita la sapienza greca: - Chi conosce il suo limite non teme il destino -. Incominciamo a dire che, a differenza di tutti i mammiferi, ma qui potremmo dire anche di tutti gli animali, gli uomini non hanno istinti, ma solo pulsioni a meta indeterminata. Non potremmo altrimenti concederci a tutte le perversioni, cosa che non sembra sia concessa agli animali, e tantomeno alle sublimazioni che consentono di trasformare una pulsione sessuale in un'opera poetica o d'arte. Grazie a questa indeterminatezza biologica, l'uomo è libero. La libertà, infatti, non scende dal cielo, ma dipende dal fatto che l'uomo non è codificato da istinti, che sono risposte rigide agli stimoli. In questo modo abbiamo fatto un po' d'ordine tra le illusioni dell'uomo che trae vanto della sua libertà e di tutte le creazioni che la libertà gli concede. Tra queste, la più potente, la più significativa è quella che abbiamo chiamato io, che di fondo, come dice Derrida, è solo uno pseudonimo con cui cerchiamo di tenere a bada quel baccano indiavolato di demoni che ci abitano. Quando ci riusciamo, affidiamo all'io il compito di costruire la nostra biografia, nella ricerca disperata di un senso che la morte sconfigge, riportandoci alla nostra vera realtà che è poi quella di essere semplici funzionari della specie, la quale ci fornisce per un certo tempo una sessualità per la procreazione e un dose di aggressività per la difesa della prole. Finché la morte non azzera tutti i nostri progetti, riconducendoci alla verità che il nostro io ha cercato in tutti i modi di tenerci celata, per consentirci di vivere per il tempo che ci è stato concesso. La nostra morte, quella che non riusciamo mai a pensare, quella per cui un paziente di Freud, un giorno ebbe a dirgli: - Ho fatto un patto con mia moglie. Quando uno di noi due morirà, io vado a Parigi -. Inganni dell'io, inganni d'amore che noi pensiamo sempre rivolto agli altri, quando invece è sempre amore di sé. Ed è per il terrore che ci incute l'idea di perdere l'amore che abbiamo durante la vita maturato per noi stessi, che ci atterrisce la morte. Diventare consapevoli di tutto questo non induce alla disperazione (sentimento appropriato a tutti quanti hanno sperato, esagerando nel loro desiderio al di là della condizione umana), ma piuttosto alla consapevolezza del proprio limite, attenendosi al quale, come dice la Sapienza greca, non si teme il destino. Quanta più grande bontà circolerebbe se non cadessimo vittime della tracotanza dell'io e quanti inganni d'amore eviteremmo se diventassimo consapevoli della sua caducità come caduca è la nostra vita. Solo da queste premesse può nascere l'entusiasmo nei momenti alti della nostra esistenza e la capacità di sopportare il dolore che ci consegna alla nostra ineludibile mortalità. Del resto, ce lo ricorda Nietzsche, se riuscissimo a immaginare “il giorno in cui si spegnerà quella stella dove ha fatto la sua comparsa l'uomo, ci renderemmo conto che fu l'attimo più tracotante e menzognero della storia dell'universo, perché in quell'attimo l'uomo pensò che i cardini dell'universo ruotassero intorno a lui”. È stato rileggendo la dotta riflessione del professor Galimberti, che ho prima trascritto nella sua interezza, che mi sono ricordato di un incontro fatto tanti anni or sono nel mezzo, come poeticamente potrebbe dirsi, della “mia giovinezza” che è trascorsa oramai. E ripassano nella mia mente quelle straordinarie parole di allora allorché, stupefacendomi, quel mio canuto interlocutore ebbe a dirmi – sarebbe giusto che nella nostra vita non si facessero promesse – aggiungendo subito dopo, scoprendo forse il mio stato di enorme sorpresa suscitato da quelle Sue parole, - poiché più che le promesse sarebbe bene nella nostra vita farci carico dei desideri dell’altro e delle persone amate e quei desideri realizzarli senza avere promesso nulla -. È stato per questo che nella mia vita ho cercato, forse non riuscendoci sempre ed appieno, di indovinare i desideri delle persone care o a me vicine facendomene carico senza apparirne il realizzatore. È stato un bell’esercizio per il mio ”io”. Un “io” al quale mi è stato difficile, nel corso degli anni, sottrarre il mio vivere quotidiano. È accaduto anche che le onerosità della vita, le convenienze sociali, la condizione alla quale tendo d’istinto di “cittadino riflessivo”, abbiano posto sotto ferreo controllo quell’”io”, lo abbiano spesso “ristretto” in ambiti angusti affinché concedesse l’emergere degli altri “talenti”, seppur ce ne fossero, che la mia realtà psico-fisica, al di là della pura e semplice mia complessione, doveva pur contare. È spesso accaduto. Ma l”io” latente, ristretto e/o costretto, non ha tardato a farsi sentire, a porsi in seria competizione/lotta con quella parte del mio essere che per educazione, cultura, esercizio o quant’altro lo aveva posto nelle condizioni di non esorbitare occupando nella sua interezza la mia esistenza, condizionandone il rapporto con gli altri o meglio con il “prossimo” tutto. Non nascondo i tormenti derivanti a seguito dell’intestina violenta lotta tra quell’”io” tante volte mortificato, combattuto e costretto a starsene buono buono affinché fossero soddisfatte le richieste e le necessità derivanti dalla onerosità propria del vivere o dall’impegno mio per una cittadinanza attiva e responsabile, e la razionalità propria dell’essere portatore fortunato di quei pochi “talenti”, che ha cercato caparbiamente di mettere in atto, nel quotidiano,  quelle parole di vita che sono state come una flebile ma non spegnibile  fiammella nel non sempre facile percorso della vita.

giovedì 19 dicembre 2019

Strettamentepersonale. 25 «Siamo gamberi della nostra stessa vita».



Non Vi sbalordisca e non crei scompiglio nelle vostre radicate certezze se dico che ho un interesse “minore” per la mia realtà biologica rispetto all’interesse, maggiore, che riservo alla mia realtà a-biologica, quella legata al pensiero ed alla “consapevolezza” dell’esistere. Il biologico non assicura “consapevolezza” dell’esistere, ché altrimenti tutte le forme biologiche ne dovrebbero avere una piena contezza, amebe incluse. È certo che mi interessi del mio stato di salute, che me ne preoccupi in date circostanze, stato di salute che è strettamente aspetto biologico della mia realtà ma non del mio “esistere”, che è solamente il mio apparire ma non il mio essere, ma non disdegno di pensare che anche esso, il mio stato biologico di benessere, possa avere un qualche remoto legame con la mia struttura di pensiero, con quella che chiamo sovente la mia “impronta psichica”. Sono interconnessioni intuite – ma solamente intuite, si badi bene - da tempo, ma non ancora convenientemente indagate e scientificamente dimostrate; sarà possibile mai una dimostrazione esaustiva di una tale interconnessione del corpo con il proprio pensiero? Ma torno ad affermare come preminente mi appaia la “salute” della mia “impronta psichica”, persa o compromessa la quale ben poca cosa sopravviverebbe di me stesso, della mia percezione del vivere ma ancor più della mia “consapevolezza” di vivere “un tempo”, anzi “il tempo”, un tempo preciso e difficilmente scambiabile con un altro tempo che sia diverso dal mio. Pensavo a queste cose al tempo della notizia del mancamento, esorcizzato ma purtroppo dolorosamente avvenuto, di un carissimo amico, R. D*N., che ci fu carissimo assai, e che ci ha lasciati, in quell’amaro momento, la levità del Suo “vivere”, la Sua “educazione” senza pari, come intrisa fuori da questo tempo, la Sua consapevole “remissività” che gli faceva da fedele compagna allorquando le immancabili “storture” della vita non mancavano di tediarlo. Gli amici se ne vanno, quasi in punta di piedi, per non disturbare il turbinio di questo inquieto mondo, e di essi non ci rimane che la loro memoria, memoria che è quella speciale categoria dello spirito che connota il nostro precario transito in questo mondo. Ma è essa, la memoria, l’unico mezzo che conforta e rafforza la nostra “consapevolezza” d’essere al mondo e nel “tempo”, e dopo, per il tramite d’altri, d’esserci stati nel mondo. E gli amici che ci hanno lasciati e che ci lasciano, dismessa la propria realtà corporale, lasciato oramai quell’inutile ingombro, me li immagino incamminarsi per gli inesplorati sentieri e per sempre verdi distese a coltivare la memoria, unica ancora che ci tiene ben fermi e radicati a quello che è stato il nostro reale “vivere” nel tempo. Ha scritto Giacomo Papi in una Sua memoria che ha per titolo “Noi stessi”, memoria pubblicata sul supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica” (marzo 2011), che di seguito trascrivo in parte: “Il passato ci gonfia e ci abita, ci esiste in segreto davanti, senza rivelarci mai che siamo già avvenuti. Camminiamo a ritroso dentro la storia. Siamo gamberi della nostra stessa vita. Soltanto ciò che è avvenuto esiste davvero e per sempre. Per questo cerchiamo di restare”. Dovrebbe essere la paura di non lasciare nulla nel nostro dopo, al di là della paura della nostra “morte biologica”, che dovrebbe spingere ciascuno a quella “religiosità” della vita, ad una indispensabile, irrinunciabile “religiosità” della vita, che non abbisogna di precettistica e di indottrinamenti particolari, “religiosità” che viene oggigiorno disdegnata per godere pienamente dell’abbraccio suadente, che tradisce, del momento fuggevole ed incerto che si è chiamati spensieratamente a vivere. Ancora Giacomo Papi: Il passato ci gonfia e ci abita, ci esiste in segreto davanti, senza mai rivelarci che siamo già avvenuti. (…). Gli chiedo: - Dimmi una cosa passata di moda -. Risponde: - Me stesso -. (…). Ci allontaniamo a piedi su strade costruite tanto tempo fa, sovrastati da case che hanno ospitato le vite di centinaia di persone che non ci sono più e anche noi, mentre parliamo, siamo fatti di passato. - Se penso a tutte le cose che sono stato -, dice, - alunno di judo, di nuoto, delle medie, delle superiori, se penso alle mode che mi hanno attraversato, ai pantaloni che ci facevano indossare da bambini e a quelli che mi facevo indossare io da adolescente, so che l'individuo più passato di moda sono io. Sono tutti. Andrò avanti così per tutta la vita finché non potrò essere altro che niente. Non c'è verso di essere contemporanei checché ne dicano gli stilisti -. Come istantanee, rivedo i baffi all'ingiù di mio papà, gli ombretti di mia mamma, la nostra Ami 8 beige, Kabir Bedi, lo zio Zeb della Conquista del West, Fonzie, Miguel Bosé, Lio, le Superga d'inverno. Se non ci fosse memoria, si dice, non avremmo identità. Noi siamo i nostri ricordi, solo che i nostri ricordi sono tutti fuori moda. - L'istante è un germoglio dalle radici infinite che immagina l'albero che non diventerà mai -, scrive Junichiro Kawasaki, il poeta giapponese. E poi conclude: - Il presente è una scoreggia del passato che si disperde nel futuro -.

sabato 7 dicembre 2019

Strettamentepersonale. 24 «Gli uomini hanno perduto quella che Goethe chiamava “la natura originale”».


Sentite questa – o meglio leggete “questa” come molto garbatamente qualcuno mi ha fatto notare e consigliato -. Si era in un bel gruppo di persone simpatiche e molto interessanti. Si conduceva, in quel gruppo, un conversare molto conviviale per il quale era stata stabilita “a priori” una regola precisa, ovvero di bandire senza se e senza ma da quel nostro lieto e lieve conversare tutto ciò che riguardasse la becera attualità politica del bel paese e tutto ciò che riguardasse lo sfasciume morale ed etico dei tempi nostri e quant’altro attenesse al mercimonio delle coscienze operato dal potere. Si era poi stabilito che, circolarmente, ciascuno raccontasse una storia vissuta in prima persona o della quale se ne fosse venuti a conoscenza. Si potrebbe dire che si conducesse un “innocente” gioco di società. Spero che i pochissimi lettori di questo blog non abbiano a fraintendermi quando utilizzo quella aggettivazione del gioco – “innocente” - non avendoci aggiunto, di proposito, l’aggettivazione di “elegante” per non suscitare perplessità e retro-pensieri. Ho avuto modo così di ascoltare storie molto belle, altre molto interessanti, ilari alcune, molto commoventi tante altre ancora. Al mio turno ho voluto raccontare la storia fantasiosa contenuta nel film di Ermanno Olmi “Il segreto del bosco antico”, che da poco avevo rivisto, opera cinematografica di prima grandezza tratta da un racconto di Dino Buzzati e magistralmente recitata da quel grande attore che è stato il nostro amatissimo Paolo Villaggio. E così ho raccontato del colonnello Sebastiano Procolo – Paolo Villaggio - e del suo nipote, il piccolo Benvenuto, e di come lo zio brigasse per eliminarlo fisicamente per entrare in possesso dei suoi possedimenti avuti in eredità. Ho già detto che la storia raccontata da Ermanno Olmi è una storia che sa molto di favola, di fiaba antica, nella quale lo zio Sebastiano ingaggia finanche il topo della casa affinché rosicchi le travi in legno del soffitto per causarne il crollo e di conseguenza la morte dell’innocente nipote. È una storia straordinaria “Il segreto del bosco antico”, piena di geni che vivono negli alberi del bosco, di venti che hanno linguaggio umano – il vento Matteo –, di animali che comunicano sentimenti come gli umani e rappresenta a mio parere una straordinaria fiaba ecologica ed antropologica che andrebbe fatta conoscere e divulgata anche nelle scuole, essendo peraltro supportata da una straordinaria fotografia naturalistica. In pochi, in verità, degli astanti conoscevano la storia raccontata da Olmi ed in molti, venuti a conoscenza del suo triste epilogo, ovvero della morte del colonnello finalmente pentito dei suoi pensieri omicidi, e morto dopo  essersi messo sulle tracce del nipote dato per disperso sotto una slavina, ma in verità incolume, in molti, dicevo, hanno obiettato che una favola così atroce non può essere consigliata e raccontata ai più piccoli essendo il suo contenuto, e soprattutto il suo epilogo, molto crudo e capace di ingenerare sentimenti di paura.

mercoledì 30 ottobre 2019

Strettamentepersonale. 23 «Le galline pensierose».


Quadro primo. “Una gallina un po’ incerta”. Una gallina un po’ incerta andava in giro per l’aia brontolando: - Chi sono io? Chi sono io?- Le compagne si preoccuparono perché pensavano che fosse diventata matta, finché un giorno una le rispose: - Una cogliona -. La gallina un po’ incerta da quel giorno smise di vaneggiare. “
Quadro secondo. “Una gallina sapiente”. Una gallina sapiente voleva insegnare alle compagne a contare e a fare le addizioni. Su un muro del pollaio scrisse i numeri da 1 a 9 e spiegò che mettendoli insieme se ne potevano ricavare altri più grandi. Per insegnare le addizioni scrisse su un altro muro: 1 + 1=11; 2 + 2=22; 3 + 3=33 e così via fino a 9 + 9=99. Le galline impararono le addizioni e le trovarono molto convenienti.

mercoledì 17 luglio 2019

Strettamentepersonale. 22 In morte di Andrea Camilleri.


A lato: il poster dello spettacolo mancato "Autodifesa di Caino".

Abbiamo amato Andrea Camilleri da subito, dalla prima lettura che ne facemmo. Si era in viaggio per quelle “trasferte” che, dal profondissimo Sud, motivi urgenti ci impongono e che molto opportunamente vengono definite “viaggi della speranza”.

domenica 5 febbraio 2017

Strettamentepersonale. 21“Ripartiamo dai cittadini del No”.



C’è stato il tempo dello “zoccolo”. Ne scrivo non tanto per rinverdire quella epica stagione trascorsa che mirabilmente ci ha rappresentato quel Maestro che risponde al nome e cognome di Ermanno Olmi nel Suo “L’albero degli zoccoli”. Non mi riferivo a quei “calzari” che le povere, diseredate masse contadine intagliavano nel duro tronco degli alberi. Il mio “zoccolo” ha a che fare con la “politica”, ovvero con una parte della “politica” anch’essa di un tempo andato. Si diceva allora di uno “zoccolo duro” che contrassegnava la vita delle formazioni politiche ad ispirazione di “sinistra”.

mercoledì 6 luglio 2016

Strettamentepersonale. 20 “Z. B. e lo psicocomunista”.


A lato: “Salome, Zebedeo e i loro figli Giovanni e Giacomo”, dipinto di Hans Süß von Kulmbach (Saint Louis Art Museum, Saint Louis, Missouri).

Ho pensato a Z. B. – che solamente da poco tempo ci ha lasciati per sempre alla  età di 94 anni  - rileggendo “Lo psicocomunista”, un’intervista di Wolfram Eilenberger e Svenja Flasspölheral al sociologo Slavoj Zizek pubblicata sul quotidiano la Repubblica del 31 di marzo dell’anno 2012. Ho pensato a Z. B. poiché ha rappresentato proprio quel “comunista” lì, quel “comunista” tratteggiato per l’appunto da quel fine intellettuale, “comunista” per sempre nella sua lunga vita di valente artigiano vissuta in un ameno borgo ai piedi dei Nebrodi boscosi. Ho conosciuto Z. B. tardi pur avendone sentito parlare tanto, allorquando la comune amicizia di P. D. riferì del Suo desiderio di conoscermi avendo saputo del mio passato a vocazione “sinistrorsa”. Non persi tempo ed andai a trovarlo nel Suo “atelier” e lo trovai preso ancora dalla Sua creatività ed operosità. La prima cosa che mi disse, offrendomi una sedia sulla quale sedere, fu: - Su questa sedia si è seduto anche Giorgio Napolitano -. E poi mi disse dei tanti altri politici – della “sinistra” sempre - che s’erano seduti su quella sedia, uomini politici che, capitati nei loro giri elettorali in quelle amene contrade nebroidee, non disdegnavano d’andare a fare visita a quel “comunista”, ché come tale l’ho conosciuto e che mi fa ora che non c’è più piacere pensare essere volato in cielo con quell’immutata Sua grande “fede”. Ho pensato a Z. B. poiché nel Suo pensare e parlare dell’essere un “comunista” ho vista l’incarnazione di quanto Slavoj Zizek ha sostenuto in quella lontana intervista:

mercoledì 6 gennaio 2016

Strettamentepersonale. 19 “Ben ritrovato, nuovo anno”.



Non so se Voi abbiate concluso felicemente e con soddisfazione grande il vostro giro augurale. È che andando io speditamente ed ineluttabilmente verso il traguardo dei “tanta” l’afflato si spegne ed il disincanto di quegli anni (i tanto attesi “tanta”) offre visioni nuove e dischiude orizzonti che, seppur intuiti nelle decadi precedenti, assumono significati e pregnanze nuove. Mi soccorre alla bisogna il sommo Poeta di Recanati che nelle Sue immortali “Operette morali” - “Dialogo di un  venditore d’almanacchi e di un passeggere” – andava poetando così:    

domenica 27 settembre 2015

Strettamentepersonale. 18 “Storia di J. e L.”.



“Ricami pietrosi” di Silvia Ripoll Lopez. “Fare arte” con i ciottoli del mare.

Mi concedo un “divertissement”. La “storiella”, comunemente denominata “barzelletta”, mi è stata raccontata da G.B. al tempo in cui intrattenevamo continui incontri goderecci ed al contempo allegri e scanzonati. Altri tempi in verità! Giovanili. Dunque: Francesco, che è quello di Assisi, soleva andare per le pubbliche vie stringendo alle sue esili caviglie una specie di collare, o meglio di cavigliera, una per caviglia per l’appunto, sulle quali cavigliere un provetto artigiano aveva fissato innumerevoli trillanti campanellini. La stranezza di Francesco la si comprende meglio allorché si pensi al suo alto senso ecologico e di rispetto per tutti gli esseri viventi, nessuno escluso. Orbene, quelle cavigliere portate a mo’ di collare sugli arti inferiori avrebbero dovuto avvisare, con il loro scampanellio, il passaggio del “poverello” di Assisi per le vie cittadine ed oltre di quei tempi oscuri. E sembra che la trovata desse un suo positivo risultato tanto che anche le forme di viventi più piccole riuscivano a non essere calpestate dal passo, in verità leggero, di quel “poverello”. Avvenne così che un giorno il “poverello” si imbattesse in una piccolissima formica che, nonostante lo scampanellio dell’arnese, non si peritava d’abbandonare la sede della viuzza di campagna percorsa da Francesco. Non poteva mancare che quell’anima buona e pia non si accovacciasse per la strada e raccogliesse nel palmo delle sue mani delicate l’inerme imenottero. Così come non poteva mancare che a quel sant’uomo non sfuggisse lo “sguardo” sperduto ed implorante dell’inerme insetto. Avvenne così che, per i soliti inspiegabili miracoli che lo sono soltanto per i duri di cuore, tra i due, ovvero quel Francesco di Assisi e l’imenottero, avvenisse un intenso, appassionato dialogo. Francesco: - Cosa ci fai costì? -. La formica: - Passavo -. Francesco: - E dimmi, come ti vanno le cose? -. La formica: - Mica tanto bene. Ieri l’altro l’è morta la mia mamma -. Francesco: - O poverina! E poi dimmi dell’altro della tua vita -. La formica: - È che mesi addietro, per una terribile epidemia, se ne sono andati anche i miei fratellini e le mie sorelline -. Francesco: - Ed il tuo babbo? Che ne è del tuo babbo? -. E la formichina di rimando: - È che il mio babbo non l’ho mai conosciuto -. E fu a questo punto che quel sant’uomo si risolse in una decisione che certamente gli sarà costata molto. Avvicinò il suo viso scarno al piccolissimo essere vivente e con fare affettuoso le sussurrò: - Ed allora muori anche tu! -. E la schiacciò con il suo lungo ed affusolato dito indice. Fine della “storiella”.

martedì 19 maggio 2015

Strettamentepersonale. 17 “Corrispondenze”.



Caro Aldo e chi può darti torto su una serie di questioni che tu poni. Il liberismo, ed aggiungerei il termine selvaggio, che provoca squilibri, i meriti della cultura di sinistra ai tempi del capitalismo primordiale, e per venire a tempi più recenti i guasti che han prodotto “i politicanti della mala politica" come tu la chiami. E però è mia convinzione che ci si trova in questa triste situazione non tanto per colpa del liberismo, che nell'Italia del dopoguerra non è mai stato selvaggio, ma per chi ha governato questo paese negli ultimi 40 anni. Mi riferisco ai governi del CAF, a quelli del CAV (ambedue governi del…) e non solo a quelli. Se "il bel paese" come tu lo chiami ha problemi che altri paesi europei, anch'essi ad economia di mercato, non hanno, le responsabilità vanno ascritte ai nostri vecchi governanti, con qualche eccezione; almeno a parer mio. Non ci sarebbero più le classi nei paesi sviluppati. Non è vero, anche se rispetto al passato molte cose sono cambiate. Mi pare che la classica ottocentesca distinzione tra sfruttati e sfruttatori, quanto meno in Italia, sia  un po’ sorpassata. Con il che non voglio dire che non ci sono situazioni di bieco sfruttamento, o quanto meno anomale. Ma i tempi dei padroni in cui i datori di lavoro erano padroni della vita degli operai è passato. Ci sono imprenditori e dipendenti, (classi sociali distinte ed contrapposte), ma che spesso hanno un unico obiettivo ed un interesse coincidente. Sono ambedue classi sociali produttive e poi ci sono le classi sociali improduttive o parassite. Ed ancora. Tu dici di questioni planetarie, sulle quali siamo d'accordo, io dico di questioni italiane sulle quali siamo in profondo disaccordo. È mia convinzione che in Italia la sinistra radicaleggiante ha creato danni. E non mi riferisco solo a Bertinotti che ha messo in crisi il "dignitoso" governo Prodi. Ricordo anche che alcune nostre opzioni non han raggiunto gli obiettivi che si erano proposti. E, per fermarci al campo scolastico, organi collegiali, progetti, per quella che è stata la mia esperienza, non han dato buoni frutti. Ed intanto tutti ancora oggi parlano di una scuola pubblica che va riformata (se ne parlava quando io iniziai ad insegnare almeno 45 anni fa) di un welfare che va riformato, di una Costituzione (seconda parte) che va riformata e che in tanti anni nessuno ha fatto. Per la verità qualcuno ci ha provato a riformare la Costituzione. La riforma di Berlusconi (cattiva) fu bocciata da un Referendum. Quella sul titolo V della Costituzione, a cavallo dei governi D'Alema ed Amato, andò in porto ma fu un pateracchio. Ho riportato forse il discorso su un terreno troppo  pragmatico, ma fermi la purezza degli ideali dei nostri anno verdi, è con questi problemi che dobbiamo misurarci. Ma tra le grandi questioni planetarie, che non sono solo quelle della cattiva Finanza, della povertà del terzo mondo e del liberismo selvaggio aggiungerei anche quella, che non può non preoccuparci di una parte del mondo islamico che distrugge tesori e minacci sfracelli. A Bologna mi è capitato di ascoltare su questi temi Lucio Caracciolo che ha presentato l'ultimo numero di Limes e Domenico Quirico il cronista de "la Stampa" ostaggio degli jiadisti per molti mesi ed autore del libro "Il Grande Califfato". Da angolature diverse ambedue prospettavano i gravi rischi che l'Occidente corre, ma avevano difficoltà ad indicare soluzioni. I problemi sono tanti e grandi e non si possono discutere con mail. E poi su tanti temi a me personalmente mancano le conoscenze e le competenze. Se la cosa non ti disturba potrò continuare a mandarti qualche mia considerazione  sperando di non suscitare grosse indignazioni e risposte risentite che non si addicono al tuo stile, sempre rispettoso di chi la pensa diversamente. In allegato potrai trovare stralci di una corrispondenza avuta con un cugino di *****, nonché mio vecchio amico di *****, in cui appunto qualche ulteriore riflessione sui temi di cui noi, da diverse posizioni, abbiamo discusso. Una ultima cosa: Renzi non sarà gran cosa, ma le cose le fa. Io lo chiamo il Bullo Fiorentino ed a volte il Divin bullo. Tu lo chiami il menestrello. Non è il solo menestrello che ci troviamo tra-i piedi o...... tra-vaglio. Tra i Bulli in circolazione e che dettano legge in politica (Grillo, Salvini, Brunetta) forse è il più...serio. Dicevano i latini "hoc iure utimur" di questo diritto ci serviamo. Io dico "his politicantis utimur" e va scelto se non il meglio, il meno peggio. E poi, diceva il mio Calamandrei, "per far politica non c'è bisogno di grandi uomini". Aff.*****

martedì 11 novembre 2014

Strettamentepersonale. 16 “L’eguaglianza non è più la virtù”.



Carissimo Ninì, salto tutti i convenevoli ed in questo nostro secondo incontro – un rendez-vous terra terra – vengo subito alla tua graditissima email. Lasciamelo dire: caspitina che piglio che hai! Scrivi nella email: L’aumento dei salari e degli stipendi e la diminuzione delle tasse indurrebbero più tranquillità nell’italiano medio che ancora ha un reddito, convincendolo a consumare senza restrizione alcuna: i consumi interni subirebbero un immediato incremento, che produrrebbe commesse e vendite per le aziende italiane ed estere. L’incremento delle vendite produrrebbe più occupazione e più posti lavoro e quindi farebbe sì che le aziende ricominciassero con serenità ad assumere a tempo indeterminato. Cosa si oppone a questa semplice formula? Il Capitale! (…).  Scopro in questo passaggio della tua email il lungo, forse faticoso cammino che ti ha portato a tanto sostenere, da individuare nel “Capitale” la causa prima della “crisi” che sta impoverendo le nostre vite e distruggendo l’avvenire dei nostri figli e perché no forse dei nostri nipoti. E dire che questa tua acquisizione qualcuno la classificherebbe come cultura passatista ed oggigiorno senza valore alcuno. Forse ti sarà sfuggita la mia posizione su quel tuo auspicio che hai sintetizzato laddove scrivi che sarebbe opportuno tornare “a consumare senza restrizione alcuna”. E qui caro Ninì non ci siamo proprio.