Il ventiquattro di giugno vedeva sorgere
un’alba strana sulle case vecchie della città. [...]. Silenzio fino a
mezzogiorno, persino sulle osterie. Sembravano borgate di morti. Ma dietro le
facciate impenetrabili, non era la morte, bensì l'attesa di un momento di vita
vera, sfrenata, libera; perché la gente cercava di dormire qualche ora in più
per essere più sveglia la notte quando, con il primo buio, le porte si
spalancavano, le strade si illuminavano a giorno e la gente correva fuori,
nelle strade, nei campi, sugli argini, verso le colline. Sull'erba si mangiava,
si beveva, ed era l'amore per se stesso quello che imponeva l'ebbrezza comune,
libero da distinzioni, da pudori, dalle oscure radici dell'intimità e
dell'egoismo. Era una follia antica, che s'interrompeva allorché dai campanili
arrivava il suono della mezzanotte. Sotto la luna, allora, e sull'erba già
umida, la folla ammutoliva [...]. Finché uno, il primo, non si alzava dal suo
posto e dal suo cibo, alzando le braccia e avvicinandosi al volto le mani
tremanti; si copriva la faccia con le mani, accarezzandosi sulla pelle il velo
sottile della rugiada e gridava: «La manna! La manna!...». (Tratto da “La califfa” – 1964 - di Alberto
Bevilacqua).


























