"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 30 giugno 2014

Uominiedio. 15 “A che cosa serve avere un Dio”.



È bastato l’incipit della riflessione proposta dal professor Umberto Galimberti sul settimanale “D” del 15 di marzo ultimo per far emergere pensieri e ricordi che parevano essere stati sepolti negli strati più profondi della mia memoria. Ha scritto l’illustre studioso nella sua riflessione che ha per titolo “A che cosa serve avere un Dio”: Più che discutere sull'esistenza o meno di un essere supremo, conviene chiedersi se credere nella sua esistenza è di aiuto o non è di aiuto alla vita, sempre esposta alla precarietà, afflitta dal dolore, terrorizzata dalla morte. Sin qui quel folgorante incipit. Non so di Voi, ma è accaduto a me qualcosa che trovavo inspiegabile. Maturando negli anni, attenuandosi sempre di più illusioni e speranze mi sono ritrovato ad un certo punto del mio cammino a compiere quella svolta dalla quale tutto il resto ne è derivato. Dico che, educato ad una confessione religiosa che nel bel paese va per la maggiore, giunto alla comprensione sempre più matura dei fatti e degli avvenimenti della Storia, quell’abbraccio non scelto ma familiarmente tramandato mi è parso d’improvviso come che mi impedisse un più libero respirare del mio pensiero. Ed avvenne così che, già adolescente avanzato, ruppi quei legami che mi avevano tenuto ancorato ad una struttura ecclesiale ed a tutta quella creazione di ritualità che d’improvviso mi sembrarono vuote e financo opprimenti. Ma la cosa più straordinaria è stata che quel distacco ricercato da quella religione fattasi chiesa ha comportato un distacco dalla figura principale di quella creazione confessionale, ovvero di quel Dio per il quale da quel momento in poi non ho ricercato più contatto alcuno.

venerdì 27 giugno 2014

Storiedallitalia. 56 “Al gran bar sport d’Italia”.



“Al gran bar sport d’Italia” non accenna a zittirsi l’incontenibile, indecoroso, inutile chiacchiericcio generato dalla disfatta dei cosiddetti “azzurri”. Un chiacchiericcio insulso, vomitevole, che la dice lunga sull’impronta antropologica del cosiddetto bel paese. Che la dice lunga anche su quella che è stata ed è la sua Storia. Non basta sostituire le cariatidi – nel senso di “Persona che sta in silenzio, muta, indifferente; estens. retrogrado, passatista” per come recita il dizionario Sabatini-Coletti – che hanno per sì lungo tempo occupato gli scranni alti del potere con le giovani e meno giovani acerbe menti della politica. Non basta tutto ciò. L’occupazione del potere continua nello stile che sia più consono a quell’impronta antropologica sulla quale hanno discettato in tanti, sempre malamente sopportati ed inascoltati. Scriveva l’indimenticato, sopportato, inascoltato Paolo Sylos Labini nel Suo “Diario di un cittadino indignato”: “La cultura è l’elemento unificante di una società e nella cultura rientra l’arte. (…). Ma, per la società, non meno importante è l’onestà civile della gente di ogni livello; è l’onestà civile diffusa che rende vivibile una società. L’autostima a livello popolare e la stima degli altri paesi sono la base dell’amor di patria e dell’orgoglio di appartenere ad una comunità. Esortazioni, gare sportive e festeggiamenti non sono inutili, ma senza quella base sono addirittura dannosi, perché pongono in risalto il contrasto fra l’apparire e l’essere, e l’amor di patria, quando c’è ipocrisia, invece di crescere diminuisce ulteriormente”.

mercoledì 25 giugno 2014

Uominiedio. 14 “Il boss e il prete”.



Sostiene il novello vescovo di Roma che “all’Inferno ci andranno gli iniqui, i corrotti, chi vive solo per il denaro e fa male al prossimo”. È la buona novella tanto attesa. Lo ha sostenuto in vista, forse, della implorata “scomunica” per i malavitosi. Un bel passo avanti. Ma venendo al merito ed alla Storia è sempre accaduto che la “scomunica” abbia riguardato una parte del cosiddetto popolo di Dio, quello non avvezzo alla malavita. La si è invocata ed irrogata per i più vari motivi, religiosi, politici ed anche per il vivere coniugale o familiare non in linea con la predicazione della chiesa di Roma. Non soccorrono occasioni per le quali si sia sentita tuonare quella chiesa per i malavitosi che abbiano a delinquere nelle più svariate forme. È che i malavitosi in tutte le forme hanno da sempre rappresentato il potere, la lusinga del quale ha sempre attratto gli attori di quella religione fattasi chiesa. Chiesa potente e nel tempo intollerante nei confronti di chi attentasse alla sua pratica del potere pur se risultasse, quella pratica, distante assai dall’annunciazione evangelica. E sulla “scomunica” come arma terribile per soggiogare non già i malavitosi ma, il più delle volte, l’inerme popolo di Dio riottoso, ne ha scritto il teologo Vito Mancuso sul quotidiano la Repubblica del 23 di giugno col titolo “La scomunica come arma contro l’eresia criminale”.

lunedì 23 giugno 2014

Sfogliature. 26 “Chi andrà all’Inferno: i non credenti o gli iniqui?”.



“Inferno. Perché l’uomo ha bisogno che il male venga punito” è il titolo di una riflessione del teologo Vito Mancuso pubblicata sul quotidiano la Repubblica del 13 di giugno ultimo. È che il novello vescovo di Roma, con la sua predicazione “assordante”, prova a mettere in forse le tante “credulità” che le religioni ammanniscono in abbondanza. Si chiede l’illustre teologo nell’incipit della Sua riflessione: Esiste l’Inferno? (…). Già Platone nutriva la convinzione che l’aldilà riservi «qualcosa di molto migliore per i buoni che non per i cattivi» (Fedone, 63 C) e Kant a sua volta ha affermato: «Non troviamo nulla che già sin d’ora ci possa fornire ragguagli sul nostro destino in un mondo futuro se non il giudizio della nostra coscienza, quello che il nostro stato morale presente ci permette di giudicare in maniera razionale» ( La fine di tutte le cose ). Ma il Kant è puranco quel grande che ebbe a dire: "Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”. Dell’infernale problema mi ero interessato in un post del 21 di maggio dell’anno 2007 in quella rubrichetta senza pretese che aveva per titolo “Se il divino diviene il problema”.

sabato 21 giugno 2014

Cosecosì. 83 “L’insopportabile truffa dei talk-show televisivi”.



Non  so di Voi, ma da qualche anno a questa parte vado conducendo una mia personale lotta, come un penultimo dei Mohicani, contro il rischio della collettiva “scarnificazione del pensiero”. È che da lungo tempo ho individuato tra i maggiori, subdoli artefici di quella “scarnificazione” il piccolo mostro domestico. E poi, a discendere per “li rami”, i responsabili massimi li ho individuati nei cosiddetti “talk-show televisivi”. A nessuno di Voi sarà sfuggita l’inutilità di quelle trasmissioni di pseudo-informazione. Da anni sono un disertore puntuale di quelle che definisco le colpevoli scempiaggini del piccolo mostro. Non so per Voi, ma allontanare da me quelle inutili, dannosissime trasmissioni ha comportato la riconquista di quella serenità che gli schiamazzi e le scempiaggini ascoltate per anni e anni avevano di fatto distrutto. A questo proposito ho trovato interessante una riflessione di Bruno Tinti su “il Fatto Quotidiano” del 16 di maggio ultimo che ha per titolo “L’insopportabile truffa dei talk-show televisivi”.

venerdì 20 giugno 2014

Quellichelasinistra. 4 “Le mille piazze dove costruimmo la nostra identità”.



“Quellichelasinistra” che dicono che la “sinistra” non esiste più. “Quellichelasinistra” che si sentono come presi per i cosiddetti fondelli allorquando il pifferaio di turno blatera che le riforme in cantiere sono come la “sinistra” non le ha avute mai. “Quellichelasinistra” che credono che per essere veramente della “sinistra”… “come si può pensare di fare a meno della Sinistra in una società nella quale il tasso di disoccupazione ha superato il 12 per cento, la soglia di povertà è sempre più alta, e il senso di impotenza dei giovani e meno giovani ha effetti deprimenti sull`intera società? (…). …le sorti possono cambiare (…). Possono cambiare se sappiamo spiegare di chi sono le responsabilità di questa crisi devastante: sono della Destra non della Sinistra, del giacobinismo liberistico che ha conquistato il palazzo d`Inverno prima a Londra e a Washington per poi mettere al bando in pochi anni la social-democrazia del vecchio Continente e dimostrare che al benessere diffuso si arrivava meglio e prima scatenando il capitale invece di responsabilizzarlo e regolarlo. Si tratta ora di deviare da questo percorso: la sfida non è facile, ma non utopistica (…). Certo, ci vuole coraggio.

venerdì 13 giugno 2014

Sfogliature. 25 Capitalismo e borghesia.



Per un fatto straordinario ed in verità alquanto strano è capitato che sia stato proprio il quotidiano della cosiddetta “borghesia”  a rivelare agli italiani una delle anomalie proprie del disastrato paese. Ha scritto infatti Gian Antonio Stella - “I reati finanziari invisibili” - sul “Corriere della sera” del 27 di gennaio 2014: (…). …nelle nostre carceri, il 16% dei condannati con pena definitiva è dentro per omicidio, il 5,3 per stupro, il 14,0 per rapina, il 5,3 per vari tipi di furto, il 39,5 per droga il 16,4 per reati vari ma su tutto spicca vergognosamente quello 0,4% dei detenuti per reati economici e finanziari, incluse le fatturazioni false. Cioè l’unica imputazione che può portare un evasore a varcare i cancelli di un penitenziario. Prova provata di come da noi i colletti bianchi siano trattati in maniera diversa, molto diversa, da come sono trattati i colpevoli di reati in qualche modo, diciamo così, «plebei». È la conferma di una certa idea della società che fu riassunta da Franco Frattini: «I reati di Tangentopoli non creano certo allarme sociale. Nessuno grida per strada “Oddio, c’è il falso in bilancio!” ma tutti si disperano per l’aggressione dell’ennesimo scippatore». Sarà… Ma è un caso se poi gli investimenti stranieri si sono pressoché dimezzati in Italia passando a livello mondiale dal 2% del 2001 all’1,2% di oggi? Non va così, dalle altre parti. (…). …è che in Germania i detenuti per aggressione e percosse (7.592) o per rapina (7.206) sono addirittura meno di quelli sbattuti in galera per reati economici e finanziari: 8.601. I quali sono più o meno quanti i carcerati (8.840) per droga. Solo i detenuti per vari tipi di furto (12.628) sono di più. Ma non molti di più. È un’altra visione del mondo. L’idea che un’economia sana abbia bisogno del rispetto delle regole. Lo «spread» tra la nostra quota di detenuti per reati economici e finanziari e quella degli altri Paesi, del resto, è vistoso non solo nei confronti della Germania. In rapporto agli abitanti, i «colletti bianchi» incarcerati in Italia sono un sesto degli olandesi, un decimo degli svedesi, degli inglesi e dei norvegesi, un undicesimo dei finlandesi, un quindicesimo degli spagnoli, un ventiduesimo dei turchi fino all’abisso che ci separa dai tedeschi. (…). Pensateci bene: su questo fronte siamo i primi della classe! Da noi delinquono tutti tranne quelli che un tempo venivano definiti i “colletti bianchi”. Ovvero delinquono e come i “colletti bianchi” ma nelle carceri non ci vanno a finire mai se non nella miserrima percentuale di “quello 0,4% dei detenuti per reati economici e finanziari, incluse le fatturazioni false”. È il paese di bengodi. Nelle carceri del bel paese i “colletti bianchi” sono come le mosche bianche. Avete mai vista una mosca bianca? Provate a trovare uno dei “colletti bianchi” nella anguste, sovraffollate carceri italiane. Tutto ciò sta a dimostrare l’arretratezza politico-sociale del bel paese. Tutto ciò sta a dimostrare anche quanto la legge sia disuguale nel bel paese. Ed a portarne la responsabilità storica è quella che un tempo veniva definita la “borghesia” delle arti, delle professioni e dei mestieri. Il 21 di ottobre dell’anno 2011 postavo su questo blog una riflessione dal titolo “Capitalismo e democrazia”. Ripropongo di seguito in parte il post di allora che ha inizio con una riflessione del “Moro di Treviri”:

mercoledì 11 giugno 2014

Strettamentepersonale. 13 Omaggio a Enrico Berlinguer.



Non mi sento di scrivere oggi un qualsivoglia panegirico dell’Uomo del quale ricordiamo in questa data la perdita. L’Uomo non ne ha bisogno, per il solo motivo che ha informato e uniformato la Sua vita alla concretezza, lontano essendo il Suo stile di vita dalle rappresentazioni e dalle autocelebrazioni. La Sua proverbiale riservatezza mi spinge ad accostare il ricordo dell’Uomo a quanto di più caro io conservi nella mia memoria, mio padre. Cantava con il Suo fare quasi scanzonato Giorgio Gaber : “Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona. Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona”. È tra questi estremi che si è consumata la vita di quell’Uomo. È che quell’Uomo, che ricordiamo ancor’oggi con struggimento quasi, è andato sempre fino in fondo nell’inverare nelle Sue parole e nei Suoi atti le cose nelle quali aveva riposto il modo Suo d’essere. Oggi che lo ricordiamo con inconsolabile nostalgia mi va di accostare alla Sua figura ed alla Sua memoria una riflessione che, fosse stato in vita “il compagno Enrico”, avrebbe di certo sottoscritto. Quell’Uomo che, pur provenendo da un ceto sociale d’agiatezza, comprendeva come fosse illusoria la scomparsa di quel binomio “destra/sinistra” che nella tempesta ideologica susseguente al liberismo più sfrenato si era dato per morto assimilando in una poltiglia sociologica interessi, utopie, sogni e speranze che restano e resteranno sempre legati a quel binomio che contrappone da sempre gli uomini senza mediazione alcuna. La riflessione che mi viene di riproporre è stata scritta da Anthony Giddens sul quotidiano la Repubblica del 15 di gennaio dell’anno 2013 ed ha per titolo “Destra e sinistra esistono ancora”.

lunedì 9 giugno 2014

Storiedallitalia. 55 “Mi manda la cosca”.



Ha lasciato scritto Leonardo Sciascia nel Suo “Il giorno della civetta” (1961): “Tutta l’Italia va diventando Sicilia. Dicono che la linea della palma, il clima propizio, viene su, verso nord, di cinquecento metri ogni anno. Io invece dico: questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…”. Lo scriveva in tempi ben diversi dai nostri che ci son dati da vivere. Ma solamente chi non aveva voglia di vedere e di sentire ha potuto ignorare l’intuizione letteraria dell’uomo di Racalmuto. La miopia voluta ha portato allo stato attuale di disfacimento etico e morale. Hanno ben poco da indignarsi coloro che, investiti da responsabilità istituzionali hanno fatto, come suol dirsi, “orecchio da mercante”. È che con la “linea della palma” si è diffusa dal sud al nord quella cultura del “tengo famiglia” che tanto ha nuociuto e nuoce tuttora alla civile convivenza nel bel paese. Ne scriveva l’8 di dicembre dell’anno 2012 il professor Umberto Galimberti in una riflessione che ha per titolo “Mi manda la cosca”, riflessione pubblicata sul settimanale “D”:

venerdì 6 giugno 2014

Storiedallitalia. 54 “La Grande ipocrisia”.



Ha scritto ieri, 5 di giugno, Massimo Giannini sul quotidiano la Repubblica un pezzo che ha per titolo “La Grande Ipocrisia”. È quella categoria dell’essere, “la grande ipocrisia”, che ben si attaglia e contraddistingue gli abitatori del bel paese nella loro stragrande maggioranza. Li catalogherebbe il sommo Poeta tra gli “ignavi”. Indifferenti a tutto ciò che non rientri nel proprio “particulare”. E sì che gli allarmi non sono mancati. Anzi. Appena raggiunta la soglia minima della comunicazione, anticamera della conoscenza, che mal si accompagna quest’ultima alla civica consapevolezza responsabile, quegli impavidi, catalogati quali allarmisti, venivano tacitati ed indicati quali mestieranti mestatori. La tranquillità del vivere e del fare ha sacrificato sul suo rubro altare quanto di meglio la responsabile civile convivenza avrebbe meritato e richiesto. Ha scritto Massimo Giannini: Il 17 maggio è entrata in vigore la legge numero 67, che introduce la possibilità di chiedere l'affidamento in prova ai servizi sociali nei procedimenti per delitti economico-finanziari con pene fino a 4 anni di detenzione. In questi casi, su richiesta del soggetto incriminato, si sospende il processo e si avvia un percorso di servizio e risarcimento, di durata massima 2 anni, al termine del quale il reato si estingue. Nella lista dei delitti per i quali si può ottenere il beneficio ci sono l'omessa dichiarazione dei redditi, la truffa, il falso in bilancio e persino il furto. Questo sì, a tutti gli effetti, ha le fattezze di un "colpo di spugna", studiato proprio per i reati dei "colletti bianchi". Il Parlamento approva unanime la legge, il 2 aprile scorso, nell'indifferenza dei più. (…). Delinquere non è poi così compromettente. Alla fine si può scendere a patti.

giovedì 5 giugno 2014

Storiedallitalia. 53 “Uli Hoeness, chi?”.



Uli Hoeness, chi? E già. Nel profluvio di comunicazioni che si rovesciano a catinelle ma che non sono informazioni ve ne sarete di già dimenticati. Nell’era della comunicazione a tutto campo ed a tutto spiano è importante comunicare, per l’appunto, e non già informare. Sapevate, pertanto, che Uli Hoeness è dallo scorso lunedì ritenuto in un carcere della supponente Germania per scontare la sua pena di frodatore del fisco? Per ben tre anni da scontare! Sono certo che non lo sapevate. La notizia l’ho scovata in un articoletto breve breve su “il Fatto Quotidiano”. Che Uli Hoeness fosse entrato in carcere per rendere alla collettività della Germania il maltolto non avrebbe interessato nessuno nel bel paese. O avete avuto traccia della notizia? Smentitemi. È che notizie di questo genere nel bel apese non interessano a nessuno. È qui la differenza tra il bel paese ed il resto dell’Europa. E su queste basi non riusciremo mai e poi mai ad avere quella credibilità che pretendiamo dagli altri. E tanto per rinfrescare la memoria vi rendo una brevissima cronaca del misfatto di Uli Hoeness che al tempo ci è stata fornita da Caterina Soffici su “il Fatto Quotidiano” del 15 di marzo ultimo col titolo “Evasione, Mr Bayern piange: all’estero si va in galera”: