"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
Visualizzazione post con etichetta Lalinguabatte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lalinguabatte. Mostra tutti i post

domenica 20 dicembre 2020

Lalinguabatte. 100 «La sovranità è sempre popolare».

C’è da diffidare alquanto allorquando, da qualche antro malsano e maleodorante della politica, si invoca il popolo sovrano quale arbitro supremo, o illuminato, delle dispute politiche.

venerdì 27 novembre 2020

Lalinguabatte. 99 Mark Twain: «Nel tempo in cui una bugia fa il giro del mondo, la verità non si è ancora allacciata le scarpe».

 

Tratto da “Ma la censura è peggio delle fake news”, intervista di Riccardo Staglianò a Mark Thompson del New York Times pubblicata sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 28 di agosto 2020: Il vecchio Mark Twain, come al solito, l’aveva detto meglio di tutti: «Nel tempo in cui una bugia fa il giro del mondo, la verità non si è ancora allacciata le scarpe». (…).

Perché questa volta sarebbe diverso? «La tecnologia ha reso la velocità di propagazione infinitamente maggiore. È un acceleratore pazzesco di quel che succedeva già prima. Attraverso la rete un politico può impiantare un’idea in dieci milioni di menti ancor prima di essere sceso dalla tribuna. E le dinamiche virali dei social network offrono pochissimi incentivi alle persone per assumere un tono riflessivo e moderato. Piuttosto il contrario. Detto questo sono anche sorpreso quando i miei amici di sinistra trovano assolutamente ovvio che Facebook debba censurare affermazioni ritenute offensive. Per me non è affatto ovvio. Perché di quel passo finiremmo come la Cina, dove lo Stato censura le voci fuori dal coro con la scusa di proteggere il popolo».

E pensare che all’inizio della rivoluzione digitale si diceva che internet avrebbe allargato il dibattito, dando voce a tutti: cosa non ha funzionato? «Era un ottimismo acritico come acritico è il pessimismo attuale verso tutto quello che riguarda la rete. (…). …tento un’analogia con l’invenzione della stampa. C’è voluto tempo per capire che non bastava che qualcosa fosse stampato perché fosse vero. Forse ne serve altrettanto per conquistare la stessa consapevolezza con la rete. Ho fiducia nella capacità delle persone di discriminare tra vero e falso, ma è più difficile farlo avendo davanti solo 140 caratteri. La tecnologia è come un velo supplementare».

Vivere in mezzo alle fake news non dovrebbe essere il paradiso dei giornali, come fornitori di notizie vere? «Certo. Il problema è di sostentamento, non di necessità della professione. C’è chi, come il Guardian, fa un punto di principio nel non fare pagare il sito sostenendo che sia una scelta democratica. Ma noi, mentre accumulavamo sei milioni di abbonati paganti, a marzo abbiamo avuto anche 240 milioni di visitatori al sito. Si può fare l’uno e l’altro».

L’altra deriva populistica che denuncia è la morte dell’expertise: perché non ci fidiamo più dei competenti? «Il Covid ha fornito un ottimo esempio del perché anche gli esperti hanno responsabilità nel loro ridotto status. Prima ci hanno detto che le mascherine non servivano, poi che erano indispensabili. Avrebbero dovuto dire, trattandoci da adulti, che servivano ma era meglio lasciarle ai medici e a chi ne aveva più bisogno. Hanno contaminato il loro discorso di considerazioni politiche e si sono fatti male da soli. Già la crisi del 2008 aveva screditato un gruppo ristretto di esperti, gli economisti. Questa volta è stato il turno dei virologi».

Eppure, tornando alla retorica, Trump ha vinto pur essendo uno degli oratori più rozzi ad aver varcato la soglia della Casa Bianca… «Non sono d’accordo. Trump ha una sua antiretorica, fatta di paratassi (Salvini è suo fratello in questo), che è a sua volta retorica. Nato ricchissimo, ha trovato un modo di convincere masse di dimenticati che era in grado di capirli e aiutarli. Non è impresa di poco conto. Senz’altro gli è servita l’esperienza televisiva del reality show The Apprentice. Lui interpreta quella versione di sé stesso e gli viene benissimo».

Ma la stessa volgarità funzionerà anche in tempi drammatici come quelli che stiamo vivendo? «Non vedo perché no. Una lingua rabbiosa si addice a momenti arrabbiati. Come fanno il rap e l’hip hop, molto più rivelatori dell’anima dell’America di quanto molti intellettuali siano disposti ad ammettere. E come dimostra il successo di Hamilton, il musical che è riuscito proprio col rap a restituire la sofisticazione e la ricchezza espressiva di un libro di ottocento pagine».

martedì 1 settembre 2020

Lalinguabatte. 98 «Resta instillata nella memoria dei telespettatori non tutta la sequenza razionale ma solo frammenti di informazione».


Tratto da “Discutere è un'arte. Marziale”, colloquio tra la giornalista Simonetta Fiori e lo scrittore – ed ex magistrato – Gianrico Carofiglio pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 28 di agosto 2020: (…). Processo ai talk show da parte d’un ex giudice che non li disdegna? «In realtà non sono tutti eguali (…). Talvolta l’obiettivo dichiarato è scatenare la zuffa con disprezzo totale della verità. In altri casi prevale il tentativo di approfondire anche se l’esito non è sempre felice. Ma quel che è interessante è il sentimento con cui in molti partecipano, che è poi lo Zeitgeist contemporaneo, lo spirito del tempo: l’idea che la comunicazione politica sia soprattutto manipolazione, contraffazione, imbroglio.  Di fronte a questa grave stortura sono possibili due strade. Uno potrebbe anche decidere: non ci vado e non vedo i programmi. Ma è una soluzione? Io ho scelto di accettare questa ineluttabile conflittualità e di scommettere sulle infinite possibilità dell’intelligenza».

venerdì 13 marzo 2020

Lalinguabatte. 97 «La categoria della crescita è diventata una forma mentis, uno stato d'animo, un rimedio all'angoscia».


Rileggere “Se la crescita è zero” - che è stata una corrispondenza di Umberto Galimberti apparsa su di un supplemento del quotidiano “la Repubblica” (del maggio 2008?) - al tempo della pandemia da “coronavirus” finalmente riconosciuta dalla OMS? Perché no. Potrebbe servire nell’occasione tragica che si sta vivendo.

martedì 10 marzo 2020

Lalinguabatte. 96 «Far leva sulla paura è però puro cinismo politico».


Scriveva l’indimenticata Margherita Hack su il “Corriere della Sera” del 17 di maggio dell’anno 2008: «Tutti sappiamo che se venissero a mancare loro, non ce la faremmo. All’ospedale, dove hanno curato mio marito e me se non ci fossero stati gli infermieri polacchi, serbi, ucraini tutto si sarebbe fermato. Per questo è vergognosa questa spinta ad aizzare i peggiori istinti umani». Si era soltanto all’anno 2008, anno d’inizio della “grande crisi” tuttora imperante – “coronavirus” al tempo incolpevole ma distrattamente non segnalato riguardando esso piccoli focolai d’infezione lontani dal mondo ricco e “civilizzato” -, ché ancora non si eran visti i gagliardi governi della “rottamazione” prima e del “cambiamento” poi. Oggigiorno ne raccogliamo ancora gli sparsi cocci. Il giorno successivo all’articolo del “Corriere della Sera” Vittorio Emiliani in “Sbatti i Rom in prima pagina”, pubblicato sull’allora vivente quotidiano “l’Unità”, scriveva: (…). Siamo sempre più un Paese spaesato, senza coordinate, spaventato e come ripiegato su sé stesso. (…). Abbiamo mandato per il mondo, fra le Americhe, l’Australia e il vecchio Continente, circa 30 milioni di connazionali affamati e senza lavoro, da metà Ottocento a tutti gli anni Sessanta del Novecento, e ci siamo totalmente dimenticati di questo enorme esodo forzoso. Ci stiamo dimenticando persino della gigantesca emigrazione da Sud a Nord, dalla montagna alla pianura, alle coste, avvenuta nemmeno mezzo secolo fa. La gente, si sottolinea, ha paura. Far leva sulla paura è però puro cinismo politico. Una classe dirigente che si rispetti deve anche spiegare che la situazione italiana è, più o meno, la stessa degli altri Paesi sviluppati. - Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla _. Sono parole, lucide e taglienti, di uno dei più autentici e schietti pensatori e politici liberali, Charles-Alexis Clérel de Tocqueville nel volume “La democrazia in America”, anno 1840. Siamo in Europa. Vediamo di starci, in tutti i sensi. Ragionando e capendo. Migranti di ieri, migranti dell’oggi. Si è migranti per bisogno, per fame. Si è migranti spesso per sfuggire alle guerre, per sfuggire alle tirannie. Non si hanno, in questi ultimi casi, migrazioni bibliche, giusto per utilizzare un termine abusato. Ma stiamo assistendo, in questo ventunesimo secolo, a nuove migrazioni bibliche. Difficile capirne le ragioni? O forse non si vogliono semplicemente cercare le ragioni che inducono a migrare, da ogni angolo di questo pianeta, milioni di uomini e donne e bambini. Cosa cercano questi disperati del ventunesimo secolo? Forse di delinquere in massa? Anche i nostri migranti di un tempo migravano per sfuggire il più delle volte alla più nera delle miserie; migravano con la speranza dei disperati di creare un futuro diverso alle famiglie rimaste nella terra d’origine. E le responsabilità proprie delle nazioni cosiddette progredite, oramai abbastanza scristianizzate? Responsabilità per un impoverimento colonialistico di tante zone della Terra sfruttate per le loro ricerche affannose delle risorse di materie prime; responsabilità per l’ineguale distribuzione delle ricchezze prodotte. Ma anche noi, delle cosiddette terre progredite, possiamo considerarci moderni “migranti” della globalizzazione: nel senso che ci sfugge il significato di questa epocale trasformazione nelle produzioni e nei consumi e di fronte all’incertezza di un futuro senza prospettive certe induriamo il nostro cuore e le nostre menti, pronti a difendere quel che resta, ed è tanto assai, dei nostri beni, delle nostre comodità, e perché non dirlo, delle nostre futilità di sfrenati consumatori. È questo il punto: non siamo più disposti ad “aggiungere un posto a tavola”, non siamo più aperti a vedere nei migranti che si aggirano nelle nostre affollate contrade quegli stessi esseri umani che un tempo, con le valigie di cartone trattenute da un robusto spago, lasciavano con infinita tristezza le proprie case per un futuro da nessuno garantito. E la paura di perdere quel poco, o quel tanto che si possiede, ci spinge a dare ascolto alle peggiori profezie, ci spinge ad essere lusingati dalle promesse di una sicurezza ottenuta con la robusta politica delle cannoniere. Non è una risposta umana a cambiamenti d’epoca e che riguardano il mondo tutto globalizzato!

lunedì 2 marzo 2020

Lalinguabatte. 95 «La cultura usa-e-getta della gratificazione istantanea».


Che si abbandoni, seppur per poco, la vicenda del “coronavirus”, perfetta “macchina di distrazione di massa”, per approdare su lidi più ospitali ed agevoli ove si parla dell’”umana sessualità” e delle sue più recenti manifestazioni. Difficile in verità addentrarsi in una materia tanto ostica e dai mille risvolti e significati più o meno palesi. Roba da psicoanalisti. Io non ne posseggo le competenze. Lascio parlare il sociologo Zygmunt Bauman in una delle Sue fatiche scritte per un supplemento del quotidiano “la Repubblica” – del 6 di dicembre dell’anno 2008 - che ha per titolo “Veloce non è sexy”, che in parte di seguito trascrivo.

lunedì 24 febbraio 2020

Lalinguabatte. 94 «Quando la povertà diventa miseria».


Dichiarava il 18 di dicembre dell’anno 2008 – anno d’inizio del “flagello” tuttora in corso della grande crisi - don Vittorio Nozza, al tempo direttore della “Caritas”, al quotidiano “Corriere della sera”: “Non va allontanato il povero, ma la povertà. Non si può continuare a emarginare chi non partecipa allo sviluppo economico. E lo sviluppo economico non è la soluzione. Serve uno sviluppo solidale”. Oggi, quando imperversa il nuovo “flagello” denominato “coronavirus”, proviamo a parlare della povertà e degli esiti di quel primo “flagello”. Tema ostico. Sfuggevole come il “flagello” nuovo. C’è qualcuno che esterna e vede negli avvenimenti il ritorno di quelle “sette piaghe” del mondo biblico. Non c’è da stare allegri. Per tornare al tema che tuttora rimane dai contorni cangianti. Tra antiche credenze e certezze ed impietosi numeri statistici. E come parlare della povertà se la non si è vissuta? Penso che sia difficile parlarne solo per sentito dire. E poi: di quale povertà oggigiorno s’intende pur parlare? Della povertà dei mezzi economici? Della povertà in spirito? Ricordo di avere un tempo addietro ascoltato gli indimenticabili coniugi Fo-Rame in una  puntata della trasmissione televisiva “Il tempo che fa”. Raccontava Franca Rame della sua famiglia d’origine. Dei suoi genitori di diversa estrazione sociale. L’uno, il padre, di condizione miserrima, vissuto nel ed al seguito di un carretto di teatranti di marionette; la madre, figlia di un ingegnere, padre di dieci figli. Al che, alla numerosissima famiglia dell’ingegnere, era di fatto impossibile uscire di casa tutti assieme non disponendo, a quel tempo, di tante scarpe quante ne occorressero per calzare la coppia prolifica e la numerosissima figliolanza. Si era poveri a quel tempo ed in quella condizione? Poveri di mezzi, ma nello spirito si era poveri al contempo? Si era poveri e felici ugualmente? Per non parlare dei motti o detti popolari: “Il danaro non porta la felicità”. Al che si dedurrebbe, meglio esserne privi e dunque poveri. Ché il danaro sostanzia lo stato di non povertà. Roba da non credere. Difficile penetrare il problema. E dove risulta scritto che con il danaro non si possa, all’occorrenza, anche essere felici? Non sempre, di certo. Intanto i problemi assillanti del quotidiano otterrebbero una risposta. Ma non averne, di danaro, soprattutto oggigiorno, aggiunge il problema più grosso ai problemi già assillanti nell’esistenza di milioni di esseri umani.

lunedì 3 febbraio 2020

Lalinguabatte. 93 L’inseminazione umana ai tempi della crisi.


Che ci “azzecca”, come soleva dire quel tale? Che c’entra, dirà ingenuamente qualcun altro? Cosa ci entra la biologia riproduttiva degli umani con la scarsezza assai di denaro e di tutto il resto? In un primo momento avevo pensato di prendere a prestito, per questo post,  il titolo di quello splendido volume che è “L’amore ai tempi del colera”, di quel grandissimo a nome Gabriel Garcìa Màrquez (1927-2014). Poi ho considerato che il titolo preso a prestito non avrebbe “bucato” convenientemente l’attenzione dei navigatori della rete. Di conseguenza ho ripiegato sul titolo del post che avete appena letto. E tutto questo contorto discorso per proporvi la lettura di una corrispondenza, pubblicata su di un supplemento del quotidiano “la Repubblica”, a firma di Vittorio Zucconi. Il titolo della corrispondenza, che di seguito trascrivo nella quasi sua interezza, è “Un neonato pronto per il college” (2009?). Vittorio Zucconi ha scritto, per anni e settimanalmente, da quel mondo che definiva, in quella Sua pregevole rubrica, “Hotel America”. Vittorio Zucconi è stato un maestro indiscusso per la Sua scrittura graffiante assai ma sempre centrata sugli aspetti “sconcertanti” di quel mondo. Un maestro per tutti. In questo caso, ovvero dal contesto della Sua corrispondenza, suscita un certo “sconcerto” scoprire come la crisi economico-finanziaria globale abbia cambiato, in quel crogiolo che sono gli Stati Uniti d’America, crogiolo da sempre di persone, di idee e di fatti anche straordinari, o stia cambiando l’atteggiamento degli umani di fronte al “miracolo” - reso dalla scienza “miracolo” non più di tanto - della umana procreazione.

mercoledì 15 gennaio 2020

Lalinguabatte. 92 «Gadamer: “stare nel nostro pregiudizio nel modo giusto”».


Del “pre-giudizio”. Perché non parlarne? Del nostro “pre-giudizio”, così come ne ha scritto nel Suo pregevole pezzo il professor Umberto Galimberti. Titolo del pezzo: “Elogio del relativismo”, pubblicato il 20 di febbraio dell’anno 2010 sul supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica”. Lo trascrivo di seguito. A me, meno dotto assai, dotato di poca scienza, viene di parlarne partendo da una banalissima esperienza personale. Si era assisi numerosi ad un desco molto ben imbandito.

domenica 12 gennaio 2020

Lalinguabatte. 91 «Gli individui più pericolosi cercano di impadronirsi del potere».


In un tempo – ahimè - non più recente, tra le tante amorevoli avventure che il leggere mi concede e mi concederà sempre, giusto a lenire gli affanni del vivere, mi accadde di imbattermi in quel libro straordinario che è l’ “Hezgog” di Saul Bellow. A quel tempo nulla faceva presagire gli sviluppi sociali e politici affannosi e perigliosi assai che si sono abbattuti, come tempesta tropicale, sulle verdi contrade del bel paese. Nulla di tutto ciò che stiamo angosciosamente vivendo oggigiorno nel bel paese era possibile immaginare o pensare in quel tempo non più recente. Neanche a volerlo fare apposta. Lo straordinario affabulatore che è stato Saul Bellow (1915-2005), ad un certo punto di quello straordinario Suo “romanzo epistolare”, fa dire al Suo straordinario personaggio Moses Elkanah Herzog: (…). In ogni comunità c’è una categoria di persone altamente pericolose per gli altri. Non sto parlando di delinquenti. Per essi esistono sanzioni punitive. Dico i leaders. Invariabilmente, gli individui più pericolosi cercano di impadronirsi del potere. (…). Straordinario!  Diligentemente, come sempre, avevo trascritto la “battuta” del signor Herzog, come sempre d’abitudine, quando il leggere spalanca inattesi spiragli di verità; non presagendo a quel tempo quale bufera si potesse preparare - per l’appunto - per gli abitatori del bel paese. E la bufera c’è stata. E non vi pare che le parole di Moses siano straordinariamente rispondenti alla delicatissima situazione politico-sociale del bel paese? Come sempre, le cose della vita degli umani si presentano come le medaglie, o come le più vili monete: hanno, immancabilmente, due facce. Nello specifico, l’una è quella del “narcisista ossessivo”; l’altra, e la grande Storia ce ne ha offerto di esempi a iosa, ovvero l’altra faccia di quella medaglia, è formata dalle schiere ben nutrite di anime imbelli che si prostrano ignominiosamente alla volontà del “narcisista ossessivo”. E questo pronarsi inermi alla patologica volontà del “narcisista ossessivo” ha fatto grondare la Storia degli umani di sangue ed ha costellato la stessa di inenarrabili sofferenze. Ma come disse un tale, la storia prima si offre sotto forma di tragedia ma successivamente ed immancabilmente sotto la forma della farsa più macabra. È quella che stiamo cercando di schivare. Ci si riuscirà? Quadro primo. Del “narcisista ossessivo”,  tratto da “La vita autentica” di Vito Mancuso – pagg. 87/88, Raffaello Cortina editore (2009): (…). Il narcisista ossessivo è dominato a livello mentale da una tale forza di gravità che è come se ospitasse dentro di sé un buco nero che risucchia tutto quanto gli passa vicino; oggetti, persone ed esperienze risultano incurvati verso di lui e alla fine annullati. Per questo il destino del narcisista è un’oscura solitudine, perché anche quando è circondato dalla gente egli in realtà negli altri pensa e vede solo se stesso, una condizione davvero triste e gelida al di sotto di un superficiale ottimismo, (…). Il narcisismo può condurre a uno stato persino peggiore del rifiuto di sé, perché nel rifiuto c’è almeno una tensione, seppure solo negativa, verso qualcosa di vero, mentre il narcisista può giungere a trasformare in menzogna tutto quello che dice e che fa. È quindi meccanicamente condannato a essere ingiusto persino contro la sua volontà, soprattutto se si tratta di un uomo potente ( come spesso accade a un narcisista di diventare ) perché facendo sempre di se stesso il centro del sistema egli produce negli altri la percezione di non poter esprimere liberamente il proprio punto di vista ma di essere costretti a modificarlo per compiacerlo. Si crea così un vortice di menzogne, di cui la prima vittima è proprio lui, il narcisista. (…).

giovedì 2 gennaio 2020

Lalinguabatte. 90 «Tra l’ateo e il cristiano è possibile un agire comune».


Ove si parla, oggi, dei mitologici “ircocervi”, etimologicamente dal latino “hircocervus”, lemma composto da “hircus”, ovvero caprone e “cervus”, ovvero cervo, che designa per l’appunto un animale che nessuno ha mai visto e del quale può mitologicamente azzardarsene l’esistenza. “Tragelafo” viene anche denominato e descritto come “avente corna di cervo, e il mento irto per la lunga barba, spalle pelose…etc. etc.”.

domenica 29 dicembre 2019

Lalinguabatte. 89 «Siamo bruchi che sfottono farfalle. Siamo farfalle che sfottono bruchi».


È che il “tempo tecnologico” ha preso a correre, da tanto tempo oramai in verità, in una maniera spaventosa. È che le nostre strutture cerebrali, le nostre interconnessioni neuronali, in fondo, sono state create, esistevano ed esistono per un “tempo” che abbia uno scorrere ben diverso. Ho cercato con un banale espediente di aggirare l’ostacolo rappresentato dalla insostenibile velocità del “tempo tecnologico”, per non sentire calare addosso la condizione umiliante del sopravvissuto. È stato quando, ancora calcando le polverose pedane delle cattedre scolastiche, mi sono avvicinato agli strumenti dell’informatica e, come un passeggero ritardatario che afferri all’ultimo istante il tram o bus che parte, agganciando l’immancabile e provvidenziale sostegno metallico di quei mezzi di trasporto pubblico, al pari di quel passeggero mi sono “attaccato alla “rete” per non sentirmi il sopravvissuto di turno del “villaggio globale”. Lo scemo del villaggio. E devo pur dire che il banale espediente mi è servito. Ma in parte. È che il “tempo” in quanto tale, senza aggettivazione alcuna, scorre ineluttabilmente. E se gli sforzi d’afferrare quel benedetto sostegno mi hanno consentito di farmi sentire o illudermi di essere al passo con il “tempo tecnologico”, seppur solamente da utilizzatore – comunque non finale – di quelle tecnologie, lo scorrere del tempo ha segnato e segna inequivocabilmente la condizione del “sopravvissuto”, condizione che, in tante occasioni, si riaffaccia e prorompe impetuosa, implacabile, nella vita quotidiana, per riportarmi alla mia reale condizione dell’esistere. Necessiterebbe da parte mia una rincorsa continua e faticosa assai del “tempo tecnologico”, per la quale rincorsa non ho la “stoffa” e neppure la volontà e la resistenza, se non fisica, neppure cerebrale.  È che “esistono oggetti - l'ombrello, la bicicletta, la caffettiera - che sopravvivono ai tempi che li hanno creati.” Così scrive Giacomo Papi nella Sua riflessione, nella consueta rubrica settimanale su di un supplemento del quotidiano “la Repubblica” (da un personale indizio nel 2010), che ha per titolo “Un signore d'altri tempi”, riflessione che di seguito trascrivo in parte. È che, da sopravvissuti, si corre il rischio d’essere nella e d’occupare, al tempo nostro che ci è dato di vivere, la condizione propria di quegli oggetti. Anche i cosiddetti mezzi della informazione, della comunicazione di massa, privilegiano coltivare e diffondere le immagini di un “giovalinismo” sfrenato, senza se e senza ma. Al di fuori di quella condizione che buca lo schermo, il vuoto. È pur vero che, quella condizione diffusa mediaticamente senza risparmio di un “giovanilismo” imperante, allude alla, e rappresenta al meglio, la condizione dei “consumatori” per eccellenza, i giovani, condizione che connota anche l’essere e l’apparire ad un tempo dei nostri giorni. “Consumatori” senza cittadinanza, “consumatori” senza futuro certo peraltro, immersi sino al collo nella cosiddetta baumaniana “vita liquida”, stante il futuro negato ai giovani, della età della globalizzazione e della flessibilità senza limiti e freni, dalla stessa società che li vezzeggia e li circuisce, li irretisce nei suoi lusinghieri richiami virtuali, annientandoli nella e denudandoli della loro più intima umanità, che stenta a farsi strada, che stenta ad essere la lanterna accesa, seppur con una fiammella tremolante, che li aiuti e li guidi con sicurezza nel percorso lungo della via tortuosa assai che è la vita. Ha scritto Giacomo Papi: (…). Esistono oggetti - l'ombrello, la bicicletta, la caffettiera - che sopravvivono ai tempi che li hanno creati. Esistono persone modellate dall'epoca che li ha partoriti, che riescono a spingersi in anni estranei, dove non c'è più posto per loro. Nella loro buffa bellezza fuori luogo, i sopravvissuti raccontano che niente è più ridicolo dell'arroganza di chi si sente moderno perché tra breve saremo tutti antichi. Il Parco nazionale del Novecento, se soltanto esistesse, sarebbe un bel posto. Le scolaresche si aggirerebbero tra operai che giocano a briscola e signore borghesi impegnate in tornei di canasta, scorrazzerebbero tra braccianti e casalinghe, sarte, arrotini e impiegati di concetto. Per i bambini sarebbe un buon modo di crescere, per i vecchi un buon modo di salutare. I ragazzi la smetterebbero di desiderare ciò che è nuovo perché è nuovo, e i vecchi si tratterrebbero dall'idolatrare ciò che è vecchio perché era nuovo quando lo erano anche loro. Non si tratta di rispetto dovuto all'età né di stantia retorica della memoria. Si tratta di capire che ogni epoca è un groviglio di abitudini, mode, speranze, simboli, destinati a cambiare e a svanire. Di ricordarsi che anche i morti erano vivi. Se a 33 anni, invece di farsi ammazzare, Gesù avesse avuto un figlio che a 33 anni avesse avuto un figlio e così via fino al 2000, la catena umana necessaria per arrivare fino a noi conterebbe la miseria di 60 individui. Per colmare duemila anni di storia basterebbero, cioè, sei squadre di calcio senza portieri, una pizzeria mezza piena, tre classi elementari, metà della metà della metà della gente in fila a una mostra di Caravaggio. - Dicono che guardiamo più lontano perché siamo nani sulle spalle dei giganti -, annota nel 1937 il cineasta surrealista francese Jules Les Jour in Je n'existe pas, - Risponderei che siamo giganti seduti sui nani, poveri nani. Ma mi fanno ridere queste classifiche. La storia non è una gara, ma un fiume sotterraneo che ci scava e forma da dentro -. Non siamo migliori di chi ci ha preceduto e loro non sono stati migliori di noi. (…). I 60 figli di Gesù per scavalcare due millenni dimostrano che, in fondo, anche i padri e le madri sono fratelli e sorelle. Siamo bruchi che sfottono farfalle. Siamo farfalle che sfottono bruchi.

giovedì 26 dicembre 2019

Lalinguabatte. 88 Don Milani: «Non si possono amare tutti gli uomini. Si può amare una classe sola».


Quanto siamo disposti a concedere al cosiddetto fisico “stretto contatto” con il prossimo nostro? Intendendo prossimo nostro certamente non l’invisibile corrispondente del nostro vacuo ciattare, dell’incontrollabile, inutile e neghittoso cicaleccio della rete, non l’incauto visitatore che stabilisca un improvvisato approccio telematico con noi, ma quell’essere in carne ed ossa, umori corporali ed odori spesso nauseabondi, che ci passa accanto, che ci olezza con i suoi effluvi nel bus o nel tram, che ci sta davanti agitandosi inopportunamente nella fila all’ufficio postale o in banca o in un qualsiasi altrove frequentato dagli animali umani o resi tali. Quanto siamo disposti a cedere del nostro recinto personale a questo prossimo nostro? Sembra, stando ai meglio informati, che sia una questione di ormoni, di feromoni, di ghiandole endocrine ed intrecci neuronali, insomma un qualcosa di quel “determinismo biologico” che tanto ci spaventa e che mette in forse la nostra convinzione nella assoluta nostra libertà personale di determinarci, insomma il tanto decantato nostro “libero arbitrio”. Ecco, corre meglio dire “arbitrio” senza aggettivazione alcuna. Ne ha scritto come sempre da par Suo l’indimenticato Vittorio Zucconi, con quella Sua sempre graffiante scrittura, su di un supplemento del quotidiano “la Repubblica” (2010?) col titolo “Non abbracciate un americano”. Di seguito trascrivo in parte quello scritto non senza ricordare quanto ebbe a dire, anzi a scrivere, quell’indimenticabile Don Milani a chi gli chiedeva quale e quanto dovesse essere l’amore  da portare al prossimo nostro: “(…). So che a voi studenti queste parole fanno rabbia, che vorreste ch’io fossi un uomo pubblico a disposizione di tutti…non si possono amare tutti gli uomini. Si può amare una classe sola. Ma non si può nemmeno amare tutta una classe sociale se non potenzialmente. Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina  forse qualche centinaio. E siccome l’esperienza ci dice che all’uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non ci chiede di più… Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come premio. (…).” Grande quel Don Milani, che amò fortemente una certa classe sociale e non un’altra, quella dei derelitti, ed utilizzò tutta per intero la Sua breve vita per soccorrere, istruire ed amare i pochi di quella tale classe sociale, senza grandi pronunciamenti e solennità di sorta, proprio come il maestro Suo di Nazareth! Ha scritto l’indimenticato Vittorio Zucconi: Spazio. (…). I confini dello spazio personale, l'aria che deve separare due esseri umani perché si sentano a proprio agio sono incomparabilmente più larghi in America di quanto siano in Italia. Pare che questa differenza dipenda dall'amigdala, un gruppetto di cellule cerebrali che funzionano come quei radarini nelle automobili di lusso che misurano le distanze e cominciano a emettere gracidi e pigolii, bip-bip e poi lamenti strazianti quando la distanza fra i paraurti si fa pericolosamente stretta. Gli americani devono possedere amigdale di dimensioni colossali e attivissime, perché sono il popolo che meno di ogni altro (con l'eccezione dei pastori della Mongolia abituati a vivere nelle steppe) sopporta la vicinanza fisica con un'altra persona, che non sia colui o colei con i quali ogni tanto si deve interagire mettendo a tacere queste amigdale. Per un europeo del sud, come noi, la distanza minima accettabile prima di gridare aiuto o di spogliarsi è di circa 60 centimetri, fino a 90 per le popolazione del nord. Per un americano, se si scende sotto il metro e venti, il doppio di noi, si rischia una denuncia per molestie o una proposta per uscire insieme a cena. La bolla invisibile che ciascuno porta attorno, e che schiere di studiosi del comportamento degli animali, noi inclusi, hanno calcolato, può essere bucata soltanto con l'autorizzazione di chi sta dentro la bolla. Non vedrete mai due uomini americani baciarsi, certamente non come quei vecchi dirigenti comunisti dell'Est che si slinguavano a ogni visita di stato per il disgusto dei presenti, girare a braccetto, tenere le braccia sulle spalle del vicino, se non per foto di gruppo o per eccitazione sportiva davanti a una vittoria, che sbriciola ogni bolla e spinge uomini ad avvinghiarsi, intrecciarsi, montarsi, allacciarsi l'uno con l'altro in pose e atteggiamenti che, senza il gol, la meta realizzata, il canestro da tre punti all'ultimo secondo, verrebbero considerate come manifestazioni di omosessualità divorante. Anche le donne, pur meno fanatiche nella difesa dello spazio personale o forse dotate di amigdale meno irritabili, hanno inventato il famoso air kiss, il finto bacio scambiato con le labbra al vento e il bacino rigorosamente spinto all'indietro. Quando proprio la sacra distanza di almeno un metro e venti (grosso modo quella che separa due uomini quando si stringono la mano) si deve ridurre a zero e i corpi entrano in contatto forzato, come sulla metro all'ora di punta o nei seggiolini infernali costruiti da ex torturatori delle SS per le compagnie aeree low cost, il cervello americano soccorre le amigdale con un trucco.

martedì 24 dicembre 2019

Lalinguabatte. 87 «Quasi (luna) piena il 29 aprile 1945, mentre Mussolini pendeva in piazzale Loreto».


Ha scritto il poeta giapponese Junichiro Kawasaki: "Quando il dito indica la luna, l'imbecille si mette in viaggio". È che oggi vorrei parlarvi della luna, anzi del “Mal di luna”, che è il secondo degli episodi di quell’opera cinematografica straordinaria dei fratelli Paolo ed Emilio Taviani che ha per titolo “Kaos”. Un’opera straordinaria e monumentale, dell’anno 1984, monumentale pensando anche alla sua durata che è di ben quasi 140 minuti. Parlare oggi della luna per sfuggire all’irrespirabile realtà che ci circonda. Volare sulla luna come fuga da una realtà opprimente e della quale non se ne individuano i contorni d’uscita. È che il nostro viaggio si è fatto complicato assai al punto che, come creduloni ed imbecilli, il dito che ci indica la luna spinge alla fuga dall’irrealtà della condizione attuale. Divenire, oggi, novelli Astolfo, figura mitica del grande Ariosto, paladino nelle leggendarie storie scritte per edificare la gloria di un tale Carlo Magno. È che quell’Astolfo possedeva un cavallo straordinario di nome Rabicano, straordinario perché immateriale, già senza peso sul pianeta Terra, figurarsi sul suo satellite Luna ove la gravità è ben ridotta. E quell’Astolfo viaggiò nello spazio sino alla Luna per appropriarsi, in quel mondo, del senno di Orlando, senno smarrito dall’eroe dopo essere stato abbandonato dalla dolcissima Angelica. Si potesse ancor’oggi volare sulla Luna per recuperare il senno smarrito in Terra! Affermava il grande Hegel, “ciò che è reale è razionale”, per aggiungere, a completamento del Suo sommo pensiero, “ciò che è razionale è reale”. Cosa c’è di razionale nel nostro vivere? Cosa c’è di razionale nella condizione sociale e politica del bel paese? Torno alla straordinaria opera cinematografica. Nel secondo episodio che ha per titolo “Mal di luna” si narra di una giovane ed avvenente  fanciulla a nome Isidora che, ad appena un mese dal suo  matrimonio, scopre che il suo amato, che ha nome Batà, è affetto da licantropia. Alla terribile scoperta segue l’amarezza per un segreto che il suo amato avrebbe dovuto rivelarle prima del matrimonio. E qui scatta la tresca; confidatasi Isidora con la madre, donna “esperta” assai, esperta nelle cose della vita, concorda con il cugino Saro che, nelle notti di luna piena, il prestante giovine si rechi nella modesta abitazione della novella sposa per tenerle una tenera compagnia. Al sopraggiungere della prima notte di luna piena i giovani si barricano, come concordato, in casa, mentre il povero Batà si dimena ed ulula nella notte. La giovine Isidora, che ha aspettato con grande trepidazione ed ansia l'apparire della luna piena nel cielo, avendo a suo tempo amato il prestante cugino Saro, si dispone a tradire lo sposo. Ma un profondo senso di umanità prende inaspettatamente il cugino Saro che, resistendo alle invitanti offerte sessuali  della giovine,  abbandona d’impeto il letto coniugale della cugina, accorre all’aperto, sotto il chiaro di luna, per soccorrere l'infelice Batà, che si dimena come un animale ferito, lacerato nelle carni dalle sue stesse unghiate, e rimane all’aperto, per tutta la splendida notte lunare, stringendo tra sue le mani la testa che gli è cara di Batà. È l’umanità piena di Saro, quella che a molti viventi manca. Della luna e della sua magia sugli esseri viventi che abbiano ancor oggi in serbo un briciolo di umanità, ha scritto Giacomo Papi sul supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica” col titolo “La luna”, pezzo pregevole che di seguito trascrivo in parte: (…). Da bambino guardavo spesso la mappa della luna: il Mare delle Crisi, del Nettare, del Margine, del Freddo, dell'Umido e delle Nubi, il Lago dei Sogni, l'Oceano delle Tempeste, la Baia della Rugiada e degli Arcobaleni, l'Isola dei Venti, il Muro Dritto, la Penisola dei deliri, la Palude del Sonno. E mi domandavo chi avesse mai inventato quei nomi meravigliosi. Adesso lo so: dopo i tentativi di Galileo, Hevelius ed Eustachio Divini, fu Giovanni Riccioli, gesuita tolemaico ferrarese, a dare alle stampe nel 1651 l'Almagestum Novum con la prima mappa completa.

domenica 22 dicembre 2019

Lalinguabatte. 86 «Prendete un libro».


“Prendete un libro. Fatto? No, non l'avete preso. Non l'avete preso tutto: un libro è qualcosa che vi sfugge e vi supera di continuo, tanto è esteso nello spazio e nel tempo. Nello spazio perché i libri attraversano il mondo più velocemente di noi e dei nostri pensieri. Nel tempo perché la giostra degli anni ha per loro una antica e ben nota clemenza. (…). I libri sono posti dove le persone si incontrano e si confrontano, luoghi immateriali fatti di parole e scie di parole che attraversano il pianeta senza fermarsi. In ogni generazione può trovarsi qualcuno che ha il coraggio di opporsi alla propaganda e dire che ciò che ci unisce è più grande e importante di ciò che ci divide. Prendete un libro. Non ci riuscirete, non potete davvero prendere un libro: nessun abbraccio umano è tanto grande. Però potete provarci. Potete provarci sussurrando a voi stessi che è una cosa che vale la pena di fare, che è qualcosa che fa bene. Potete, anzi dovete provare a prendere un libro. Perché in fondo, tentandoci, potreste ritrovarvi in mano il mondo.” Così ha scritto Geraldine Brooks in una Sua un po’ datata riflessione che ho ritrovato tra le mie carte, riflessione pubblicata sul supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica” il 25 di ottobre dell’anno 2008. Geraldine Brooks, scrittrice australiana, ha vinto nell’anno 2006 il Premio “Pulitzer” per la Sua attività di giornalista che affianca, con grande impegno, alla Sua attività letteraria. In Italia ha  pubblicato, per i tipi Neri Pozza, “I custodi del libro”. “Prendete un libro”: mi sembra debba essere questo, oggigiorno, l’imperativo categorico per non sprofondare nella turpitudine più completa di una società quanto mai scollacciata e senza più un navigare sicuro; ma con quali strumenti diffondere l’imperativo predetto? Da quella riflessione di Geraldine  Brooks sono trascorsi undici anni e passa abbondanti, ma di quali misfatti, in fatto di mal di vivere, mal di vivere difeso ad oltranza come libertà individuale di un singolo prima , di ciascuno poi e quindi come diritto inequivocabile per tutti, contro i soliti bacchettoni e moralisti di questo mondo, di quali misfatti, dicevo, è stato osservatore distratto l’inebetito, mediaticamente mitridatizzato cittadino del bel paese? Quali gli strumenti per raddrizzare una rotta che inequivocabilmente porterà a schiantarsi, la fragile navicella del nostro vivere collettivo, contro gli immensi scogli dell’indifferenza e dell’ottusità? Il ritrovare la bella riflessione di Geraldine Brooks mi spinge, di conseguenza, ad associarvi la “seconda parte” – “seconda parte” artificiosamente da me creata, ché non esiste nell’originale di quello scritto - di quel bellissimo, interessantissimo recente intervento dello scrittore Pietro Citati pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 9 di febbraio dell’anno 2011 col titolo “Perché ormai i nostri ragazzi pensano che studiare sia inutile”. Una lettura illuminante assai, nell’oscurità del periglioso tempo nel quale siamo chiamati a vivere, chiamati a vivere in verità così come il sommo Poeta ebbe a dire "…fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Ha scritto Pietro Citati che “nel 1943, avevo tredici anni, (…). Non andavo mai a scuola: non studiavo né il latino né il greco. I bombardamenti di Torino avevano costretto la mia famiglia a rifugiarsi in un'immensa casa in Liguria, con stanze altissime, scale ombrose, soffitte che accoglievano uccelliere vaste come saloni. In quel piccolo paese di mare, vivevo quasi solo. La scuola del capoluogo vicino era chiusa perché gli aerei inglesi mitragliavano le strade: i miei due migliori amici erano stati fucilati durante un rastrellamento tedesco; e qualcosa nel mio contegno teneva lontani da me i ragazzi del paese, coi quali avrei voluto giocare a pallone. Tutti i libri della mia casa di Torino erano finiti in una cucina abbandonata: identica a quella del Castello di Fratta. Mio padre li aveva sistemati a caso dentro vecchie librerie o lasciati dentro le casse. Dovunque mi avventurassi e esplorassi, l'immensa casa grondava di libri.

mercoledì 18 dicembre 2019

Lalinguabatte. 85 «La vita è un soffio e la leggerezza non ha nulla a che fare con la vacuità».


Ha scritto Silvia Truzzi su “il Fatto Quotidiano” di domenica 27 di marzo dell’anno 2011 - nella Sua rubrica “Fatti di vita” - nel “pezzo” che ha per titolo “Poveri figli”, a proposito della diffusissima tendenza dei “nuovi” genitori a “farsi giustizia” da sé nelle aule scolastiche del bel paese: “(…). È passata – cattiva maestra televisione – l’idea che urlare la propria ragione le conferisca una qualche supremazia argomentativa. Naturalmente è l’illusione dello stupido. Questi comportamenti alla ora ti metto a posto io dipendono da una, spesso immotivata, iperidea di sé. E dalla convinzione che, considerando il successo un imperativo categorico, non siano tollerabili inciampi (…). Ma la strada per il successo, ammesso che sia un traguardo preferibile alla felicità, è piena di buche. Non è una considerazione morale: è, semplicemente, logica. Essere andati a scuola vent’anni fa non vuol dire saper insegnare, anche se non tutti i prof ne sono degni (…). Quando hai 16 anni la scuola è una rottura di palle che ti costringe a svegliarti presto e a sbadigliare per le successive due ore in classe. Non capisci a cosa serve studiare, specie in un mondo di cafoni analfabeti. Tutto è molto, molto, più chiaro dopo. Non si tratta solo di imparare a usare il congiuntivo, che pure ha una sua importanza (…). Si tratta di formarsi, individuarsi, crescere. Imparare a ragionare, sostanziare le proprie tesi, rendere elastico il cervello. A riconoscere la bellezza di una conversazione vivace dalla banalità del luogo comune. Si sostiene che bisognerebbe insegnare cultura d’impresa al posto di greco, latino e filosofia: Faber est suae quisque fortunae (ognuno è artefice della propria sorte). L’importante sarebbe almeno avere la possibilità di scegliere chi si vuole diventare, se esseri pensanti o idioti che sanno solo chattare via skype o mandare sms. Sapendo di sé sarà più facile scegliere anche le persone che ci fanno compagnia nel viaggio (altrimenti si rischia di finire le proprie serate a parlare con imbecilli che a quarant’anni cedono alla lusinga di credersi adolescenti con tutto davanti). Ma la vita è un soffio e la leggerezza non ha nulla a che fare con la vacuità. Per questo è il caso che mamme e papà si fermino sul portone di scuola. Possono impiegare le loro giornate in modi più proficui, magari insegnando ai ragazzi – questo sì è un affare loro – il valore della conquista: del sapere, dell’intelligenza, della costruzione.” Termine della bellissima citazione. Ho passato tantissimi decenni nelle aule scolastiche nella mia qualità di insegnante ed ho potuto conoscere così decine e decine e decine di genitori dei miei alunni. Quanti? Chi potrà mai stabilirlo? Mi corre l’obbligo di dire, in proposito, che all’inizio di quella mia carriera la “specie” genitori era del tipo “professò, ammazzatulu, dateci nu’ paru e scaffi ca’ si merita” – professore, ammazzatelo, dategli un paio di schiaffi che se li merita, resa nella lingua risciacquata in Arno – oppure del tipo di quella “povera” donna, “povera” nel senso letterale della parola, che per ingraziarsi l’insegnante del suo figliolo si presentava, in un gelido mattino, con un quarto del suo pane di farina di castagno per impetrare comprensione per le assenze di quella sua creatura, l’ultima di una lunga serie, che in quel particolare periodo dell’anno veniva impegnata nella raccolta delle castagne, una risorsa per tutta la comunità di quel luogo, disertando l’obbligo della frequenza. Un “quarto” del suo pane, sottratto a quella nutrita schiera di bocche da sfamare.

domenica 24 novembre 2019

Lalinguabatte. 84 «La democrazia e la sinistra in crisi perché è tramontata l'idea del bene comune».


(…). Disse allora un ricco: parlaci del dare. Ed egli rispose: voi non date che cosa di poco conto quando date qualcosa dei vostri beni. È quando date qualcosa di voi stessi che date veramente. Poiché cosa sono i vostri beni se non cose che serbate e custodite per paura di averne bisogno domani? E domani, che cosa porterà il domani al cane troppo prudente che nasconde gli ossi nella sabbia che non lascia tracce mentre segue i pellegrini diretti alla città santa? E che cos’è la paura del bisogno se non il bisogno stesso? E la paura della sete quando il vostro pozzo è pieno, non è forse insaziabile sete? (…). Così ha scritto nel Suo straordinario libro “Il Profeta” Kahlil Gibran. È oggigiorno tutto un fiorire ed un parlare della necessità di un nuovo rinascimento dello spirito negli abitatori del bel paese. Sembra, a sentire questi pensatori pensosi assai, che dal lungo sonno riemergerà il bello ed il buono che sembrava essersi dissolto e svaporato dalle verdi contrade dell’italico paese. Sembra che una nuova grazia ed una armonia nuova, che più armonica non la si potrebbe pensare o immaginare, possa riapparire all’orizzonte a scacciare con decisione la malagrazia, lo strepitare scomposto dei malmostosi del bel paese. Sarà il bene a vincere e a dominare il futuro nostro prossimo? Come non sperarlo? Come non auspicarlo per vecchi e giovani e financo per quelli che non sono ancora in Terra? Sembra che sia un tutto interrogarsi cosa sia e su dove stia il “bene comune”, ove esso abbia albergato nei perigliosi nostri ultimi anni che sembrano d’improvviso essersi chiusi definitivamente. Non ho cuore per dubitarne. Non ho cuore per interrogarmi sulla validità delle analisi che vengono perentoriamente proposte ed esposte con dovizia assai di fatti e dati. “Voglio”, e dico voglio, contravvenendo a malincuore alla cara, materna educazione ricevuta per la quale “l’erba voglio non esiste neanche nel giardino del re”, voglio, dicevo, crederci con tutte le mie forze. Ha proprio ragione il grande Kahlil Gibran quando sostiene che il “dare”, come aspetto non secondario del “bene comune” che risorge, sia tale solamente “quando date qualcosa di voi stessi”. E sembra proprio che le “cose” nel bel paese stiano marciando in questa meravigliosa direzione? Un luminoso avvenire? “Voglio” sperarlo, crederlo, fortissimamente lo “voglio”. È con questa mia voglia di credere assai alle cose prima scritte che la magnifica corrispondenza che ha per titolo “Il bene comune” di Giacomo Papi, pubblicata sul supplemento “D” – del mese di giugno dell’anno 2011? - del quotidiano “la Repubblica”, che in parte di seguito trascrivo, sembra, agli occhi miei ultimi, come un pezzo di archeologia politica, come un residuato sociale e sociologico di un  tempo che è stato e che difficilmente potrà mai più riapparire. È la fine di un incubo? È un fossile di un tempo maligno che è stato? Rileggendo quella corrispondenza non si ritrova di certo il bene di Kahlil Gibran, ma è sperabile che col tempo al “bene” buono proposto da Kahlil ci si avvicini pure. Bisogna sconfiggere gli orchi dei nostri sogni, gli orchi del tempo nostro, però. Sempre che il “bene” raffigurato dal Papi non abbia a riprendere il sopravvento. Gli orchi avrebbero vinto di nuovo. E forse per sempre: (…). All'alba di un mattino d'inverno dei primi anni Ottanta, il Macchi, un vecchio tipografo anarchico che oggi non c'è più, trovò un barbone che dormiva nella sua macchina. L'intruso si svegliò spaventato, bofonchiò che se ne andava subito, ma il Macchi lo convinse a tornare, gli disse che si sentiva più tranquillo se qualcuno gli controllava la macchina con i ladri che ci sono in giro. La pantomima andò avanti per mesi fin quando a primavera il barbone scomparve lasciando sul cruscotto un biglietto di ringraziamento. Si dice che la democrazia e la sinistra siano in crisi perché è tramontata l'idea del bene comune, cioè il concetto che fonda ogni politica. Ho fatto un'indagine. Ho chiesto a un po' di bambini. Una bambina di sei anni ha risposto: - Che cosa vuol dire comune? -. Perfetto un ragazzo di nove: - È il bene di tutti e si raggiunge comportandosi in modo civile -. Un diciassettenne via sms: - È un bene ke un gruppo di persone decide di mettere appunto in comune e di kui kiunque può usufruire -. Concetto precisato da un dodicenne: - Qualcosa che tutti hanno. Per esempio il telefonino: io sono l'unico nella mia classe senza, ma per gli altri è un bene comune -. L'idea del bene comune non è finita, ha perso via via ogni astrazione. È diventata concreta. Non è più la felicità o l'uguaglianza, ma ciò che si può acquistare, possedere e usare. È una cosa, quasi sempre una merce, è l'auto del Macchi, (…), il telefonino del dodicenne. Persiste la percezione confusa di avere diritto a ciò che hanno gli altri, ma anche a difendere il proprio dall'assalto di chi è senza. Da come si stabilizzeranno queste percezioni dipende il futuro. Se l'atlante dei desideri continuerà a essere disegnato unicamente dalla pubblicità, sarà il mercato a definire il bene comune e la dimensione pubblica diventerà compiutamente pubblicitaria.