"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 30 novembre 2019

Cosedaleggere. 16 «Sovranismo politico e universalismo umanitario».


Tratto da “Che fine farà il popolo senza terra?” di Gustavo Zagrebelsky, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 19 di novembre 2019: (…). Siamo in Europa, tra gli anni trenta e quaranta del secolo scorso. A milioni di persone fu negata la terra. Non c’ era un altrove perché nell’ organizzazione politica del mondo non c’ erano spazi vuoti e si viveva in un “unico mondo”, per di più “saturo”. Perciò, la cacciata preconizzava l’ espulsione dall’ umanità. Per tentare di ovviare alla terribile condizione di milioni di persone destinate a essere annientate, nel 1938 a Evian-les-bains fu convocata una conferenza alla quale parteciparono 32 nazioni. Si mirava a un accordo della comunità internazionale per ripartire i profughi in base alle capacità ricettive dei diversi paesi e consentire così un poco di mobilità pur in un mondo suddiviso tra Stati sovrani. Fu un quasi totale insuccesso (Hitler poté sfruttarlo così: se le democrazie non sono disposte a dare spazio agli Ebrei, perché io?). Analogie. Una nave, il St Louis, al comando del capitano Gustav Schröder, nel 1939 cercò di salvare un migliaio di perseguitati dai nazisti. Il “viaggio dei dannati” partì da Amburgo, la nave si diresse a Cuba dove fu respinta, cercò inutilmente di riparare in Florida e poi in Canada, finché questo moderno vascello fantasma fu costretto a rientrare in Europa.

venerdì 29 novembre 2019

Ifattinprima. 24 «“Così fan tutti”. Poi si diede alla latitanza».


Tratto da “Natale ad Hammamet” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 28 di  novembre 2019: (…). “Mi scuso con le persone perbene perquisite perché colpevoli di contribuire in modo onesto alla politica. Subiscono la gogna mediatica pur avendo seguito le regole con la massima trasparenza” (Matteo Renzi). Gli imprenditori in questione non sono stati perquisiti per la loro “onestà” e “trasparenza”, ma perché sospettati di aver finanziato la fondazione renziana Open dal 2012 al 2018, cioè dall’inizio della scalata al Pd fino all’ultima débâcle elettorale, aggirando la legge sul finanziamento privato ai partiti. Come?

mercoledì 27 novembre 2019

Lavitadeglialtri. 13 «La terrificante solitudine dei vecchi».


Vi racconto questa. Avevo incontrato F. nel parcheggio di un centro commerciale, uno dei tanti anonimi e spesso squallidi centri commerciali che pullulano alla periferia della mia e delle altrui città, che sono oggigiorno divenuti i nuovi “santuari”, per come li definisco io, ove si celebra un rito tanto caro agli umani indefessi consumatori. Consumatori di tutto, anche della propria vita. Ricordo si fosse in una delle tante giornate canicolari che regolarmente ci assediano dal mese di maggio ad ottobre ed oltre in questo estremo lembo di terraferma. F. si aggirava tra le auto parcheggiate sotto quel solleone, neanche l’ombra di un’ombra d’albero o di quant’altro a mitigare quel caldo insopportabile. Con fare discreto F. mi si avvicinò mentre aprivo la portiera della mia auto. Mi gratificò di un Suo sorriso sereno e si premurò di farmi conoscere la Sua storia ancor prima di chiedermi un piccolo aiuto. F. aveva fatto per tantissimi anni l’infermiere in una lussuosa clinica privata del Sud più profondo. Fallita la clinica per malversazione compiuta dai soliti furbetti in camice bianco e per varie irregolarità fiscali, F. si era ritrovato senza un lavoro e con l’amara sorpresa di non essere stato messo, nei lunghissimi anni trascorsi in quella clinica, in regola con le contribuzioni assistenziali e previdenziali. È che, nei disastri di questo lercio mondo, sono i più poveri a pagarne il prezzo maggiore. In quell’occasione gli augurai, di cuore, di trovare una rapida soluzione al suo drammatico stato. Avevo re-incontrato F. per le viuzze medievali della mia città, in un cosiddetto vicolo. Era trasfigurato rispetto al ricordo che ne avevo, ed anche più malandato e trasandato nella persona e nell’abbigliamento. Gli ho chiesto subito del suo stato, tanto per metterlo nelle condizioni migliori per parlarne. Con grande sconforto F. mi confidava come nulla di nuovo fosse intervenuto nella sua esistenza. Anzi, senza il sorriso sereno che mi aveva elargito nella precedente occasione, mi confidava di avere pensato tante volte di farla finita con una vita divenuta terribilmente insopportabile, inutile, senza speranze future. Non ho retto. E, lo confesso, con un groppo in gola, mi sono lasciato andare ad una tiritera sulla “sacralità della vita”, sulla “unicità” di ciascun essere vivente nello scenario dell’universo tutto, come se non  mi bastasse lo scenario reperibile sul pianeta Terra, sul dovere di ciascuno di non mollare mai nell’attesa che anche le più avverse situazioni possano volgere al meglio e blablablabla… Giuro che quando ho lascito F. ero più confuso che mai. Giuro d’essermi vergognato quasi di quel mio blablablabla… fatto nella condizione di chi ha tanto ottenuto dalla vita. Me ne sono vergognato e mi sono sentito uno sconfitto. Come ho potuto arrogarmi il diritto d’impartire ad F. una lezione di vita? Di quale vita poi? Come può essere cara la vita ad F. nelle sue tristissime, avverse condizioni? Ho ripensato ad F. rileggendo il ritaglio di una ritrovata memoria di Massimo Fini, “Una vita basta (e avanza)”, memoria pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 23 di maggio dell’anno 2010, nella quale memoria l’illustre opinionista scrive che, a proposito degli anni che ci sono concessi di vivere, “bisogna vedere come li si vive”. Ritengo interessante la riflessione contenuta e pertanto trascrivo la memoria, di seguito, nella sua interezza: Il mio slogan è: morire prima, morire tutti. La seconda parte è incontrovertibile, la prima, ovviamente, discutibile. Già dal 1919, quando gli orrori della medicina tecnologica non avevano ancora raggiunto i livelli attuali, Max Weber scriveva: - Il presupposto generale della medicina moderna è che sia considerato positivo, unicamente come tale, il compito della conservazione della vita... Tutte le scienze danno una risposta a questa domanda: che cosa dobbiamo fare se vogliamo dominare tecnicamente la vita? Ma se vogliamo e dobbiamo dominarla tecnicamente, e se ciò, in definitiva, abbia veramente un significato, esse lo lasciano del tutto in sospeso oppure lo presuppongono per i loro fini -. Nella società contemporanea, dimentichi non solo di Weber ma di una sapienza millenaria, l'allungamento della vita non è solo un must ma la bandiera che sventola orgogliosamente sul più alto pennone della nave della Modernità. Bisogna sgombrare subito il campo da un voluto e non innocente equivoco diffuso dagli scienziati, dai medici e dagli storici: che in era preindustriale la vita fosse cortissima, 32 anni o poco più. Un falso ideologico. Gli uomini e le donne del Medioevo si sposavano, in media, rispettivamente a 29 e 24 anni, non avrebbero avuto neppure il tempo di tirar su i primi figli e, tantomeno, di farne a dozzine come invece accadeva. Il fatto è che si confonde la vita media, che scontava l'alta mortalità natale e perinatale (che peraltro selezionava naturalmente i più robusti) con la vita effettiva di quegli uomini.

martedì 26 novembre 2019

Letturedeigiornipassati. 68 «I pochissimi rapporti che ho con la religione passano attraverso il rapporto che ho con gli uomini».


Si intitolava “Siamo dei voltagabbana felici” l’intervista che Silvia Truzzi fece ad Andrea Camilleri il 26 di novembre dell’anno 2015. In ciò che rimane di quell’intervista e che si ri-propone non compariranno più quelle tragicomiche figure italiche che sono i “voltagabbana”. Da lassù Andrea non me ne voglia. Avrò utilizzato quei passaggi dell’intervista per un qualsivoglia altro post che al momento non riesco a recuperare nella memoria elettronica. Vale comunque la pena ri-leggere per ri-sentire quasi la voce dell’indimenticato Andrea Camilleri. Scriveva Silvia Truzzi: S’intitola Certi momenti (Chiarelettere), l’ultimo libro di Andrea Camilleri. Ma potrebbe intitolarsi anche Grazie perché è un tributo agli incontri “durati un momento oppure una vita che hanno determinato una sorta di cortocircuito dentro di me”. Ossia quegli incontri “che hanno provocato un primo momentaneo distacco e poi una sorta di maggiore illuminazione dentro di me. Gli uomini, le donne e i libri che racconto in questo breve testo hanno rappresentato delle scintille, dei lampi, dei momenti di maggiore nitidezza: e per questo ho voluto ringraziarli”. Le tracce sono molte, e a volte ti sorprendi. Perché se pensi sia ovvio imbattersi in grandi scrittori come Gadda, Tabucchi, Pasolini, Vittorini o Primo Levi, molto meno scontato è il ritratto del pastore cantastorie o di una sconcertante Federala che arringa le donne con la propaganda per il Duce, ma regala una pubblicazione clandestina di Giustizia e Libertà al giovane Andrea.
Tra le pagine più intense c’è la sua confessione – durata tre ore – con il vescovo di Livorno prima di cresimarsi per potersi sposare in chiesa. Alla fine dice: ”Le ore trascorse a dialogare con il vescovo sono rimaste marchiate per sempre, non solo nella mia memoria, ma anche nel mio cuore”. Che rapporto ha con la religione? - Premetto che i pochissimi rapporti che ho con la religione passano e sono passati attraverso il rapporto che ho con gli uomini. Quel vescovo prima ancora di essere un uomo di fede era soprattutto un anziano signore, molto fine, molto colto e molto saggio. Ebbe l’intelligenza di parlarmi con le parole dell’esperienza, parole terrene ma alte, quelle che giustamente s’incisero su di me. Oggi, a novant’anni, continuo a considerarmi un non credente con una grande invidia verso coloro che hanno una fede quale che essa sia -.
Di tutti gli incontri del libro, uno particolarmente toccante è quello con Pippo Perna, compagno di scuola ebreo, allontanato dopo le leggi razziali. Al di là delle circostanze, veramente letterarie, del vostro fortuito rincontro negli Anni 80, colpisce il fatto che lei abbia continuato a sognare il suo amico, per anni. - Non è che l’ho sognato per anni subito dopo il suo allontanamento, mi è ritornato prepotentemente alla memoria e da sveglio, appena sono cominciate a trapelare le notizie dell’Olocausto. È stato naturale allora l’insorgere della domanda sul destino del mio amico. Se era riuscito a scamparla o se di lui non restava neppure la cenere… -.
Da poche settimane è trascorso l’anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini. Con cui – ci racconta – vi trovaste subito reciprocamente antipatici, dalla prima cena a casa di Laura Betti. Di Pasolini sono rimasti soprattutto Gli scritti corsari: perché come letterato è stato sostanzialmente dimenticato? - Io ho una mia personale idea che può essere criticabilissima circa Pasolini letterato. E cioè che Pasolini sia stato uno dei più grandi poeti italiani del secondo Novecento ma che lo scrittore di Ragazzi di vita fosse ben lontano dall’altezza raggiunta con i suoi versi. Credo però che sia assolutamente non equilibrato puntare solo sugli Scritti Corsari e tenere in ombra le poesie che invece avevano una forza di impatto, una valenza pari se non superiore agli Scritti -.

lunedì 25 novembre 2019

Ifattinprima. 23 «Il fascista tira esibito come un tempo la donna barbuta o il mangiafuoco».



Tratto da “Pur ridicolo, il nazi è nazi: serve da controfigura e utile idiota delle destre” di Alessandro Robecchi, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 13 di novembre 2019: (…). La storia è nota: un consigliere comunale di Bologna, Marco Lisei, meloniano di Fratelli d’Italia, insieme a un deputato della Repubblica, Galeazzo Bignami, meloniano di Fratelli d’Italia anche lui (ma ex Forza Italia), videocamera alla mano, si sono fatti una passeggiata tra le case popolari di Bologna. Hanno così certificato che sui citofoni molti non si chiamano Rossi o Fabbri, come le nostre radici cristiane ci imporrebbero, ma nomi strambi, anche con delle h o delle k. La cosa ha molto turbato i due, che hanno preso al volo quella china dell’ottovolante che conduce alla cretineria assoluta: invasione, prima gli italiani, l’Emilia da liberare, eccetera eccetera. Non tragga in inganno il fatto che i due caratteristi, nell’irresistibile inquadratura-selfie-comizio, sembrino più Totò e Peppino in piazza del Duomo invece che due camicie brune al lavoro, è la solita questione della storia come tragedia e come farsa. Quanto alla camicia bruna, il Bignami ce l’ha veramente, esistono foto che lo ritraggono mentre la indossa, con tanto di pugnale e fascia al braccio con la svastica, e ancora nel relax post prandiale con bandieroni della Repubblica di Salò e del partito hitleriano alle pareti. È roba vecchia, di quand’era capogruppo di Forza Italia in regione, e lui si difese dicendo… indovinate? Goliardia: era il suo addio al celibato (che bella festa, forse pioveva, se no andava a cercare Anna Frank sui citofoni con gli amici). Naturalmente i due incursori hanno dovuto togliere il video dai loro social, nonostante avessero detto esplicitamente che della privacy se ne fottevano alla grande (un sincero “me ne frego”, con la retromarcia, però), ma resta l’enormità di un deputato della Repubblica che se ne va in giro a schedare i citofoni. Piccola storia istruttiva, ma non l’unica. Il fascista tira, produce quel momentaneo, sterile accaloramento che hanno le provocazioni, oppure viene esibito come un tempo la donna barbuta o il mangiafuoco nelle fiere di paese. Paolo De Debbio, per dirne uno che fa quel giochetto lì, esibisce nel suo programma un certo Brasile, energumeno-borgataro-fascista, con duplice effetto. Il primo: minimizzare e fare del nazismo di periferia una macchietta quasi patetica, e al tempo stesso aprire, sdoganare, inserire nella normale dialettica popolar-sovranista un elemento – lo squadrista più o meno ripulito – come se fosse un interlocutore normale.

domenica 24 novembre 2019

Lalinguabatte. 84 «La democrazia e la sinistra in crisi perché è tramontata l'idea del bene comune».


(…). Disse allora un ricco: parlaci del dare. Ed egli rispose: voi non date che cosa di poco conto quando date qualcosa dei vostri beni. È quando date qualcosa di voi stessi che date veramente. Poiché cosa sono i vostri beni se non cose che serbate e custodite per paura di averne bisogno domani? E domani, che cosa porterà il domani al cane troppo prudente che nasconde gli ossi nella sabbia che non lascia tracce mentre segue i pellegrini diretti alla città santa? E che cos’è la paura del bisogno se non il bisogno stesso? E la paura della sete quando il vostro pozzo è pieno, non è forse insaziabile sete? (…). Così ha scritto nel Suo straordinario libro “Il Profeta” Kahlil Gibran. È oggigiorno tutto un fiorire ed un parlare della necessità di un nuovo rinascimento dello spirito negli abitatori del bel paese. Sembra, a sentire questi pensatori pensosi assai, che dal lungo sonno riemergerà il bello ed il buono che sembrava essersi dissolto e svaporato dalle verdi contrade dell’italico paese. Sembra che una nuova grazia ed una armonia nuova, che più armonica non la si potrebbe pensare o immaginare, possa riapparire all’orizzonte a scacciare con decisione la malagrazia, lo strepitare scomposto dei malmostosi del bel paese. Sarà il bene a vincere e a dominare il futuro nostro prossimo? Come non sperarlo? Come non auspicarlo per vecchi e giovani e financo per quelli che non sono ancora in Terra? Sembra che sia un tutto interrogarsi cosa sia e su dove stia il “bene comune”, ove esso abbia albergato nei perigliosi nostri ultimi anni che sembrano d’improvviso essersi chiusi definitivamente. Non ho cuore per dubitarne. Non ho cuore per interrogarmi sulla validità delle analisi che vengono perentoriamente proposte ed esposte con dovizia assai di fatti e dati. “Voglio”, e dico voglio, contravvenendo a malincuore alla cara, materna educazione ricevuta per la quale “l’erba voglio non esiste neanche nel giardino del re”, voglio, dicevo, crederci con tutte le mie forze. Ha proprio ragione il grande Kahlil Gibran quando sostiene che il “dare”, come aspetto non secondario del “bene comune” che risorge, sia tale solamente “quando date qualcosa di voi stessi”. E sembra proprio che le “cose” nel bel paese stiano marciando in questa meravigliosa direzione? Un luminoso avvenire? “Voglio” sperarlo, crederlo, fortissimamente lo “voglio”. È con questa mia voglia di credere assai alle cose prima scritte che la magnifica corrispondenza che ha per titolo “Il bene comune” di Giacomo Papi, pubblicata sul supplemento “D” – del mese di giugno dell’anno 2011? - del quotidiano “la Repubblica”, che in parte di seguito trascrivo, sembra, agli occhi miei ultimi, come un pezzo di archeologia politica, come un residuato sociale e sociologico di un  tempo che è stato e che difficilmente potrà mai più riapparire. È la fine di un incubo? È un fossile di un tempo maligno che è stato? Rileggendo quella corrispondenza non si ritrova di certo il bene di Kahlil Gibran, ma è sperabile che col tempo al “bene” buono proposto da Kahlil ci si avvicini pure. Bisogna sconfiggere gli orchi dei nostri sogni, gli orchi del tempo nostro, però. Sempre che il “bene” raffigurato dal Papi non abbia a riprendere il sopravvento. Gli orchi avrebbero vinto di nuovo. E forse per sempre: (…). All'alba di un mattino d'inverno dei primi anni Ottanta, il Macchi, un vecchio tipografo anarchico che oggi non c'è più, trovò un barbone che dormiva nella sua macchina. L'intruso si svegliò spaventato, bofonchiò che se ne andava subito, ma il Macchi lo convinse a tornare, gli disse che si sentiva più tranquillo se qualcuno gli controllava la macchina con i ladri che ci sono in giro. La pantomima andò avanti per mesi fin quando a primavera il barbone scomparve lasciando sul cruscotto un biglietto di ringraziamento. Si dice che la democrazia e la sinistra siano in crisi perché è tramontata l'idea del bene comune, cioè il concetto che fonda ogni politica. Ho fatto un'indagine. Ho chiesto a un po' di bambini. Una bambina di sei anni ha risposto: - Che cosa vuol dire comune? -. Perfetto un ragazzo di nove: - È il bene di tutti e si raggiunge comportandosi in modo civile -. Un diciassettenne via sms: - È un bene ke un gruppo di persone decide di mettere appunto in comune e di kui kiunque può usufruire -. Concetto precisato da un dodicenne: - Qualcosa che tutti hanno. Per esempio il telefonino: io sono l'unico nella mia classe senza, ma per gli altri è un bene comune -. L'idea del bene comune non è finita, ha perso via via ogni astrazione. È diventata concreta. Non è più la felicità o l'uguaglianza, ma ciò che si può acquistare, possedere e usare. È una cosa, quasi sempre una merce, è l'auto del Macchi, (…), il telefonino del dodicenne. Persiste la percezione confusa di avere diritto a ciò che hanno gli altri, ma anche a difendere il proprio dall'assalto di chi è senza. Da come si stabilizzeranno queste percezioni dipende il futuro. Se l'atlante dei desideri continuerà a essere disegnato unicamente dalla pubblicità, sarà il mercato a definire il bene comune e la dimensione pubblica diventerà compiutamente pubblicitaria.

venerdì 22 novembre 2019

Cosedaleggere. 15 «Tutti sbraitano per il loro quarto d’ora di mediocrità».


Tratto da “La mia matita tra Bobo e Gesù”, intervista di Antonio Gnoli a Sergio Staino pubblicata sul settimanale “Robinson” del quotidiano la Repubblica del 16 di novembre 2019: (…). Come hai scoperto Gesù? «Lui mi piace, da sempre. A parte la mania di sentirsi il figlio di Dio, è disponibile, umano, fa perfino qualche miracolo. Quando disse gli uomini sono tutti uguali, inventò il socialismo. Poi qualche secolo dopo arrivò Marx che aggiunse: uguali va bene, ma non basta, unitevi!».
Era nata la sinistra? «Per forza, anche perché tu lo vedresti Gesù a un comizio di Salvini?».
Salvini bacia il rosario. «Potrebbe anche fare la via Crucis o travestirsi da Padre Pio. Come spottone elettorale forse gli andrebbe bene».
Staino, di’ la verità: hai sostituito la politica con la religione. «Ma no, è che da quella parte arrivano vibrazioni positive».
Bobo sarebbe d’accordo? «Lui va per conto proprio. A volte sono io a seguire lui, altre è il contrario».
Gli devi molto? «Non sarei Staino senza di lui. Oltretutto quando l’ho creato è stato come rifare me stesso».
Nel senso? «Dopo vari tentativi, avevo perfino immaginato la figura di uno psichiatra, mi sono detto: se facessi me stesso, quello che sono, con i miei difetti, forse potrebbe funzionare. E ho fatto la mia caricatura. Mi sono imbruttito: un po’ grasso con un naso grosso, gli occhiali, la barba e i capelli radi».
Così ti vedi? «Già da bambino non pensavo di diventare un adone».
Com’eri da bambino? «La sola cosa che mi piaceva veramente era disegnare. Leggevo i fumetti, soprattutto Walt Disney disegnato da Carl Barks, provavo e riprovavo a copiarli. Fu mia madre a incoraggiarmi. Del resto era l’unica cosa che potesse fare, vivevamo confinati in montagna e in seria ristrettezza».
Intendi dire che hai avuto una vita complicata? «Sono nato sull’Amiata, a Piancastagnaio. Mio padre, carabiniere e meridionale, vi fu trasferito alla fine degli anni Trenta. Negli anni giovanili e anche dopo fu importante lo scrittore e teologo Ernesto Balducci, anche lui nato nelle zone dell’Amiata. Lì c’erano le cave di mercurio e il padre di Ernesto era un minatore. Mi ricordo le vasche colme di questo liquido denso e Balducci che mi diceva: qui siamo tutti un po’ matti perché respiriamo il mercurio».
Quanto sei restato a Piancastagnaio? «Quando avevo cinque anni ci trasferimmo a Firenze. A sei calpestai un pulcino e lo uccisi. Mio nonno si incazzò. La verità è che non l’avevo visto. Cominciai allora ad avere problemi seri agli occhi. Fu in terza elementare che un maestro disse ai miei: questo bambino vede poco. Sbagliarono gli occhiali, invertendo le lenti, e la vista peggiorò spaventosamente. Non bastasse tutto questo, nel 1951 mio padre, simpatizzante comunista, fu sbattuto fuori dall’arma. Aprì un negozietto. Ma andò in depressione. Ecco perché alla fine disegnare fu la sola ancora di salvezza».
Com’eri a scuola? «All’inizio sembravo un bambino promettente. Saltai perfino un paio di classi alle elementari e andai direttamente in prima media. Mi iscrissero alla Giosuè Carducci, una scuola per ragazzini ricchi e viziati. Lì cominciarono le umiliazioni e io cominciai a non andarci. Giravo per Firenze aspettando che si facesse l’ora dell’uscita. C’erano insegnanti orribili. Classisti. Mi vivevano come un corpo estraneo. Fui buttato fuori».
Dove andasti? «I miei mi indirizzarono a un istituto per giovani apprendisti. I corsi li aveva istituiti Giacomo Devoto, il lessicografo e italianista. C’erano professori socialisti che insieme al lavoro nei laboratori ci insegnavano la Costituzione. Cominciavo ad aprirmi al mondo della cultura. Mi fecero conoscere i romanzi di Pratolini e Moravia. Ridivenni bravo al punto che, in seguito, mi iscrissi ad architettura e mi laureai con Giuseppe Samonà».
Continuava la tua passione per il disegno? «Il fatto che avessi scelto architettura era la prova di un interesse costante. Che per un certo periodo fu condizionato dalla militanza politica. Finii nel gruppo dei marxisti leninisti — il Partito comunista d’Italia come si chiamava allora. Fu un decennio insulso, perso inseguendo pratiche politiche deliranti. Avevamo come mito la Cina e l’Albania del dittatore Enver Hoxha. Nel 1979 decisi di staccarmi da tutto questo. Non sapevo bene che fare. Avevo trentanove anni, un posto come insegnante in un istituto tecnico che probabilmente non mi avrebbe confermato e una compagna, che poi sarebbe diventata mia moglie, che mi spingeva a seguire la mia vocazione di vignettista».
Avevi già cominciato? «Facevo delle strisce su giornalini locali. Alla fine decisi di spedirne alcune a Linus, considerato in quel momento il tempio del fumetto italiano. Era la fine di ottobre e non seppi nulla per più di un mese. Poi, a dicembre, la mia striscia con Bobo protagonista comparve su quelle pagine. Fu tutto merito di Oreste Del Buono che vide in me qualcosa che probabilmente neppure sapevo di avere».
Che ricordo hai di lui? «Non c’era aspetto della vita sociale e culturale che non lo interessasse. Tieni conto che tutto quanto faceva — nell’ambito del fumetto, del fotoromanzo, del giallo, del romanzo di appendice e perfino della cronaca sportiva — era visto con sospetto dalla cultura ufficiale. Era vent’anni in anticipo su quello che sarebbe accaduto e credo che senza di lui non avrei scalato così rapidamente la scala della satira».
Un posto speciale in questa scala è occupato da “Tango”. «Fu l’inserto satirico dell’Unità che feci nel 1986».

giovedì 21 novembre 2019

Ifattinprima. 22 Warren Buffett: «Certo che c’è la guerra di classe e noi stiamo vincendo».


Tratto da “Un miracolo laico in tempi di cinismo” del sociologo Domenico De Masi, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 20 di novembre 2019: (…). Vale la pena di ricordare alcuni dati essenziali (…). Su 196 Paesi al mondo, l’Italia è all’ottavo posto per Pil e al 32° posto per Pil pro-capite: è, dunque, un paese molto ricco.

mercoledì 20 novembre 2019

Dell’essere. 15 «L’adolescenza è per costituzione un regno povero».


(…). …più si cerca di avvicinare l’adolescenza con un pignolo metro da sarto, suddividendola in centimetri e millimetri, valutandone i vestiti, le mode, le inclinazioni, più si perde di vista la sua essenza e si rimane delusi, quasi infastiditi di fronte a quel segreto.

martedì 19 novembre 2019

Ifattinprima. 21 «Il lavoro italiano schiavizzato rimosso dal dibattito pubblico sovranista».


Tratto da “Quegli operai umiliati nella fabbrica grandi firme” di Roberto Saviano, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 18 di novembre 2019: L'Italia fonda una parte rilevante della sua qualità manifatturiera sul lavoro schiavizzato in distretti industriali che, per tradizione ormai di oltre mezzo secolo, si occupano di realizzare in nero e in condizioni spesso disumane confezioni, cuciture, rifiniture, ma anche scarpe, abiti, cinture, prodotti dell'alta moda. È una verità italiana. Cos'e la verità italiana? L'ho scoperto proprio studiando i laboratori in nero, per cui ogni riflessione con sindacalisti o lavoratori si chiudeva sempre con il commento "ma questa è una verità... italiana".

lunedì 18 novembre 2019

Letturedeigiornipassati. 67 «La fede è diversa dal sapere».


Tratto da “Solo la fede (e non il sapere) ha bisogno della testimonianza di chi la professa” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano la Repubblica del 18 di novembre dell’anno 2017: E questo perché, come scrive San Tommaso: «La fede è promossa non dall'evidenza del contenuto, ma dalla volontà».

domenica 17 novembre 2019

Lalinguabatte. 83 «Siamo sicuri di reggere le conseguenze della libertà?».


Ove si parla dell’uomo “debole”. E si principia con il brano di seguito trascritto, brano postato anni addietro sul sito “manginobriochesblog.unita.it” col titolo “Il sospetto di zia Emma: Harry Potter siamo noi”: «Me la spieghi, questa cosa? Che non ho capito bene come funziona». «Niente, zia, come funzionano sempre queste cose. Al potere c'è uno solo, un individuo spregevole, interessato solo a se stesso e a quanto più a lungo può conservarsi e conservare il suo dominio su cose e persone. Non gli interessa altro, e usa qualunque mezzo».
«Ma ci sono pure quelli che lo seguono». «Certo. Ha un gruppo di fedelissimi. Non sono molti, ma sono una minoranza-maggioranza che basta a controllare tutto il Paese. Finché stanno con lui, sono potenti anche loro. E sono disposti a qualunque cosa, pur di continuare così: spergiurano, tradiscono, stravolgono la verità, chiudono gli occhi, eseguono i compiti più disgustosi».
«E la gente?». «La gente soffre in silenzio, per lo più... Persino quelli a cui lui piaceva, pensa. Quelli che erano ammaliati, dal suo potere. Anche perché il Paese cade a pezzi attorno a loro, tutti sono più poveri e più infelici, e poi anche spaventati».
«Ma la gente lo sa che se si mette assieme, tutta assieme, può sconfiggerlo?». «Diciamo che lo ha dimenticato, e poi c'è un momento in cui diventa pure difficile, anzi sembra proprio inutile, organizzarsi e lottare. Ma c'è chi continua a fare la resistenza, e piano piano... ».
«Ah, ecco, volevo dire. Comunque vada, anche se non funziona o non funziona subito, la resistenza ci fa restare umani». «Assolutamente, zia. La resistenza ci tiene svegli. Anche quella degli altri, anche quando noi non siamo capaci».
«E insomma, alla fine ci sono speranze per tutti?». «Sì, alla fine sì. Ma si dovrà lottare, rischiare, mettersi in gioco».
«Lo sai che comincia a piacermi, questo – come si chiama – Harry Potter? Devi portarmi a vederlo, nipote». «Quando vuoi, zia». «Sai, ho il sospetto che siamo noi, Harry Potter». Mi garba assai, a conclusione della pubblicazione dell’ultima parte della “Antropologia del conformista che fugge dalla libertà” di Gustavo Zagrebelsky, ripreso e trascritto dal quotidiano “la Repubblica”, riportare una straordinaria metafora di quel pensatore fine, prematuramente scomparso, che fu Etienne de La Boètie. La metafora è tratta dall’opera Sua, di recente riscoperta grazie all’editrice Chiarelettere, “Discorso sulla servitù volontaria”: (...). Come il fuoco, partito da una piccola scintilla, s’ingrossa e man mano rinvigorisce, e quanto più legno trova, tanto più ne brucia, e senza che vi si getti acqua per spegnerlo, solo non aggiungendo più legno, non avendo più nulla da consumare, si consuma da solo, perde vigore e non è più fuoco; allo stesso modo i tiranni, quanto più saccheggiano, tanto più pretendono, quanto più rovinano e distruggono, tanto più ricevono, quanto più li si serve, tanto più si fortificano e diventano sempre più forti e più capaci di annientare e distruggere tutto; ma se non gli si consegna niente, se non gli si obbedisce affatto, senza combattere, senza colpirli, ecco che restano nudi e sconfitti, non sono più nulla, come rinsecca e muore il ramo che non riceve più linfa dalle radici. (…). È ciò che ha compreso perfettamente zia Emma: «Ah, ecco, volevo dire. Comunque vada, anche se non funziona o non funziona subito, la resistenza ci fa restare umani».

sabato 16 novembre 2019

Lalinguabatte. 82 «La grettezza è incapace di pensieri generali».


Scrive Nietzsche: «Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali: chi sente diversamente va da sé al manicomio». (…) Se dopo il crollo del muro di Berlino si è diffuso nel mondo il pensiero unico, in Italia, oltre al pensiero, si è diffuso anche il “sentimento unico” che guarda al massimo con compatimento, quando non con disinteresse e a colpi di rimozione, i più disagiati della terra, che non sono solo i migranti, ma quanti ogni giorno perdono il lavoro e, nella scala sociale, scendono ai livelli minimi di povertà. Il sentimento unico esonera dal pensiero e fa da linea guida acritica alle proprie convinzioni, che diventano ogni giorno sempre più radicate, perché, a differenza del pensiero, il sentimento non è mai attraversato dal dubbio, per coltivare il quale bisognerebbe avere fonti di informazioni che non si riducano ai programmi televisivi, dove parlare di disagio, di sofferenza, di ingiustizia, non solo non fa ascolti, ma addirittura infastidisce. (…). …occultare la realtà, indebolire le fonti di acculturazione, dalla scuola all'università, all'editoria, oggi più attenta agli autori di successo che alle idee, indebolisce il senso critico e fa sentire chi la pensa diversamente fuori tempo, senza referenti, senza rappresentanti, senza speranza, finché, per evitare l'isolamento e la solitudine, si adegua, e si adagia in quello stato di passività emotiva che toglie slancio e voglia di impegno. Tutto ciò può essere vantaggioso sul presente a chi governa, ma che futuro può attendere un popolo ridotto a massa inerte che assorbe tutto e non reagisce più?. Ove si parla di seguito – “Parte terza. L’uomo gretto” - della “grettezza”, della quale magistralmente ne scriveva il professor Umberto Galimberti in una Sua corrispondenza del 17 di aprile dell’anno 2010, corrispondenza pubblicata sul supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica” col titolo “Il sentimento unico”, corrispondenza che ho appena trascritto in parte. E la memoria di quella autorevolissima riflessione e la sua ricerca affannosa tra i miei ritagli, per associarla alla parte terza dell’”Antropologia del conformista che fugge dalla libertà” del professor Gustavo Zagrebelsky, che trascrivo, penso rappresenti un giusto tratto d’unione poiché essa, l’autorevole riflessione intendo dire, individua e delinea la “misura” esatta della figura nuova che emerge dai “tipi umani” tratteggiati in quello straordinario intervento del professor Zagrebelsky, intervento tenuto il 16 di giugno dell’anno 2011 all’Auditorium della Musica di Roma nell’ambito delle lezioni “Le parole della politica”, intervento pubblicato sul quotidiano “la Repubblica”: (…). L'uomo gretto è interessato solo a ciò che tocca la piccola sfera dei suoi interessi privati, indifferente o sospettoso verso la vita che si svolge al di là, che chiama spregiativamente la politica. Rispetto alle questioni comuni, il suo atteggiamento l'ipocrita superiorità: certo gli uni hanno torto, ma nemmeno gli altri hanno ragione, dunque è meglio non immischiarsi. La grettezza è incapace di pensieri generali. Al più, in comune si coltivano piccoli interessi, hobby, manie, peccatucci privati, unitamente a rancori verso la società nel suo insieme. Nell'ambiente ristretto dove si alimentano queste attività e questi umori, ci si sente sicuri di sé e aggressivi ma, appena se ne esce, si è come storditi, spersi, impotenti. La grettezza si accompagna al narcisismo e alla finta ricerca della cosiddetta autenticità personale che si traduce in astenia politica accompagnata dal desiderio d'esibirsi. In apparenza, è profondità esistenziale; in realtà è la vuotaggine della società dell'immagine. Il profeta della società gretta è Alexis de Tocqueville, nella sua analisi della uguaglianza solitaria: vedo una folla innumerevole di uomini simili ed eguali che girano senza posa su se stessi per procurarsi piccoli, volgari piaceri. Ciascuno di loro, tenendosi appartato, è estraneo al destino degli altri: se ancora gli rimane una famiglia, si può dire almeno che non abbia più patria. Su questa massa solitaria s'innesta la grande, terribile e celebre visione del dispotismo democratico: ‘al di sopra di costoro s'innalza un potere immenso e tutelare, che s'incarica da solo di assicurare il godimento dei loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Ama che i cittadini siano contenti, purché non pensino che a stare contenti’. Ora, chi invoca su di sé un potere di tal genere, immenso e tutelare, è un uomo libero o è un bambino fissato nell'età infantile? (…).

venerdì 15 novembre 2019

Ifattinprima. 20 «Al di là del ‘caso Ilva’, esiste una ‘tara Italia’».


A lato. Puglia. Otranto: il lungomare.

Tratto da “Ilva, oltre gli indiani c’è la tara italiana” di Massimo Fini, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 13 di novembre 2019: (…). …la storia del colosso siderurgico è una storia italiana, italianissima con protagonisti tutti italiani. Scrive Angelo Bonelli nel suo Good Morning Diossina: “Le proporzioni del dramma sanitario e ambientale nel capoluogo ionico, a partire dai primi anni ‘90, erano evidenti sia alla popolazione che ai medici che constatavano un aumento di malattie da mesotelioma, leucemie, patologie tumorali e malattie della tiroide. Nonostante vi fossero segnali preoccupanti dal punto di vista sanitario, collegati alla grave situazione di inquinamento ambientale, le Istituzioni si dimostravano immobili e latitanti”. Il drammatico conflitto fra salute e lavoro risale quindi ai primi anni 80 quando ArcelorMittal era lungi da essere apparsa a l’onor del mondo italiano. E qui bisogna fare una breve storia del colosso siderurgico di Taranto. Alla sua nascita, fra il 1960 e il 1965, la proprietà di quella che oggi chiamiamo Ilva era dell’Italsider, società pubblica, di Stato, ovviamente italiana. In grave crisi durante tutti gli anni 80 l’acciaieria venne venduta nel 1995, a prezzi di favore, alla famiglia Riva, italiana. Da quando la magistratura nel 2012 cominciò ad occuparsi del ‘caso Ilva’, che non poteva quindi più restare nascosto, si sono succeduti sei esecutivi, governo Monti, governo Letta, governo Renzi, governo Gentiloni, governo Conte I e governo Conte II. Almeno i primi cinque hanno pasticciato con una serie di decreti e controdecreti, di leggi e di controleggi, in una confusione indescrivibile, senza cavare un ragno dal buco.

giovedì 14 novembre 2019

Ifattinprima. 19 «Venezia che muore annegata».


Tratto da “Politici e dirigenti, aguzzini di Venezia” di Tomaso Montanari, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 14 di novembre 2019: (…). I nemici di Venezia, i suoi aguzzini, non sono i venti, le nubi e l’acqua piovana: sono una classe politica e una classe dirigente marcia fin nel midollo, in Laguna e a Roma. Il “maltempo” di cui parliamo è un tempo cattivo che dura da decenni: cattivo per la corruzione e la rapacità, cattivo per l’ignoranza, cattivo per la miopia e la pochezza di chi avrebbe dovuto decidere nell’interesse del bene comune, e invece ha pensato solo al ritorno immediato di pochi. Con la fine della Repubblica di Venezia (1797) entrò in crisi il raffinatissimo meccanismo che per un millennio aveva conservato qualcosa che in natura ha vita limitata: una laguna lasciata a se stessa o diventa mare, o si interra. Si può ben dire che la sopravvivenza della Laguna è «la storia di un successo nel governo dell’ambiente, che ha le sue fondamenta in un agire statale severo e lungimirante, nello sforzo severo e secolare di assoggettamento degli interessi privati e individuali al bene pubblico delle acque e della città» (Piero Bevilacqua). Finita questa storia, l’estesa privatizzazione di parti della Laguna, la creazione di valli da pesca chiuse, la bonifica per ottenere terre asciutte per l’industria hanno ridotto in notevole misura lo spazio in cui le alte maree potevano disperdersi. Contemporaneamente, sono state scavate e ampliate oltre ogni misura le bocche di porto che mettono in comunicazione mare e Laguna: alla fine dell’Ottocento la Bocca di Malamocco era profonda 10 metri, oggi contiene buche che raggiungono quota meno 57, il punto più profondo dell’Adriatico! Non è dunque difficile immaginare da dove entri l’acqua. La ragione: rendere la Laguna accessibile alle navi industriali e alle Grandi Navi da crociera. Uno sviluppismo dissennato, che fa oggi di Venezia la terza città portuale più inquinata d’Europa: per lo smog delle navi e per i fanghi che stanno sul fondo dei canali e che rendono micidiali le acque che ora consumano i marmi di San Marco. (…). Come ha scritto Edoardo Salzano, a cui è stata risparmiata la vista di questa Venezia in ginocchio, si dovrebbe iniziare «con lo smantellamento della chimera ottocentesca del Mose, per ripristinare invece l’equilibrio ecologico e morfologico della Laguna, con l’adempiere finalmente al mandato legislativo (1973!) di escludere i traffici pesanti e pericolosi e impedire l’ingresso ai bastimenti più alti dei più alti edifici veneziani, col cancellare i progetti di tunnel sottomarini». In queste ore pressoché tutti (con la lodevole eccezione di Massimo Cacciari, sul cui operato da sindaco nutro un giudizio pessimo, ma che da sempre ha avversato il Mose) invocano il Mose: per chiederne o per prometterne la conclusione. Bisogna, proprio queste ore drammatiche, essere molto chiari: il Mose non funzionerà. Perché la subsidenza di Venezia e l’innalzamento dei mari lo rendono inservibile ancor prima di provare a funzionare. E perché l’altezza del mare si accompagna a una virulenza fin qui ignota: la Laguna non è più una difesa per Venezia. E dunque: non converrebbe rassegnarsi al fallimento del Mose e dedicare subito le centinaia di milioni che servono ancora a completarlo, al riequilibrio della Laguna? Non sarà il caso di chiedersi cosa sarebbe successo se i miliardi spesi per il Mose (le stime ondeggiano tra 5,5 e 7 miliardi di euro) fossero stati spesi in manutenzione? Non avremmo già salvata Venezia, almeno dalle acque?

mercoledì 13 novembre 2019

Ifattinprima. 18 B.: «Il silenzio è d’oro».


Tratto da “Il silenzio è d’oro” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 13 di novembre 2019: (…). Cosa Nostra, ai picciotti e agli amici che parlano, di solito riserva una brutta fine. E B. l’ha già irritata abbastanza, a giudicare dagli sfoghi furibondi contro di lui del boss Giuseppe Graviano, captati in carcere qualche anno fa dalle microspie della Procura di Palermo. Non che si sia risparmiato, nei nove anni dei suoi tre governi: di leggi pro mafia ne ha fatte varie e tentate altre, per non parlare dei messaggi amichevoli inviati: continui attacchi ai pentiti, al 41-bis, al 416-bis, all’ergastolo ostativo, panegirici a Vittorio Mangano (“un eroe” perché non aveva parlato), campagne denigratorie contro magistrati, investigatori, giornalisti, scrittori, programmi tv antimafia (“Basta con questa Piovra”). Ma le attese dei mafiosi per le promesse fatte da lui o chi per lui erano ben più ambiziose dei risultati ottenuti. Meglio non farli incazzare vieppiù, non si sa mai. E poi mettetevi nei suoi panni: un conto è raccontare frottole giocando in casa, nei propri studi tv davanti ai propri impiegati. Un altro è raccontarle ai giudici togati e popolari di una Corte di assise d’appello, ai Pg e agli avvocati. Quelli dei boss e dei carabinieri che condussero la Trattativa. E quelli dell’amico Marcello, condannato a 7 anni definitivi per concorso esterno e ad altri 12 in primo grado per “violenza o minaccia a corpo politico”. Cioè al primo governo B.. In pratica Dell’Utri, se la condanna fosse confermata anche in appello e in Cassazione, tornerebbe in galera per altri 12 anni per aver aiutato la mafia a minacciare il primo governo B. a suon di stragi. Dunque B. è vittima della joint venture Dell’Utri-Cosa Nostra, anche se non s’è mai costituito parte civile, né mai lo farà: altrimenti Dell’Utri potrebbe incazzarsi ancor più di quanto già non lo sia dopo la scena muta. I suoi legali hanno anche tentato di far proiettare in aula un’intervista dell’amico Silvio sulla sentenza Trattativa: quella in cui B. assicura che “non abbiamo ricevuto nel ’94 né successivamente nessuna minaccia dalla mafia o dai suoi rappresentanti”. Ma i giudici si sono accontentati della trascrizione, per quel che vale la parola di un bugiardo matricolato, anzi abituale. Nei processi, purtroppo, funziona così: se un teste racconta balle, si assume tutti i rischi penali del caso, ma soprattutto magistrati e avvocati possono fargli contro-domande per sbugiardarlo. E, fra domande e contro-domande, a B. non sarebbe bastato un mese di udienze. Chi era per lui Mangano: uno stalliere o un mafioso? No, perché negli anni 70 e 80, ogni volta che subiva un attentato, B. lo attribuiva a Mangano, mostrando di sapere benissimo chi fosse. E allora perché s’è tenuto accanto per 45 anni Dell’Utri, prima in azienda e poi in Parlamento, visto che era stato proprio lui a raccomandargli e a mettergli in casa fra il 1974 e il ’76 quel bocciolo di rosa?