"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
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venerdì 19 ottobre 2018

Sfogliature. 100 «Se non c'è un fine, è puro potere».


Provate a leggere questa “sfogliatura” – ultima della serie – e provate in pari tempo a negare che essa non vi riconduca, per meccanismi innegabili, alla vita politica dell’oggi. Tali e tanti sono gli aspetti che essa – la politica dell’oggi, intendo dire - condivide con la vita politica del tempo della “sfogliatura” che, tolti i riferimenti specifici ai fatti, agli accadimenti ed ai protagonisti di quel tempo, sembra proprio che la vita politica del bel paese non abbia fatto un passo in avanti, così come al tempo nostro del cosiddetto “cambiamento” si strombazza ai quattro venti, con il fiato lungo ma la memoria cortissima, di un incauto, moderno stralunato pifferaio di Hamelin. Per non dire, anzi per ricordare ai più smemorati, che il tempo del “cambiamento” era stato preceduto da quel tempo non meno cupo della “rottamazione”, con gli esiti che sono sotto gli sgranati ed attoniti occhi dei più. La “sfogliatura” risale al mercoledì 11 di febbraio dell’anno 2009. Buona lettura allora: Se fossimo in un paese normale, come i tanti paesi normali di questo universo mondo, un paese normale che anche nelle diatribe politiche più asperrime riuscisse a ritrovare sempre un bandolo di ragionamento collettivo, così come la cura degli affari pubblici prescrive, se fossimo in un paese normale, si potrebbe pensare di voltare pagina dopo le intemerate ultime contro gli assetti costituzionali del bel paese, e contro le persone di questo disastrato paese, pronunciate dal condottiero di Arcore? Se fossimo in un paese normale una tale eventualità sarebbe da escludersi. La cronaca politica insegna tutt’altro. Se fossimo in un paese normale non sarebbe stato permesso a nessuno di offendere i colori della bandiera del bel paese. Eppure è potuto venire il tollerato insulto da parte di reggitori della cosa pubblica, suggerendo essi un utilizzo disonorevole del vessillo che dovrebbe rappresentare l’unità del bel paese. Se fossimo in un paese normale non sarebbe stato possibile minacciare, in perfetto stile mafiocamo’ndrangheista, altri cittadini del bel paese, dichiarando spavaldamente l’irrisorietà della spesa (allora in misere lire) per l’acquisto delle pallottole con le quali freddare i giudici ritenuti ostili. Eppure è potuto accadere da parte di reggitori della cosa pubblica. Se fossimo in un paese normale, che avesse un primo ministro che si ritenesse chiamato a governare per tutti e non per occupare posizioni e spazi incontrollati di potere politico, mediatico e finanziario; che avesse un primo ministro che governasse e non comandasse “pro domo sua”; se fossimo in un paese normale, non avremmo mai e poi mai ascoltato dalla viva voce del primo dei ministri o del presidente del (mal)consiglio che dir si  voglia, parole irripetibili nei confronti dei giudici, delle donne, degli inermi, degli elettori della parte avversa – i cosiddetti coglioni - ecc. ecc. Non siamo affatto in un paese normale. Seppellito quel corpo inerme da lustri e lustri, è possibile continuare come se nulla fosse stato detto o tentato di fare? A me pare proprio che non sia possibile più. Se il paese non è normale, come non lo è, seppellire allora il tutto assieme ai resti della cara a tutti noi Eluana e far finta di nulla significa avviarsi con lesto passo verso un orrido profondo che più profondo sarebbe impossibile immaginare. Ma se un paese che sia normale, e normale non lo è, per come siano venuti a svolgersi gli eventi politico-sociali da quindici anni a questa parte, con responsabilità innegabili da parte di tutte le forze politiche e dei loro massimi rappresentanti senza esclusione alcuna; ma se un paese che fosse normale, almeno in alcune sue frange, in alcune sue minoranze, e questo paese di minoranza non volesse passare oltre girando lo sguardo altrove, come sicuramente verrà invitato a fare dai pompieri di turno; questo paese che sia normale, se c’è, questa parte normale e riflessiva del paese seppur minoritaria, dovrà continuare a riflettere, ad interrogarsi e a denunciare ad alta voce le parole e gli atti compiuti mentre Eluana compiva il suo tragico percorso. E mentre il paese si svuota o perde progressivamente, per insuperabili limiti naturali, le coscienze più alte e più nobili, gli intelletti più fulgidi e vivi, lasciando libero il campo alla cachistocrazia più sfacciata ed illiberale che si possa immaginare; mentre il paese rimane sempre più orfano di guide illuminate e di prestigio universalmente riconosciuto, occorre ricercare e sollecitare il concorso dialettico e fattivo di tutti, in tutte le forme democratiche possibili, affinché la barra di navigazione della “nave sanza nocchiero in gran tempesta” non conduca il capitano di vascello, la sua stralunata ciurma di comando ed il suo numerosissimo seguito ad arenarsi, sospinti dai marosi di questi agitatissimi tempi, ad arenarsi dicevo verso approdi malsicuri assai per la salute di tutti ed inesplorati.

domenica 14 ottobre 2018

Sfogliature. 99 «Chaplinesque» di ieri e dell’oggi.


Oggigiorno abbiamo da piangere – o laicamente da ricordare – i morti del ponte Morandi. Ma nell’infinita successione di catastrofi nel bel paese ci sarebbero da ricordare i tanti, tantissimi morti del Belice, dell’Irpinia, dell’Aquila, ché sarebbe oltremodo oltraggioso non ricordare le tante, tantissime altre vittime di tutte quelle sciagure che, seppur minime tanto da non tener desti i mass-media per lungo tempo, punteggiano amaramente la vita italiana. La “sfogliatura” risale al martedì 14 di aprile dell’anno 2009, l’anno dell’immane sciagura dell’Aquila e dell’Abruzzo tutto.

lunedì 30 luglio 2018

Sfogliature. 98 “Marchionne sa che un operaio su due gli ha votato contro”.


Non finisce di stupire ed incantare lo “spicilegio” sempre più ricco che continua a germogliare a seguito della dipartita del grande “capitano d’industria”. E dal mazzo mi va di estrarne tre di quelle “spighe” di inconsolabile piaggeria. La prima è del quotidiano economico il “Sole 24 Ore”: Allo stesso tempo un capobranco e un maverick, i capi di bestiame privi di marchio lasciati liberi di correre nelle praterie del Far West. Ecco, giusto, per l’appunto un “Far West” nel mondo del lavoro. Uno storico, straordinario risultato. Degno di un grande “capitano d’industria”. La seconda “spiga” una dichiarazione dell’uomo di Arcore: Mi sarebbe piaciuto vederlo alla guida del Paese. Avrebbe ridato dignità alla politica. Capite?  “Dignità alla politica”, proprio quella che manca. Per colpa di chi? Terza “spiga” sul quotidiano della “famiglia” “La Stampa”: Una sera ha fatto portare una pianola, ha messo tutti intorno a un tavolo, scorta compresa, e ha dato il via a una festa. Sai che divertimento! La “sfogliatura” di oggi è della domenica 16 di gennaio dell’anno 2011: Ricordate lo straordinario film di Elio Petri “La classe operaria va in paradiso?”. Ricordate lo straordinario Gian Maria Volontè nei panni di Ludovico Massa, il Lulù operaio di una catena di montaggio nel milanese degli anni ‘70? E ricordate la sua compagna Lidia, impersonata dalla stupenda, non solamente in arte, Mariangela Melato? E che dire dello straordinario Salvo Randone, il Militina dell’ospedale psichiatrico sulla scena? Era quello d’uscita del film l’anno 1971. Avevo appena conseguito la mia brava laurea e mi accingevo a fare il salto nella vita reale e dura. Avevo un intoppo da superare in quel tempo: l’allora obbligo della leva. Decisi di affrontare le dure (sic) selezioni per allievo ufficiale di complemento. Feci i miei bravi test d’ammissione e mi sottoposi al rituale colloquio finale. Ricordo, come fosse oggi, l’incontro che ebbi con un ufficiale esaminatore. Un armadio d’uomo, nel senso di un uomo di robustissima corporatura e solenne portanza della sua notevole mole. Se ne stava seduto dietro la sua scrivania ed al mio ingresso non sollevò neppure gli occhi dai fogli che stava esaminando. I miei fogli, per l’appunto. Aspettai che mi dicesse di sedermi. Poi, con un sorriso quasi beffardo mi rivolse la parola dicendo: - Sono questi i film che preferisce? – Avevo appena visto il film di Petri e lo avevo citato tra gli altri. Capii che la mia aspirazione all’ufficialato era finita di fatto. Andai a fare il militare da buon soldato semplice, senza carriera. Avere ritrovato nelle edicole, quarant’anni dopo, distribuito da Hobby & Work, il DVD di quel film è stato un risveglio impetuoso di un fiume ricordi in fondo mai sopiti. Quel film mi impressionò tanto, allora; era il cinema d’impegno che preferivo e che preferisco tuttora. Erano gli anni ’70. Era un’analisi di quegli anni che sarebbero divenuti difficili. Avremmo avuto di seguito tempi duri nelle fabbriche e nelle piazze e nelle strade; poi sarebbero arrivate le brigate rosse. E fu il terrorismo. L’insensibilità e la miopia di allora, e forse di sempre, dei reggitori della cosa pubblica spianò la strada a quella tristissima stagione. L’ho riveduto il film di Petri, con una grandissima emozione; e sì che la sua visione è legata ad un periodo grande della mia piena giovinezza, della mia vita. Indimenticabile. Petri, per dire oggi di Mirafiori. Per dire degli straordinari esseri umani in tuta blu che stanno a Mirafiori. Esseri umani, per l’appunto, e grandi.

sabato 28 luglio 2018

Sfogliature. 97 “Marchionne, il lavoro, la FIAT”.


Come sempre i turiferari di turno hanno perso la buona occasione di tacere per non far scompisciare dal ridere i loro incolpevoli lettori (o colpevoli per il solo fatto di continuare a comprare quei sottoposti “fogli” quotidiani). È tutto un fiorire di sperticate memorie e di agiografie da brividi. C’è chi arriva a scrivere – sul quotidiano la Repubblica - che “nella sua filosofia comandare non significava solo decidere ma essere il capobranco”. Ecco, per l’appunto, un “branco”. Gli umani resi permanentemente lupi, ovvero homo homini lupus”. Ma il vertice inarrivabile lo si scopre su il “Corriere della Sera” laddove un Aldo Cazzullo in straordinaria forma non trova di meglio che scrivere: “Trovò un segno per raccontare la propria alterità: il maglione scuro al posto della giacca e cravatta dell'establishment, concedendosi anche il vezzo - non per mancargli di rispetto da morto, ma per restituirne la fisicità da vivo - della forfora sulle spalle". Solamente sublime, irripetibile. Ora, per meglio illuminare l’opera meritoria di quel “grande” che ci ha inopinatamente lasciati, mi soccorre una “sfogliatura” che risale ad un  venerdì 25 di marzo dell’anno 2011. Scrivevo: Ho ricevuto una graditissima e-mail dal “compagno *****”, così come si soleva chiamarlo nelle interminabili riunioni alle quali partecipavamo nel fiore dei nostri “anni verdi”. E senza voler indulgere troppo nella memoria di quegli anni di impegno grande nelle organizzazioni sindacali della sinistra democratica del bel paese, mi corre l’obbligo di affermare che, nel ricevere le Sua graditissima e-mail, è stato come ricevere un refolo fresco e pregno degli odori inebrianti della cara montagna sulla quale è abbarbicato il Suo stupendo paese natio, lassù sui contrafforti del Reventino, che di questi tempi  diffonde e spira soavemente sulle primaverili distese erbose, ora che l’inverno rigido cede il passo al risveglio della natura più dolce ed incontaminata, deliziando gli esseri umani tutti. Mi scrive il “compagno *****”, nella Sua e-mail, che di seguito trascrivo in parte, a proposito delle vicende politico-sindacali ultime del bel paese, una Sua riflessione che è una realistica presa d’atto di come la globalizzazione, inevitabile anche nei suoi aspetti più crudeli e spesso tragici, abbia determinato e determinerà ancor di più un arretramento nelle conquiste del movimento operaio internazionale e nella conservazione dei diritti acquisiti. Sull’argomento della Sua e-mail ho di già espresso le mie personali convinzioni nel post del 16 di gennaio che ha per titolo “La classe operaia va in paradiso?”. Mi piace in questa occasione inserire, sull’argomento, una riflessione del professor Angelo D’Orsi apparsa sul Suo blog col titolo “Dalla resistenza di Mirafiori la speranza per un’altra Italia”:

lunedì 25 giugno 2018

Sfogliature. 96 “Ma forse era solo un’altra Italia”.


“Sfogliatura” di martedì 25 di gennaio dell’anno 2011. Ove si discetta(va) sulla “doppiezza delle coscienze del bel paese”. Si dirà: nulla di nuovo. È che i decenni trascorsi nella mala-politica sono rimasti, quei decenni dicevo, come intrisi sino alle midolla dalla spregiudicatezza e dalla im-moralità che non si riesce oggigiorno a ben sperare in un rinnovamento ed un riscatto. Risultano inutili financo gli avvicendamenti del personale della politica che portano con se, come stimmate purulenti, quanto di più perverso la mala-politica sia riuscita a creare nei decenni passati. E di quella “doppiezza delle coscienze del bel paese” ne fanno buon uso e mostra mediatica i novelli reggitori della cosa pubblica che, nell’avvilupparsi caotico della politica sui temi più scottanti, additano alla “pancia” del bel paese i possibili “nemici” da cui difendersi, ovvero i trafugatori di matasse di rame, dimentichi come avviene di additare alla pubblica opinione invece i principali responsabili delle rapine, ovvero coloro che hanno depredato il paese al comando delle loro banche, o magari hanno dilapidato milioni di pubblico denaro non già al servizio della politica ma per inconfessabili interessi e motivi personali e/o di gruppo. Sta tutta qui quella “doppiezza delle coscienze del bel paese”, tanto è vero nei “luoghi di accoglienza” preposti si contano ben pochi frodatori dei beni pubblici, mentre si stipano in essi i diseredati e i più dei miserabili – nel senso alla Hugo – cittadini. Scrivevo allora, il 25 di gennaio dell’anno 2011: Mi ero avventurato, in un mio post di mercoledì 19 di gennaio, a scrivere:“È che vien fuori sempre la doppiezza delle coscienze del bel paese. Ove esiste da sempre una doppia moralità. Coloro che oggigiorno sostengono, arditamente e spudoratamente, che la vicenda sia da ricondursi ad un fatto privato di quel mattacchione di cavaliere, reagirebbero in tale modo se ad essere vittima di quel cavaliere stravagante fosse una familiare prossima, una minore della sacra famiglia, della tribù?”. Mi ero avventurato, incoscientemente, a fare un esame sociologico non avendone gli strumenti adeguati. Imprudenza somma. Sono stati i fatti dei giorni a seguire a farsi carico di smentire quella mia improvvisata disamina dei processi sociologici ed antropologici in corso, che caratterizzano il bel paese all’inizio del secondo decennio del terzo millennio della Storia. Ne chiedo venia. I fatti dei giorni a seguire mi hanno smentito clamorosamente. Non più di una doppiezza di moralità bisognerebbe parlare oggigiorno per il bel paese. La moralità ha subito una evoluzione per la quale ben più pressanti premure, immancabilmente materiali, determinano e dettano le regole ed i comportamenti degli “italioti”. Sono cadute quelle improvvisate mie asserzioni dinanzi allo scempio palese di tante coscienze che di fatto rendono auspicabili ed accettabili comportamenti che, in altre stagioni della vita e della Storia del bel paese, non avrebbero trovato tanto spazio e/o paternità alcuna. Oggigiorno urge l’accaparramento. Che sia lecito o meno, che sia frutto delle proprie abilità e qualità non importa, purché ci si accaparri di ciò che il “sogno” di un arricchimento facile, anche furbescamente e/o delittuosamente conquistato, anche in barba alle leggi vigenti, arricchimento per tutti fatto balenare nelle verdi contrade del bel paese, si materializzi e giunga a portata di  mano dei più. Come, non importa. Meglio ancora, che l’accaparramento avvenga nelle forme più semplici e spedite, di un arricchimento che nasca anche dal dolce mestiere delle tante “bocca di rosa” cantate da quello straordinario artista che è stato Fabrizio De Andrè. Ma pur c’è stata una stagione nella vita e nella Storia del bel paese nella quale l’orgoglio della propria esistenza, di una dignità fatta non sulle cose possedute né tanto meno sull’apparire, ma sull’essere e sulle qualità che l’essere dispiega quando è specchiato e veritiero, quell’orgoglio e quella dignità anche se limitati o poveri nei mezzi, erano una costante largamente diffusa nelle ubertose contrade del bel paese. Oggi i fatti reali e concreti, e non tanto le spericolate alchimie sociologiche che si ingegneranno di spiegare ciò che è spiegabile di questi tristissimi anni, s’ingegnano e ci dimostrano, in forme incontrovertibili, che di quella umanità, di quell’essere orgogliosi e dignitosi, si è persa traccia in ampi strati delle popolazioni che abitano il suolo italico. “Ma forse era solo un’altra Italia” scrive il giornalista e scrittore Claudio Fava sul quotidiano l’Unità del 24 di gennaio dell’anno 2011 nel Suo editoriale “Il silenzio dei padri”, che di seguito trascrivo in parte.

giovedì 24 maggio 2018

Sfogliature. 95 “La fattoria degli Italiani2”.


Sembra “cronaca” dell’oggi. La “sfogliatura” che si propone risale alla domenica 20 di febbraio dell’anno 2011. Sette anni addietro, ma sembra che l’orologio che misuri gli svolgimenti degli accadimenti politici e sociali del bel paese si sia irrimediabilmente fermato ad un’ora X che torna evidentemente comoda a caste e masnade dilaganti nelle sue ubertose contrade. Scrivevo a quel tempo: Come un  novello Orwell, l’Orwell de “La fattoria degli animali”, Barbara Spinelli nel Suo “La fattoria degli Italiani” si lancia in una Sua molto pregevole analisi, analisi pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” del 16 di febbraio sugli ultimissimi “contorcimenti” o “avvitamenti” della questione politica nel bel paese che è, essenzialmente, una “questione morale”. Da sempre. Non si risolve la prima se non si affronta, nelle dovute forme, la seconda. Ed a questo punto la faccenda si complica assai. Poiché, nell’affrontare una non più ineludibile “questione morale”, non si possono trascurare il peso che, sulle vicende politiche di questi anni, hanno avuto, hanno ed avranno l’”impronta storica” e l’”impronta antropologica” del bel paese. Affidata la prima agli specialisti del ramo, gli storici, rimane la disamina della seconda, di non minore importanza nell’evolversi di una situazione del sistema-paese che rischia di affondare nell’inanità più assoluta. E per la disamina della seconda “impronta”, quella “morale”, ci soccorre, nel difficile frangente, una interessante, recente pubblicazione che ha per titolo “La questione morale” – Raffaello Cortina Editore (2010), pagg. 186, € 14 - , per l’appunto, del filosofo Roberta De Monticelli. Scrive l’illustre Autrice alla pagina 57 dell’interessantissima Sua pubblicazione: (…). …siamo un paese con troppi individui non formati. Mai emersi dalle loro comunità vitali d’origine. Potremmo metterla così: una parte troppo grande delle persone, in questo Paese, non è mai uscita veramente dalla sua famiglia, ristretta o allargata. La nostra società civile è fatta di personalità fragilissime dal punto di vista dell’assunzione di responsabilità individuali – di persone non individuate. In un certo senso, di non-individui. Quanto più vivace è il conclamato individualismo degli italiani, tanto più importante è capire in cosa consista: nella più fantasiosa, a volte geniale inventiva al servizio del particulare, non nella sostanza dell’individualità personale e morale. Quando i partiti di massa novecenteschi sono finiti, questa immaturità è venuta alla luce. (…).

mercoledì 4 aprile 2018

Sfogliature. 94 “Leggere «Il tempio perduto»”.


La “sfogliatura” è del 10 di luglio dell’anno 2011. Scrivevo: Ha lasciato scritto ad imperitura nostra memoria Berthold Brecht: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare". È la magia della scrittura, è la magia della memoria. S’avanzano. S’avanzano lenti, guardinghi, emaciati i tanti, terrei, gli occhi affossati nei visi scarni che guardano basso; s’avanzano tristi dal fondo nero che non è di una rappresentazione teatrale che sia ma dal fondo nero e profondo della nostra memoria collettiva, ove vivono sepolti affinché non siano in qualsivoglia forma ricordati; s’avanzano ora che l’amorevole cura dell’Autore, nell’opera Sua ultima – Giuseppe Sicari (Capo d’Orlando, 1933) “Il tempio perduto” (2011) Anicia editore, pagg. 94 € 13,00 -, dispiega la sua caritatevole forza e la sua indomita volontà affinché essi ritornino alla luce, alla luce vivida della memoria, rischiarati da essa e sottratti al castigo eterno dell’invisibilità, della dimenticanza, affinché quel loro antico vivere stentato e la loro fine triste segnino in permanenza la memoria dei viventi dell’oggi.

martedì 3 aprile 2018

Sfogliature. 93 “Leggere «Il Santo marrano»”.


La “sfogliatura” che si propone oggi risale al martedì 17 di agosto dell’anno 2010. Scrivevo in quel tempo andato: “Il Santo marrano”. È, nella storia della chiesa di Roma, anzi era, un ebreo convertitosi alla fede cristiana. Per folgorazione? Per illuminazione dall’alto?  Per convenienza, considerati i tempi, tempestosi, di fuoco? Per opportunità di salvezza della pelle propria? O di quant’altro? Non ho risposte. Angelo da Gerusalemme, che come tale è rintracciabile nella storiografia di quella chiesa, divenuto cristiano e pur cattolico ma sempre “marrano”, divenne un carmelitano e poi, addirittura sebbene “marrano”, patrono della città della Sicilia che è nomata Licata. Ma anche il protagonista dell’eccellente lavoro letterario del professor Giuseppe Sicari da Capo d’Orlando, “Il Santo marrano” edito da Pungitopo – ISBN 978-88-89244-62-3 pagg. 123 € 14,00 - e presentato di recente nella canicolare atmosfera che ha gravato e che grava tuttora sull’ameno paesotto dei monti Nebrodi, in faccia alle splendide Eolie, anche il protagonista di quell’eccellente lavoro ha nome Angelo. Angelo Maniscalco, “alguacil” di mestiere, che oggigiorno lo si definirebbe un investigatore, figura che buca magistralmente gli schermi della comunicazione di massa. Un antesignano quell’Angelo, datato assai. Poiché la storia, narrata magistralmente dal professor Sicari, ha il suo dipanarsi dal 24 di aprile dell’anno del signore 1492 al 28 di dicembre dello stesso anno. Angelo Maniscalco è un uomo che si è riscattato, e si è riscattato nell’unico modo che gli era possibile al tempo, convertendosi alla religione cristiana, anzi divenendo cattolico. Poiché l’Angelo del professor Sicari era un ebreo. Un “marrano” quindi.

lunedì 26 febbraio 2018

Sfogliature. 92 “C’è tanta m…, non fate l’onda!”.



Il sabato 6 di marzo dell’anno 2010 – sembra  un secolo addietro – postavo la “sfogliatura” di oggi. Mancano appena sei giorni al 4 di marzo p. v. ma è come se la “sfogliatura” di allora fosse la cartolina dell’esistente di oggi. Quella “sfogliatura” aveva per inizio “c’è tanta m...” in giro per il bel paese che oggigiorno, a ben otto anni quasi compiuti, quella  “tanta m…” di allora non fa più scandalo, anzi più se ne produce e se ne scopre più ci si sente come liberati da un incubo. Poiché la logica che corre e neanche tanto sottaciuta è che se quella “tanta m…” è ben distribuita tra tutti, ne consegue - o ne conseguirebbe - che l’impunità debba prevalere e valere per tutti e per sempre. E di questo passo non taciuto si fa forte una certa idea malsana della politica più becera. Piove a dirotto e si è in attesa del ciclone Burian. Incontro inaspettatamente G. – che non vedevo da mesi – e ripariamo in un bar per un caldo caffè. G. è un formidabile “affabulatore”, avvince ascoltarlo, ha una memoria di ferro per fatti, luoghi e nomi. Mi affascina ascoltarlo. Per il nostro passato politico condiviso mi spingo a chiedergli del 4 di marzo. Nessun tentennamento da parte sua: voterà come sempre, spinto in tal senso anche dall’ultimo invito pervenuto a “turarsi il naso”. La sua sicurezza mi confonde, ma non mi sorprende tanto. Gli chiedo il perché di quel voto. Mi risponde: per non dare il paese in mano alla destra. Lo incalzo e gli chiedo dove abbia ravvisato e/o ravvisasse tutt’ora la cesura tra il governo della destra e quello della sinistra sopravvenutole. Ne conviene che nessuna cesura sia sopravvenuta tra le due sponde destra/sinistra e che nel maramaldeggiare dell’una ha corrisposto il maramaldeggiare dell’altra. Ed allora? Gli rammento come la prima – la destra – sia stata poco rispettosa delle altre istituzioni del paese – per la giustizia innanzitutto -, così come poco rispettosa lo sia stata in seguito la sinistra soi-disant. Che né l’una né l’altra abbiano mai avuto a cuore il cosiddetto “bene comune” che, se ce ne fosse il bisogno, la tragicomica scelta della destra prima – con il suo “porcellum” – e della sedicente sinistra poi – con il suo “rosatellum”, che è il colore proprio del porcello –  stanno lì a confermarlo, procedendo al cambio delle leggi elettorali vigenti in un paese della comunità europea in prossimità delle scadenze di voto, in barba proprio a quelle direttive dell’unione europea stessa che in concomitanza di tali evenienze prevedono il non luogo a procedersi per il varo di nuove leggi elettorali. Non volevo convincere G. nella sua determinazione di voto e ci siamo lasciati sotto una pioggia torrenziale con l’affetto e la simpatia di sempre. Per chi voterò il 4 di marzo? Boh! Che fare? Scrivevo: “C’è tanta m…” e lo scrivevo non senza un certo imbarazzo, allora. Oggigiorno, questa condizione è salutata a destra, come nella sedicente sinistra, come la benvenuta, una manna, poiché in essa si affoga in buona compagnia. Bene, leggiamo quel di allora: “C’è tanta m…, non fate l’onda per favore. L’onda ci sommergerà”. Dice la figuretta posta a sinistra nell’ultima vignetta di Altan pubblicata sul quotidiano “la Repubblica”: - Ammetta almeno che l’avete fatta fuori dal vaso! – Risponde la figuretta posta a destra della vignetta: - Fuori o dentro è questione di forma: quel che conta è la sostanza -. Domanda: il pitale è colmo? Non sembra ancora. Resta vuoto. Eppure tutta la m… è visibile, sotto gli occhi di tutti, viene a galla prepotentemente. Anzi con la prepotenza di sempre dei vincitori incontrastati. Puzza. È maleodorante. Di m… naturalmente; sostanza grezza e nobile al contempo. Frutto delle intestine trasformazioni organiche. Perfetta alchimia dell’organico! Trascrivo di seguito, in parte, l’editoriale di Marco Travaglio “Forza Mussolini” pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 5 di marzo 2010. Scrittura esilarante, come sempre. Forse i tempi non combaciano. La macchina del tempo sarà andata in tilt. Gli strenui difensori della rappresentatività elettorale del popolo bue di oggi si esprimevano nei termini di seguito specificati nel marzo dell’anno del signore 2005 in occasione delle elezioni regionali del Lazio. Da “trombare”, allora, Alessandra Mussolini, transfuga infedele dalle schiere ordinate e compatte del cavaliere di Arcore. Siamo al marzo dell’anno del signore 2010: svaniti gli impeti legalitari dei sicofanti di turno di allora, riaffiorano pericolosamente, per il bel paese, i peggiori istinti populistici nelle schiere dell’egoarca di Arcore. In un contesto nauseabondo. La m… ci sommergerà: è oramai certo: (…). - Le firme sono macroscopicamente false! -, tuonava il Giovanardi, - procure e uffici preposti escludano le liste presentate in modo irregolare! -. - Le autorità competenti facciano controlli a campione sull’autenticità delle firme! -, strillava il Tajani. – È una truffa agli elettori! -, fremeva il Landolfi. (…) – È  una partita a carte truccate -, si stracciava le vesti Storace, - qui si gioca sporco, la campagna elettorale va combattuta ad armi pari -. (…). Storace: - Ha raccolto firme false, è finita -. Martusciello: - Quando ci sono le elezioni bisogna rispettare le regole -. Gasparri: - Diamo un premio ai pochi che han messo la firma vera -. La Russa: - Possono capitare 2,3,10 firme contestabili, ma qui si parla di centinaia! Pecioni! Dicono di aver dietro falangi, poi non mettono insieme 4 firme regolari -. Gasparri nei panni di pm: - È un reato associativo, un attentato alla democrazia. Cosa c’è di più antidemocratico che falsare la competizione elettorale con firme false? Il capo dello Stato non ha nulla da dire ? -. Calderoli: - Predicano bene e razzolano male, parlano di moralità e poi ricorrono a mezzucci -. Formigoni (…): - Le regole vanno sempre rispettate. È giusto che ci sia un controllo rigoroso degli eventuali abusi e che siano puniti coloro che ne hanno commessi. Gli organi preposti verifichino se le firme sono corrette o false -. Ri-Gasparri: - Non è una vicenda politica, ma giudiziaria. La democrazia è in pericolo, ci sono profili penali. Vanno cancellate le liste con firme false e vanno perseguiti quelli che le han facilitate. (…). -. Maroni: - Voglio sanzioni ancor più gravi della semplice esclusione delle liste: chi raccoglie firme false fa una truffa elettorale -. Alemanno: - Decidano i giudici. Moltiplichiamo i controlli: sono regole fondamentali per la democrazia -. Capezzone (…) stava per chiamare i Caschi blu: - S’impongono controlli a tappeto anche con l’ausilio di osservatori internazionali (chiedendo un intervento immediato dell’Ocse), su tutte le liste presentate in tutt’Italia -. Matteoli: - Falsari -. Bondi: - Comportamento disgustoso e immorale della sinistra che non condanna chi viola le leggi -. (…) Castelli: - Le firme van raccolte onestamente secondo la legge -. (…) Landolfi: - Sconcertante -. Bartolini: - I giudici stabiliscono il principio di illegalità, gli elettori puniranno i truffatori- .

venerdì 23 febbraio 2018

Sfogliature. 91 “Gli italiani non si sentono una comunità”.




La “sfogliatura” è del martedì 7 di aprile dell’anno 2009, all’indomani di quella scossa, verificatasi il 6 di aprile dell’anno 2009 alle ore mattutine (3:32), per effetto della quale L’Aquila e l’Abruzzo si inginocchiarono soccombenti dinnanzi al terribile disastro. Per altri iniziava invece la grossa occasione per lo sfruttamento mediatico – ed economico, caspita! - di un evento che il 6 di aprile prossimo venturo – ben 9 anni dopo - mostrerà ancora le gravi ferite non sanate. Poiché, come scrive bene Curzio Maltese sul settimanale “il Venerdì” di Repubblica del 16 di febbraio 2018 – “Nazionalismo di cartapesta” -, “Gli italiani non si sentono una comunità. (…). Gli italiani hanno paura degli altri italiani (a ben ragione, stante la Storia che li riguarda grande o piccola che sia n.d.r.) da secoli, ci siamo massacrati in cento piccole guerre civili – perfino il dibattito sugli immigrati è un’altra bella occasione per disprezzarci fra noi – e l’arrivo dei “barbari”è alla fine una soluzione. L’illusione di trovare in negativo un’identità nazionale non si è mai forgiata su basi positive, per dire una magnifica lingua che in pochi praticano o l’orgoglio di un patrimonio culturale che i turisti conoscono e rispettano meglio di noi. I valori del Risorgimento furono accantonati un giorno dopo l’Unità, insieme ai suoi eroi. Nel vuoto è avanzato un nazionalismo di cartapesta, come la storia reinventata dal fascismo e i fondali televisivi di Berlusconi sui palazzi antichi. Oggi il leader del «prima gli italiani» è uno che ieri cantava: «Senti che puzza, scappano li cani, sono arrivati i napoletani». (…). Se proprio non si riesce a trovare in positivo un’identità, almeno dovremmo sceglierci meglio i nemici della nazione. Che sono i mafiosi, i corrotti, gli evasori, i politici incapaci, gli speculatori, ben prima dello straniero. E questo in fondo gli italiani lo sanno benissimo. Scrivevo in quel tempo andato: Permettetemi una parola. O più parole. Che non hanno la pretesa alcuna di sbalordire. Di scandalizzare. Una o più parole che divengano una voce. Una voce vera. Una voce da “bastian contrario” nel bel mezzo di una tragedia? Una voce fuori dal coro lamentevole? È che la tragedia diviene, per colpa grande dei mezzi di comunicazione di massa, materia prima e preziosa assai e da tesaurizzare per l’intrattenimento più sconveniente che si possa immaginare. Informazione o intrattenimento? Mi ci dibatto furiosamente. Ed è accaduto anche in questa tristissima occasione. Non poteva essere altrimenti. Si narra, almeno prestando fede alla aneddotica corrente, che lui, quello del ventennio nero, avesse dato disposizione affinché le luci di palazzo Venezia rimanessero accese sempre nella notte romana. Un espediente mediatico per l’appunto. Primitivo assai. Lui lavora per tutti noi. Lui veglia sui destini imperiali nostri. Così si saranno detti i buontemponi aggirantisi nei paraggi di palazzo Venezia nelle tarde ore romane. È che quel mezzuccio mediatico aveva un limitatissimo potere di diffusione. Ma con tutto ciò è servito pure a creare una mitologia del capo che lavora incessantemente per i radiosi destini della patria amata. Solo che ha pensato bene poi ad affogarla, l’amata patria, in una sciagurata guerra con tutte le conseguenze tragiche che una guerra comporti. Lo soccorreva però in quel tempo il benemerito Istituto Luce. Ed avveniva che in tutte le contrade ubertose del bel paese i filmati in bianco e nero di lui mietitore, di lui pilota, di lui soldato contribuissero all’indottrinamento forzato del popolo del bel paese. Altra cosa è invece la televisione oggigiorno. Ché se ne avesse potuto disporre lui, quello del ventennio nero, in quel tempo, forse le sorti del bel paese sarebbero state, anche se tragiche sempre, diverse. Forse più tragiche ancora! Chi lo sa. Ho ascoltato lui, quello del tempo nostro, collegato telefonicamente con il salotto  prontamente allestito dall’imenottero televisivo, il vespide della tv, in prima serata, con il massimo dell’ascolto, l’ho sentito perentoriamente impartire disposizioni a due suoi famigli, che sarebbero poi anche due ministri della repubblica, ministri ma solo a tempo perso, affinché si muovessero a procurargli, nella nottata incombente ed all’addiaccio per migliaia di esseri umani, un migliaio ancora, a suo dire, di aitanti pompieri ed altrettante migliaia di soldati nerboruti da inviare prontamente nelle zone del dramma. Che lui – detto sempre da lui al telefono dell’imenottero televisivo, il vespide della tv - aveva organizzato i soccorsi dall’alto di un elicottero. Che lui garantiva che presso ogni cumulo di macerie ci sarebbe stato un nutrito gruppo di soccorso. Che secondo lui nessuno sarebbe stato lasciato solo. Che lui… Che lui… Staremo a vedere o a sentire nei mesi prossimi venturi. E mentre continuava il diluvio mediatico di immagini senza utilità alcuna, mi ponevo la questione dove fosse il limite proprio di una corretta informazione e dove questo limite sforasse nel più indecente terreno dell’intrattenimento. Ecco il punto: quale il limite dell’informazione corretta? E dove essa diviene strumento perverso di intrattenimento e di subliminale asservimento emotivo? Nei filmati del benemerito Istituto Luce è probabile che venisse preservato e continuasse ad essere contenuto in essi quel “pathos” proprio di ogni creazione che coinvolga il vedere ed il sentire degli esseri umani. Il famoso “pathos” della classicità. Così come avviene ogni qual volta si accede ad un luogo deputato alle rappresentazioni. È che la televisione “mitridatizza” l’incolpevole ed inconsapevole telespettatore, lo “mitridatizza” al punto da farlo partecipare ad un evento, anche il più tragico della storia, con un distacco ed una partecipazione indotta dalla assuefazione subliminale che per essa scorre venefica. Siamo appena usciti dall’incubo della “Caffarella”.

lunedì 12 febbraio 2018

Sfogliature. 90 “Cicciu Giufà e le rappresentazioni dal bel paese”.



A lato. "Il promontorio di Capo d'Orlando" di Willem Schellinks (1664), conservato nella Biblioteca nazionale di Vienna.

A mo’ di introduzione a questa “sfogliatura” che è del 5 di agosto dell’anno 2006, un sabato da solleone certamente, come si conviene alla nobile terra di Sicilia, “sfogliatura” che è come una breve antologia del pensiero del sociologo Raffaele Simone, antologia non certo esaustiva per ciò che gli abitatori del bel paese sono od appaiono, ché sempre hanno serbato sorprese nel corso della loro storia millenaria, mi corre l’obbligo di rendere omaggio ad un Uomo di quella nobile terra che al secolo fa Giuseppe Sicari la cui amicizia mi lusinga e che mi è cara assai. E ritengo di rendergli l’omaggio più caro e più vero prendendo brevissimamente dalla Sua ultima fatica letteraria – “La nave di sale” (2017), Pungitopo editore, pagg. 196, € 17 – laddove presenta il Suo Cicciu Giufà (pag. 92): “Era un uomo senza età, imprevedibile e sentenzioso, a volte sventato, birichino e un po’ sciocco, altre volte saggio e prudente come un vecchio. Saggio? Certamente, anche se in molti lo ritenevano soltanto un fessacchiotto. Perché? Perché credeva nella giustizia, nelle regole, nella difesa dei deboli e nell’uguaglianza degli uomini. Una specie di rivoluzionario di quei tempi, insomma”. Finisce qui il mio sentito omaggio a Giuseppe Sicari ed alla Sua fatica letteraria che si legge d’un fiato e che vuole di certo rappresentare quella varia umanità che abita la nobile terra di Sicilia e che forse può ben rappresentare quell’umanità tutta che abita il bel paese. Quella stessa umanità che a suo tempo rappresentò magistralmente Raffaele Simone nel Suo lavoro “Il paese del pressappoco” (2007) -  Garzanti Libri Collana: Gli elefanti. Saggi. Pagine 236, Brossura EAN: 9788811680581 - del quale lavoro offro di seguito una breve degustazione al fine di quel dilettevole esercizio di ricerca, negli uomini d’oggigiorno, di un Cicciu Giufà di comune conoscenza. Se ne rinvengono oggigiorno? Forse pochi, certissimamente pochissimi, che si tengono ben nascosti e lontani assai dalla calca tonitruante del bel paese proprio per non passare per “fessacchiotti” demodé. “Fessacchiotti” o meglio ancora “gufi”, o “professoroni” o quant’altro l’armamentario di coloro che non sanno ma fanno ha potuto produrre nel corso di questo inizio di millennio. Ed ora la parola alla “sfogliatura” del giorno: Giunge così a termine la piacevolissima fatica di trascrivere, dal pregevolissimo lavoro di Raffaele Simone “Il paese del pressappoco”, le pagine che più sono state capaci di rivelazioni e riflessioni ad un lettore sprovveduto quale io mi ritengo, pagine importanti per focalizzare e delineare al meglio quel latente ed endemico fattore del “Mal d’Italia” che, come tutti i fattori patogeni in tutti i sani portatori delle patologie più varie, ha bisogno di essere ben tenuto sotto strettissima osservazione e doverosa sorveglianza, affinché non abbia a determinare gravi danni e sciagure ai suoi incolpevoli ospiti.

mercoledì 27 dicembre 2017

Sfogliature. 89 “La dittatura degli eventi”.




La “sfogliatura” che si propone risale ad un giovedì, il 24 di febbraio dell’anno 2011. Difficile non cogliere, anche al più disattento osservatore d’oggi della vita sociale nel bel paese, come a distanza di ben sei anni pieni quella “dittatura degli eventi” permanga spietata sempre di più e le cose, nel mondo della comunicazione, siano rimaste, se non peggiorate, a quella condizione ben illustrata dall’Autore in essa – la “sfogliatura” intendo dire – riportato. Scrivevo allora: Difficile non concordare con quanto ha scritto Marc Augè nel Suo articolo “Nella società degli eventi non succede mai niente”, articolo pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del dicembre 2010, che di seguito trascrivo nella sua interezza. Scrive infatti l’illustre etnologo ed antropologo francese: “Nella società dei consumi sono sempre di più coloro che, non potendo consumare per ragioni economiche, si sentono esclusi da un sistema di cui vorrebbero far parte. Il bisogno di consumo viene allora soddisfatto almeno in parte dall'illusione prodotta dagli eventi collettivi, che in questo diventano un surrogato.” Concordo. È che, nella società dei consumi, nella quale siamo chiamati a vivere, due aspetti, o categorie dello spirito, si sovrappongono combinandosi in forme caotiche ed indistinte e/o si contrastano con un mutuo rinforzarsi negli aspetti più negativi, con alterne fortune, con caratteristiche invero allarmanti; da un lato la “disumanizzazione” dei rapporti umani, laddove gli ultimi ritrovati tecnologici consentono di dialogare dall’infinito lontano ed irreale con un “prossimo” che non ha o ha perso la “corporalità” necessaria per ogni rapporto che sia considerato umano pienamente; secondo, il richiamo veramente irresistibile, che come d’incanto si manifesta in tutti gli agglomerati umani, con il confluire degli umani, come un enorme sciame che segua i tenui effluvi dei “feromoni” degli sciami, di qualsivoglia sciame, verso i luoghi di quelle “ammucchiate” oceaniche che hanno lo scopo ultimo ed inconfessato di riempire il vuoto di un vivere altamente alienato. Un vivere senza la piena consapevolezza di un sé, di un io. Non trova spazio, nella contemporanea società dei consumi, la realtà dell’altro che sia anche la realtà fisica del proprio “prossimo”, se non nelle forme di mercificazione dei corpi femminili o maschili, così come non trova spazio la conoscenza e la frequentazione della dimensione solitaria dell’io, di ciascuno, stretti come si è a dialogare freneticamente e senza orizzonti, attraverso contatti resi impersonali, a consumare eventi mediatici marginali imposti e propagandati sapientemente come eventi epocali, ignorando in pari l’ascolto vero e profondo dell’altro ma soprattutto l’ascolto del sé, dell’io deliberatamente accantonato. È di conseguenza una perdita della ragione del sé, dell’io reso impersonale nello sciame che accorre al richiamo dei “feromoni” dei media, con il confondersi e l’annullarsi nello sciame del sé senza ragione alcuna che non sia sfuggire all’ascolto di un io reso oramai senza voce; ne consegue una perdita collettiva della memoria, con gli sciami umani resi collettivamente anonimi ed irresponsabili. Nello sciame umano si eclissa il sé, l’io; nello sciame si eclissa la dignità dell’umano. Mi sovvengono, a conclusione di queste brevi considerazioni, due ultimi fatti di cronaca a dimostrazione dell’eclissarsi dell’umano in larghissimi strati della popolazione, nel ruinare quotidiano degli eventi che sono divenuti un ripetersi del già troppe volte vissuto; la mancata collettiva risposta d’indignazione a seguito dell’atroce vicenda dei bimbi rom morti carbonizzati nella città eterna; ed ultima, macabra, disgustevole oltre ogni limite dell’umano, vista sulla rete, l’offerta per i bimbi della nuova mascherina per il prossimo carnascialesco divertimento collettivo, mascherina che rappresenta “zio Michele Misseri”, con tanto di corda a cappio per la soppressione finale dell’incolpevole nipote. Cercare in rete per vedere con occhi propri. Ed il Marc Augè ancora:

lunedì 18 dicembre 2017

Sfogliature. 88 “È l’algoritmo, stupido!”.



La “sfogliatura” che si propone risale al lunedì 22 di agosto dell’anno 2011. Allora si aveva ancora un bel dire di mercati, di finanza che, seppur incorporei, lasciavano sempre intuire che dietro quelle sconosciute identità ci fossero sempre esseri umani – pochi, pochissimi – autoproclamatisi incontrastati decisori del destino delle moltitudini altre di esseri parimenti umani. A distanza da quelle cronache le “cose” sembrano drasticamente cambiate. Non più mercati, non più “padroni delle ferriere” come agli albori del capitalismo gli imprenditori venivano denominati, e non più i “proletari” ovvero i prestatori di braccia. Nulla di tutto ciò ad appena sei anni da quelle cronache. Non esiste più la storica contrapposizione tra quelle figure, contrapposizione che ha scritto la Storia del capitalismo e del genere umano tutto. Non più. Oggi la vita di milioni di esseri umani prestatori d’opera è nelle mani di un imperscrutabile, inafferrabile “algoritmo”. Il passo in avanti c’è stato, ma in quale direzione? Ne ha scritto Alessandro Robecchi su “il Fatto Quotidiano” – “Le aziende non sono cattive: è l’algoritmo che le disegna così” -  del 6 di dicembre 2017: (…). Il mondo del lavoro gira ormai su questo Moloch indecifrabile, dal suono un po’ fantascientifico e futurista, l’algoritmo che tutto può e tutto decide a vantaggio dell’azienda. Ora che le storie del lavoro degradato italiano si diffondono, spuntano fuori ogni giorno, ci rivelano l’offensiva inconsistenza di quel “fondata sul lavoro” che sta scritto nella prima riga della Costituzione, monsieur l’Algoritmo fa la sua porca figura. Dietro quasi ogni storia spunta l’algoritmo, cioè un sistema di pianificazione e controllo accuratissimo. Fai l’assistente di volo e non vendi a bordo abbastanza gratta e vinci, profumi, cosmetici? (Ryanair), ti cambiamo turno in senso punitivo. Un consiglio dell’algoritmo. La signora con due figli (uno disabile) chiede flessibilità e non riesce a rispettare certi turni? (Ikea). Spiacenti, i turni li fa l’algoritmo. Tutto questo vale ogni giorno per migliaia di aziende, per milioni di lavoratori. Quello che vi porta la pizza, quello che vi spedisce il pacco, o che guida per consegnarvelo, quello che vi telefona per offrirvi un servizio e migliaia di altri, lavorano sotto un controllo millimetrico, che segnala i dati a un programma, che può calcolarne la produttività, costi benefici. Scientifico, impersonale. Quando le cose si fanno particolarmente scandalose (i casi citati, e ogni giorno se ne affaccia uno nuovo alle cronache) compaiono solitamente, via comunicato stampa, gli addetti alle relazioni esterne, che allargano le braccia e dicono: eh, è stato l’algoritmo. A volte lo dicono come se il corpo dell’azienda ne fosse posseduto, tipo la ragazzina de l’Esorcista che sputacchia e gira la testa di 360 gradi. Dal punto di vista economico e sociale è il disastro che conosciamo: mini-lavori di faticoso sostentamento, altissima ricattabilità del lavoratore, mansioni inesistenti (quando hai finito alla cassa del supermarket devi lavare i cessi, e infinite varianti), redditi sempre più bassi. Dal punto di vista culturale è forse peggio: per il lavoratore c’è una progressiva perdita di dignità. E da parte imprenditoriale c’è un’estrema spersonalizzazione, al punto quasi grottesco che si cedono responsabilità e schifezze alle macchine. E’ stato il sistema. Non sono cattivo, è l’algoritmo che mi disegna così. Il signore che prende i tempi in officina alle spalle del sontuoso Gian Maria Volonté de La classe operaia va in paradiso ora te lo spacciano per l’inflessibile, ma – ahimé – scientifico e imparziale, algoritmo. Una cosa moderna e bella da dire, fa fico, che spesso significa applicare oggi una parola novecentesca come “cottimo”. In tutto questo – ed è la cosa più strabiliante – si alzano “ohhh” di stupore e meraviglia perché il Censis (rapporto annuale) dice che aumenta il rancore nella società. Ma va? Ma giura? Scemo io che pensavo che invece essere licenziati, intermittenti, pagati due cipolle e un pomodoro, coi turni cambiati all’improvviso, niente ferie e niente malattia, inducesse nella popolazione un garrulo e soddisfatto buonumore. Ma sai proprio una gioia irrefrenabile? Invece no, invece c’è rabbia e rancore, chi l’avrebbe mai detto! Aggiunge il Censis questo rancore sarebbe una “rabbia repressa che non riesce più a sfogare nemmeno lungo le linee del conflitto sociale tradizionale”. Esatto, perfetto. Forse l’invenzione, la messa a punto, la taratura di un buon algoritmo dell’incazzatura potrebbe servire: proletari di tutto il mondo, fatevi anche voi un algoritmo. Così, quando la rabbia supererà certi limiti potrete allargare le braccia e dire: “Oh, è stato l’algoritmo, mica è colpa mia!”. Annotavo a quel tempo:

venerdì 15 dicembre 2017

Sfogliature. 87 “Liberi di succhiare mentine”.



“(…). I poveri tirarono avanti, ma poi vendettero anche il loro pudore, la loro vergogna, il loro dolore. (…). Dopo qualche generazione i poveri s’erano venduti tutto. I poveri diventarono così poveri che presero la loro povertà, la misero in bottiglia e andarono a vendersela. Se la comprarono i ricchi che volevano essere così tanto ricchi da possedere anche la miseria dei miseri. Quando i poveri restarono senza niente si armarono. E non di coltello e forchetta, ma di pistole e fucili perché la rivoluzione non è un pranzo di gala, la rivoluzione è un atto di violenza. Marciarono verso il palazzo. Però quando arrivarono sotto il balcone del podestà, si fermarono e rimasero zitti. Perché senza la rabbia e la fame, senza l’orgoglio e il disgusto, senza cultura e coscienza di classe non si fa la rivoluzione. Così il podestà scese in cantina, tornò con una bottiglia e la riconsegnò al popolo. C’era imbottigliata la libertà che avevano conquistato i loro nonni, ma che i padri s’erano già venduta da un pezzo. Potevano farci un inno o un partito, un circolo o una bandiera. La stapparono ma non riuscirono a farci niente. Perché la libertà da sola non serve. Allora il podestà si cercò in tasca e trovò una scatola di caramelle alla menta. La consegnò al popolo. E da quel momento i poveri furono liberi. Liberi di succhiare mentine”. Lo ricordate quello straordinario monologo di Ascanio Celestini, che ho trascritto in parte, che il grande attore ha recitato nel corso della trasmissione televisiva “Parla con me”? Pensate che il suo senso non potrebbe avere attinenza con l’oggi tempestoso che stiamo collettivamente vivendo? Nell’attesa inutile di un qualcosa che faccia invertire il corso della storia? Una storia intrisa di ineguaglianze e di soprusi grandi? Ma quel corso non può essere giammai invertito se non vengono a sostegno, a determinarne la fine, “la rabbia e la fame, senza l’orgoglio e il disgusto”, poiché “senza cultura e coscienza di classe non si fa la rivoluzione”. È la lezione semplice, sociologicamente parlando, che ci ha impartito quello straordinario giullare. Con la pancia piena non si fanno le rivoluzioni. Ce lo insegnano i fatti straordinari di questi ultimi mesi: il fuoco divampato nel nord dell’Africa, ove la fame è fame vera e “niura” – nera - o come le finte rivoluzioni dei bamboccioni della perfida Albione che fanno la rivoluzione a modo loro per la tv al plasma, per l’ultimo telefonino e per altre corbellerie del genere. Da quale parte stanno i bamboccioni “de’ noantri”? Nella calura ultima agostana, quando la “parlacìa” – ovvero quel parlottare a volte concitato, con le voci che si accavallano per divenire più convincenti –, quella “parlacìa”, dicevo, da spiaggia, tra rivoli di sudore che imperlano la fronte ed il viso tutto, e tra nugoli di zanzare che distraggono dalle cose dette o non dette, mi portò a fare un’affermazione di quelle solenni, che avrebbe meritato, in altro contesto, ben altra accoglienza, grande fu la mia sorpresa a seguito di quella “parlacìa” nel riscontrare una scarsa, scarsissima attenzione alla “cosa” appena detta; ovvero, che le prime barricate da rivoluzione le avremmo dovute erigere noi, nel bel paese, allorquando il peggior governo di tutti i tempi della repubblica aveva sanzionato, senza appello alcuno ed a chiare lettere, che la povertà nel bel paese veniva riconosciuta come stato sociale ufficiale, da affrontare e lenire con la famigerata “social card”. Quello è stato il punto più alto e politicamente più significativo di non ritorno al passato; si sanciva, alla luce del sole, che le disuguaglianze sociali, le povertà vecchie e nuove, avevano ottenuto il loro riconoscimento e la loro istituzionalizzazione dalle più alte cariche dello stato e dal parlamento del bel paese. Nell’indifferenza generale.

mercoledì 15 novembre 2017

Sfogliature. 86 “LaoTzu, ovvero della via saggia e giusta”.



La “sfogliatura” che si propone risale ad un giorno - che era di giovedì - del nostro calendario che era per l’appunto il 7 di aprile dell’anno 2011. L’uomo venuto da Arcore avrebbe da lì a qualche mese rassegnato le dimissioni e lasciato il palazzo del governo con la piena “sfiducia” non già del parlamento del bel paese in rappresentanza del cosiddetto popolo sovrano ma dei poteri forti dell’Europa finanziaria e non già dei popoli. Intanto, per imperscrutabili ragioni, l’uomo torna oggigiorno a calcare da primo attore quel teatrino della politica che tanto aborriva e che gli procurava, a suo dire, attacchi fastidiosissimi della peggiore “orticaria”. Vallo a credere! Tanto è vero che continua a dimenarsi su quelle polverose tavole teatrali come il migliore ed insuperato artista della commedia dell’arte. Scrivevo a quel tempo: Non riesco a cancellare dalla mia mente la “stupefacente” – ché non trattasi, in verità, secondo una delle definizioni del dizionario Sabatini_Colletti, “di sostanza di origine vegetale o sintetica che, introdotta nell'organismo, agisce sul sistema nervoso provocando uno stato di torpore, di eccitazione o di alterazione della percezione e il cui uso prolungato produce assuefazione e gravi danni psichici e fisici” -, visione del popolo plaudente di Lampedusa, visto attraverso il freddo occhio delle telecamere come in preda ad uno stato di torpore cerebrale che fa un tutt’uno con il torpore  di un immaginario, immenso, squinternato “sistema cerebrale collettivo” che dovrebbe presiedere alla vita di relazione nel bel paese. È lo stesso popolo che nei giorni precedenti, è pur vero, si era mobilitato in un’opera straordinaria di soccorso e di aiuto nei confronti dei profughi approdati su quell’isola. È lo stesso popolo che, ad un certo punto, si era visto soffocato da una straripante presenza di migranti e che aveva dato inizio ad un mugugno che pian piano è salito di tono e di volume sino a giungere all’orecchio distratto e/o indifferente del “grande fratello” che, di gran corsa, è approdato su quegli incolti scogli emergenti da quel sepolcro di migranti che è divenuto, nel corso degli ultimi anni, il mare Mediterraneo.

domenica 1 ottobre 2017

Sfogliature. 85 “Un vecchio leader ed un leader vecchio”.



La “sfogliatura” di oggi è del 2 di marzo dell’anno 2010. Sette anni per il ritorno di un “leader vecchio” – non anagraficamente parlando, che non ce ne importa in fico secco - del quale sembrava ce ne fossimo liberati, come in un tragicomico sogno. O incubo. Scrivevo quel 2 di marzo: Sono andato a vedere “Invictus”. Mi ha salvato l’oscurità accogliente della sala cinematografica. Poiché la visione di questo ultimo lavoro di Clint Eastwood toglie letteralmente il fiato. E sì che ci si è abituati al Suo nuovo ruolo di grande regista. Straordinario Clint in questo Suo “Invictus”, così come lo era stato nel Suo “Million dollar baby”, o ancora nel Suo “Gran Torino”. Una visione mozza-fiato dicevo, dai ritmi incalzanti, che in più di una occasione spinge l’emozione a livelli tali da farti sentire i lucciconi raccogliersi per scendere copiosi, se non si avesse l’accortezza di tirare su col naso. Poiché in “Invictus” si parla di un grande “leader vecchio” dei tempi nostri. Ma di un “leader vecchio” che ha dato dignità e speranza ad un intero popolo. Senza distinzione alcuna. Ad un intero continente. Quel “leader vecchio”, la cui vita politica il grande Clint ha trasposto per noi sullo schermo, è Nelson Mandela. Perché ne scrivo? Solo per esprimere l’amarezza al pensare il contesto politico, il clima sociale che domina sovrano, incontrastato, irruento, in preda alla perenne isteria, con la pratica costante della caccia ad improbabili nemici, al clima insopportabile che domina nelle contrade del bel paese. Fortunato quel popolo che abbia avuto un leader di quella statura! Miserevole la vita politica e sociale del bel paese al ritrovarsi “un leader vecchio” come il signor B. Seppur avanti negli anni quando è andato al potere Nelson Mandela, giovine è stato il Suo animo e la Sua straordinaria intelligenza politica, da riuscire a comporre sapientemente e sagacemente un inestricabile, avvelenato groviglio di pre-giudizi, di interessi contrapposti e di ataviche incomprensioni e contrapposizioni razziali. Fortunato quel popolo! La gerontocrazia del bel paese ci ha fornito ben altro personale politico. Che i miei lucciconi, a stento trattenuti, non siano a causa di un malessere, oramai diffuso, che attanaglia la vita sociale e politica del bel paese? È triste giungere ad invidiare un paese lontano, per aver esso avuto la fortuna di avere un leader vecchio che ha tutti uniti in una Sua profetica visione del futuro del Suo paese! Senza nemici da abbattere! E dopo aver trascorso ben 27 anni nelle patrie galere! Straordinario Morgan Freeman nella parte del leader sudafricano. Morgan Freeman ha toccato, in questa occasione, vertici altissimi nella recitazione, così come aveva fatto in quella deliziosa commedia – accanto alla straordinaria Jessica Tandy - che è stata “A spasso con Daisy”. Gli chiede un intervistatore su di un supplemento del quotidiano “la Repubblica”: - Qual è la differenza tra un adulto e un bambino? - Che l'adulto è pieno di pregiudizi, il bambino ancora no.

domenica 24 settembre 2017

Sfogliature. 84 “Le regole nel paese di Alice”.



La “sfogliatura” di oggi è del 17 di marzo dell’anno 2010. Ci era sembrato, o ci si è solamente illusi, che quello scenario ben raffigurato in essa si fosse chiuso definitivamente nella “storia” politica del bel paese. Inutile! Non esiste nulla di più inamovibile ed immutabile di un certo procedere della nostra “storia” politica. Tanto è vero che quel protagonista torna prepotentemente ed arrogantemente alla ribalta immemore - il paese soprattutto - di una condanna definitiva a carico di quel protagonista per un reato gravissimo quale è la “frode fiscale”. Quel protagonista attende al momento che una corte di Strasburgo gli restituisca quella “agibilità politica” in barba ad una sentenza definitiva e ad un reato che l’attesa sentenza non potrà mai e poi mai cancellare. Quella sentenza lo lascerà sì “colpevole” restituendolo però all’agone politico azzerando quella “legge Severino” in forza della quale gli era stata tolta l’eleggibilità. Non un sussulto da parte della “casta” per l’immondo ritorno, “casta” alla quale tornerà utile l’imminente pronunciamento di quella corte. Sosteneva Barbara Spinelli ad una domanda di Silvia Truzzi in una intervista rilasciata su “il Fatto Quotidiano” del 12 di settembre dell’anno 2013 - “L’obiettivo di B.: prescrizione politica” -: (…). S. T. Perché sembra una bestemmia dire che una persona condannata definitivamente per frode fiscale – reato ai danni dello Stato – non può rappresentare i cittadini in Parlamento? – B. S. Perché è difficile dire quel che pure è ovvio: questo nostro Stato si definisce a parole democratico, ma ha perduto la coscienza di essere una democrazia costituzionale, cioè dotata di una legge fondamentale che garantisce principi come la separazione dei poteri e, appunto, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Scrivevo a quel tempo - che pare essersi magicamente e sinistramente fermato -:

giovedì 7 settembre 2017

Sfogliature. 83 “Un potere su basi emotive è molto pericoloso”.




Il 30 di marzo dell’anno 2010 postavo la “sfogliatura” di oggi. Sette anni e mezzo per ritrovarsi nell’incombente turno elettorale siciliano – indicato quale fucina delle politiche del prossimo futuro da estendersi al resto del bel paese – con quell’uomo venuto da Arcore a determinare ancor oggi le sorti politiche italiote. Sette anni e mezzo che sembra siano stati spesi giusto per ritrovarsi al cosiddetto punto di partenza. Un bel progresso, non c’è che dire. Scriveva a quel tempo Paolo Villaggio sul quotidiano l’Unitàin “Le foto dei politici” -: “La nostra felicità di cittadini onesti è corrosa da una maledetta malattia che ci sta divorando lentamente: la corruzione della casta politica. Ve l’ho già detto altre volte il politico è un animale mediocre privo di talento. Non sa fare lo scrittore, l’avvocato, il pittore, l’ingegnere, mi verrebbe da dire quasi che sa solo fare il porta borse, il leccaculi, di un ladro e poi si laurea vice ladro e poi diventa ladro patentato. È un uomo con un animo piccolo ingeneroso e quando mette le mani sul potere cerca di non mollarlo più. Allora cerca mezzucci illeciti si allea con la malavita usando il voto di scambio per aumentare i numeri dei consensi che gli daranno la possibilità di arraffare impunemente. Ed eccoli i cartelli con le loro facce sorridenti: sotto c’è scritto «fidati ti puoi fidare io sono onesto» ma con quello che si vede e si legge è roba da brividi”. Quanto è cambiato il clima politico da allora? E perché non si è imposta una maggiore e più sana rettitudine della politica? Al tempo di questa “sfogliatura” si tennero consultazioni regionali. Ne scrivevo così:

mercoledì 23 agosto 2017

Sfogliature. 82 “Giustizia, misura minima della carità".

La “sfogliatura” che propongo è del venerdì 29 di gennaio dell’anno 2010. Non abbisogna di chiosa alcuna. Le cose che sono state scritte allora sono terribilmente sotto gli occhi increduli di noi uomini della torrida estate dell’anno 2017. Scrivevo: Ha lasciato scritto Nelson Mandela: “Siamo tutti nati per risplendere, come fanno i bambini. E quando permettiamo alla nostra luce di illuminare, diamo agli altri la possibilità di fare lo stesso. E quando ci liberiamo dalle nostre paure, la nostra presenza libera gli altri”. Riprendo in mano la magnifica “Lettera 144” dello scrittore e giornalista Ettore Masina che mi gratifica della Sua attenzione con l’inoltro puntuale dei Suoi preziosissimi scritti. Ettore Masina è un cattolico che a tutto tondo si identifica nel magistero del Concilio Vaticano Secondo (1962-1965). Un’epoca remota. Ché, ai tanti del bel paese, sembra non dire più un bel nulla. Nella Sua lettera Ettore Masina fa riferimento ai vescovi di Roma che furono i protagonisti di quell’evento che ha segnato la storia di quella chiesa. Una storia incompiuta per la verità, se ancor oggi i solenni proclami di cristiana accoglienza e dovuta fratellanza, tra tutti coloro che siano accomunati dalla condizione della umanità, sembrano non avere la dovuta considerazione e pratica applicazione. Mi sono sempre chiesto se i reggitori della cosa pubblica del bel paese avessero ottenuto, dagli uomini di quel Concilio, la stessa indulgenza accordata ad essi dalle gerarchie attuali della chiesa di Roma. Una domanda senza risposta, capisco, ma insistente nella mia mente: sarebbero rimasti gli uomini di quel Concilio indifferenti al malaffare dilagante ed alla caduta etica del costume nel bel paese? Non che li si voglia tirare per la giacchetta quegli uomini, per annoverarli furbescamente nelle proprie schiere! Ma santo sia sempre il loro iddio, com’è possibile da parte loro non assumere i dovuti toni e le necessarie iniziative di denuncia per evitare un baratro inevitabile nei costumi e nelle coscienze delle masse del bel paese? O bisognerà attendere un nuovo secolo per parlare, con scandalo, a posteriori, dell’insostenibile silenzio accordato dagli uomini della chiesa di Roma, nostra contemporanea, ai reggitori della cosa pubblica? Queste poche righe di personali considerazioni mi vengono spontanee a seguito delle ultime stravaganze del signor B., stravaganze messe in video e sui media asserviti sul tema dei moderni migranti e della criminalità nel bel paese. Trascrivo di seguito la seconda parte della “Lettera 144” dello scrittore Ettore Masina:

giovedì 27 luglio 2017

Sfogliature. 81 “Della irresponsabilità e dell’ignavia”.



Nell’Italia dell’anno 2017 che brucia nella “irresponsabilità e nell’ignavia”, che è assetata, che non ha mezzi per difendersi da piromani ed affini, in questa disastrata Italia si ri-trova spazio e (dis)interesse per discutere del ventennio nero e della necessità di difendere quel che nel paese “della irresponsabilità e dell’ignavia” viene definito la tutela della libertà di pensiero anche degli uomini in “orbace”. Quale libero pensiero? E quale libertà? È come se si volesse incredibilmente, oggi, tutelare il pensiero e l’istigazione di chi pensò ed attuò spietatamente l’Olocausto. Possibile che si voglia tutelare il libero pensiero di chi incita – o ha incitato - a compiere i misfatti più vergognosi? Ché anche in quel nero ventennio di misfatti ne furono compiuti a iosa, all’ombra di una ideologia senza remore e che ha lasciato segni terribili ed incancellabili anche a distanza oramai di tanto tempo trascorso. Incancellabili dove? Incancellabili per chi? Del resto è appena passato, nella indifferenza generale, quel “25 di luglio” dell’anno 1943 che sembrava dovesse segnare una significativa svolta per l’asfittica vita politica e sociale del bel paese. Un nulla, in verità. Poiché ci si ritrova, nell’Italia dei fuochi, a ridiscutere, come in una commedia dell’assurdo, di libertà di pensiero, ché meglio sarebbe parlare “della irresponsabilità e dell’ignavia” che caratterizza il vivere sociale e politico del nostro tempo. È che l’aria che tira non è delle migliori per le esauste democrazie dell’Occidente. Poiché riaffiora, in quello spazio di tutela del pensiero pur che sia, la “voglia” dell’uomo forte, “voglia” che in questo malandato paese è rimasta sotto traccia ma viva sempre e pronta a manifestarsi, giusto come in questa torrida estate. Ne è più che convinto Marco Revelli che in “Comandanti immaginari” di Davide Turrini – sul mensile “FQ MILLENNIUM” del mese di giugno – sostiene che “i cosiddetti uomini forti che nella nostra temperie emergono come riferimenti sono in realtà deboli. Sono il prodotto e la forma della crisi della politica. Sono figure di crisi, non di soluzione della crisi. La fine della democrazia dei partiti, che avevano caratterizzato i cosiddetti Trente gloriosus (1945-1975), un po’ come il sonno della ragione, genera mostri. Mostri nel senso etimologico, latino del termine, monstrum, figure spettacolari. La personalizzazione della politica vista come antidoto alla crisi della democrazia è in realtà la malattia della democrazia. Cercare un dio con la d maiuscola in cui identificare un noi che non c’è è un’apocalisse culturale dal punto di vista democratico. Questi pseudo uomini forti si affermano spettacolarizzando se stessi. Fenomeni da baraccone che compensano la crisi di autorevolezza. La “sfogliatura” di oggi è del lunedì 31 di maggio dell’anno 2010: (…). «Quando il presidente del Reich si era macchiato per la terza volta di violazione della Costituzione, molti socialdemocratici, in gran segreto, si misero in guardia dal parlarne: - non sfiorate l’argomento, dissero timorosi, altrimenti non esisterà nessuna remora a violare la Costituzione. Se il popolo, o il Presidente del Reich venissero a sapere che la Costituzione è già stata violata, non ci sarebbe più alcun monito che tenga. Così invece noi possiamo ancora mettere in guardia dall’infrangere la Costituzione -. Ragionando in questo modo e col sudore in fronte ad ogni nuova violazione sostennero che non si trattava affatto di violazione. E, quando la Costituzione non esistette più, violazioni costituzionali non erano comunque ancora avvenute» (...). Così ci ha lasciato scritto quel grande a nome Bertold Brecht nel Suo volume “ Le storie del signor Keuner “. La cecità, la faciloneria, l’indifferenza dei tanti, tantissimi di questi giorni, il pressapochismo familistico proprio di una larghissima fetta di italioti, potrebbero costarci tanto, tantissimo, caro, carissimo. Allora, il tutto sfociò nella tragedia orrenda del nazismo. Oggi, potrebbe il tutto sfociare in una nuova farsa dagli esiti imprevedibili. Di seguito trascrivo, nella quasi sua interezza, il colloquio tra il giornalista del quotidiano l’Unità Oreste Pivetta e lo scrittore Marco Belpoliti. Tema del colloquio: le letture del signor B – che benché padrone della più grande casa editrice del bel paese ha avuto modo di bearsi e glorificarsi nel non aver letto, da un decennio almeno, un libro che sia -, letture candidamente, si fa solo per dire, confessate in quel di Parigi: