"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 31 gennaio 2020

Ifattinprima. 38 «La morte dei fatti».


Nel mondo digitale in cui siamo bombardati di notizie e in cui il rischio di “sovraccarico” è reale preferiamo affidarci a messaggi che fanno appello alle nostre emozioni piuttosto che quelle che veicolano un contenuto complesso. È così che invece di analizzare razionalmente il contenuto di un messaggio leggiamo solo le notizie che confermano ciò in cui crediamo. Ecco perché molti politici populisti non provano a trasmettere informazioni razionali, ma favole caricate emotivamente, al fine di lasciare un’impressione duratura ai destinatari. (…). Non è ancora chiaro come una fake news possa influenzare il risultato elettorale, è tuttavia evidente che la comunicazione politica veicolata attraverso messaggi emozionali è efficace. L’unico modo per evitare che influenzi la nostra vita è allora reimparare a dare un peso a ciò che leggiamo, nella consapevolezza che un’educazione allo spirito critico è l’unica soluzione possibile. Tratto da «Capire la “Bestia” e poi evitarla» di Thierry Vedel, riportato su “il Fatto Quotidiano” del 29 di gennaio 2020. 

giovedì 30 gennaio 2020

Ifattinprima. 37 «Quella farfalla gialla che vola sopra ai fili spinati».


Tratto da “Siate farfalle che volano sopra i fili spinati” di Liliana Segre, intervento della senatrice al Parlamento Europeo di Bruxelles riportato sul quotidiano “la Repubblica” del 30 di gennaio 2020: (…). Alla giornata del 27 gennaio a volte è stata data un'importanza che in fondo non c'è. Auschwitz non è stata liberata quel giorno. Quel giorno l'Armata Rossa vi è entrata ed è molto bello il discorso che fa Primo Levi ne La Tregua dei quattro soldati russi che non liberano il campo perché i nazisti erano già scappati, ma si trovano di fronte a questo spettacolo incredibile. Uno spettacolo più tardi incredibile per tutti coloro che lo vollero guardare, mentre qualcuno non lo vuole vedere nemmeno adesso e dice che non è vero. Si tratta dello stupore per il male altrui. Queste sono le parole straordinarie di Primo Levi e che nessun prigioniero di Auschwitz ha mai potuto dimenticare. Il 27 gennaio avevo 13 anni ed ero operaia schiava nella fabbrica di munizioni Union. Di colpo arrivò il comando immediato di cominciare quella che venne chiamata "Marcia della morte". Io non fui liberata il 27 gennaio dall'Armata Rossa, facevo parte di quel gruppo di più di 50 mila prigionieri ancora in vita obbligati a una marcia che durò mesi.

mercoledì 29 gennaio 2020

Memoriae. 17 «Siamo stati derubati del tempo, che è una condizione emotiva, percettiva».


Per dire come ogni accadimento per gli umani non avvenga per volontà perversa del “cielo”. In fondo il “cielo” è vuoto. È che giorno per giorno costruiamo la nostra “Storia” futura, ché “Storia” ancor non lo è anche se stiamo lì a mettere assieme tutti i tasselli necessari al suo inverarsi. Così come non avrebbe un “perché” alcuno la “Storia” dell’oggi, senza quei tasselli messi maldestramente assieme, “Storia” della quale siamo stati chiamati ad esserne testimoni in questo scorcio di secolo. Questa “memoria” è di una domenica “agostana”, del 30 di agosto dell’anno 2009. Scrivevo: Punto ed a capo. Chiusa una spaventevole, opprimente stagione – anche se la calura incombe ancora – il ritorno alle case ancora infuocate ed alle cose proprie di tutti i giorni ripropone impietosamente i problemi di sempre. È pur vero che le “veline” e le  “escort” – termine che ignoravo; ma non era la “escort” un modello d’auto Ford? -  hanno distolto l’attenzione del bel paese da ben più stringenti e gravi problemi; hai voglia ad indirizzare altrove l’interesse o la poca attenzione spesso inconcludente della cosiddetta “gente”, poiché a distrarla bastano i reality show, con le marachelle e scorribande di un satrapo impenitente; hai voglia a sollecitarne gli spiriti migliori; giunge sempre un momento della vita in cui quella stessa “gente” deve pur cimentarsi con i problemi veri, quelli di sempre. Una lettura fatta sotto la calura di questa estate mi ha aperto alla speranza. Andando a memoria si diceva, in quella tale lettura, che nel decorrere tumultuoso della storia, i vinti, gli annichiliti dal potente di turno, non avrebbero mai sperato, nel loro tristissimo quotidiano, in una repentina caduta e scomparsa degli spregevoli intrallazzatori del momento. Ed in quella lettura si faceva riferimento preciso a quegli invincibili, come allora saranno sembrati alle genti frastornate del vecchio continente, a quegli invincibili condottieri – si fa per dire – che rispondono alla fattispecie di Hitler, del suo italico compagno di merenda, e di Stalin. Di essi sopravvive oggigiorno solamente la traccia indelebile delle loro malefatte e disfatte, a futuro perenne monito per la  memoria e coscienza collettiva. Riconosco di averla presa alla larga, ma sono confortato da quella speranza, che diviene certezza nei momenti bui della vita, che alla fine a prevalere siano i vinti o almeno i sopravvissuti dei vinti. Di seguito trascrivo una interessante lettura della mia estate, lettura rubata ad un supplemento del quotidiano “la Repubblica” a firma di Roberto Grande che è uno psicoterapeuta torinese ed autore del libro “Il bambino di cioccolato” di recente pubblicazione per i tipi Ponte alle Grazie  (2009). Perché questa lettura? Abbandonate le spiagge solatie i forzati della tintarella avranno modo di ritrovare i problemi di sempre e nel caso specifico, della “terribilità” dei bambini o degli adolescenti che dir si voglia. L’Autore ne tratteggia il problema con grande competenza, evidenziandone gli aspetti negati o disconosciuti. Una lettura molto interessante da consigliare a tutti i cosiddetti operatori scolatici o, meglio, educatori: I bambini rischiano di passare da vittime a bulli. E questo dipende soprattutto da una parola: carestia. Una carestia di relazioni profonda, incisiva. In stato di bisogno, le persone compiono atti che non appartengono alla loro indole e/o contrastano con il loro senso morale. Nei bambini e negli adolescenti il meccanismo di costruzione della personalità è ancora in divenire: immersi nella carestia relazionale di oggi, sono a rischio costante. Il disagio e la sofferenza possono tradursi in mutismo ed estraniazione come in violenza e bullismo. In ribellione, anche violenta, o in forme meno eclatanti come lo scarso rendimento scolastico e un generale atteggiamento di sfida nei confronti di insegnanti e genitori. Salvo casi limite, di natura estremamente violenta, non esistono però ragazzini cattivi. Si tratta di ragazzi spaventati da reazioni violente o da chiusure, che i genitori considerano mal funzionanti. Quindi si rivolgono a noi psicoterapeuti per aggiustarli. E puntualmente ti accorgi che il bambino che picchia il compagno o aggredisce i genitori paga una mancanza, un deficit di relazioni e apertura verso gli altri, genitori in primis. Per molti versi il nostro è un mondo relazionale da Antico Testamento. Se cresce venendo trascurato, prima o poi il figlio si ribellerà, butterà fuori la frustrazione e i primi a intercettarla e subirla saranno il papà e la mamma. Occhio per occhio, insomma. Nelle famiglie la ricerca di affermazione e successo individuale c'è sempre stata. Ma mai così tanto a discapito dei figli come in questo particolare momento storico. In passato c'era molta più attenzione alla presenza: era parte dell'educare. Oggi la griglia di valori è diversa. Si deve sempre essere impegnati. Siamo stati derubati del tempo, che è una condizione emotiva, percettiva. Come diceva Pascal, non c'è male peggiore che non saper stare fermi in una stanza. Ogni bambino, ogni ragazzino agisce per provocare una reazione. Il guaio è quando il genitore percepisce i capricci come aggressioni.

martedì 28 gennaio 2020

Cosedaleggere. 26 Salvini: «Il punto non è più destra contro sinistra, ma popolo contro establishment».


Tratto da “Una democrazia fondata sul populismo” di Roberto Esposito, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 24 di gennaio 2020: Quando, nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca, Trump affermava che non era lui a parlare, ma il popolo americano, esprimeva qualcosa che andava ben oltre una vittoria elettorale. Quello che nelle sue parole si compiva era il percorso aperto qualche decennio prima da Perón, allorché sosteneva di incarnare nella propria persona il popolo argentino. Non diversamente Chávez aveva dichiarato di non essere un individuo, ma l’intero popolo venezuelano. A unire tali dichiarazioni è più che un’aria di famiglia. È un cambio di paradigma riassunto efficacemente da Matteo Salvini all’indomani delle elezioni italiane: «Il punto non è più destra contro sinistra, ma popolo contro establishment». Confinato fino a poco fa nella periferia del mondo, il populismo si è progressivamente installato al cuore della democrazia occidentale. Ma cosa è davvero il populismo? Come si genera e soprattutto come cambia, una volta andato al governo? È solo un avversario politico del liberalismo o l’anticamera di un nuovo tipo di fascismo? Una risorsa o una minaccia per la democrazia? (…). Il populismo non è un nemico venuto dall’esterno, ma un prodotto deformato della stessa democrazia. Non solo perché nasce dai suoi scompensi – l’allagarsi delle disuguaglianze sociali, il prevalere delle potenze finanziarie globali a scapito degli interessi nazionali –, ma perché resta formalmente dentro il perimetro democratico. Non intende rovesciare i suoi istituti, come fa il fascismo, ma li “stressa” al punto da minarne il funzionamento. Sostituendo al classico clivage destra/sinistra il discrimine popolo/casta, divarica i presupposti della democrazia rappresentativa. Da un lato assolutizza il principio maggioritario, attribuendo alla parte vincente il ruolo del tutto. Dall’altro declassa i principi liberali della separazione dei poteri e dei diritti costituzionali a ostacoli da superare. Il presupposto dei suoi sostenitori – non solo di destra, ma anche raffinati intellettuali di sinistra come Ernesto Laclau, Chantal Mouffe e Nancy Fraser – è il contrasto di fondo tra democrazia e liberalismo, teorizzato a suo tempo da Carl Schmitt in funzione antiparlamentare. (…). …una democrazia populista può esistere, almeno fin quando il populismo non entri in contrasto con i suoi stessi presupposti. Che sono da un lato il rapporto immediato tra popolo e movimento – attraverso l’uso ininterrotto del web – e dall’altro l’identificazione salvifica tra movimento e leader. Ora, se entrambe le cose risultano realizzabili stando all’opposizione, diventano problematiche quando il movimento populista va al governo. Intanto perché deve, prima o poi, trasformarsi in partito. E poi perché viene meno la sua proclamata diversità dalle altre forze politiche. Entrambe queste difficoltà sono attualmente sperimentate dai 5Stelle, (…). ...molte delle contraddizioni espresse dal populismo risalgono, prima ancora che agli scompensi della democrazia, alla costituzione delle categorie politiche occidentali, fin dall’origine sdoppiate in due significati disomogenei. Per esempio il termine “popolo” è stato inteso da sempre in due sensi diversi e contrastanti, riconducibili da un lato alla “parte popolare” e dall’altro all’intera cittadinanza, ora alla plebs ora al populus. L’altra considerazione è che il modo più efficace per affrontare i populismi dilaganti sta nel ripensare radicalmente il rapporto tra movimenti e istituzione. Non solo istituzionalizzando i movimenti, ma anche “mobilitando le istituzioni”.

lunedì 27 gennaio 2020

Eventi. 28 Hannah Arendt: «Lei crede in Dio, Herr Eichmann? ».


Tratto da “Hannah e Eichmann. Alle radici dell’odio” di Stefano Massini, dialogo immaginario tra Hannah Arendt (14 di ottobre 1906/4 di dicembre 1975) – ebrea, intellettuale – e Adolf Eichmann (19 di marzo 1906/31 di maggio 1962) – comandante SS, sterminatore di innocenti - pubblicato sul settimanale “Robinson” del quotidiano la Repubblica del 18 di gennaio 2020: Buio. Sullo sfondo si sentono rumori di treni, ferraglia. E ancora: grida umane, pianti. Scoppi di fucile, mitragliatori. È una sequenza spietata, lancinante. A tratti assordante. Poi tutto svanisce lentamente. Resta solo un lungo silenzio mortale. Si alzano le luci su uno spazio neutro, illuminato da luci al neon. Potrebbe essere un bunker, o una stanza da interrogatori. O forse, semplicemente, un luogo inesistente. A destra è seduto lui, Eichmann, di spalle, avvolto nel fumo di una sigaretta. Non lo vediamo in viso, sentiamo solo le sue parole, scandite nel fumo.
Eichmann - C’erano altre vie -. Silenzio. Aspira la sigaretta. Tossisce. - C’erano altri modi, l’ho sempre pensato -. Silenzio. - Potevamo prenderli tutti e spostarli nel Madagascar. Non è un posto a caso: avevo già pronto il piano. Le navi. Tutto studiato. Tutto predisposto. I dettagli. Era una soluzione idonea. Più che idonea. Un’isola. Lontana. Buon clima. Bel paesaggio. Avremmo risolto il problema. Oppure c’era l’ipotesi polacca, la studiai io stesso: trapiantarli tutti in una specie di piccolo stato ebraico, a Nisko, fra Lublino e Cracovia. Rispetto al Madagascar c’erano aspetti più semplici da gestire. Sarebbero stati autonomi. Loro leggi, loro cultura. Dove stanno? Là. Niente morti, niente rumore. E oggi non saremmo qui -. Silenzio. Aspira la sigaretta. - Sottoposi i progetti ai piani alti, ne parlai almeno tre volte. Non vollero saperne -.
A questo punto si alza sulla sinistra una figura femminile. Mezza età. Capelli scuri. Un abito ordinario. In silenzio percorre alcuni passi nella stanza.
Hannah - C’è qualcosa che voglio raccontarle. Nel 1933 successe un fatto, in Russia. Due funzionari - si chiamavano Jagoda e Berman - insomma quei due si presentarono da Stalin. C’era un problema da risolvere. Anzi un doppio problema: i contadini rimasti senza terre, e le carceri piene di criminali. Sa che c’è? Jagoda e Berman - o come si chiamavano, non fa differenza - credo che quel giorno sorridessero. Io almeno sorrido, quando sento di avere una soluzione, per qualunque cosa. Quando persi le chiavi di casa e mi riuscì di far scattare la serratura della finestra, giuro che sorridevo. Tant’è -. Silenzio. - Dicevo? Ah sì: pare fu il compagno Jagoda a prendere la parola: “Abbiamo un progetto. Una colonna di treni. Dalla stazione merci di Mosca. E un’altra da Leningrado. Le riempiamo. Piene zeppe. Tutti i contadini rimasti senza terra, con le famiglie. E insieme a loro, i criminali. Assassini. Stupratori. Dentro, tutti: nei vagoni”. “E poi?”, chiese Stalin. “Poi tutti a Tomsk.” E sorrisero tutti, credo. Tomsk è un posto in Siberia. Ci fa un freddo terribile a Tomsk, ma se ti ci metti d’impegno qualcosa riesci a coltivare. Poi gli animali. E sennò c’è sempre il legname. Insomma, l’idea era semplice: “Prendiamo tutti quelli che qui sono un problema, e li spostiamo come un pacco a Tomsk.” Stalin ci pensò un po’ su. Non molto. Poi pure lui sorrise. Mise il timbro. E firmò. Il 18 maggio del ’33 arrivarono in cinquemila, in Siberia. Le donne, i bambini. I carcerati con loro. Sembrava tutto perfetto. Tutto studiato. Tutto predisposto. I dettagli. Ma accadde qualcosa. Qualcosa su cui solo lei e quelli come lei, Eichmann, possono darmi un’idea. Spiegarmi. Perché da sola non me lo spiego. Potevano lasciare quella gente a Tomsk, proprio come lei voleva lasciare noi in Madagascar o in quel cavolo di posto polacco. Invece no. Alcune migliaia le buttarono su un’isola, in mezzo a un fiume. Non c’era ragione per farlo, nessuna ragione. Ma lo fecero. Vollero farlo. L’isola si chiamava Nazino. Li ammassarono lì, senza cibo, né acqua. Dopo tre o quattro giorni cominciò la strage. Si mangiarono l’un l’altro. Sì: cannibali. E morirono, in migliaia. Le guardie, i funzionari non mossero un dito. Stavano lì, a guardare. Erano gli anni - esatti - in cui lei cominciava a lavorare alle SS. Mi ha colpito, sono sincera. Mi ha fatto pensare. Non alle colpe, no. Non è questo. Dove comincia — e perché comincia — il male. Ci sarà un momento, preciso, in cui prende forma. O no? Deve esserci. Tutto ha un inizio. Quell’attimo - impercettibile - in cui si passa dal nulla al qualcosa. È questo che cerco io, da lei -.
Eichmann a questo punto si volta. Lo vediamo per la prima volta in viso. È un uomo di cinquant’anni, con uno spesso paio di occhiali. Magro, il viso leggermente scavato. Ma ciò che colpisce è la sua assoluta posatezza. E quel modo di comportarsi dimesso, che lo fa sembrare un impiegato di quarto livello, o il bibliotecario stanco di una scuola di provincia.
Eichmann - Quando mi avete arrestato, in Argentina, ho passato sette giorni in una cella. Alla porta c’era fissa una guardia. Credo per paura che mi uccidessi. Un pomeriggio, nel corridoio, passò sul muro una lucertola. La guardia la fissò. Poi a un tratto afferrò un bicchiere, lo capovolse, lei scappò ma lui riuscì a bloccarcela dentro, contro il pavimento. E la tenne lì: chiusa. Non per poco tempo: per ore. La guardò morire, capisce? Come quei russi in Siberia.

domenica 26 gennaio 2020

Eventi. 27 N° "11152"=Edith Steinschreiber Bruck.


27 di gennaio dell’anno 1945: liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte della “Armata Rossa”. Tratto da "Perché ho ancora paura", intervista di Brunella Giovara ad Edith Steinschreiber Bruck – “poetessa e scrittrice, reduce dal campo di sterminio, oggi dice: «Sento crescere il vento dell'intolleranza» - pubblicata il 18 di gennaio 2020 sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica”: (…). Temi la banalità, il senso che si perde? "La televisione trasmetterà quel film con il bambino in pigiama a righe, come si chiama? La vita è bella. Una commedia, tragica se vuoi, ma non insegna nulla. Eppure, tutti conoscono solo quel film. Mi capita di andare in certe scuole, arriva la professoressa e dice "i ragazzi sanno già tutto, hanno visto La vita è bella".
Eppure, tu sei testarda, continui a girare le scuole. "Certo. È faticoso, la notte prima non dormo, "cosa gli dico, capiranno?", e mi rigiro nel letto. Arrivo a pezzi, sento l'artrosi che mi fa soffrire, poi esco più viva che mai. Penso che vale sempre la pena, per cinque studenti che ascoltano musica ce ne sono centocinquanta che capiscono, imparano. Mi è successo in una scuola a Monteverde, e a Bologna. Ho detto "voglio raccontare di mia madre bruciata in un forno, se non vi interessa potete uscire". Cinque sono usciti, gli altri lì, fermi".
E in una scuola è nato il tuo soprannome, signora Auschwitz, giusto? "È successo a Pescara. Una studentessa voleva chiedermi qualcosa, ma io stavo parlando con altri, mi ha chiamata così, "signora Auschwitz!". E io mi sono girata subito, purtroppo".
Cos'è Auschwitz, oggi? "Non ci sono mai tornata, né voglio farlo. Primo Levi ci è tornato, io non ho la sua forza. Sono tornata a Dachau e ho visto quello che è rimasto delle baracche. La mia era la numero 11, è rimasto solo un numero. Trentadue numeri per terra, nient'altro. All'ingresso ce ne è una che sembra svedese, con il tavolo e le panche nuove".
E questo cosa significa? "Che distruggeranno tutte le cose autentiche. L'hanno fatto con il crematorio, ne è rimasto solo uno, nascosto da cespugli alti. Lo elimineranno. Cancelleranno con noi la verità, quando l'ultimo dei deportati sarà morto, via libera alla mistificazione".
Cosa ricordi, del ritorno a Dachau? "In una birreria ho chiesto a un uomo che aveva più di settant'anni dov'era il memoriale. Mi ha risposto "non lo so", e intanto indietreggiava. Ma come, non lo sai? Tu c'eri, ho pensato".
Chi vuole cancellare questa memoria? "Tutti. L'Europa. E i nuovi fascisti, naturalmente. In Polonia hanno manifestato in 150 mila contro gli ebrei. Nei Paesi del Nord devastano i cimiteri ebraici. In Francia hanno ammazzato un ebreo. In America anche. L'antisemitismo ha radici millenarie, e la malerba rinasce, la radice cresce".
E l'Italia? "Non è a questo punto, non ancora. La grande qualità degli italiani è che sono così superficiali... non arriverebbero a uccidere. Si dice: italiani, brava gente. È una sciocchezza con un fondo di verità. Sono meno crudeli. Quando sono arrivata in Italia nel '54, affittavo una stanza da un tipografo, al 36 di via del Babuino. In casa aveva il ritratto di Pio XII, di Mussolini e di Umberto. Ma divideva la zuppa di cavolo con me, "signò, mangia con noi"".

sabato 25 gennaio 2020

Ifattinprima. 36 «L'orlo del precipizio, dietro la porta malferma del Paese».


Tratto da “Non possiamo dirci innocenti” di Ezio Mauro, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 25 di gennaio 2020: Stiamo scendendo nell'abisso. Dobbiamo cominciare a domandarci dove porta e quando si fermerà questa mutazione in corso del nostro Paese, che dopo aver travolto il linguaggio e la coscienza civica sta attaccando lo spirito di convivenza fino ad alterare il carattere collettivo degli italiani.

venerdì 24 gennaio 2020

Dell’essere. 20 «”E non potete far finta di non vedere”. (Nota lasciata da una quindicenne suicida)».

“Le vite incomprese” è il titolo di una corrispondenza che Umberto Galimberti ha pubblicato il primo di agosto dell’anno 2009 sul supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica”. Di seguito la trascrivo in parte. Penso che possa essere come un amarissimo epilogo, laddove i fatti tragici dei giovani che spengono le loro vite ci riportano alla insostenibilità dell’essere, alla crudezza dei nostri giorni. Crudezza del vivere, oggigiorno a maggior ragione, nella falsa leggenda della spensieratezza collettiva distribuita a piene mani da un corpo sociale convenientemente mitridatizzato dall’effimero dilagante. Nelle torride serate di questo agosto ultimo, nel luogo eletto a posto di ristoro dalle fatiche di un anno da centinaia e centinaia di villeggianti abbronzati, mi è capitato di osservare i giovanissimi ed i giovani trascinarsi per le stradine, o nei luoghi di ritrovo, come sperduti nottambuli, occupare, incuranti degli altri, i vicoli più oscuri del luogo, ove consumare le loro ore di tedio con il soccorso ed il falso conforto di alcolici e/o quant’altro potesse dare loro sollievo ed evasione. Al mattino, in quei vicoli, nelle pubbliche aiuole, negli angoli più nascosti, negli spazi anche più in vista, la rimozione dei “resti” di quei bivaccamenti veniva ad essere un impegno notevole per gli operatori preposti. Assicuro di non avere scorto in quei giovani volti la levità che dovrebbe essere propria della loro giovane età; al contrario, scorgevo un indurimento dei loro volti come ad esprimere una scontentezza ed una insoddisfazione profonda del loro vivere. E mi è capitato d’osservare come, in quel tale luogo di villeggiatura, quei giovani sperduti nottambuli disertassero le ore del mattino, le migliori per via di una calura ancora non inclemente, lasciando il campo alle generazioni dei pargoli e dei più attempati, per riapparire come d’incanto nelle tarde ore precedenti il pranzo, spostandosi con una indolenza infinita come di persone a corto di energie, non certo fisiche, ma interiori. Di vite spente, come per l’appunto di vite incomprese, di vite però in linea con i dettami del tempo nell’abbigliarsi e nell’ostentare i nuovi simboli irrinunciabili di appartenenza al gruppo, dalle lenti da sole disinvoltamente posizionate sulla calotta cranica anche nelle ore più buie, all’immancabile telefonino incessantemente esibito e smanettato compulsivamente a tutte le ore ed in tutti i luoghi. Un “disturbo” profondo del vivere, ignorato o collettivamente trascurato nell’incomprensibilità del vivere di questi tempi. La corrispondenza dell’illustre Autore ha il pregio di una citazione dottissima di uno scienziato e curatore della psiche a nome Freud.

giovedì 23 gennaio 2020

Cosedaleggere. 25 «Primo Levi: "se c'è Auschwitz non c'è Dio"».


Per la “giornata della Memoria” – 27 di gennaio – il testo tratto da “Dove era Dio? Perché Auschwitz è il simbolo del male” di Wlodek Goldkorn, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 23 di gennaio 2020: Quindici anni fa, alla domanda perché Auschwitz è sinonimo della Shoah, Marek Edelman, il comandante in seconda della rivolta nel ghetto di Varsavia, rispondeva: "Auschwitz non è sinonimo di niente, è invece la testimonianza dell'estrema miseria del fascismo". Nel frattempo la storia è andata avanti e anche la memoria di quel luogo dello sterminio, a metà strada fra Cracovia e Katowice, ha subito un'ulteriore evoluzione. Il numero dei visitatori dell'ex lager nazista è in crescita costante, l'anno scorso due milioni e 300 mila persone hanno voluto toccare con mano l'orrore, provare l'emozione che assale il cuore di chiunque si affaccia su quel terreno marcato dalle ceneri di almeno un milione e 100mila uomini e donne, uccisi nelle camere a gas e i cui cadaveri, dopo aver subito l'asportazione dei denti d'oro, furono bruciati a ritmo industriale in enormi forni crematori, costruiti appositamente dalle industrie tedesche. Il museo di Auschwitz-Birkenau è una meta sempre più frequentata: segno che quella memoria è portatrice di un messaggio universale. E tuttavia resta valida l'intuizione di Edelman: il ricordo ha un suo lato prettamente politico e quindi di parte. Quest'anno, a 75 anni, spazio di tre generazioni, da quando le truppe dell'Armata rossa, sulla via di Berlino, aprirono i cancelli del lager, per trovare poche migliaia di superstiti, più moribondi che vivi (decine di migliaia furono avviati dai tedeschi in fuga nella marcia della morte in direzione di altri lager), (…). Brutalmente, anche la codificazione del ricordo sta diventando, sempre di più, una questione di geopolitica e di alleanze fra Stati in un mondo in frammenti e in mano ai sovranisti. Ma poi, resta la domanda: cosa è Auschwitz? E anche in questo caso, la risposta dipende dal contesto. Il lager nasce in primavera del 1940, il primo comandante è Rudolf Höss (verrà impiccato non lontano dal suo ufficio, nell'aprile 1947), i primi detenuti sono prigionieri politici polacchi. Poi, con la costruzione di Auschwitz II a Birkenau, nel 1941, il luogo diventa teatro dello sterminio degli ebrei. Stando ai dati dello storico polacco Dariusz Libionka: 439 mila ebrei ungheresi, 300mila polacchi, 70mila francesi, oltre 7.500 italiani. La maggior parte di loro non viene neanche registrata. Dai vagoni, in arrivo dai ghetti e dai campi di transito, fra cui Fossoli, gli ebrei sono avviati direttamente alle camere a gas: gli uomini marciano a sinistra, le donne a destra, i bambini sono con le donne, i neonati sono spesso strappati dalle braccia delle mamme alla discesa dai convogli, e assassinati dalle Ss con le loro mani. Quando si parla di Auschwitz come di una "fabbrica della morte" non va dimenticato il lato puramente sadico della prassi dello sterminio: i carnefici godevano per le sofferenze delle vittime. E la morte non era indolore. (…).

mercoledì 22 gennaio 2020

Ifattinprima. 35 Craxi: «Tutti sanno “che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale”».


Tratto da “La santificazione di Craxi e Pansa è un insulto alla Costituzione repubblicana” di Paolo Flores d’Arcais, pubblicato sul sito di MicroMega.net il 21 di gennaio 2020: (…). In realtà la guerra dell’establishment contro la rivoluzione della legalità tentata da Mani Pulite iniziò quasi subito, quando le tv di Berlusconi, che per un momento avevano svolto un ruolo giornalistico con imparziali cronache di onesta informazione sulle vicende giudiziarie che andavano coinvolgendo l’intero gotha politico e imprenditoriale, diventarono le cannoniere mediatiche della neonata “Forza Italia”, con cui il medesimo Berlusconi si impadroniva di parlamento e governo. Non già l’imprenditore al posto dei politici, come pure si vociferò nel servo encomio, ma il fuorilegge dell’etere locupletato a imprenditore monopolistico da quello stesso Craxi, via “legge Mammì”. E tuttavia, quella revanche di Tangentopoli contro Mani Pulite, di cui Berlusconi, con Fini e la Lega utili e ricompensati furbi, fu cavaliere e crociato, trovava ostacoli e resistenze, antagonisti e refrattari. Pane per i suoi denti, insomma. Non nella politica, o comunque sempre meno, poiché la speranza dell’Ulivo di Prodi svanì con la nomina del suo Flick a ministro della Giustizia, la cui prima chanson de geste fu mandare ispettori contro il pool di Borrelli. La speranza da allora sopravvisse come illusione. Ma visse nella società civile che si manifestò e organizzò in modo autonomo, dal popolo dei fax nel maggio 1993 ai Girotondi nel 2002, continuando con “Il popolo viola”, “Se non ora quando” e le manifestazioni contro le leggi bavaglio, avendo sullo sfondo la colonna sonora e visiva delle trasmissioni di Barbato, Biagi, Santoro d’antan (quello di recenti esternazioni è ormai establishment colato), e anche la parte migliore della carta stampata, con “la Repubblica” spesso punta di diamante del giornalismo-giornalismo, e intellettuali che non temevano di mettere a repentaglio notorietà e privilegi prendendo posizione in quelle lotte, e spesso promuovendole, Bobbio, Galante Garrone, Sylos Labini, Pizzorusso, Giolitti, Visalberghi, Laterza, (nel 1994 per l’ineleggibilità di Berlusconi) Camilleri, Tabucchi, Margherita Hack, Dario Fo, Franca Rame... Oggi di tanta passione civile, che nel “Resistere, resistere, resistere!” di Francesco Saverio Borrelli all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2002 trovò la sua più alta e quasi unica manifestazione istituzionale, non resta quasi più nulla. E la figlia di Bettino annuncia addirittura che il presidente della Repubblica troverà il modo di mettere il suo sigillo alla santificazione del criminale morto latitante venti anni fa. Perché di questo, secondo l’ordinamento costituzionale, si tratta. Bettino Craxi è stato condannato con sentenze definitive. Sulla base di leggi da lui stesso volute o mantenute, visto che era membro eminentissimo del potere legislativo (oltre che esecutivo). Ma pretendeva che lui e i suoi pari o colleghi, i politici insomma, fossero legibus soluti, potessero violare le leggi che essi stessi facevano e alla cui obbedienza erano invece tenuti i cittadini comuni. E infatti, nel famoso discorso in parlamento del 3 luglio 1992, Craxi non negò affatto, anzi affermò tonitruante, che nel finanziamento dei partiti esistesse “uno stato di cose che suscita la più viva indignazione, legittimando un vero e proprio allarme sociale e ponendo l’urgenza di una rete di contrasto che riesca ad operare con rapidità e con efficacia. I casi sono della più diversa natura, spesso confinano con il racket malavitoso, e talvolta si presentano con caratteri particolarmente odiosi di immoralità e asocialità”. La sua difesa fu solo che “tutti sanno”. Tutti sanno “che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale”. Questi “tutti” non sono naturalmente i cittadini, ma i politici, per cui il discorso di Craxi non approda alla sua logica conseguenza, secondo legge e democrazia: se nessuna “possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo” allora “gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale”, e perciò tutti a casa e una nuova classe dirigente. Bensì, contro logica e democrazia: se tutti criminali nessun criminale, e insomma tutti impuniti, legibus soluti, appunto: tarallucci e vino. Craxi, condannato, poteva malato venire a farsi curare in Italia. Anche da detenuto non gli sarebbero certo state negate le cure migliori. Ma Craxi pretendeva di essere al di sopra di quella condanna, di essere al di sopra di ciò che come Potere legislativo aveva statuito, perché risibile era stato il tentativo di negare nel processo che gli addebiti fattuali contestatigli non fossero provati. Craxi fu condannato per una mole di prove, testimonianze, riscontri. Per aver commesso quelli che egli stesso, come potere legislativo, aveva qualificato come crimini.

martedì 21 gennaio 2020

Letturedeigiornipassati. 83 «La legge è una norma universale, quando la si applica ai casi particolari va corretta con l'equità».



Tratto da “Libertà e cultura vanno di pari passo” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 21 di gennaio dell’anno 2017: La punibilità dei reati andrebbe misurata sul grado di formazione degli individui. Dovrebbero ricordarselo anche educatori e insegnanti, recuperando la ragione vera della propria professione. In occasione di un incontro a Cagliari sul tema della libertà era parso opportuno abbandonare l'uso di questa parola, molto affascinante quando viene impiegata nel suo isolamento, ma difficile da reperire nei vari contesti storici e biografici in cui andrebbe opportunamente inserita. In quell'occasione conobbi don Ettore Cannavera, che un giorno decise di utilizzare un significativo appezzamento di terreno collinare, che suo padre gli aveva lasciato in eredità, per costruire un luogo, ricco di attività lavorative, produttive e ricreative, dove fosse possibile offrire un'ultima chance educativa ad adolescenti che avessero commesso reati e perciò puniti con la reclusione. Fu in quell'occasione che nacque un discorso sulla libertà, a cui io personalmente non credo, ma la cosa non è importante, perché decisivo è il fatto che esiste comunque l'idea di libertà. E questa idea ha fatto la storia, perché da essa è nata l'idea di una responsabilità individuale e di conseguenza anche di una punibilità per chi non si dovesse attenere alle regole condivise. Va da sé che lo spazio della libertà è direttamente proporzionale al livello culturale di cui dispone ciascun individuo, a partire da dove è nato e cresciuto, dalla famiglia che ha avuto, dalle scuole che ha frequentato, dalle opportunità che, a partire da queste premesse, si sono per lui dischiuse. Ricordo il caso di una sentenza molto lieve emessa da un giudice tedesco a proposito di un sardo, il quale, dopo avere abbandonato la sua vita da pastore nella sua terra d'origine, si era trasferito in Germania a fare l'operaio in un'industria automobilistica, dove aveva commesso il reato per cui veniva giudicato. Il giudice tedesco disse che non era possibile applicare meccanicamente la pena prevista per quel reato senza tener conto del grado di libertà dell'imputato, che era da considerarsi proporzionale alle sue condizioni di provenienza. Si parlava di un uomo cresciuto nella solitudine dei monti, con uno scarso livello culturale, che da un giorno all'altro era venuto a trovarsi in terra straniera, dai costumi radicalmente diversi da quelli in cui era cresciuto. La sentenza fece discutere, e venne discussa anche dai sardi che, giustamente per come era stata formulata, si sentirono offesi. In realtà questa sentenza non faceva che applicare il principio aristotelico per il quale: «Dal momento che la legge è una norma universale, quando la si applica ai casi particolari va corretta con l'equità, che in molti casi è migliore della giustizia, perché corregge la legge là dove essa fa un'omissione a causa della sua universalità» (Etica a Nicomaco, 1137b). Se riusciamo a cogliere il nesso tra libertà e il grado di formazione, allora anche la punibilità deve misurarsi sul grado di formazione, che scopriamo essere alla base della convivenza civile e delle regole che la governano.

lunedì 20 gennaio 2020

Ifattinprima. 34 «Craxi era uno che faceva politica come un bandito».


Tratto da “La via di un bandito”, intervista di Gianni Barbacetto a Giorgio Bocca pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 4 di gennaio dell’anno 2010: (…). Stupito della proposta di Letizia Moratti (di intitolare una via di Milano al condannato definitivo Bettino Craxi n.d.r.)? - No, non mi stupisce affatto. La vicenda di Craxi è così assurda, come del resto la vicenda di Berlusconi,che ormai sono pronto a tutto. Tutti sanno che Craxi ha rubato miliardi alle aziende pubbliche e a quelle private e alla fine li ha passati a un barista di Portofino che è andato a spenderli in parte in Sudamerica: se pensano che questo sia normale, va bene così. A me invece non pare affatto normale che uno possa ignorare le leggi e fare i comodi suoi come ha fatto Craxi -.
Ma Letizia Moratti dice che Craxi è come Garibaldi, l’eroe dei due mondi, o come Giordano Bruno: anche loro furono condannati, ma oggi hanno piazze e vie a loro dedicate. - Che una sindachessa come la Moratti dica queste cose dimostra che siamo arrivati a un livello di follia impensabile. E rivela un grado di ignoranza abissale. Roba da pazzi: Garibaldi, Giordano Bruno… Ma Craxi era uno che faceva politica come un bandito. Per questo piace tanto a Berlusconi. Perché era uno che, se qualcuno non gli andava a genio, chiedeva che fosse licenziato. Lo ha fatto anche con un Giorgio ‍Bocca che lavorava a Canale 5… Sì. Allora lavoravo per la tv di Berlusconi. E Craxi chiese all’amico Silvio di mandarmi via. Io ero di idee socialiste, ma con Craxi si entrava in un’area di illegalità totale, per cui se uno dava noia, veniva cacciato. Ricordo che ero appena arrivato a Canale 5 e Berlusconi mi disse: “Arriva Craxi, dovresti intervistarlo tu”. Craxi arrivò e venendomi vicino mi disse: “Ciao professore, come va?”. Me lo disse con la stessa voce, con la stessa superbia con cui aveva detto “intellettuali dei miei stivali” a Norberto Bobbio e ad altri professori di area socialista. Feci l’intervista, in cui lui era ripreso sempre di faccia e io sempre di nuca. Ormai in Italia si era creato un clima sudamericano-.
Alcuni di coloro che lo vogliono riabilitare sostengono che avrà fatto anche degli errori con i finanziamenti al partito, ma è comunque un grande politico, un uomo di Stato, anzi secondo Gianni De Michelis “il più grande statista della fine del ventesimo secolo”. - È una follia. Macché statista. La filosofia di Craxi era quella che mi spiegò un giorno un giovane e intelligente dirigente del Psi a cui io chiesi: “Ma gliel’hai detto a Bettino che il partito è pieno di ladri?”. E lui: “Sì, gliel’ho detto, e lui mi ha risposto: io per andare al potere ho bisogno di soldi e questi ladri i soldi me li portano; quando poi sarò al potere, allora darò la caccia ai ladri”. Ma vi pare che si possa fare politica in questo modo?È una teoria un po’ strana, una teoria della politica assolutamente senza principi -.
Rino Formica ha detto che Craxi è stato un grande innovatore e che proprio per questo fu alla fine stroncato “da una congiura di palazzo”. - Rino Formica è quello che definì il Psi craxiano un partito di “nani e ballerine”. Dunque è uno che conosce bene i suoi polli. Oggi se n’è dimenticato? -.
Ma Craxi non è stato il campione del riformismo? - Mah, il successo di Craxi è dovuto, più che al riformismo della tradizione socialista, all’aver dato voce, negli anni Ottanta, alla borghesia emergente della moda, degli stilisti, degli architetti: i protagonisti della “Milano da bere”. Ceti che, a conti fatti, non hanno poi dato un gran contributo alla società, ma si sono fatti principalmente i loro interessi -.

domenica 19 gennaio 2020

Ifattinprima. 33 «Il bottino di Bettino. Chissà mai chi ci campa a sbafo da 26 anni».


Tratto da “Il bottino di Bettino” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 19 di gennaio 2020: (…). Segnatevi questa data: 29 settembre 1994. Mentre il premier Silvio B. compie 58 anni, il pool Mani Pulite fa arrestare Giorgio Tradati, vecchio amico di Craxi e uno dei prestanome dei suoi conti esteri. Il 4 ottobre il pm Antonio Di Pietro lo fa deporre al processo Enimont. E il suo racconto rade al suolo la difesa di Craxi sui “finanziamenti irregolari alla politica”: “Nei primi anni 80, Bettino mi pregò di aprirgli un conto in Svizzera. Io lo feci, alla Sbs di Chiasso, intestandolo a una società panamense (Constellation Financière). Funzionava così: la prova della proprietà consisteva in una azione al portatore, che consegnai a Bettino. Io restavo il procuratore del conto… il prestanome”. Lì cominciano ad arrivare “somme consistenti”: nel 1986 sono già 15 miliardi. E altri 15 su un secondo: quello che Tradati, sempre su input di Bettino, intesta a un’altra panamense (International Gold Coast) presso l’American Express di Ginevra. Ma stavolta c’è una variante: un conto di transito, il Northern Holding, messo a disposizione da un funzionario della banca, Hugo Cimenti, per rendere meno individuabili i versamenti. Come distinguevate – domanda Di Pietro – i bonifici per Cimenti da quelli per Craxi-Tradati? Risposta: “Per i nostri si usava il riferimento “Grain”, che vuol dire grano…”. Risate in aula. Poi con Tangentopoli tutto precipita. “Intorno al 10 febbraio 1993 Bettino mi chiese di far sparire il denaro dai conti, per evitare che fossero scoperti dai giudici di Mani Pulite. Ma io rifiutai… avrei inquinato le prove… E fu incaricato un altro. I soldi non finirono al partito… Hanno comprato anche 15 chili di lingotti d’oro (poi ritrovati dai giudici elvetici, per un valore di 300milioni di lire, ndr). Craxi rimpiazza Tradati e affida i suoi conti a Maurizio Raggio, ex barista di Portofino, strano personaggio con interessi in Italia e all’estero, fidanzato con la contessa Francesca Vacca Agusta, vecchia amica di Craxi. Raggio si precipita in Svizzera, svuota i conti e si ritrova fra le mani 40 miliardi di lire. Di Pietro sguinzaglia i carabinieri a Portofino, dove vive con la contessa a Villa Altachiara. Troppo tardi. La coppia se l’è già svignata in motoscafo, prima a Montecarlo, poi in Messico. Cimenti intanto conferma ai pm: Raggio ha lasciato sui conti solo un milione di dollari e trasferito il resto su depositi alle Bahamas, alle Cayman e a Panama. Intanto Tradati continua a raccontare: “I prelievi dai conti svizzeri di Craxi servivano anzitutto per finanziare una tv privata romana, la Gbr di Anja Pieroni (una delle amanti, ndr)… e acquistare un appartamento a New York e uno a Barcellona”. Donne e motori. Il resto lo racconta Raggio, arrestato il 4 maggio ’95 in Messico, dal carcere di Cuernavaca. In poco più di un anno di latitanza, ha speso 15 miliardi su 40. Il resto, l’ha riportato a Craxi, latitante ad Hammamet, che gli ha detto come e dove spenderlo. La sua deposizione verrà autenticata dal Tribunale e dalla Corte d’appello di Milano, nelle sentenze del processo All Iberian confermate dalla Cassazione (Craxi e B., condannati in primo grado e prescritti in appello). Ecco quella d’appello: “Craxi dispose prelievi… sia a fini di investimento immobiliare (l’acquisto di un appartamento a New York), sia per versare alla stazione televisiva Roma Cine Tivù (di cui era direttrice generale Anja Pieroni, legata a Craxi da rapporti sentimentali) un contributo mensile di 100 milioni di lire… Dispose l’acquisto di una casa e di un albergo (l’Ivanhoe, ndr) a Roma, intestati alla Pieroni”. Alla quale faceva pure pagare “la servitù, l’autista e la segretaria”. A Tradati diceva sempre: “Diversificare gli investimenti”. E Tradati eseguiva, con varie “operazioni immobiliari: due a Milano, una a Madonna di Campiglio, una a La Thuile”. Senza dimenticare gli affetti familiari: una villa e un prestito di 500 milioni per il fratello Antonio (seguace del guru Sai Baba) bisognoso di soldi per una mostra itinerante e una fondazione dedicate al santone indiano. Intanto il Psi è finito in bolletta per l’esaurimento delle mazzette e prima il tesoriere Vincenzo Balzamo, poi i segretari Giorgio Benvenuto e Ottaviano Del Turco, non sanno più come pagare i dipendenti. Ma Craxi se ne infischia e tiene tutto per sé. Poi vengono le spese di Raggio: 15 miliardi per “il mantenimento della sua detenzione” in Messico e la latitanza in Centroamerica con la contessa e certe distrazioni piuttosto care: 235.000 dollari “per un’amica messicana”; e una Porsche acquistata a Miami. Case, aerei e Bobo. Il resto rimase nella disponibilità di Craxi, che da Hammamet commissionò a Raggio alcune spesucce: l’acquisto di “un velivolo ‘Citation’ del costo di 1,5 milioni di dollari”, l’estinzione di un “mutuo personale” acceso da Raggio (circa 800 milioni di lire), le parcelle degli avvocati e una raffica di “bonifici specificatamente ordinati da Craxi, tutti in favore di banche elvetiche, tranne che per i seguenti accrediti”: 100.000 dollari al finanziere arabo Zuhair Al Katheeb; 80 milioni di lire alla Bank of Kuwait Ltd “in pagamento del canone relativo a un’abitazione affittata dal figlio di Craxi in Costa Azzurra”.

sabato 18 gennaio 2020

Dell’essere. 19 «Jaques Maritain diceva: La nostra civiltà ha creato degli angeli che Dio non aveva previsto».


Di quell’illustre antropologo non mi sovviene il nome, né tanto meno il suo scritto che tanto mi indusse a riflettere. E della fallacia della mia memoria me ne dolgo assai. Ma la storia è questa. Quel tale illustre antropologo, dedito alla scoperta ed allo studio di gruppi umani viventi agli estremi margini della cosiddetta civiltà, aveva organizzato una spedizione per addentrarsi nella foresta la più impenetrabile che avesse mai visto. Assieme ai suoi collaboratori si accompagnava, per quei luoghi inesplorati, ad un ben nutrito gruppo di indigeni molto più esperti del territorio. Alla testa del folto gruppo il nostro procedeva spedito, con passo lesto assai, su per i tracciati di sentieri, guadando lestamente piccoli corsi d’acqua, manna insperata per quei luoghi che furono indubitabilmente la culla della intiera razza umana. Giunti su di un pianoro erboso, dal quale la vista spaziava per distese infinite, il nostro vide i portatori, e l’intiero gruppo di indigeni che coadiuvava alla impresa, lasciar cadere pesantemente in terra zaini e fardelli vari come presi improvvisamente da una stanchezza invincibile. Al nostro non rimase che chiedere al capogruppo la causa di quella inattesa stanchezza che aveva sconfitto quegli uomini adusi alle fatiche le più immani. La risposta dell’altro uomo fu sorprendente. Quegli uomini non erano niente affatto stanchi, è che erano stati costretti a correre tanto che le loro anime erano rimaste indietro, lontane dai loro passi affrettati, e necessitava pertanto attenderle per ricomporre quell’unità di corpo e mente che si era inutilmente e pericolosamente spezzata. Storia veramente straordinaria. Viviamo per l’appunto tempi nei quali la frattura tra la nostra realtà corporea e la nostra mente determina comportamenti che generano paura, paura dell’altro, paura forse anche di noi stessi, sol che avessimo il tempo per rifletterci sopra. Ho ripensato a questa storia dopo aver letto la corrispondenza, come sempre straordinaria e dotta, di Umberto Galimberi “Adolescenza e amore”, pubblicata sul supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica” del 22 di agosto dell’anno 2009 che di seguito trascrivo nella quasi sua interezza.

venerdì 17 gennaio 2020

Dell’essere. 18 «Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti».


Ha lasciato scritto Norberto Bobbio: L’unica via di salvezza è lo sviluppo della democrazia, verso quel controllo dei beni della terra da parte di tutti e la loro distribuzione egualitaria, in modo che non vi siano più da un lato gli strapotenti e dall’altro gli stremati. Quell’appello sembra trovare una eco in “Lo straniero che bussa alle porte dell´Occidente”, titolo di un’interessante riflessione di Gustavo Zagrebelsky pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” del 13 di novembre  dell’anno 2007. Di seguito la trascrivo nella quasi sua interezza.

giovedì 16 gennaio 2020

Cosedaleggere. 24 Ai Weiwei e il “pregiudizio etnico”.


Del “pregiudizio nostro” ancora, tratto da “Se la cultura nasconde il male” di Ai Weiwei, pubblicato su il “New York Times” e riportato dal quotidiano “la Repubblica” del 15 di gennaio 2020: (…). Alcune settimane fa, a Berlino, ho ricevuto notizia di una causa che mi era stata intentata dall’impiegato di un casinò. La querela diceva che lo avevo chiamato “nazista” e “razzista” senza nessuna giustificazione reale. Sì, circa un anno fa avevo giocato a carte nel casinò di Berlino, a Potsdamer Platz, e alla fine della partita ero andato a mettere le mie fiches davanti allo sportello della cassa per convertirle in contanti. L’impiegato, che aveva sui cinquant’anni, era placidamente seduto. Mi guardò, ma non mosse un dito. Poi, enunciando ogni parola distintamente, disse in inglese: «Dovrebbe dire per favore». Ero sconcertato. «E che succede se non lo faccio?». «Lei è in Europa, sa», mi fece l’uomo. «Dovrebbe imparare un po’ di educazione». Andai avanti: «Va bene, ma lei non è una persona che mi possa insegnare l’educazione». A quel punto si piegò in avanti. Mi fissò dritto e disse: «Non si dimentichi che io le do da mangiare!». Aveva alzato la posta. «Questo è un atteggiamento nazista», dissi io, «e un commento razzista». (…). L’impiegato del casinò aveva mascherato il suo pregiudizio etnico presentandolo come una questione di cultura: gli immigrati dovrebbero imparare la civiltà europea. Questa cosa mi ha fatto riflettere su tutte le altre occasioni in cui la “differenza culturale” è stata usata come eufemismo per lasciare libero sfogo al pregiudizio, allo schiavismo e al genocidio. La Germania di Hitler? L’apartheid? La Bosnia? Il Sud degli Stati Uniti? Fin troppo spesso. Nel mondo di oggi, l’autoritarismo politico e la rapacità commerciale cooperano per sfruttare le “differenze culturali”. Lo si vede con la massima chiarezza nella simbiosi degli ultimi decenni tra le grandi aziende occidentali e la classe dirigente comunista in Cina: l’Occidente offre i capitali e le ambite tecnologie, mentre i governanti cinesi mettono a disposizione un’enorme forza lavoro, prigioniera, malpagata e senza tutele.

mercoledì 15 gennaio 2020

Lalinguabatte. 92 «Gadamer: “stare nel nostro pregiudizio nel modo giusto”».


Del “pre-giudizio”. Perché non parlarne? Del nostro “pre-giudizio”, così come ne ha scritto nel Suo pregevole pezzo il professor Umberto Galimberti. Titolo del pezzo: “Elogio del relativismo”, pubblicato il 20 di febbraio dell’anno 2010 sul supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica”. Lo trascrivo di seguito. A me, meno dotto assai, dotato di poca scienza, viene di parlarne partendo da una banalissima esperienza personale. Si era assisi numerosi ad un desco molto ben imbandito.

martedì 14 gennaio 2020

Letturedeigiornipassati. 82 «L’amore cristiano non ha nulla di consolatorio».


Tratto da “La parola di Gesù sul lettino di Freud” dello psicoterapeuta - lacaniano - Massimo Recalcati, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 14 di gennaio dell’anno 2013: (…). Per il padre della psicoanalisi, (…), l’uomo religioso è abbagliato da una illusione narcisistica. A partire da Freud – forse con la sola eccezione significativa di Lacan – la tradizione psicoanalitica ha sostenuto compattamente l’idea della religione come “nevrosi” o, addirittura, come “delirio dell’umanità”.

lunedì 13 gennaio 2020

Ifattinprima. 32 «La potenza delle falsità che costantemente si rinnova e si impone».


Tratto da "La menzogna al potere" di Enzo Bianchi, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” 13 di  gennaio 2020: (…). Sì, dobbiamo ammetterlo, nella menzogna e nella falsità c’è una forza: dire menzogne significa tentare di sedurre (se-ducere, condurre a sé), cercare di dominare e manipolare, ed è un esercizio vero e proprio di potere. Per dare un esempio della forza della menzogna a servizio del potere, basterebbe ricordare eventi di cui siamo stati testimoni.

domenica 12 gennaio 2020

Lalinguabatte. 91 «Gli individui più pericolosi cercano di impadronirsi del potere».


In un tempo – ahimè - non più recente, tra le tante amorevoli avventure che il leggere mi concede e mi concederà sempre, giusto a lenire gli affanni del vivere, mi accadde di imbattermi in quel libro straordinario che è l’ “Hezgog” di Saul Bellow. A quel tempo nulla faceva presagire gli sviluppi sociali e politici affannosi e perigliosi assai che si sono abbattuti, come tempesta tropicale, sulle verdi contrade del bel paese. Nulla di tutto ciò che stiamo angosciosamente vivendo oggigiorno nel bel paese era possibile immaginare o pensare in quel tempo non più recente. Neanche a volerlo fare apposta. Lo straordinario affabulatore che è stato Saul Bellow (1915-2005), ad un certo punto di quello straordinario Suo “romanzo epistolare”, fa dire al Suo straordinario personaggio Moses Elkanah Herzog: (…). In ogni comunità c’è una categoria di persone altamente pericolose per gli altri. Non sto parlando di delinquenti. Per essi esistono sanzioni punitive. Dico i leaders. Invariabilmente, gli individui più pericolosi cercano di impadronirsi del potere. (…). Straordinario!  Diligentemente, come sempre, avevo trascritto la “battuta” del signor Herzog, come sempre d’abitudine, quando il leggere spalanca inattesi spiragli di verità; non presagendo a quel tempo quale bufera si potesse preparare - per l’appunto - per gli abitatori del bel paese. E la bufera c’è stata. E non vi pare che le parole di Moses siano straordinariamente rispondenti alla delicatissima situazione politico-sociale del bel paese? Come sempre, le cose della vita degli umani si presentano come le medaglie, o come le più vili monete: hanno, immancabilmente, due facce. Nello specifico, l’una è quella del “narcisista ossessivo”; l’altra, e la grande Storia ce ne ha offerto di esempi a iosa, ovvero l’altra faccia di quella medaglia, è formata dalle schiere ben nutrite di anime imbelli che si prostrano ignominiosamente alla volontà del “narcisista ossessivo”. E questo pronarsi inermi alla patologica volontà del “narcisista ossessivo” ha fatto grondare la Storia degli umani di sangue ed ha costellato la stessa di inenarrabili sofferenze. Ma come disse un tale, la storia prima si offre sotto forma di tragedia ma successivamente ed immancabilmente sotto la forma della farsa più macabra. È quella che stiamo cercando di schivare. Ci si riuscirà? Quadro primo. Del “narcisista ossessivo”,  tratto da “La vita autentica” di Vito Mancuso – pagg. 87/88, Raffaello Cortina editore (2009): (…). Il narcisista ossessivo è dominato a livello mentale da una tale forza di gravità che è come se ospitasse dentro di sé un buco nero che risucchia tutto quanto gli passa vicino; oggetti, persone ed esperienze risultano incurvati verso di lui e alla fine annullati. Per questo il destino del narcisista è un’oscura solitudine, perché anche quando è circondato dalla gente egli in realtà negli altri pensa e vede solo se stesso, una condizione davvero triste e gelida al di sotto di un superficiale ottimismo, (…). Il narcisismo può condurre a uno stato persino peggiore del rifiuto di sé, perché nel rifiuto c’è almeno una tensione, seppure solo negativa, verso qualcosa di vero, mentre il narcisista può giungere a trasformare in menzogna tutto quello che dice e che fa. È quindi meccanicamente condannato a essere ingiusto persino contro la sua volontà, soprattutto se si tratta di un uomo potente ( come spesso accade a un narcisista di diventare ) perché facendo sempre di se stesso il centro del sistema egli produce negli altri la percezione di non poter esprimere liberamente il proprio punto di vista ma di essere costretti a modificarlo per compiacerlo. Si crea così un vortice di menzogne, di cui la prima vittima è proprio lui, il narcisista. (…).

sabato 11 gennaio 2020

Memoriae. 16 «La sua povertà è la condizione della nostra ricchezza».


La “memoria” che si ripropone oggi risale al giorno 19 – sabato - del mese di giugno dell’anno 2010. A datare due anni allora appena che si era sprofondati nel pozzo oscuro della grande “crisi”. Ché, col senno del poi, come non vedere come essa sia stata generatrice di tutte le rabbie e le insoddisfazioni dell’oggi che hanno fatto attecchire “spiriti insani” ed assurgere a “spirito del tempo” il ritorno alle più abiette delle “filosofie” proprie del cosiddetto “secolo corto”? Scrivevo allora: Ora che anche nel bel paese si è dovuta ammettere l’esistenza della “crisi”, che si è “obtorto collo” riconosciuto che la “crisi” non è affatto percepita dalla “ggente” ma è reale e morde assai, ora forse è giunto il momento di parlare di essa, delle ricadute sue sulle condizioni materiali della “ggente” e non soltanto su di quelle. Poiché la “crisi” cambia anche le condizioni esistenziali delle persone, rende le stesse diverse rispetto ad un “prima della crisi” che difficilmente potrà essere riconquistato e ristabilito. Poiché la “crisi”, come tutte le crisi cosiddette epocali, cambia nel profondo la “ggente”, la trasfigura, ne muta le caratteristiche profonde, facendo emergere un’umanità dapprima sconosciuta e neppure ipotizzata nel novero delle umanità possibili. Certo che tutto dipenderà dalla durata e dalla durezza della “crisi”. Ché, se essa dovesse rivelarsi di rapida anche se non di facile superabilità, il meccanismo autoriparatore ultra collaudato del capitalismo riuscirà ad apporci ancora una volta una pezza sino alla “crisi” prossima ventura; ma se essa continuerà a mordere a fondo, come morde tuttora, ben altri scenari si prospettano e si attendono in fatto di sopravvivenza anche degli attuali assetti economici e sociali degli agglomerati umani. Propongo di seguito una prima delle “idee” a proposito della “crisi”. La prima delle “idee” è del sociologo tedesco Ulrich Beck, che è docente presso la Ludwig Maximilians Universität di Monaco di Baviera e presso la London School of economics, che in tanti anni – è nato nell’anno 1944 -  di studi e ricerche si è interessato ed ha pubblicato diversi interessanti lavori sulla modernità, sui problemi della sostenibilità dei sistemi ecologici, sulla individualizzazione e sulla globalizzazione, oltre ad aver introdotto nuovi concetti nella sociologia, quali l'idea di una “seconda modernità” e la “teoria del rischio”. Tra le mie carte ho ritrovato una Sua riflessione pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” del giorno 8 di settembre dell’anno 2009 che ha per titolo “Quelle vite devastate che i ricchi non vedono”. Di seguito ne trascrivo ampi stralci.