(…). Siamo davanti a un’altra metamorfosi del capitale, che
rivela non soltanto una flessibilità sorprendente, ma anche la capacità di un
vero e proprio salto di specie per cogliere le nuove opportunità della fase.
Prima abbiamo assistito al passaggio dall’economia industriale all’economia
finanziaria. Oggi vediamo crescere e dominare il nuovo capitalismo tecnologico,
con un differenziale di innovazione che divide il campo, produce una ricchezza
incomparabile e conferisce ai soggetti che guidano questi processi lo status di
moderni demiurghi, in quanto capaci di generare la realtà. Nasce così una
super-classe padrona dell’universo a parte in cui vive, e che non ha più nulla
da spartire con il resto della società: non perché i destini sono platealmente
divaricati (questo è sempre avvenuto tra i vincenti e i perdenti della
globalizzazione) ma perché la potenza, la distanza e la differenza oggi si
misurano tra chi ricrea il mondo e chi lo abita. La novità è che quest’ultima
declinazione del capitalismo ha acquistato talmente coscienza di sé che ha
deciso l’ultimo passo: riscrivere la formula della democrazia. (…). Dopo la
seconda guerra mondiale mercato e politica hanno camminato insieme dando forma
al nucleo centrale della modernità, l’alleanza tra capitalismo, democrazia
rappresentativa, welfare e lavoro. Poi il potere è diventato globale, la
politica è rimasta locale, la sua mediazione è saltata rompendo la cornice del
compromesso socialdemocratico, lavoro e capitale hanno perso l’unità di tempo e
di luogo, nessun vincolo di società collega più il ricco col povero. Viviamo
nella sproporzione quotidiana tra imprese che pesano più di uno Stato e regole
democratiche svalutate, perché non riescono a essere la misura del moderno
scambio, e di conseguenza l’equilibrio che propongono non è riconosciuto:
troppo arretrato per un capitalismo che è uscito dai muri della fabbrica,
attraversa i confini, prescinde dal territorio, sceglie dove usufruire della
legislazione più compiacente, dove depositare lo scarico fiscale più
conveniente. È mutante, ubiquo, cosmopolita, il suo habitat non è più la
comunità ma la rete, sceglie la velocità al posto della regolarità, si realizza
nella contemporaneità che sostituisce il progresso, troppo lento, e quindi
soppiantato dall’innovazione, che detta il canone della modernità. Anzi, come
dice Marco Revelli (…), «l’innovazione, che funzionava come acceleratore della
dinamica del sistema, si trasforma in consolidamento e potenziamento di rendite
di posizione grazie alle quali i forti diventano sempre più forti, divorano i
più deboli, e concentrano in sé ricchezza e potere». È a questo punto che il
capitale fa un passo in più, ed esprime il suo dubbio supremo sulla democrazia.
Troppa incertezza, troppa negoziazione. Un sistema infinito di controlli. Una
schiera di arbitri. Una barriera di giudici. Un canone fisso, rigido e
immutabile, che per ogni decisione prevede le procedure. Basta enumerare tutti
questi passaggi per concludere che la democrazia è contro lo spirito del tempo
che chiede velocità, non accetta intermediazione, propone decisione, sceglie
immediatezza. Il mercato si è talmente emancipato che crede di non avere più
bisogno di legittimazione democratica, può stare fuori dal sistema, a lato,
dov’è già fuoruscito come in un mondo parallelo. Perché sottostare a regole che
non lo rappresentano, scritte nell’altro secolo mentre qui tutto è
contemporaneo? Non è arrivato il momento in cui l’energia d’innovazione che ha
cambiato due o tre volte il mondo in cui viviamo attraversi infine anche la
politica, la trasfiguri e fabbrichi direttamente un modello di democrazia 2.0,
smart, tascabile, tecnologico, con tutte le risposte già pronte e quindi in
grado di silenziare le domande e azzerare il dubbio, spianando il cammino per
chi governa? In più, magari, con il tasto on/off per disconnettersi ogni tanto
e vivere in pace, senza essere cittadini 24 ore su 24, anche quando si dorme,
con uno spreco politico inutile. Il fatto nuovo è che qui non si manifesta solo
un capitalismo reazionario, ma precipita anche e soprattutto la conclusione
“tecnica” di una cultura del mercato apparentemente neutrale, nutrita di
prevalenze statistiche suggerite dall’algoritmo: dunque inconsapevole anche se
cosciente, pronta a tutto in quanto espressione di un capitale che si considera
ormai fine a se stesso, capace di misurare il mondo da solo, estraneo al
vecchio conflitto politico e insofferente delle categorie antiquate di destra e
sinistra. Il tecno-capitalismo è ciò che crea, unica misura di quanto vale. Se
in questo cammino incontra un potere finalmente verticale, capace di decidere
senza compromessi, il capitalismo lo accompagnerà, accettando anche un ruolo da
vassallo: in attesa del momento in cui, cacciato il mediatore democratico,
scoppierà il conflitto tra la forza del capitale e il governo della forza per
decidere chi infine dovrà sedere a capotavola nel mondo nuovo. (Tratto
da “La destra, il capitale e la democrazia” di Ezio Mauro, pubblicato
sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, domenica 7 di giugno 2026).


