"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 3 febbraio 2026

MadreTerra. 66 Dalla didascalia conservata nel Duomo di T.: «L'acqua dà la vita o la toglie, disseta e annega, rende ricchi o rende miseri, genera fertilità e dissemina paludi. Dove c'è l'acqua c'è sempre, non troppo lontano, l'uomo: l'acqua ne traccia il destino».


(…). …la crisi climatica non è un mero evento meteorologico avverso; è il prodotto di un sistema economico che produce disuguaglianza con la stessa efficienza con cui produce C02. La narrativa dominante assegna una colpa uguale a tutti, a chi gira con una vecchia Panda e a chi compra i sacchetti al supermercato, ma i dati raccontano una storia diversa. Dal 1990 a oggi, il 10% più ricco ha causato circa i due terzi del riscaldamento globale. Secondo il World Inequality Report 2026 la crisi climatica è, prima di tutto, una crisi di diseguaglianza. Non siamo affatto sulla stessa barca: alcuni bruciano tonnellate di cherosene su yacht di lusso, altri annegano a pochi metri di distanza. A noi viene detto che ci troviamo nel mezzo, ma siamo decisamente più vicini ai secondi che ai primi. Infatti 1'1% più ricco del pianeta è responsabile per una quota di emissioni superiore a quella dell'intera metà del pianeta. Quando parliamo di emissioni dobbiamo spostare il focus dal tubo di scappamento (i consumi) ai portafogli (il capitale). I grandi patrimoni continuano a investire in infrastrutture fossili, in banche che finanziano il carbone, in industrie che non hanno incentivi a cambiare rotta perché il profitto continua a restare privato mentre il danno climatico viene socializzato. Il limite profondo dell'attuale politica climatica è il rifiuto totale ad affrontare la questione del potere: se al posto di piccoli bonus, quei 7miliardi venissero usati per un piano di efficientamento energetico gratuito e massiccio delle case popolari e delle periferie otterremmo un servizio pubblico anziché un incentivo a domanda; se anziché finanziare questo servizio decidessimo di tassare le emissioni dei jet privati e i super-investimenti fossili sarebbe possibile finanziare la transizione senza chiedere sacrifici a chi ha già dato tutto. Dobbiamo passare dal "rimborso" al riequilibrio, ad esempio con interventi strutturali gestiti pubblicamente e rendendo le case fortezze energetiche a costo zero per l'inquilino; dobbiamo tassare il capitale fossile perché non è più accettabile che chi detiene miliardi in asset legati al petrolio paghi la stessa quota di chi usa l'auto per andare a lavorare; inoltre i proventi della tassazione del carbonio devono tornare automaticamente nelle tasche dei cittadini a basso reddito sotto forma di reddito climatico. In definitiva, la questione non è se aiutare chi è in difficoltà che rappresenta il minimo sindacale. La vera domanda politica, quella che il governo Meloni e gran parte delle élite europee evitano di porsi, è: la transizione deve rendere sopportabile un sistema ingiusto o essere l'occasione per scardinarlo? Finché il clima resterà una voce di spesa, una riga di bilancio, la transizione resterà politicamente fragile. La lotta al cambiamento climatico e la lotta alla diseguaglianza sono due facce della stessa medaglia. E tempo di smettere di chiedere rimborsi per l'acqua e iniziare a pretendere che si arrestino gli incendiari. (Tratto da “Clima, la manovra Meloni preferisce la logica del cerotto” di Francesca Romana D’Antuono Eandishehu, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 14 di gennaio 2026).

“Ti alimento e ti uccido secondo il mio capriccio”, testo di Matteo Melchiorre – già ricercatore presso l’Università di Udine, scrittore – pubblicato sul periodico “Green&Blue” del quotidiano “la Repubblica” del 3 di dicembre dell’anno 2025: In un periferico museo d'arte sacra mi è capitato di osservare, tra molti capolavori, un quadro non antichissimo, e cioè del XIX secolo, che raffigurava sullo sfondo, contro un cielo plumbeo, una catena di montagne affilate e, ai piedi di queste, arroccata su di un colle, una città antica. In primo piano un vescovo dalla barba folta sta versando una ciotola d'acqua sulla città arroccata. Il vescovo è il santo evangelizzatore di quella città, la quale si chiamava e si chiama tuttora T., e quella della sua ciotola è l'acqua della conversione. Trasparente e limpida, ha l'aria di una cascata mite e rigenerante. Accompagnava il dipinto una didascalia inverosimilmente lunga e prolissa, e però davvero esaustiva. Diceva, dopo le generalità del pittore, che l'acqua fu la ragion d'essere della città di T. Le montagne e le vallate circostanti, infatti, raccolgono acque innumerevoli in incalcolabili rii e torrenti i quali tutti confluiscono in due più grandi e impetuosi torrenti. Quest'ultimi scorrono verso il piano e si incontrano subito a valle di un enorme scoglio, da essi stessi scolpito nei secoli, sul quale gli antichi ritennero saggio, sicuro e proficuo erigere la città di T. L'acqua, continua la didascalia, non solo ha dato origine al sito della città di T. ma ne ha garantito la fortuna e la prosperità. Irrorata per prese e canali, infatti, l'acqua dei due torrenti alimentava le ruote di oltre 100 tra folli e gualchiere, che lavoravano senza sosta la lana tosata da decine di migliaia di pecore pascolanti nelle vallate. Si producevano così, grazie alla forza dell'acqua, quantità incredibili di pannilana, poi esportati in tutto il mondo allora conosciuto. E dai boschi di montagne e vallate, e proprio lungo l'acqua dei torrenti, approdavano nei porti fluviali di T. esorbitanti tonnellate di legnami: un vero e proprio fiume di legno, di tronchi e taglie galleggianti sull'acqua, che poi allo stesso modo, cioè galleggiando, ripartivano, per essere smerciati in altre città, in altri porti, fino al mare.