"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 12 marzo 2026

Doveravatetutti. 72 Andrea Bajani: «Il pianto delle generazioni future, il pianto di chi ha capito che il padrone, il fascista, non muore. Resta in giro, ritorna».

                Sopra. Fotogramma tratto dal film '900 di Bernardo Bertolucci.

“Il ‘900 non è mai passato”, riflessione dello scrittore Andrea Bajani sul capolavoro cinematografico ‘900 di Bernardo Bertolucci, pubblicata sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 6 di marzo 2026: Quando nostro figlio aveva all’incirca tre anni, prese a voler fare scontri tra legioni di playmobil. E in assenza di una ragione per farli malmenare, o meglio di due partiti da mettere l’uno contro l’altro, scelse la contrapposizione tra i troiani e gli ateniesi. Lo fece perché mia moglie, prima di dormire, gli leggeva una versione semplificata dei miti greci, che i suoi nonni avevano non solo letto a lei ma persino confezionato in un piccolo volume fotocopiato, spiralato e poi tramandato per le generazioni del futuro. Quella di nostro figlio era la terza, in ordine di tempo, a venire edotta sulle ragioni, in sostanza, per cui gli uomini si danno un gran penare e lottano affinché qualcuno soccomba – di solito nel sangue – e qualcun altro no. Così, in pratica, nostro figlio iniziò a disporre playmobil sul pavimento, contrapposti. La scena centrale era – naturalmente – quella del cavallo. Mi chiese cosa potesse usare per interpretare il ruolo cavallo, e dopo una ricerca più o meno concitata, prolungata e infruttuosa, presi una pantofola e gliela diedi. La guardò perplesso, provò a chiedere un’alternativa, e poi rassegnato ci mise dentro gli ateniesi. La pantofola entrò dentro Troia, gli ateniesi uscirono, le diedero di santa ragione ai poveri troiani, e poi caricarono Elena dentro la pantofola e partirono. Come tutti i giochi, l’usura batte sempre il tempo ostinatamente, e stufarsi è il più consumato degli istinti, insieme – per paradosso – all’ostinazione. In più, c’è un altro fatto. Che se gli sparring partner, per il gioco, sono due (madre e padre) anche le trame devono essere differenti. Per farla breve, quando, mentre me ne stavo steso sul pavimento della sala accanto a lui, pretese una nuova storia perché della pantofola si era un po’ stancato, fui preso in contropiede. E dopo aver provato invano a obiettare che se il racconto della guerra tra gli ateniesi e i troiani aveva resistito per millenni potevamo replicarla ancora noi per qualche giorno, poi non ebbi dubbi sulla trama da mettere sul tavolo. “Partigiani contro fascisti”, gli dissi. Il seguito fu, come prevedibile, la domanda basilare: “Chi sono i cattivi?”. I buoni interessano sempre molto poco, anche se sono necessari, e dunque lui si concentrò sui fascisti, mettendo tutti i playmobil neri dalla stessa parte. I buoni di solito, però, parlano, mentre i cattivi digrignano o fanno versi primitivi. Per cui toccava far dire qualcosa ai partigiani e inventarci una collina su cui farli salire e attaccare. La collina la risolvemmo con la solita pantofola (“C’è anche la grotta per fare un’imboscata”), mentre sul parlare mi dovetti concentrare. E venni fuori con l’unica risposta plausibile. “Non parlano, cantano”. E lì cominciai prima a cantare Bella ciao e dopo, compreso nella parte, Bandiera rossa. Lui ripeté un paio di strofe e dopo preparammo il campo di battaglia. Che solitamente è la parte più lunga del gioco, può durare giorni interi. La battaglia finisce in due urla, e i cattivi di solito perdono all’istante. Ma alla battaglia fascisti contro partigiani, per una qualche ragione che ora non ricordo, non arrivammo mai. Per cui i fascisti non vennero mai sconfitti per davvero. Ora, cosa c’entra tutta questa storia di playmobil con Novecento? C’entra per due ragioni principalmente. La prima è naturalmente il canto: i contadini cantano sempre, nel film di Bernardo Bertolucci. I padroni parlano. E più i padroni parlano, più i contadini si passano la voce, alzano cori tra i campi della bassa emiliana. A volte è una voce sola, nuda, a cui però poi le altre si uniscono. Altre sono gli strumenti. Cantano, e ballano, coreografie di falcetti che tagliano il grano, come succede in apertura di film, quando il padrone impone ai contadini di festeggiare la nascita dell’erede (Alfredo), mentre a loro interessa solo la nascita (avvenuta poco prima) di Olmo, un figlio paesano. Prima tacciono, poi tagliano. La seconda ragione per cui a distanza di anni ho pensato agli schieramenti dei playmobil sul pavimento di casa nostra, è la semplificazione – disarmante, persino – che il film ci chiama a fronteggiare. “Chi sono i cattivi?”. Sono i padroni, è facile, si capisce da subito. Più che individui, sono abiti costosi ambulanti, ma senza corpi dentro. Il vecchio patriarca, dentro la stalla, vorrebbe che la ragazzina lo masturbasse. Si infila la mano dentro i pantaloni, ma ci trova solo carne morta. Lo dice pure, metà sconsolato e metà rabbioso. Mostra il pene alla ragazzina. Lei lo dileggia e se ne va. Lui si impicca a una trave in mezzo alle bestie della stalla. I buoni sono i buoni, hanno corpi evidenti anche quando sono menomati. Quasi nessuno ha una dentatura completa, e per questo la si nota. Sono primitivi e epici al contempo. (...) Stanno tutti insieme, mangiano la polenta, uccidono i maiali (come farà Olmo, sventrando l’animale appeso), hanno fame. Il loro è cibo, mentre quello dei padroni sono carcasse: mangiano le rane che i poveri (Olmo) hanno preso, e quando Bertolucci le inquadra, sembra siano degli scarafaggi. Non c’è niente di buono, non c’è nemmeno fame. Gli eredi dei padroni (Alfredo) non vogliono mangiare, i padroni gli spingono in bocca con la forza i cadaveri. Segue vomitata. A rivederlo, ora, gennaio del 2026, a cinquant’anni di distanza da allora, non riesco a non pensare a quella semplificazione. Persino a trovarla intollerabile. Lo guardo a pezzi, su YouTube, una versione sfigurata dai sottotitoli in greco. (...) Mi interrompo mentre lo guardo, apro un’altra finestra del computer, rispondo a delle email, leggo le notizie. Quando ritorno al film, Novecento è sempre lì, solido, e corale, con i suoi buoni e con i suoi cattivi disposti al posto giusto. Alfredo e Olmo non sono più bambini, sono cresciuti. Ma Alfredo è sempre il padrone, e Olmo è sempre il paesano. Cantano sempre, Olmo dice sempre cose giuste. Alfredo è un imbecille – per quanto interpretato da un campione –, smidollato. Ancora più colpevole perché cresciuto accanto all’amico contadino, senza che l’amicizia gli abbia fornito un pezzo d’anima o un corpo. Fa sesso e non fa figli. Intanto arrivano i fascisti, capitanati da un perverso (Attila) cui il padrone lascia fare. Noi sappiamo che lo lascerà fare fino in fondo, è la parte del cattivo. E infatti lo lascia fare, fino all’aberrazione del male più assoluto (la scena del bambino fatto roteare fino a maciullargli la testa contro il muro è quasi insostenibile). Il male si prende tutto lo spazio, pur restando confinato dentro l’aia dei padroni. Finché arriva il 25 aprile, che è la fine della guerra, e la vittoria è chiara. I paesani vincono, i padroni e i fascisti perdono. Fine della storia: i corpi dei paesani ballano, cantano, la bandiera rossa è parte di una coreografia. Bandiera rossa la trionferà. Si depongono le armi sul carretto, arriva la democrazia. E quando sto per spegnere il computer, scosso dalla violenza che ho visto passare sullo schermo, e però perplesso – insoddisfatto – per quel dualismo che oggi mi suona così spicciolo, mi rendo conto che c’è un dettaglio che mi ha spaventato più ancora del sangue scorso dentro la pellicola. Che mi è rimasto dentro. Ed è proprio che i padroni e i fascisti non hanno corpi. Il pene esanime del patriarca, la sterilità del figlio. Persino Attila, il perverso, continua a rialzarsi, malmenato, imbrattato di sangue, come se non solo non avesse provato dolore. Come se non ci fosse morte possibile, in assenza di un corpo che gliela faccia scontare. Gli sparano, certo, in mezzo a un cimitero di morti paesani, ma non si vede il suo corpo che muore. Lo hanno giustiziato – vero – ma non è mai morto. Non finisce qui. Pur sconfitto dalla Storia e da sé stesso, Alfredo è sottoposto al giudizio del popolo, nei minuti conclusivi del film. Hanno i fucili, possono ammazzarlo. Un ragazzino glielo tiene puntato contro, senza dargli un attimo di tregua. (...) E quando ci aspettiamo che il colpo finalmente parta, che Alfredo stramazzi, come vorrebbe il lieto fine, Olmo compie un gesto di parola dalla portata sconvolgente. Dice che il “padrone è morto”, che quello che è rimasto vivo è solo Alfredo. Non è chiara – ma si sente – la perplessità degli altri popolani, di fronte a tale sottigliezza. Vorrebbero il cadavere con la faccia nella polvere, cadavere, e invece il padrone è sulla sedia, ancora vivo. O meglio, a detta di Olmo è morto. Chi è vivo è solo Alfredo. Olmo ha graziato l’amico, non il padrone – a quanto dice. I padroni non hanno un corpo, i fascisti non hanno un corpo. Per questo non li puoi ammazzare. Questa mi pare l’intuizione di Bertolucci, quella che oggi resta di un capolavoro così potente e schematico insieme. Quando tutti se ne sono andati, restano solo Alfredo e Olmo, il cattivo e il buono. Olmo ha fatto il suo gioco di parola, ed è per questo – e solo per questo – che Alfredo è ancora vivo. E infatti si alza dalla sedia e gli va incontro. E noi che siamo dei sentimentali ci aspettiamo che adesso arrivi il grazie. Che l’amicizia che Olmo ha offerto al suo rivale venga ripagata. E invece Alfredo si sistema gli occhiali sul naso e gli dice solamente: “Il padrone è vivo”. Il padrone è ancora vivo. Il ragazzino che lo piantonava piange disperato, inconsolabile, con la faccia tra le mani. E quel pianto è – chiaramente – il pianto delle generazioni future, il pianto di chi ha capito che il padrone, il fascista, non muore. Resta in giro, ritorna.