"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 22 febbraio 2026

Doveravatetutti. 65 Ezio Mauro: «Non è importante che il cittadino pensi, mentre è necessario che senta, percepisca, partecipi alla pulsione emotiva con cui il nuovo mondo si allontana dal vecchio, fatto di regole fredde e ormai spente».


(…). Era il 24 febbraio 2022. Quel giorno alla sede diplomatica italiana a Mosca l’addetto militare Roberto Vannacci assicurava l’ambasciatore Giorgio Starace che i russi sarebbero penetrati in Ucraina «come un coltello nel burro». Convinzione diffusa tra gli atlantici. Per Mosca si trattava della restituzione con interessi del colpo di Stato a Kiev appoggiato otto anni prima da Washington e Londra sull’onda dell’Euromaidan. Al culmine di quegli eventi, il vicesegretario di Stato Usa Victoria Nuland, mente dell’operazione, era stata intercettata mentre scandiva al telefono il famoso «Europa vaffanculo!». Oggi quel «Fuck off Europe!» è il basso continuo del modo americano di rapportarsi agli “alleati” europei. La rottura transatlantica preannunciata da Nuland ha (auto) escluso gli europei dai tavoli negoziali con cui Trump cerca di fermare la guerra trattando direttamente con russi e ucraini. Ne consegue scisma transatlantico. Esito della differenza di interessi e di valori tra americani ed europei. Ancor più forte all’interno dell’Unione Europea, motore che ha invertito la rotazione: ci divide anziché unirci. Tra gli esangui leader continentali nessuno ha il coraggio di ammetterlo. Attenderemo a lungo un Carney europeo che abbia il coraggio di chiamare il bluff. Quanto agli americani, non sopravvalutiamo Trump. È dalla fine della guerra fredda che a Washington si è deciso di ridurre l’impegno in Europa. Per il semplice motivo che gli Stati Uniti stavano da noi non per i nostri begli occhi ma per proteggersi dai sovietici. L’equazione nucleare concordata con Mosca prevedeva che lo scambio di atomiche sarebbe avvenuto sul continente europeo, non in America né in Unione Sovietica. Tutto tragicamente logico. I nostri governi ne erano perfettamente coscienti. (…). (Tratto da “Lo scisma transatlantico” di Lucio Caracciolo pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, domenica 22 di febbraio 2026).

Editorialedelgiorno”. “La reinvenzione del mondo” di Ezio Mauro, pubblicato, come il testo  che precede, sulla stessa edizione del quotidiano “la Repubblica”: In mezzo alle macerie del vecchio ordine mondiale, mentre la Corte Suprema ricorda all’America che esiste ancora la coscienza del limite, segnato dalla legge, è già sorto il castello del nuovo regno del caos, naturalmente intitolato al titolare del potere egemone del disordine, Donald Trump. È il Board of Peace fondato dal presidente americano, che ha riunito intorno a sé i leader di 20 Paesi (senza Cina e Russia) più altri “osservatori” come l’Italia, per parlare della ricostruzione di Gaza, annunciare al mondo che grazie alla forza di questa nuova istituzione le guerre cesseranno, e predisporre gli eventi perché il premio Nobel per la pace finisca infine per consegnarsi al capo della Casa Bianca, che lo pretende ormai in ogni suo discorso non come un riconoscimento, ma come un dovere. Un mix di affari, amicizie, complimenti, autocelebrazioni, con l’interesse immobiliare che domina e assorbe il concetto di pace e la Fifa - il governo mondiale del calcio - arruolata tra le grandi potenze politiche e diplomatiche che dovranno liberare il futuro dall’incubo dei conflitti. Ma dietro la foto di gruppo, i sorrisi e le promesse («Il Board of Peace sarà qualcosa che il mondo non ha finora mai visto») c’è una sostanza estranea alla storia e invisibile alla cronaca che sarebbe sbagliato sottovalutare: Trump sta occupando l’immaginario politico universale, con una vera e propria ricreazione del mondo. L’immagine che meglio sintetizza e spiega l’enfasi sul Board of Peace, infatti, è quella del presidente americano che si costruisce un’Onu domestica, pronta a servire all’uso dei suoi disegni, fuoriuscendo dalle procedure, dai ruoli e dai vincoli dell’organizzazione delle Nazioni Unite. È un subappalto in proprio della pace - se si crede agli annunci di Trump -, una privatizzazione della diplomazia, un’autorizzazione a gestire il corso della storia contemporanea nell’interesse del mondo composto da ex partner gregari, sudditi e spettatori. Ma questa operazione in parte di cartapesta e in parte di supremazia sta in piedi proprio perché il presidente occupa personalmente il centro dell’irradiazione politica moderna, il luogo dove nasce il racconto che affianca ormai quotidianamente la realtà, la sopravanza, la oscura e la sostituisce. Anche se si fa fatica a dirlo, vedendo i risultati, la fabbrica del nuovo oggi è a destra, e opera incessantemente per tradurre l’ideologia neo-reazionaria del trumpismo non tanto in misure concrete, quanto in immagini emblematiche, figure simboliche, racconti evocativi, in modo da intasare l’immaginario politico dominandolo con una produzione esasperata di sensazioni, emozioni, suggestioni. Non è importante che il cittadino pensi, mentre è necessario che senta, percepisca, partecipi alla pulsione emotiva con cui il nuovo mondo si allontana dal vecchio, fatto di regole fredde e ormai spente. È un “nuovo” scomposto, prepotente, disordinato, addirittura eversivo ma tumultuoso, incandescente, confusamente rivoluzionario. Un situazionismo a getto continuo, che produce una sollecitazione permanente in ciò che resta della pubblica opinione, gonfiando, arruffando e incendiando il senso comune. La sinistra insegue, corregge, denuncia e deplora, tampona e ribatte, ma inevitabilmente gioca di rimessa con il rischio di apparire conservatrice dell’esistente, in un’inversione delle parti con il rovesciamento dei ruoli. Alla destra quasi non importa la traduzione in concreto di questi empiti rivoluzionari, le basta il proclama per garantire che la tensione al rivolgimento continua. Lo sviluppo, il processo e l’esito non contano, perché tutto si riassume e si concentra nel momento iniziale dell’annuncio: a destra il “nuovo” non è riforma, è rottura, divaricazione dei destini, rifiuto del passato, evocazione del futuro. Per questa strada, quasi naturalmente, la politica diventa performance, l’atto politico si traduce in gesto, l’immagine conta più del suo significato. Con tutto il contorno e gli echi che questa ideologia dell’azione nuda e cruda porta con sé, quasi li avesse estratti dal Manifesto di Marinetti: l’aggressività permanente, la frequentazione del pericolo, la temerarietà, la ribellione, il salto mortale, l’energia che sostiene e giustifica ogni correzione, qualsiasi ripensamento, tutti i cambi di direzione. È come se la parte decisiva della partita politica oggi si giocasse in una dimensione parallela, dove è in palio l’egemonia dell’immaginario e il dominio simbolico precede e garantisce la conquista materiale. In una formula: per regnare sul mondo reale bisogna prima ricreare quel mondo, reinventarlo fino a renderlo desiderabile per i cittadini, e comandarlo. Il potere così torna a scoprire l’eterna tentazione della semplificazione autoritaria: non è necessario decidere nella realtà, quando è possibile modificare la percezione del possibile nel racconto. E si capisce, a questo punto, perché il Board of Peace sia uno snodo decisivo: non è soltanto un teatro in cui il presidente americano è insieme autore, regista e protagonista, ma è un dispositivo narrativo che diventa automaticamente politica, per trasportare nella dimensione concreta quotidiana questa legittimazione abusiva costruita nella sfera del racconto, fino a far diventare il nuovo organismo il controllore dell’Onu e il suo giudice supremo.