“Farsi furbo” è il titolo del capitolo ventesimo del volume “Il
paese del pressappoco” di Raffaele Simone, volume che è fonte inesauribile di
riflessioni sul male che affligge il bel paese, che è il suo stesso vivere
quotidiano, di questa rubrichetta. “Farsi furbi” è una regola nazionale
inderogabile, è uno sport nazionale praticato a tutte le età ed in tutte le
classi (a)sociali del bel paese; è l’istruzione primaria, intendendosi in tal
senso quella tipicamente familistica del bel paese, che pone la conquista della
predetta abilità come propedeutica a tutte le altre abilità, competenze e
qualsivoglia altra astruseria. Ha lasciato scritto nel suo saggio “Un paese a
civiltà limitata” un grande maestro quale è stato Paolo Sylos Labini, scomparso
di recente: (…). …in Inghilterra è tenuto in grande considerazione il
carattere, da noi invece l’astuzia. Da quando ho l’età della ragione dico che,
se fossimo un po’ più grulli, vivremmo tutti meglio. È ben difficile immaginare
un paese veramente civile in cui gran parte delle persone di rilievo sono furbe
e in cui chi si fida degli altri è considerato un ingenuo, ossia uno sciocco.
Aveva ben ragione il grande maestro, e la piccola incursione operata in questa
rubrichetta con la predetta Sua citazione vuole essere un ulteriore omaggio
alla Sua carissima memoria. (…). Il furbo è (…) un eversore dell’ordinamento.
Infatti, in chi furbo non è, il furbo suscita un turbine di valutazioni e
confronti, i cui esiti possono essere due. Uno è quello di chi dice: - Un altro
furbo! Che pena! – La chiamerei la “risposta istituzionale”, perché finisce per
confermare in chi la emette un atteggiamento di rispetto delle regole. L’altro
dice: - Sono uno sciocco a non fare come lui! Finirò per essere un emarginato
-. Questa è la “risposta eversiva”, perché crea instabilità e incertezza in chi
la pronuncia e lo induce a cambiare linea di condotta per uniformarsi a quella
del furbo. Quale delle due risposte tenderà a prevalere? In Italia, è chiaro,
la seconda. Perché per svuotare di contenuto la risposta eversiva e imporre
quella istituzionale occorre un sistema di law enforcement, quale noi non
abbiamo o abbiamo debolissimo. (Uso quest’espressione inglese solo per non
sembrare un reazionario. Dovessi usare il giusto termine direi che occorre “un
sistema di repressione” o “di punizione”. Ma repressione è una parola ormai
inutilizzabile. Law enforcement, “imposizione della legge”, vuol dire la stessa
cosa, ma ne evoca una diversa). Se il sistema di law enforcement operasse
fortemente vedremmo i furbi ridotti coram populo al rispetto di leggi e norme.
Filosoficamente, la punizione bene amministrata è una risorsa di “riconduzione
forte alla cittadinanza”, ha quindi un essenziale valore aggregante. Ora
invece, siccome il law enforcement non funziona, tendono a prevalere le
risposte destabilizzanti: - Se lui è furbo, mi farò furbo anch’io -. Uno dei
motti basici della nostra morale familiare dice appunto: - Fatti furbo! –
Abbiamo anche il terribile proverbio: “Finita la festa, gabbato lu santo”, che
si appella al medesimo principio. (…). Il furbismo alligna poderoso presso
tutti i ceti, quelli popolari come quelli colti e finanche presso gli
intellettuali. Si presenta soprattutto sotto forma di qualunquismo plebeo
(“Franza o Spagna, purché se magna”), un atteggiamento che “è sempre stato
maggioritario nell’Italia repubblicana”. Ma appare anche sotto forma di
doppiezza (trasformismo, consociativismo): multipla appartenenza a partiti o
movimenti, sostegno a posizioni antitetiche, propensione alla trama (che non è
la connivenza con chi dovrebbe essere avversario), tutte tendenze che hanno
segnato in profondità la nostra storia della seconda metà del Novecento, dal
Piano Solo alla P2.
Postato al tempo, il 12 di gennaio dell’anno 2006, su di “un altrove”
che non c’è più.
“Ambizioni e guai di Giusi&Gaetano a tutta Forza Italia” di
Pino Corrias pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, venerdì 9 ottobre
2026: Un applauso per l’alto profilo istituzionale di questa bella coppia
di moglie e marito: Giusi Bartolozzi e Gaetano Armao. Lei magistrato di massimo
potere a Roma, lui avvocato di massimo prestigio a Palermo. Siciliani di
nascita, di vocazione e di destino. Sempre eleganti e carichi di ambizioni.
Berlusconiani in purezza. Devoti al punto da cantare con Silvio l’inno tra le
bandiere di Forza Italia ai bei tempi, quando la Sicilia era tutta candita
d’azzurro elettorale, come certe cassate da addentare e masticare una fetta
alla volta, mentre Berlusconi a Palazzo Chigi diceva: “Tranquilli, ce n’è per
tutti”. Questo Gaetano Armao lo hanno appena filmato i carabinieri mentre
infila il malloppo presunto delle presunte mazzette in automobile, in studio,
in tasca, nel cestino dei rifiuti e persino nell’orologio a cucù, un tocco
d’astuzia professionale che non si vedeva dai tempi dei puf di Poggiolini,
riempiti di diamanti. Soldi per vendere autorizzazioni ambientali, dice
l’accusa dei magistrati che hanno chiesto il suo arresto. Vedremo. Lei sta
nelle brutte cronache del potere dai tempi in cui si è trovata in mezzo tra il
suo capo, Carlo Nordio, ministro di blanda Giustizia, e quel ceffo del generale
libico Almasri, mercante di schiavi e torturatore in capo, nei lager dove
vengono ammassati i migranti, stuprati donne e bambini. Un bandito che la
polizia aveva arrestato e che il 21 gennaio 2025 il governo ha fatto fuggire su
un aereo di Stato per poi provare a nascondere quel fango nell’orologio a Cucù
dell’immunità parlamentare, anche quello un tocco d’astuzia professionale che
Giorgia Meloni e Nordio vorrebbero estendere a Giusi, che non è più onorevole,
ma ha gli assi del mazzo per meritarsela. E che abbiamo rivisto nel marzo del
2026 nella bella combriccola della “Bisteccheria”, fotografata a cena con
l’allora sottosegretario alla Giustizia, Andrea DelMastro, socio di uno dei tanti
prestanome del clan Senese, con società inquisita e intitolata a un perfetto
programma politico, “Le 5 forchette”. Periglioso e discontinuo è il rapporto
della nostra coppia con la giustizia e i suoi impicci. Magistrata a Gela,
Palermo e Roma, nel 2018 Giusi si sfila la toga e indossa Forza Italia. Con
Berlusconi è intesa al primo sguardo, un passaggio in Parlamento, per poi
agguantare una nuova carriera dentro al ministero della Giustizia,
plenipotenziaria delle carriere altrui. Prima vicecapo poi capo di gabinetto a
raddrizzare l’eloquio di Nordio e a dare ordini alla struttura sottostante, 20
persone alle sue dipendenze, tanto potere da guadagnarsi il soprannome di
“Zarina”. Gaetano compie analogo tragitto sull’altra sponda dello Stretto.