(…). Al di là della coincidenza temporale fra l'allarme sui rischi dell'Ia e la scena dell'androidche un po' di giorni fa ha aggredito l'ingegnere cinese, quel che pure cattura lo sguardo è la mostruosa deformità di quella creatura, un calco sgraziato che nega, insieme al paradigma della classicità, anche l'idea biblica che l'essere umano sia stato fatto a immagine e somiglianza di Dio. Nulla di quell'origine può rivendicare lo scheletro meccanico dalla capoccetta nera (…), una bianca escrescenza al posto della nuca, le braccia a segmenti snodabili, le mani-guantoni, il busto da insetto, coscette e polpacci ortopedici come dopo una mutilazione, e per fortuna non si vedono gli occhi. C'è anche da dire - e qui ci si avvicinerebbe al punto - che non ispira buoni pensieri nemmeno l'asettico e grigio laboratorio in cui si svolge la scena, là dove l'unico segno di gentile umanità è relegato a (…) due piantine sulla scrivania. Ma cosa vuoi pretendere, la Cappella Sistina? Eppure, ci si sorprende a rispondere, se questi benedetti automi fossero progettati, assemblati e addestrati in qualche luogo ameno e piacevole tipo città d'arte, musei, templi, giardini, o ai piedi di una montagna, su una spiaggia al tramonto, in un bosco, ecco, magari non solo verrebbero meglio, ma combinerebbero meno guai. Ora, va da sé che in questo ambito la scienza, la ricerca, l'efficienza, la manutenzione e i costi sono nemici mortali dell'estetica. Ma che cosa accadrebbe se lo sviluppo degli umanoidi fosse affidato, anche solo per qualche anno, a degli umanisti? Leonardo da Vinci, per dire, non era un formidabile genio dell'innovazione e al tempo stesso un grande pensatore, artista e perfino poeta? La realtà è che «la potenza della tecnica si dispiega occupando tutti gli spazi, tutte le dimensioni della vita, tutto – (…) – mentre la tecnica non lascia fuori niente e nessuno. Fa solo prigionieri». Da tale galera nascono dunque questi orridi prodotti che replicano la subcultura fantascientifica degli anni 60 del secolo scorso. Più belli e simili ai noi, nelle fattezze post-umane, ma meno presenti sui media, sono le bambole e i bamboli erotici dell'Ia, che almeno non prenderanno a calci e cazzotti i loro illusi partner. Ma anche lì, dalle manifatture cinesi e dagli hub delle big tech, gli inconvenienti è meglio non immaginarseli. (Tratto da “Sulla bruttezza degli umanoidi” di Filippo Ceccarelli, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” di ieri, 25 di settembre 2026).
“Uomini, mezz'Uomini, Ominicchi&Umanoidi”. “La politica l’algoritmo e il capitale”, testo di Ezio Mauro pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 20 di settembre 2026: (…). L’algoritmo mette su famiglia. L’inquietudine della fase che stiamo vivendo davanti alle conquiste della tecnologia è tutta in quell’avverbio: «autonomamente». Siamo preoccupati se la macchina si allontana da noi, abbiamo timore di perdere il controllo, ci allarma l’idea che la potenza del suo processo di elaborazione dei dati la porti fuori dai confini che le abbiamo assegnato, consentendole di calcolare l’ignoto, senza autorizzazione. Col rischio che invece di controllare l’IA e di usarla come una struttura servente noi scopriamo una sua facoltà imprevista e nascosta, una finalità indipendente, una procedura a noi celata, una quota di lavoro per sé e non per noi, una capacità di scegliersi altri agenti virtuali con cui dialogare che ce la rende addirittura sospetta: in qualunque momento, non sappiamo più a cosa sta pensando. In una logica numerica, le diverse e successive fasi di crescita del potenziale con cui si esprime l’IA dovrebbero portare a questo risultato. Che è anche il punto di arrivo della letteratura, della sceneggiatura, della narrazione visionaria della ribellione delle macchine. Mentre ci interroghiamo sul futuro, così, ci muoviamo in realtà dentro ciò che abbiamo già immaginato e raccontato. E invece la vera questione è senza precedenti, e non riguarda noi e loro, cioè l’uomo e le macchine: ma la tecnica e la politica, il capitalismo e lo Stato, la coscienza e l’algoritmo. Il primo problema è la fine dell’unità di tempo. Vuol dire che non viviamo più alla stessa velocità, misurata sulle facoltà umane. La tecnica, dopo l’avvento di internet, ha dimostrato di saper trasformare il mondo più velocemente della politica. Oggi l’intelligenza artificiale ha introdotto un terzo stadio temporale con un’accelerazione, fino a ieri impensabile, del processo tecnologico. La distanza tra il primo stadio dove si muove l’uomo, e il terzo stadio dove agisce l’IA è diventata impressionante. Tanto che Anthropic avverte: «Se gli esseri umani non riusciranno a revisionare il codice con la stessa rapidità con cui Claude lo genera, la revisione umana diventerà il collo di bottiglia dello sviluppo dell’intelligenza artificiale». Cioè il controllo umano rischia di non essere in grado di tenere il ritmo generativo della macchina. Non solo: può rallentarlo. Di più: l’uomo che ha inventato la macchina può essere visto da lei come una strettoia, una strozzatura. Un ostacolo. Perché non è più il dominus dello sviluppo, ma il suo limite di velocità. Entra in campo il capitale. Viveva insieme con l’uomo, si muoveva con le sue stesse sequenze. Ma con la rivoluzione di internet è diventato uno dei principali beneficiari della smaterializzazione del lavoro, che ha perso l’ancoraggio di tempo e di luogo, e fluttua nell’universo sovranazionale della globalizzazione. Il nuovo capitalismo è libero e svincolato, capisce e segue i ritmi dell’IA, agisce nello spazio dei flussi finanziari e d’informazione. Scarica sui governi nazionali il peso delle conseguenze materiali della mondializzazione, l’indebolimento del welfare, la denatalità, l’erosione della base delle pensioni, l’immigrazione, la sicurezza. In passato come tutte le forze sociali ha cercato di condizionare la politica, piegandola verso i suoi interessi. Oggi è un passo oltre, perché ha fatto un salto di dimensione: giudica la politica l’arte di un’altra età che si affanna invano a governare un’epoca che le sfugge, anzi la considera come una delle tante intermediazioni che la velocità, l’ubiquità e la contemporaneità dell’innovazione hanno divelto, facendole saltare. Nella nuova stagione il capitalismo e l’intelligenza artificiale sono naturalmente alleati: entrambi convinti che della politica si può ormai fare a meno visto che si possono guidare direttamente i processi, da protagonisti e non più da sudditi, traducendo finalmente il moderno plusvalore - finanziario, tecnologico - in potere diretto, in comando. E magari fabbricando una politica 2.0. Sono i custodi della formula che dischiude il nuovo mondo. Ma da una lontananza di duemila anni torna una domanda: chi custodisce i custodi? Chi ha non solo la potestà, ma l’autorità di decidere il ritmo del tempo in cui dobbiamo vivere? In sostanza, chi deve comandare tra tecnica, politica e capitale? Si può rinviare la risposta, ma non si può eluderla. La Cina, il mercato geopolitico con cui ci confrontiamo, ha risolto il problema incorporando nel sistema tutti gli elementi, politica, tecnica e capitale, integrandoli in un unico disegno di potenza.


