"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 26 luglio 2026

MaldItalia. 01 Massimo Giannini: «A Ventotene, ho capito che l'Europa esiste».


(…). A Ventotene ci dovrebbero portare le scolaresche da tutta Italia. Non durante le chiassose Ferie d'agosto immortalate da Paolo Virzì, quando la grande storia dei nostri padri si perde nella cronaca spicciola dei vacanzieri che ciabattano per i vicoletti del paese e sguazzano nell'acqua di Cala Nave. Ma durante l'anno, quando i silenzi del borgo ti riportano al tempo dei confinati, che l'infame dittatura fascista deportava laggiù o nel carcere borbonico di Santo Stefano, costruito con la stessa architettura del San Carlo di Napoli, perché i regimi sanno essere eleganti nella loro crudeltà. Bisognerebbe che i nostri ragazzi imparassero le vicende di Spinelli, Colorni e sua moglie Ursula Hirschmann, Ernesto Rossi e sua moglie Ada, segregati senza poter parlare con la gente del posto. Bisognerebbe che si facessero spiegare come vivevano, queste donne e questi uomini coraggiosi che pagarono cara la loro resistenza a Mussolini, coltivando piccoli orti, facendo lavoretti, organizzando mense autogestite. Bisognerebbe che si facessero raccontare dal gestore di un locale a due passi dal Porto Romano di quando sua nonna, ligure di origini, non sapeva come ottenere le autorizzazioni per aprire un ristorante, e Sandro Pertini passandole davanti le diede tutte le istruzioni necessarie recitandole in dialetto genovese, per non farsi capire dai carabinieri che lo guardavano a vista per impedirgli di avere contatti con gli isolani. E poi bisognerebbe che si facessero descrivere come quei visionari, nelle condizioni proibitive in cui si trovavano, riuscirono a scrivere un Manifesto per l'Europa federale, comunità di destino capace di unire i popoli in nome della pace, della libertà e della democrazia. (…). Ecco perché, a Ventotene, ho capito che l'Europa esiste. (Tratto da “Tutti i sogni di Ventotene” di Massimo Giannini, pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” dell’11 di luglio 2026).

“L’insostenibile rumore della faziosità”, testo di Michele Serra pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, domenica 26 di luglio 2026: Il clima politico del Paese è orrendo. Ma di un orrore senza meraviglia e senza sorprese, l’orrore implacabile dell’odio monocorde, della faziosità ossificata, con le voci che si fanno sempre più stridule e al tempo stesso sempre più risapute. E sempre meno significanti. Quando i portavoce dei partiti compaiono nei telegiornali, nei loculi umilianti predisposti per le loro dichiarazioni da scolaretti (vergogna pluridecennale della Rai credere che sia “informazione politica” questo raccapricciante siparietto di faccine e di frasette), tu sai già cosa diranno prima che lo dicano, parola per parola, e non esiste modo più efficace per screditare la Polis, farle perdere prestigio, importanza, autorevolezza. La politica, se non è più in grado di dire qualcosa di sorprendente, di utile, di nuovo, diventa un rumore di fondo, per quanto alto sia il volume delle urla. La recente, sovreccitata zuffa sull’ordine pubblico (ma già “ordine pubblico” è un concetto troppo alto e rispettabile per essere la vera ragione del contendere) è in questo senso disperante. Non si è sentito un solo esponente della destra dire che la morte di un poveraccio fuori di senno, se avvenuta per mano della polizia, è un fatto gravissimo: la divisa non è mai un attenuante, è una responsabilità. Non si è sentito un solo esponente della sinistra dire che la polizia ha un compito duro e difficile, e non va accusata a priori di essere assassina (come fanno, cretinamente, i cretini in cerca di scontri), va aiutata a sbagliare sempre meno – anche con sentenze esemplari come quella su Cucchi – e va sostenuta nella sua fatica di migliorarsi. La polizia, così come la magistratura, esiste in difesa di tutti, e dunque va difesa da tutti. Non si è sentito un solo esponente di destra dire che il gioielliere Roggero, con la sua reazione omicida spropositata e sempre rivendicata, non è un eroe ma un duplice omicida che ha commesso un crimine violento, inevitabilmente punito dalla legge dello Stato, che vale per ogni cittadino di questo paese. Non si è sentito un solo esponente di sinistra dire che vivere sotto la costante minaccia del crimine è fonte insopportabile di ansia, che in alcune zone del paese i cittadini si sentono indifesi, in balia della delinquenza di strada, che la violazione di un domicilio o di una bottega per rapinare il frutto del lavoro altrui è una ferita tremenda. Il lavoro, per la sinistra, dovrebbe essere sacro: quello di un bottegaio non è forse lavoro? Non si è sentito un esponente della destra dire che l’equivalenza crimine/immigrazione è una porcheria razzista, robaccia da Vannacci o da Salvini (in ordine di sondaggio) indegna di una società liberale e della Costituzione della Repubblica. Non si è sentito un esponente della sinistra dire che le bande di immigrati magrebini di seconda generazione sono proprio: bande di immigrati magrebini di seconda generazione, e dunque abbiamo un problema, e ce l’hanno anche le comunità magrebine. Un conto è l’accoglienza, un conto l’integrazione. Per l’accoglienza basta il cuore, per l’integrazione ci vuole la politica. Meno emozioni e più idee ragionevoli, meno anatemi e slogan, più buone leggi e investimenti utili, non dovrebbe essere questo il vero core-business della politica? Non c’è un solo esponente di destra che abbia difeso il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, per avere indetto una manifestazione civile e pacifica che ha ammortizzato le scontate violenze già progettate dagli ultras, che sarebbero scesi in piazza da soli. Non c’è un solo esponente di sinistra che dica con la dovuta e tardiva franchezza che i devoti allo scontro sono mascalzoni senzienti, o fanatici incurabili, nemici non solo e non tanto della sinistra, ma della democrazia e della convivenza civile nel suo complesso: che è ben più grave. (Identica considerazione, amplificata dall’ammontare dei danni e dal numero di agenti feriti, andrebbe estesa agli incappucciati che si fanno chiamare Notav). Che a destra i fascisti abbondino non può essere in alcun modo un alibi per giustificare lo squadrismo di sinistra. Eppure la realtà, la vita quotidiana, quei famosi “problemi concreti della gente” che sono una specie di mantra dei buoni propositi politici, sono con ogni evidenza il combinato disposto di tutte le cose appena scritte qui sopra: più molte altre ancora. Non c’è un solo caso in discussione, non c’è nodo sociale o questione ideologica che non suggerisca qualche esitazione nel giudizio, qualche supplemento di riflessione. E non è possibile accettare che proprio il mondo politico, accreditato di essere classe dirigente, non solo non provi a fornire qualche elemento di esitazione, ma sbrodoli ogni giorno una scia di slogan che sono tristemente uguali a quelli dei vituperati social. Sì, i social hanno gravemente abbassato il livello del dibattito pubblico, ridotto ogni discorso a schemino offensivo o difensivo, rattrappito i tempi di studio e di lettura, impoverito il linguaggio. Ma nulla impedisce a chi fa politica, in rappresentanza del popolo, di sottrarsi a questo sprofondo culturale e di invertire la tendenza.

sabato 25 luglio 2026

Cosedettecosì. 46 Paolo Nori: «Amare la Russia non è amare Putin».


La storia moderna è scandita da tornanti decisivi, momenti brutali e sanguinosi in cui il corso degli eventi prende improvvisamente una direzione diversa da quella che tutti si attendevano fino a un istante prima: le rivoluzioni. Alcune, come la Rivoluzione inglese del Seicento, l'americana e la francese del Settecento, hanno avuto effetti di lunghissimo periodo, che durano ancor oggi. La Rivoluzione russa del 1917 ha segnato in modo decisivo la storia del Novecento, anche se oggi, almeno in apparenza, i valori in nome dei quali si era affermata sono stati sconfitti e dimenticati. E prima? La storia dei secoli precedenti non è segnata da eventi rivoluzionari della stessa importanza, tanto che si potrebbe credere che la capacità di scatenare vere rivoluzioni, portandole al successo, sia stata propria solo della società moderna, con le sue classi sociali ben riconoscibili e in vistoso conflitto fra loro, l'aristocrazia. la borghesia, il proletariato. (…). (Tratto dalla “Introduzione” dell’Autore, Alessandro Barbero, al volume “Allarme! Allarme! I priori fanno carne” edito a cura del quotidiano “la Repubblica” del 5 di settembre dell’anno 2023)

venerdì 24 luglio 2026

Cosedettecosì. 45 Michele Serra: «Non è più questione di destra o sinistra. Non è più una categoria che basta a spiegare le cose. La questione è credere nel diritto o nella forza bruta. Nella democrazia o nella sua dismissione che i Salvini di tutto il mondo, avendo Trump come faro, sognano di realizzare».

     Sopra. "Allegoria del buon governo" - 1338/39 - di Ambrogio Lorenzetti.

In  una  seduta  del  Senato  del  1961,  Emilio  Lussu  (eroe  della  Resistenza,  membro  della Costituente e grandissimo scrittore) provò a  far comprendere agli onorevoli colleghi quanto fosse grave non applicare una legge (si trattava di quella, ahimé quanto attuale, che proibiva la ricostituzione del partito fascista), dicendo che una simile inerzia avrebbe negato all'Italia il diritto di riconoscersi in uno «Stato del Buongoverno, per usare un'espressione simbolo che, nei suoi affreschi immortali, ci ha lasciato Ambrogio Lorenzetti». Ebbene, chi si chieda quale sia il posto della giustizia in un governo che voglia essere buono, vada a Siena a contemplare proprio il Buon Governo, una delle più potenti e seducenti rappresentazioni figurative dell'arte di sortirne insieme, cioè della politica. Ambrogio non ci mostra la Giustizia bendata, come si inizierà a fare solo dal Rinascimento, ma con gli occhi bene aperti verso l'alto: verso la Sapienza che regge i piatti della bilancia che consente di distribuire, appunto secondo giustizia, premi e pene. Senza giustizia non può esserci convivenza civile, come mostra la corda che dai piatti della Giustizia scende a legare i cittadini, in una interpretazione paretimologica della parola "concordia". Chi, nelle più svariate circostanze, viene chiamato a giudicare ha un solo dovere: quello di studiare, di approfondire, di capire, di entrare nelle cose, nelle norme e nei fatti. Di liberarsi da ogni vincolo, tenendo il proprio sguardo fisso in quello della Sapienza. Solo così potrà resistere alla tentazione di assolvere o condannare non in scienza e coscienza, ma secondo partito preso, corporazione, timore, condizionamenti di ogni tipo. Cedendo alle invocazioni di una folla che vuole libero Barabba, non Gesù. Lo sguardo fisso verso la Sapienza innalza la Giustizia, allontanandola dalle logiche pattizie e di scambio che lordano la vita delle comunità. E la corda della concordia sfata l'idea che possa esserci pace senza giustizia: senza punire i prevaricatori, i furbi, i potenti che pensano di farla franca attraverso vittimismo e minacce. È ironico che Silvio Berlusconi si fosse fatto riprodurre l'affrescodi Lorenzetti a Palazzo Chigi: chissà se ha mai capito che quell'affresco esaltava un'Italia il cui ethos lui stava scientificamente distruggendo. Quella che per secoli si era sentita dire, con un versetto del libro della Sapienza, che il primo requisito per chi ha un potere terreno è l'amore per la Giustizia. (Tratto da “Non c’è giustizia senza pietà” di Tomaso Montanari).