L’Europa è dilaniata dai conflitti e aggredita dai dittatori. I
trattati internazionali vengono stracciati e ignorati. Il diritto
internazionale sembra non avere più alcun valore. La forza è tornata a essere
l’unica legge dei rapporti internazionali. Lotte sociali e guerre civili
seminano il panico e indeboliscono le poche, fragili democrazie superstiti.
Sembra una fotografia del nostro vecchio mondo oggi, schiacciato tra le minacce
dei nuovi imperi, quelli di Mosca, Washington o Pechino, e le città messe a
ferro e fuoco da disordini sempre più violenti. Ma queste parole risalgono al
1937. Sono state scritte da uno dei più brillanti intellettuali dell’epoca,
impegnato a raccontare il continente che stava cadendo passo dopo passo nelle
grinfie dei regimi totalitari. Il suo nome è Karl Polanyi. Storico, economista,
giornalista, nato nella cosmopolita Austria-Ungheria, Polanyi è ricordato
soprattutto per i suoi studi sui danni causati dal liberismo più sfrenato. Non
senza motivo. A sfogliarle ancora oggi, le pagine de La Grande trasformazione,
con gli uomini ridotti a schiavi di ricchissimi adoratori del mercato senza
limiti, sembra di leggere una profezia oscura sull’avvento di Elon Musk. Ma
questo oppositore radicale di ogni autocrazia non è stato solo uno storico
geniale. Costretto all’esilio prima di finire in qualche campo di
concentramento nazista, ormai cinquantenne in Inghilterra si reinventa come
analista politico. Vuole capire come mai il suo mondo stia crollando. Com’è
possibile che Francia e Gran Bretagna, le patrie della democrazia liberale e
dell’autogoverno parlamentare, vincitrici della Grande Guerra appena quindici
anni prima, non si oppongano a herr Hitler, che fa a pezzi il trattato di
Versailles e ricostruisce le armate tedesche? Perché non fermano Benito
Mussolini, che, in vena di smanie imperiali, scatena l’ultima campagna
coloniale in Africa e occupa l’Etiopia a suon di gas e sterminio? E per quale
motivo lasciano morire la repubblica spagnola, pugnalata al cuore dai suoi
stessi generali ribelli con il decisivo aiuto di Germania e Italia? Così,
scrive Europa 1937 e dà la sua riposta. Paura, seduzione, e tradimento. La
paura è quella dei governanti. A Londra, a Parigi, nelle capitali di ciò che
rimane dei paesi liberi, ministri e parlamentari timorosi di perdere il
consenso degli elettori, preferiscono parlare invece di agire, negoziare
piuttosto che sfidare l’aggressività delle tirannie. Non è ancora appeasement,
la spregevole ricerca della pace a tutti i costi che di lì a un anno spingerà
inglesi e francesi ad abbandonare la piccola Cecoslovacchia pur di evitare la
guerra aperta. Ma Polanyi non ha dubbi. Concessioni e sorrisi non basteranno ad
appagare gli appetiti dei dittatori. Che si nascondono dietro garanzie
confortanti e profferte di amicizia ma non hanno la minima intenzione di
rispettarle. Ha ragione. Hitler continuerà a promettere di volere un
accomodamento pacifico fino al settembre 1939. Ma nel frattempo si riarmerà
sempre di più. E seminerà il continente di quinte colonne e partiti
simpatizzanti locali. Il tradimento è la missione di questi estremisti di
destra, violenti e senza scrupoli. Come i nazisti austriaci che strepitano per
annettere la loro piccola patria al Grande Reich, e verranno poi ricompensati
generosamente. O i radicali di Konrad Henlein nei Sudeti, pagati da Berlino per
seminare discordia e attaccare la democrazia a Praga. O gli ultranazionalisti
di varia estrazione in Belgio, Ungheria, Romania, che passano il loro tempo a
insultare i Parlamenti, vecchi, lenti e inefficaci, e inneggiano ai dittatori
energici e vincenti. È la seduzione dell’uomo forte, l’ultima arma per
sconfiggere le democrazie. (…). È possibile resistere, si chiede alla fine
Polanyi? Sì. Le dittature non sono invincibili. Ma bisognerà abbandonare la
paura. E guardare in faccia la realtà di uno scontro che non è più tra singoli
stati, ma tra libertà e tirannide. «L’unica speranza è un sistema di sicurezza
collettiva», scrive. Un fronte unico dei paesi in cui la democrazia sopravvive
ancora, sostenuto da chiunque creda ancora che battersi come cittadini liberi
sia più desiderabile che sopravvivere come sudditi o schiavi. In questa Europa
assediata, che fronteggia la minaccia dei nuovi imperi, sono parole che suonano
tremendamente premonitrici. (Tratto da “La grande paura” di
Marco Mondini, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, mercoledì 28
di ottobre 2026).
Il fascismo che non ti aspetti”, testo della intervista di Anna
Lombardi alle pubbliciste Naomi Klein ed Astra Taylor pubblicata sul
settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 23 di ottobre 2026: «Ovunque
nel mondo avanza una nuova forma di fascismo che abbiamo voluto definire
“apocalittico” perché trae vantaggi dalle attuali crisi: vede come positive
guerre e sconvolgimenti sociali ed evoca come accettabile perfino la fine del
mondo, convinta che le élite e i veri credenti sopravviveranno. È una forma di
fascismo basata sull’alleanza di tre forze: quella messianico-religiosa cui
fanno riferimento la destra ebraica israeliana e alcune sette evangeliche. Ci
sono poi i guru della tecno-destra americana, miliardari che vivono su isole
bunker e aspirano a colonizzare Marte, convinti che si possa incenerire il
mondo per realizzare superintelligenze digitali che governino le nostre vite.
Infine, ci sono gli etnonazionalisti: certi che i loro Paesi sono minacciati da
immigrazione e cambiamenti culturali, e bisogna estirpare il nemico interno».
(…). Perché aggiungere “apocalittico” al concetto già inquietante
di fascismo? Klein: «Il mondo è cambiato dai tempi di Mussolini e Hitler. I
fascisti odierni hanno armi che quelli del secolo scorso non immaginavano.
Abbiamo analizzato analogie, continuità, differenze e senza nulla togliere
all’orrore del passato, il nostro mondo è più pericoloso: abbiamo nuove
tecnologie di distruzione e controllo. Singoli individui che detengono più
ricchezza di intere nazioni. Le forze che descriviamo si stanno alleando,
mirando a provocare catastrofi che distruggano gli equilibri attuali, convinte
di poter sopravvivere agli sconvolgimenti e, anzi, prosperare. Rispetto al
passato, c’è anche un’ulteriore differenza: il fascismo di un tempo si occupava
di gratificare e di dare qualcosa ai propri seguaci. L’attuale non fa nemmeno
più quello, pensa solo al tornaconto di pochi eletti».
New York, il sindaco Mamdani a Trump: "Qui tutti i media,
indipendentemente da come la pensano" Cosa unisce questi tre gruppi
apparentemente distinti? Taylor: «Il fascismo si manifesta nei momenti di
crisi: e oggi ce ne sono di economiche, ecologiche, tecnologiche. L’estrema
destra ne è consapevole, ma ha rinunciato ad affrontarle. A unire dunque questi
tre diversi gruppi è l’aspirazione al collasso e le soluzioni a base di
politiche suprematiste ed eugenetiche. Convinti di poter sfuggire alle
conseguenze da ciò che loro stessi stanno scatenando. Ma la conclusione è
tutt’altro che scontata. Abbiamo scritto questo libro ora, prima che la
battaglia sia persa, come stimolo e contributo alla lotta. Quelle forze possono
ancora essere sconfitte».
C’è il timore che Donald Trump non riconosca il risultato delle
elezioni di Midterm. È una delle possibili catastrofi che contemplate? Taylor:
«Il momento è pericoloso. L’Amministrazione Trump è sempre più disperata e il
partito repubblicano perde terreno per via di tante scelte sciagurate. Stanno
perdendo la base e questo deve solo renderci più vigili che mai: potrebbero
effettivamente tentare misure estreme, portando il Paese sull’orlo di una
guerra civile».
Klein: «Il problema degli Stati Uniti – (…) – è che molti
americani pensano al fascismo come a qualcosa di estraneo, straniero, sebbene a
ispirare i nazisti furono le politiche del sud segregazionista. Hanno studiato
a scuola che gli Stati Uniti contribuirono ad abbattere il fascismo. Pensano di
vivere nella democrazia liberale migliore che ci sia. Convinti che a casa loro
nulla di male può accadere, perché sono il Paese degli eroi, di Capitan
America. Per fortuna, qualcosa sta cambiando...».