Un giorno ci convinciamo che la fine del genere umano sarà dovuta
ai disastri "naturali". Il giorno dopo ci rassegniamo
all'ammutinamento dell'intelligenza artificiale che prenderà il potere, anzi il
superpotere. E l'indomani ci mettiamo a contare le guerre locali che,
sommandosi una sull'altra, diventeranno presto un'unica guerra mondiale, che
coinvolgerà ovviamente anche lo spazio. Eppure non siamo fanatici della fine
del mondo e non abbiamo quella voglia di Apocalisse che ci prende quando niente
ci minaccia e per noia sogniamo di precipitare nel buco nero e trovare l'anello
gemello di ricambio, una Terra scappata dalla Terra, solo apparentemente con
gli stessi ingredienti, tranne i mutui e gli affitti da pagare, senza Meloni,
Salvini e Conte, piatti da lavare, mal di testa e partite di calcio, ma solo
quelle che perdiamo. E invece, adesso, la percezione che la fine del genere
umano sia vicina ce l'abbiamo davvero. È un abituale argomento di conversazione
a tavola, in taxi, nei salotti, persino in ascensore. Ci viene annunciata nei
fìlm e nei documentari, la intravediamo nelle tragedie raccontate dai giornali,
insomma ce l'aspettiamo. Neppure nei periodi peggiori della Guerra fredda si
temeva che il mondo non ce l'avrebbe fatta. L'Apocalisse è in agguato, la si
sente arrivare, c'è persino una sottile, rassegnata voglia di affrettarla, perché
ci farà diventare tutti poveri e pazzi prolungare il rinvio, quest'aria di fine
rimandata e di Apocalisse-Godot, simile all'incertezza e all'opacità morale che
si respiravano nel 1938 e che presto sarebbero diventate rimorso. E forse sarà
il clima a provocare la fine, il disastro di cui ci sentiamo responsabili.
Chissà se davvero ci meritiamo che il malatissimo Sole bruci la parte nobile
del Creato, cioè la Terra che diventerebbe tutta come l'Etna. E dunque il caldo
ci farà morire di freddo, con i pinguini alla Casa Bianca e le stalattiti nelle
moschee del Cairo, come nei crateri sommitali appunto, a più di 3mila metri
d'altezza, o dentro le 200 grotte del gelo, nevi perenni sotterrate in deserti
di pietra. E tutti gli umani saranno ridotti a vagabondi impauriti, zingari
sempre bagnati e sempre arrostiti, come i turisti d'agosto. E non è detto che
il nuovo Big Bang arrivi con gran fracasso. Potrebbe trattarsi di uno
scuotimento convulsivo silenzioso, soprattutto se, come profetizzano gli
ecologisti, a finire questo maltrattato pianeta fosse il veleno dell'aria,
l'ossido di azoto, il gas che viene da "caos'; parola inventata
dall'alchimista fiammingo van Helmont (1579-1644) per indicare quel
"vapore sottile" che somiglia alla sostanza imponderabile del caos,
aria fissa e massa informe, il vuoto di materia che, secondo Platone, diede
origine a tutte le cose e duemilacinquecento anni dopo potrebbe soffocarle
"con quelle spaventose energie... che dormono di un sonno leggero”,
scrisse Primo Levi, chimico, narratore della tavola degli elementi (…), amico
dell'Idrogeno, che è il più leggero dei gas, e discendente dell'Argon, che è il
più nobile dei gas. E c'è sempre la possibilità di alzare gli occhi e vedere
nei cieli droni e altre diavolerie tecnologiche che si accaniscono tra loro in
una distruzione di cui non vedremo l'autore e dunque moriremo senza neppure
capire chi ci uccide, se qualche nemico o qualche fuoco amico, oppure due Ai in
guerra tra loro, OpenAi contro Anthropic, che già si contendono le armi
autonome, la sorveglianza di massa e l'uso del modello Claude "senza
un'adeguata supervisione umana''. Alla fine sarebbe persino un conforto, come
rivedere un parente, ritrovare le vecchie bombe atomiche, delle quali, almeno,
conosciamo gli orrori, i carissimi funghi che esploderanno qui e là nelle città
disarmate dai pacifisti, una bomba in risposta all'altra per stanare i
sopravvissuti, rintanati in gallerie come quelle di Hamas o quelle della
Resistenza ucraina. Il futuro è il "rifugio'; come il bunker in
costruzione a Pechino, che diventerà la war room più grande del mondo e dove
anonimi scienziati stanno preparando la devastazione con la quale abbiamo la
stessa solidarietà che il prigioniero ha con la prigione. (Tratto da “Si
salvi chi può” di Francesco Merlo, pubblicato sul periodico “U” del quotidiano
“la Repubblica” del mese di novembre 2026).


