"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 23 giugno 2026

Doveravatetutti. 98 Laika: «Sono stata in America per mostrare le contraddizioni del Paese che si autodefinisce la prima democrazia del mondo e che, invece, sta scivolando verso l’autoritarismo».

“Laika davanti ad una Sua opera con un carrarmato sullo sfondo del simbolo della pace: non c’è pace senza diritti umani, recita la scritta”.

“Io, Laika in the U.S.A”, testo della intervista di Fabio Tonacci alla “street artist” “Laika” pubblicata sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 19 di giugno 2026: «Sono stata in America per mostrare le contraddizioni del Paese che si autodefinisce la prima democrazia del mondo e che, invece, sta scivolando verso l’autoritarismo. (…). Ho lasciato nove opere, tra cui un murale e un’installazione dipinta a mano», (…).

Partiamo dall’installazione. «Si chiama Blood for Oil, sono cinque barili. Un lavoro potenzialmente infinito, perché sui barili si possono continuare a disegnare vittime».

Di chi sono quei volti? «Ho scelto visi casuali e tristi, che trasmettono storie. Non solo di palestinesi. Anche di bambini afgani, di iracheni. I figli di tutte le altre guerre fatte per le materie prime e per il dominio».

In altre parole, il petrolio. «Sì. Il barile è unità di misura e contenitore di un materiale tanto prezioso quanto dannoso. Non si investe abbastanza nell’economia green. Ne è prova l’istinto cleptomane di Trump verso il Venezuela, nato da una precisa scelta politica».

Che riguarda solo Trump? «Critico l’intero modello americano, non solo questa Amministrazione».

Il suo lavoro negli Usa si intitola Il collasso della democrazia. È una diagnosi, un allarme o una provocazione? «È il capitolo due del progetto di denuncia States of Injustice, e vorrei tanto fosse solo una provocazione. L’Amministrazione Trump è il prodotto di anni di deterioramento di una democrazia che già faceva acqua da tutte le parti. Una parte degli americani crede ancora nel Far West».

Che cosa la preoccupa, in particolare? «L’America continua a essere un modello, una dipendenza che ci trascina nelle guerre, un potere che accelera verso l’autoritarismo. La seconda elezione di Trump ha favorito l’avanzata delle destre in Europa, l’onda nera. Mi preoccupa molto la Germania, anche perché contestualmente si sta armando».

Che reazioni ha suscitato negli Usa? «Partiamo dal fatto che questo mio secondo capitolo si è svolto in California, uno Stato in maggioranza ostile a Trump. Ho visto apprezzamento. Su alcune tematiche, come le guerre o le violenze dell’Ice, Los Angeles è una città santuario. Sono stata anche a San Diego e in alcune contee roccaforti dei Maga».

Ha disegnato Trump nudo con due teschi in mano. Qual è il messaggio? «Il rimando è al libro di Andersen, I vestiti nuovi dell’imperatore. Trump è stato smascherato. La verità è lì, visibile a tutti, solo che tanti, compresi i leader europei, fanno finta di non vederla».

Perché? «Per sudditanza. Perché la politica purtroppo non si fa rispettando i diritti umani e la giustizia, è basata sull’economia. Se così non fosse, l’Europa avrebbe condannato Israele per il genocidio in corso a Gaza, invece di trovare escamotage. Ora si criminalizzano i coloni e Ben-Gvir, come se non fossero precise rappresentazioni di quel governo e di un modello di Paese basato sul suprematismo religioso».

In che cosa la democrazia americana sta slittando? «Con Trump le contraddizioni storiche sono diventate un motivo di vanto. Pensiamo alla comunicazione della Casa Bianca, a quella minaccia rivolta all’Iran di cancellare, in una notte, un’intera civiltà».

Non serve andare così lontano, basta vedere come Trump usa l’agenzia Ice. «La modalità fa impressione. Anche se dalle grandi retate in California sono passati mesi, per strada si percepisce ancora diffidenza. La gente gira armata, convinta di doversi difendere dalla sostituzione etnica. E i migranti latini vengono portati via come venivano trascinati via gli ebrei dai nazisti. Questa è la cosa che mi spaventa di più. Oltre alla delazione».

In che senso? «Ho letto di gente che fa la spia. Questa white supremacy sta infiltrando ogni aspetto della vita ed è una distorsione totale della lettura della Bibbia. Tutto questo cristianesimo, nelle figure del governo americano, non lo vedo».

Durante il viaggio ha incontrato l’artista Obey, Shepard Fairey. «È stato divertente finire un murale e sapere che accanto c’era Obey che ne stava facendo un altro. Dopo Banksy è uno degli street artist più influenti al mondo».

Che cosa vi siete detti? «Ci siamo confrontati sulla necessità di prendere posizione. Poi ci siamo scambiati degli adesivi. Lui fa propaganda, per me è un esempio. Anch’io faccio propaganda».

Per che cosa? «Per il rispetto dei diritti umani, per un mondo multipolare, di giustizia sociale, evidentemente anche per la sinistra. Fornisco immagini che servono a identificarsi nelle lotte».

Che cosa significa fare street art politica negli Stati Uniti, oggi? «Una tensione terribile, per fortuna nel mio team ho persone che sanno come stemperarla. Trasportare cinque barili vuoti e depositarli davanti a un impianto estrattivo, in pieno giorno, non è banale. Mi ricordo l’ansia di quando sono andata con la bandiera americana, rivisitata con le trame della kefiah, davanti al cinema di Quentin Tarantino… se mi devono beccare, preferisco che succeda in Europa».

Perché? «Negli Usa hanno inasprito le leggi anti-writere anti-graffiti. Non vorrei mai finire nelle mani dei corpi speciali di polizia, essere espulsa o avere a che fare con l’Ice».

Qualcuno le toglierà la maschera? «Ci penso, soprattutto nei pochi momenti delle apparizioni pubbliche. Col mio team pianifichiamo sempre vie di fuga alternative. Però preferisco vivere senza quella maschera».

È diventata un peso? «È un outfit che voleva essere provocatorio. Io agisco di notte, in totale anonimato, però alla fine ciò che appare è un personaggio con un volto neutro molto evidente: maschera bianca, parrucca rossa. Se tornassi indietro, sceglierei un travestimento più sobrio e facile da indossare».

Si è scatenato il dibattito dopo che Francesco De Gregori ha detto di provare imbarazzo per gli artisti che prendono posizioni nette su questioni come la guerra a Gaza. Che cosa ne pensa? «Un intervento fuori luogo. Se seguissimo il suo ragionamento, che fine farebbe la coscienza collettiva? Si distrugge tutto ciò che è lottare. Trovo assurdo criticare chi si schiera e si espone. Io sono una di quelle persone che vorrebbero vedere i segretari di partito in prima fila a prendere le manganellate durante gli scioperi dei lavoratori, quindi vorrei vedere lì anche i cantanti».

Un artista non può mai chiamarsi fuori? «Dietro un artista c’è un pensiero. In momenti storici gravi come questi, suggerire di non schierarsi è un messaggio irresponsabile, un invito all’indifferenza e, come diceva Gramsci, l’indifferenza è abulia. Odio gli indifferenti. De Gregori, con quella dichiarazione, si è dimostrato tale».

Anche le posizioni di Erri De Luca su sionismo e Gaza hanno provocato reazioni durissime da parte di intellettuali della sua stessa area politica. Stiamo rischiando di finire nel pensiero unico? «Nella Striscia sono morte più di 70 mila persone, 20 mila bambini. Capisco la delusione di chi magari ha apprezzato Erri De Luca per altre battaglie: quando un compagno tradisce, non viene mai trattato bene».

Il rispetto dell’opinione altrui, quando è espressa pacificamente, non è più un valore? «Non siamo ai livelli della Resistenza, ma attualmente c’è una piccola resistenza che si oppone a una forza politica mondiale: la destra estremista, normalizzatrice di valori che appartengono a periodi terribili. Bisogna fare fronte comune e se c’è qualcuno che tradisce o si schiera con l’oppressore, mi dispiace, ma preoccuparmi degli insulti che riceve non è una mia priorità».

Politicamente come si definisce? «Molto di sinistra. Antimperialista. Credo in un mondo basato su giustizia sociale, diritti umani e diritti sociali. E credo in schieramenti che abbiano un’identità, non amo i campi larghi».

Che cosa ha pensato delle immagini degli abusi sugli attivisti della Flotilla, diffuse dal ministro Ben-Gvir? «La mia coscienza non si smuove solo se dei bianchi occidentali vengono torturati e massacrati. La grande maggioranza si accorge del male solo quando viene toccato qualcuno simile a noi. Ho trovato quest’ultima missione coraggiosissima, perché ai tempi della prima Flotilla c’era un fermento più ampio contro il genocidio, ora Gaza è finita di nuovo nell’oblio. La sfida era riportare la gente in piazza, e ci sono riusciti».

In Italia l’indignazione è durata poco. «Siamo un Paese che si indigna a fasi alterne e a tempo determinato. Le lotte si portano avanti con continuità, come stanno facendo ora in Bolivia».