"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 13 luglio 2026

Cosedettecosì. 40 Sostiene Antonio Gnoli di Giovanni Mariotti: “Più che un uomo senza storia sembra un gentiluomo le cui le storie lo hanno reso distante. L'iperbole gli è estranea”.

                                    Sopra. Lo scrittore Giovanni Mariotti.

“Ho visto Borges litigare sempre con lo stesso cane”, testo dell’intervista di Antonio Gnoli allo scrittore Giovanni Mariotti riportata sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” di ieri, domenica 12 di luglio 2026: (…). Più che Volpe o Leone i suoi modi ricordano l'Anguilla. «Mi affascina la figura di Amasi che prima di diventare faraone fu da giovane ladro di tombe. Del ladro conservò la cautela. Fingeva di decidere senza decidere. Sotto il suo comando invisibile prosperò il regno e la tolleranza. Ebbe in spirito l'animale più sfuggente. Ed effettivamente mi sento un po' quell'anguilla che scivola tra i pensieri e le cose. Una anguilla imprendibile ma, come vede, un po' malconcia».

Ha compiuto 90 anni. «Un'età che sento pesarmi come un masso di travertino. La sola cosa che mi consola è che ancora ogni tanto passa per la testa qualche idea che mi diverte».

A leggerla sembra che i suoi libri la divertano. «Aspiro a una scrittura limpida con qualche barlume di ironia, anche se l'ironia non è mai qualcosa di confessabile».

Dove è nato? «A Pietrasanta. Mio padre morì che avevo un anno. Sono cresciuto in una frazione di Camaiore, con mia madre, una donna un po' malata di nervi. Non si è più risposata. Neppure l'ombra di un compagno. Niente. Credo che i rapporti sessuali le provocassero qualche forma di ribrezzo».

Si occupò di lei? «Per quel che poté. Lavorava come donna di servizio nei mesi invernali e d'estate era cameriera ai piani di un albergo di Viareggio. Andai in seminario fino a 13 anni».

Com'era la vita 6 dentro? «Triste e misteriosa. C'erano suore di clausura confinate in un seminterrato al quale non avevamo accesso. Cucinavano e lavavano come sguattere. Una volta le vidi da lontano, era il 18 aprile del 1948, che si infilavano in una macchina per andare a votare a Lucca. La Dc le aveva mobilitate contro il comunismo. Capitò in un'altra occasione che servissi messa nel sotterraneo. Nel mentre si genuflettevano tiravano fuori la lingua per accogliere l'ostia. Un gesto di sacro erotismo».

Che impressione le fecero? «Non so se fossero turbate o tranquille, felici o infelici. Erano lì, giovani e vecchie, rassegnate al loro destino. Poi uscii dal seminario e andai al liceo classico Machiavelli di Lucca».

Con sua madre dove viveva? «Eravamo in subaffitto da due vecchie signore. Una si chiamava Italia e l'altra, Italiana, era storpia. Italia aveva sposato un protettore di prostitute. Le due sorelle avevano ereditato la casa dove vivevano e un altro appartamento che trasformarono in un casino. Ogni tanto si presentava la maitresse con i sudati guadagni».

Dopo il liceo? «Un po' di università. Senza finirla. Mi guadagnavo da vivere come contabile per una ditta e dando qualche ripetizione. Partecipai a un concorso Rai e lo vinsi. Niente da ricordare. In quel periodo, anni Sessanta, cominciai la mia collaborazione con il Giorno di Gaetano Baldacci sulle cui pagine culturali scrivevano Citati, Arbasino, Manganelli, Garboli. Il responsabile mi chiese di incontrare Nabokov. Era uscito da poco Lolita».

Lo incontrò dove? «Lo vidi in un albergo di Stresa. La prima cosa che mi disse è che passava molto tempo in bagno. Era attratto dalle mattonelle bianche e nere perché gli permettevano di riflettere su dei problemi di scacchi. Conobbi la moglie Vera, una donna raffinatissima, sembrava una principessa uscita da un racconto di Tolstoij».

A parte Rai e giornali lei è stato un animale di editoria. «Fui assunto alla Mondadori. Ci lavorava Paolo Caruso che suggerì a Franco Maria Ricci, che voleva aprire una casa editrice a Milano, il mio nome. Ci incontrammo e cominciò a vantare delle amicizie: il papa, allora Paolo VI, Jacqueline Kennedy. Mi sembravano delle balle, in realtà era tutto vero. Era il periodo in cui a Milano nei cortei si gridava "fascisti, borghesi ancora pochi mesi"».

Che clima era? «Di allucinazione collettiva. Ricordo un operaio della Marelli che guardandomi mi disse: ''Viva la grande vittoria proletaria dell'Ussuri". Su quel fiume c'era stato uno scontro tra russi e cinesi e questi ultimi avevano avuto la meglio. Tutto così».

Come fu il rapporto con Ricci? «Era contento delle cose che scrivevo, dei testi che sceglievo e, a questo proposito, mi chiese di dirigere la collana La Biblioteca Blu. Un po' di prestigio ma decisamente pochi soldi».

L'emblema di quella casa editrice fu Borges. «Ogni volta che lo scrittore era in Italia veniva scortato e accudito da Ricci. Formavano una coppia elegantissima».

Lo ha conosciuto? «Trascorremmo insieme lunghi pomeriggi. Ricci lo aveva incaricato di dirigere "La Biblioteca di Babele". Io dovevo risvegliare in Borges gli scrittori a lui cari: Stevenson, Chesterton, Kipling...».

Risvegliare? «Chiedergli quali tra i loro racconti avrebbe volentieri visto nella collana. Rispondeva attingendo alla sua memoria leggendaria».

Che idea si fece di lui? «Di uno scrittore fedele alla ragione, ma affascinato dai paradossi. Aveva l'illuminismo nel sangue ma nessuna pretesa di rischiarare la mente degli uomini».

Coltivava un rapporto complesso con la realtà. «Lo penso anch'io. Scrisse con una punta di rassegnazione: "Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges'».

Non usciva da quella equazione. «Credo che il sottinteso fosse che la realtà è troppo labirintica per non includere ogni genere di fallacia, anche i sogni e la letteratura».

Lei ha raccontato di una profonda antipatia tra il cane dell'editore e Borges. «Si trattava di un foxterrier che spadroneggiava in casa Ricci. Si intrufolava continuamente tra le gambe di Borges cercando in tutti i modi di fargli perdere l'equilibrio. E Borges agitava il bastone tentando di colpirlo. La loro era un'antipatia reciproca esplosa come un colpo di fulmine. E questo per me restò sempre un mistero».

Come finì la storia? «Mr Jones, era il nome del cane, l'ebbe vinta. Riuscì a far cadere Borges e lo scrittore traslocò in un hotel».