"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 12 agosto 2026

Cosedettecosì. 49 "Cronachette dell’estate".


Freddy continuava a ricapitolare i pochi fatti concreti rimasti nella sua memoria. Era uscito per salutare… era a capo scoperto sotto il sole, ...tornato in casa... era sabato 12 agosto... in casa non c'era nessuno... e poi Freddy faceva la solita strada per andare in albergo... era stanco e accaldato. Si era messo a letto. Il direttore era venuto in camera sua a chiedergli come stava... l'ambasciata aveva chiesto sue notizie. «Quale ambasciata» disse Freddy dal suo guanciale «che cosa intende dire?». (Tratto da “La porta di Mandelbaum” – 1965 – di Muriel Spark).

“L’uomo che non calcolò mai”, testo della intervista di Malcom Pagani al regista Pupi Avati pubblicata sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del primo di agosto 2026: (…). «Il mio rapporto con la matematica è stato pessimo fin da quando, compiendo un errore clamoroso, scelsi il liceo scientifico. In Italiano e Filosofia non ero male, ma il mio più caro amico aveva deciso di rovinarsi i pomeriggi con le equazioni e io non volevo perderlo. Lo seguii. Voti tremendi, nebbia sulla fisica, imbarazzi sulla chimica. (…). Se mi guardo con onestà la sensazione di aver fatto il film della mia vita o di aver detto con sufficiente chiarezza, coraggio e disinibizione quello che avrei voluto dire e adesso forse è un po' tardi per recuperare, non ce l'ho».

E quanto le dispiace? «Mi dispiace che a un anziano come me manchi la sfrontatezza. È un elemento fondamentale per la creatività, ti aiuta a immaginare cose che vanno oltre il ragionevole».

Si è mai sentito sfrontato? «Ho vissuto una stagione in cui ho goduto della sfrontatezza, ma non fino in fondo: ho sempre avuto un margine di vigliaccheria, un riflesso di piccolo opportunismo, mi obbligavo a non seguire le mode e al tempo stesso ne ero condizionato. La sincerità di un prodigio come 8 ½, film che mi fece decidere di fare il regista, io non l'ho mai più trovata».

Al segretario del cardinale Mastroianni parla delle inquietudini del suo protagonista: «Ha avuto un'educazione cattolica». «Proprio come me. Conservatrice, cattolica, bigotta e intrisa di cultura contadina».

La sua dannazione? «Da un lato mi ha tenuto lontano dalla mia realtà, una realtà che quando morirò mi porterò via per sempre e della quale nessuno sa nulla se non io stesso e neanche costantemente».

E dall'altro? «Se non avessi respirato il mistero, la punizione, la favola, il miracolo, l'improbabile e l'impossibile non avrei fatto il cinema gotico. La mia dannazione sta nella ripulsa e nell'abbraccio, nella contraddizione tra istinto ed eredità, nel tormento».

È stato un uomo libero? «No, sono stato un uomo che ha subito l'influenza di una cultura che tra senso del peccato e attenzione alle buone maniere mi ha sicuramente limitato».

Non negli slanci inconsulti. All'epoca in cui decise di affrontare il cinema lavorava per la Findus. «Dopo anni in mezzo ai surgelati, con un ottimo stipendio, mi licenziai da un giorno all'altro. Mandai il copione del mio primo film a decine di persone. Rispose il solo Flaiano: "Non scrivetemi mai più"».

Licenziarsi fu un azzardo. «Come epigrafe potrei scegliere: "Non calcolò mai", esattamente l'idea che ha mia moglie di me. Per I cavalieri che fecero l'impresa io e mio fratello Antonio ci siamo indebitati per 15 miliardi delle vecchie lire. Volevamo rischiare, essere diversi».

Ci siete riusciti? «Ci è sempre andata male».

Non sempre: Regalo di Natale compie quarant'anni ed è un film epocale. «Quanti?»

Quaranta. La impressiona? «No, non mi fa impressione più niente. Ormai tutto ciò che riguarda la mia vita, tutti gli eventi più rilevanti, si trasforma in numero. E sono numeri alti. Il primo film? Quasi sessant'anni. Il matrimonio? Sessantaquattro. Non c'è più nulla che abbia a che fare con il presente, ma il mio presente ha invece molto a che fare con il mio passato. Forse troppo. Ma lei non era venuto per la matematica?».

In Regalo di Natale la matematica è centrale. «È un film matematico. I comportamenti e le psicologie dei personaggi sono disegnati con chiarezza e i conti tornano, tornano tutti».

Che conti? «Le identità, gli errori, i tradimenti, le miserie, i demoni, la vendetta, l'avidità, i fallimenti. Se ci penso mi stupisco ancora».

Perché si stupisce? «Perché è il film psicologicamente più ardito che abbia mai girato e perché è di un nitore assoluto, come la matematica: ha bisogno di chiarezza e dati certi, la matematica. Non puoi ricorrere ai trucchi. Non la freghi».

Perché il film ha avuto successo? «Perché nessuno andava a casa chiedendosi "perché?". Fin dall'incipit: "C'erano due ragazzi, allora, nella città, ed erano amici la notte e il giorno", la sceneggiatura, semplice, evocava una sua matematica. Cercava di arrivare davanti allo spettatore con i conti in regola».

Si possono fare i conti al cinema? «I miei film più riusciti sono tutti nati in condizioni estreme, emergenziali, disperate. Quando non avevamo una lira accadevano miracoli».

La casa dalle finestre che ridono secondo Cahiers du Cinéma richiama le inquietudini di Twin Peaks. «Ne eravamo del tutto inconsapevoli Feci quel filmetto, il meno costoso del 1976, con una quindicina di persone. Rimossi le velleità autorali e misi in piedi un umile plot ambientato nell'Emilia che aveva visto soprattutto commedie. Fummo fortunati».

Qual è stato il suo vero mestiere? «Inventare mondi, cadere, rialzarmi, ripartire. I miei colleghi si chiamavano Blasetti e Lattuada, adesso sono Garrone e Sorrentino. Il percorso è stato lungo, pieno di cose belle ed errori. Gli ultimi li ho pagati sempre in prima persona».

In rapporto ai film girati i premi sono stati pochi? «A Venezia sono stato dieci volte e non ho avuto nessun tipo di riconoscimento o quasi».

Silvio Orlando e Carlo Delle Piane con i suoi film però hanno vinto la Coppa Volpi: «Un anno avevo il film perfetto per un premio, Storia di ragazzi e di ragazze, e mi misero in giuria. Una delusione e un'ingiustizia. Ma l'ingiustizia è una benedizione: un motore forte per scuotersi».

Lei sul Festival, ispirandosi a Walter Chiari, girò un film non esattamente apologetico. «Non ebbe l'incisività per creare una reazione che lo aiutasse a incuriosire il pubblico».

La traduzione andò male? «Non andò bene».

Come vive le sconfitte? «Una festa non la celebro, ma sento la necessità di essere risarcito. Gli sconfitti mi piacciono perché sono sensibili, afoni, irresoluti. Sono quelli che conosco meglio, che ho frequentato di più, che mi somigliano e che ho provato a cantare: gli sconfitti cercano una voce che li racconti».