Ho visto le immagini di una donna a Teheran che diceva «ciao,
oggi è martedì e questa è Teheran che piange. Ieri il peso delle bombe era
tantissimo, nessuno ha chiuso occhio stanotte. E questa neve, dopo le
esplosioni che abbiamo visto ieri, è il nodo in gola del cielo». In quelle
parole c’era già tutto, una città ferita, una notte senza sonno, il cielo
piegato dal rumore delle esplosioni, la neve trasformata non in bellezza ma in
lutto, in un silenzio bianco caduto sopra la paura. Teheran non piange soltanto
per ciò che cade dal cielo, piange per tutto ciò che da anni le è stato
strappato, il respiro, la pace, la dignità, la possibilità stessa di immaginare
un domani. E mentre la città trema, mentre i vetri vibrano e le case
trattengono il fiato a ogni boato, il regime fa ciò che ha sempre saputo fare
meglio, non proteggere ma minacciare. Ai cittadini arrivano messaggi sui
telefoni, freddi, taglienti, studiati per insinuarsi nelle vene come un altro
tipo di terrore. Sono messaggi che parlano di sorveglianza, di controllo, di
punizione. Messaggi che avvertono che ogni parola, ogni gesto, ogni movimento
può essere interpretato come una colpa. Come se non bastassero le bombe. Come
se non bastasse la paura che entra dalle finestre. Come se un popolo già
schiacciato dal peso della guerra, della repressione e della miseria dovesse
essere ancora educato al silenzio con la lingua tossica dell’intimidazione. In
Iran, perfino nel mezzo del disastro, il potere non rinuncia al suo riflesso
più antico, perseguitare il suo stesso popolo. Eppure, dall’altra parte di
questa oscurità, qualcosa continua a salire. Sale dai tetti, dai vicoli, dalle
finestre socchiuse nella notte. Sale dalle gole di chi non ha più nulla da
perdere se non la propria paura. «Morte a Mojtaba» gridano nel buio. E quel
grido non è soltanto uno slogan, è il rifiuto di un’intera nazione di essere
condannata ancora una volta allo stesso incubo e con lo stesso nome. È il suono
di anni di umiliazione compressi nel petto. È la rabbia di chi ha visto la propria
giovinezza consumarsi tra sanzioni, inflazione, blackout, carceri, torture,
esecuzioni, censura e sangue. È il rigetto di una continuità insopportabile.
Perché per gli iraniani il problema non è un nome, ma il sistema che quel nome
promette di perpetuare. Non è una successione, è la minaccia di un’altra
stagione di paura, un altro capitolo della stessa prigione. E poi c’è il
blackout, che in un Paese come l’Iran non è mai soltanto un’interruzione ma una
vera tecnologia del potere, perché spegne insieme la luce, le notizie e il
legame con gli affetti, sospende la realtà in una zona muta dove nessuno sa più
chi è vivo, chi è ferito, chi è sotto le macerie, e trasforma il silenzio in
uno strumento di dominio, lasciando le persone sole dentro l’angoscia di non
poter sapere, non poter raggiungere, non poter nemmeno nominare fino in fondo
ciò che stanno perdendo. E allora tornano alla mente le parole di quella
ragazza iraniana di 34 anni, nata e cresciuta sotto la Repubblica Islamica,
parole che sembrano contenere il dolore di milioni di persone. La sensazione di
essere venuti al mondo sotto un’ombra che ha invaso ogni cosa, dalle scelte più
intime alle ferite più storiche. L’idea di aver vissuto non in un Paese, ma
dentro un assedio permanente, dentro una struttura che ha trasformato la vita
quotidiana in sopravvivenza e il futuro in una minaccia. Una generazione intera
è cresciuta così, con gli omicidi di Stato, con gli arresti, con il velo
obbligatorio, con la polizia morale, con i racconti di torture e confessioni
forzate, con le rivolte soffocate nel sangue, con i corpi colpiti per strada,
con internet oscurato, con la povertà che avanzava e i privilegi del potere che
si facevano sempre più osceni. Ogni evento ha lasciato una ferita, ogni anno ha
preso qualcosa, ogni stagione ha avuto il suo lutto. E ciò che resta, alla
fine, è una stanchezza che non è più soltanto stanchezza, ma un esaurimento
dell’anima. È vivere sentendo che la parola speranza si è consumata fino a
perdere significato. Non speranza di crescita, non speranza di felicità, non
speranza di progresso. A volte nemmeno la speranza elementare di restare vivi.
È questo il punto in cui si trova oggi una parte del popolo iraniano, in un
luogo interiore in cui il dolore non è più un evento, ma un clima, non è più
un’eccezione, ma una condizione permanente. Ed è per questo che, dopo tutta
questa sofferenza, dopo tutto questo sangue, dopo tutte le prigioni, le
umiliazioni e i morti, il popolo iraniano non è più disposto ad accettare la
continuazione della stessa dittatura con qualunque nome o qualunque volto si
presenti. Perché non si tratta di cambiare una faccia. Si tratta di porre fine
a un sistema che per decenni ha tenuto in ostaggio la vita di una nazione. E
oggi, nel pianto di Teheran, nei messaggi di minaccia, nei cori che bucano la
notte, si sente una sola verità, questo popolo non vuole più sopravvivere
dentro la sua prigione. Vuole finalmente uscirne. (“Il pianto di
Teheran” di Pegam Moshir Pour - ha studiato ingegneria edile ed
architettura dopo il liceo linguistico e si è laureata in ingegneria con la
cattedra “Unesco” a Matera - publicato sul quotidiano "la Repubblica" dell'11 di marzo 2026).
“Nessun conflitto porterà la liberta ai popoli oppressi”, testo
della intervista di Annalisa Cuzzocrea allo scrittore americano Colum McCann pubblicata
sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, martedì 17 di marzo 2026: (…). Siamo
dentro un’emergenza senza fine? «Viviamo un tempo esponenziale in cui le cose
avvengono a una velocità finora sconosciuta. È un momento di grande confusione
che dobbiamo essere in grado di riconoscere. Perché se non lo facciamo,
prevalgono da una parte il silenzio – la paura di parlare di quel che accade –
e dall’altra il rumore di chi commercia semplificazioni».
Che tipo di semplificazioni? «Tutti sappiamo che il regime
dell’Ayatollah Ali Khamenei era malvagio. Sappiamo che ha esaltato le guerre
per procura, la terribile oppressione delle donne, quella degli attivisti, dei
liberi pensatori. Sappiamo che molti iraniani sono in esilio e che vogliono
tornare. Sappiamo che è un Paese bellissimo, affascinante, energico, pieno di
intellettuali e di storia. Eppure, sappiamo anche che, per quanto vorremmo che
questa parte del mondo fosse felice — e anche questa è una semplificazione —
non saranno Trump e Netanyahu a renderlo possibile. E che la cosa che più
resterà, di queste ultime settimane, a meno che non succeda qualcosa di ancora
più terribile, sarà l’immagine di 150 bambine sterminate in una scuola».
C’è un’indagine aperta, si parla di un errore di mira di chi ha
sferrato l’attacco. Probabilmente gli americani. «Se la storia ci insegna
qualcosa, è questa: non cambieremo l’Iran bombardando le persone. È una grande
stupidità. È davvero intollerabile pensare che abbiamo fatto una cosa del
genere. Ricorda l’Iraq? Fu venduta come una guerra per la libertà, doveva esportare
la democrazia, doveva essere rapida e facile».
Anche lì ci furono vittime civili che venivano definite, con un
orribile eufemismo, “danni collaterali”. Adesso non si cerca nemmeno più di
nascondere la ferocia con le parole. «Perché le loro parole sono feroci. Lo
sono quelle di Trump, di Hegseth, di Netanyahu. E alla crudeltà dei messaggi si
uniscono le bugie: hanno osato dire che a colpire la scuola era stato un
missile Tomahawk lanciato dallo stesso Iran. Come dei bambinetti che giocano in
cortile nascondendosi dietro le menzogne. È insopportabilmente vile quello che
fanno e quello che dicono».
Se il vero obiettivo non è un cambio di regime in Iran, quale
pensa che sia? «Questa è la guerra di Benjamin Netanyahu, ed è dovuta
esclusivamente al suo desiderio di restare ancora al potere».
Eppure, ufficialmente, è una guerra dovuta alla paura di quel che
l’Iran stava progettando – la bomba nucleare – e finanziando, il terrorismo. E
viene in soccorso del bisogno di libertà di un popolo oppresso dal regime degli
ayatollah. «Ho sentito i miei amici in Israele e in Cisgiordania. Mi creda, non
c’è alcun sollievo nelle loro voci. Niente che non abbia solo accresciuto la
paura. In Iraq – torno ancora lì – sono morte tra le 400 mila e le 600 mila
persone. Ce lo ricordiamo? È l’equivalente di quattro o sei Hiroshima. Lasciamo
che questo dato affondi un momento nella nostra coscienza. Fu una catastrofe,
eppure pensavamo che sarebbe stata una grande guerra per la libertà. Ma c’è un
fatto incontrovertibile che dobbiamo ricordare: nessuna di queste guerre porta
libertà».