Sopra. "Allegoria del buon governo" - 1338/39 - di Ambrogio Lorenzetti.
In una seduta del Senato del 1961, Emilio Lussu (eroe della Resistenza, membro della Costituente e grandissimo scrittore) provò a far comprendere agli onorevoli colleghi quanto fosse grave non applicare una legge (si trattava di quella, ahimé quanto attuale, che proibiva la ricostituzione del partito fascista), dicendo che una simile inerzia avrebbe negato all'Italia il diritto di riconoscersi in uno «Stato del Buongoverno, per usare un'espressione simbolo che, nei suoi affreschi immortali, ci ha lasciato Ambrogio Lorenzetti». Ebbene, chi si chieda quale sia il posto della giustizia in un governo che voglia essere buono, vada a Siena a contemplare proprio il Buon Governo, una delle più potenti e seducenti rappresentazioni figurative dell'arte di sortirne insieme, cioè della politica. Ambrogio non ci mostra la Giustizia bendata, come si inizierà a fare solo dal Rinascimento, ma con gli occhi bene aperti verso l'alto: verso la Sapienza che regge i piatti della bilancia che consente di distribuire, appunto secondo giustizia, premi e pene. Senza giustizia non può esserci convivenza civile, come mostra la corda che dai piatti della Giustizia scende a legare i cittadini, in una interpretazione paretimologica della parola "concordia". Chi, nelle più svariate circostanze, viene chiamato a giudicare ha un solo dovere: quello di studiare, di approfondire, di capire, di entrare nelle cose, nelle norme e nei fatti. Di liberarsi da ogni vincolo, tenendo il proprio sguardo fisso in quello della Sapienza. Solo così potrà resistere alla tentazione di assolvere o condannare non in scienza e coscienza, ma secondo partito preso, corporazione, timore, condizionamenti di ogni tipo. Cedendo alle invocazioni di una folla che vuole libero Barabba, non Gesù. Lo sguardo fisso verso la Sapienza innalza la Giustizia, allontanandola dalle logiche pattizie e di scambio che lordano la vita delle comunità. E la corda della concordia sfata l'idea che possa esserci pace senza giustizia: senza punire i prevaricatori, i furbi, i potenti che pensano di farla franca attraverso vittimismo e minacce. È ironico che Silvio Berlusconi si fosse fatto riprodurre l'affresco di Lorenzetti a Palazzo Chigi: chissà se ha mai capito che quell'affresco esaltava un'Italia il cui ethos lui stava scientificamente distruggendo. Quella che per secoli si era sentita dire, con un versetto del libro della Sapienza, che il primo requisito per chi ha un potere terreno è l'amore per la Giustizia. (Tratto da “Non c’è giustizia senza pietà” di Tomaso Montanari).
(…). Va bene che la politica è un esercizio spesso spericolato di faziosità, ma ci dovrebbe essere un limite alla sfrontatezza perfino per un ultrà come il Salvini, uno nato per fare casino, campione di bullismo social, addosso al quale qualunque veste istituzionale sembra un travestimento. Il problema non è che per lui la polizia ha comunque ragione. Il problema è che non ha idea di come funziona l’ordine pubblico in un paese democratico, gli risulta astruso immaginare che anche i delinquenti e i carcerati abbiano dei diritti, e la gente in divisa abbia dei vincoli di legge da rispettare, tanto più importanti e simbolici perché chi indossa una divisa rappresenta lo Stato. Lo Stato, che significa tutti, compreso il Salvini che ne è all’oscuro. Lo spettacolo increscioso del dopo-Roggero, al quale si aggiunge l’altrettanto increscioso “me ne frego” dei fascisti di governo di fronte al caso Fakir, ci mette per l’ennesima volta di fronte alla certezza che democrazia, ordine pubblico, Stato, non significano per tutti la stessa cosa. Non è più questione di destra o sinistra. Non è più una categoria che basta a spiegare le cose. La questione è credere nel diritto o nella forza bruta. Nella democrazia o nella sua dismissione che i Salvini di tutto il mondo, avendo Trump come faro, sognano di realizzare. (Tratto da “La dismissione della democrazia” di Michele Serra).
“Il corpo sacro del cittadino”, testo di Luigi Manconi: Quelle immagini - la tensione violenta del corpo e gli spasmi delle membra - le abbiamo già viste; quelle grida - aiuto, aiuto, basta - le abbiamo già udite. Fanno venire in mente la morte di George Floyd, ucciso a Minneapolis nel maggio del 2020, ma anche tante altre. E sono praticamente identiche a quelle che hanno segnato la fine di Riccardo Magherini nel marzo del 2014, in Borgo San Frediano, a Firenze. Anche lui, come Abderrahim Fakir, era in uno «stato di alterazione». Come altri prima e dopo di lui. Come Riccardo Rasman, Federico Aldrovandi, Andrea Soldi, Igor Squeo e quelli che, in ragione del cognome straniero, si disperdono più facilmente nell’oblio. E quanti ancora, rimasti senza un’identità e senza una diagnosi delle cause, e chissà quale moltitudine nel resto del mondo. Perché è esattamente questo il punto. Come usa dire, sarà la magistratura ad accertare le responsabilità penali, che sono sempre personali, ma non c’è dubbio che da questa vicenda emerga una importante questione di sistema. Già abbiamo potuto vedere che la manovra che ha portato alla morte di Fakir ha seguito uno schema ben preciso cui ricorrono di frequente i membri delle polizie quando si tratta di effettuare un fermo. Questa la modalità: il fermato viene costretto prono faccia a terra, pressato sulle spalle e sul dorso dal peso di uno o due agenti. Le braccia dietro la schiena, i polsi ammanettati, la stretta di un braccio o di un gomito sul collo. Quella tecnica è potenzialmente letale, come si può leggere nella circolare (…) che, nel gennaio 2014, il comando generale dell’arma dei Carabinieri inviò a tutte le caserme al fine di interdirne l’uso nei confronti dei soggetti «in stato di agitazione psicofisica» causato da patologie o assunzione di alcol o stupefacenti. Esattamente la situazione di domenica 19 luglio a Bologna e delle altre decine di circostanze sopra ricordate. Gli agenti, dunque, avrebbero agito all’opposto di quanto prescritto in quella circolare, che era stata prontamente ritirata e sostituita da altre non così oculate, che glissavano sul rischio mortale rappresentato dalla «asfissia posturale». Questa gravissima omissione si doveva, presumibilmente, al fatto che qualche settimana dopo la diffusione di tali raccomandazioni, Riccardo Magherini moriva proprio a causa di una simile manovra. L’imperizia, l’approssimazione e magari la rozzezza dei due poliziotti autori del fermo di Fakir, nel caso che venissero inequivocabilmente provate, sarebbero solo uno dei fattori - l’estremo - di una catena di responsabilità, che rimanda in primo luogo alla delicatissima questione della formazione degli operatori di polizia: e dunque a chi ne è responsabile fino al massimo livello e a quanti se ne lavano le mani. Formazione innanzitutto come acquisizione di una piena coscienza democratica della qualità - non esagero - “sacra” del corpo del cittadino della cui incolumità si è garanti e tutori. Di conseguenza, quel cittadino, a prescindere dal passaporto e dal curriculum, va protetto nei suoi diritti e nelle sue garanzie anche quando, direi soprattutto quando, si trovasse in condizioni di «alterazione» o in uno stato di crisi acuta.


