"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 20 marzo 2026

MadeinItaly. 80 Raniero Lavalle: «Giorgia Meloni, a giudicare dalle sue esternazioni politiche, si adora».

Ed ecco che arriva il referendum sulla giustizia, per il quale è chiaro che bisogna correre alle urne per votare “No”: ruere ad urnas, per dirlo con l’antica saggezza latina, non ruere ad armas, non correre alle armi, come vorrebbero gli attuali capi dell’Unione europea e come sta facendo Trump, come fanno Netanyahu, Stati Uniti e Israele nella loro inconsulta guerra contro l’Iran; lo stanno facendo seppellendo il diritto internazionale e il diritto stesso, che sono lì proprio perché ne cives ad armas ruant, perché “i cittadini non ricorrano alle armi”, mentre l’ideologia che sta propugnando l’Occidente, ivi compresa l’Europa, è precisamente quella del ruere ad armas per ogni cosa, dal momento che ormai sul trono è stata messa la guerra preventiva, teorizzata dagli Stati Uniti, ben prima di Trump, come l’unica efficace strategia di difesa, non già per fronteggiare, ma per prevenire ogni pericolo, vicino o lontano, presente o futuro: i supposti missili nucleari iraniani che arrivano fino all’America, l’Armata ex Rossa fino al Portogallo, gli antisemiti fino alla distruzione dello Stato d’Israele, i Palestinesi fino a che chiedono di poter vivere anch’essi sulla loro terra. Bisogna correre alle urne, far sì che cives ad urnas veniant, perché la riforma della giustizia che ci si vorrebbe imporre vuol dire mandare a carte quarantotto la Costituzione del quarantasette, abolendo l’obbligatorietà dell’azione penale, onde tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge; la cosiddetta “separazione delle carriere” vuol dire riservare il compito di giudicare e di punire non più al servizio giudiziario ma al potere politico. Far decidere al governo quali reati si debbano perseguire, vuol dire far sì che chi governa possa delinquere senza rischiare alcuna pena: è l’ideologia del niente diritto e niente giudici, anche se il potere arriva a premeditare e gloriarsi di uccidere, cioè di farsi assassino e genocida, come sta facendo in questi giorni Trump, questo turpe guastatore del mondo e narcisista vanesio, con i suoi complici e alleati, dicendo platealmente di voler uccidere gli iraniani in quanto tali, perché essi sarebbero lì da decenni per uccidere tutti, e di bombardare “per divertimento”. Ma il vero problema che si è aperto in Italia è il venire alla luce del vero spessore politico ed etico della attuale leadership al potere, sorda e estranea alla coscienza del Paese; e proprio l’incrocio tra il referendum e la guerra impunita in Medio Oriente l’ha rivelato: perché in questo momento in cui popoli interi sono allo sbaraglio, città distrutte, scuole bombardate, bambine e bambini uccisi, non dovrebbe esserci spazio che per la pietà e per una vigorosa azione politica volta a rovesciare il corso delle cose, condannare i crimini di guerra, ripristinare il diritto, rifare un mondo vivibile. Questo vorrebbe il nostro popolo, prima ancora che la difesa dei nostri interessi, e non che il governo rilanciasse brutalmente la campagna contro i giudici; la presidente del Consiglio doveva andare in televisione, dato che non ama il Parlamento, a dire agli italiani, votate come volete domenica prossima, non è più questo il problema che deve dividerci e farci detestare l’un l’altro, come se fossimo nemici: pensiamo invece a fare dell’Italia una sentinella del diritto, un pannello solare che catturi e rifranga la pace sul mondo, perché la pace è secondo natura e possibile; diciamo ad alleati, partner e concorrenti che non così si governa la Terra. Questo direbbe uno statista (e se è donna, declinata come “una statista”) che fosse all’altezza della dignità della Nazione. Perché non l’ha fatto? Perché ha occultato la verità, sia sul referendum che sulla guerra, ignorando l’ultimo monito di Aldo Moro ai capi politici: “Attenti a non perdere la verità, perché se perdete la verità perdete anche il potere”, e perché ha ignorato che servire veramente il Paese (o la Nazione) bisogna credere fermamente che il potere non è il fine della politica, ma ne è lo strumento; e che fare politica con l’ossessione di conquistare il potere per poi conservarlo più a lungo possibile, è un’aberrazione. Purtroppo questa è la concezione della politica e del potere che si è affermata anche in Occidente, suffragata dal fatto che i valori dell’Occidente sarebbero superiori a qualsiasi altro, e i primi a compiacersene e a esaltarsene sono i capi dello stesso Occidente: basta vedere Trump, Macron, Ursula von der Leyen, Netanyahu, tutti presi del culto della propria personalità: si adorano. Perciò non si può più dire, come ripetono i nostri giornali, che il mondo si divide tra democrazie e autocrazie: c’è un terzo regime politico, che è quello delle autolatrie: cioè dei poteri che adorano ed esaltano sé stessi come se fossero i migliori della Terra. Questa è la vera presunzione e il movente dell’incombere della destra oggi nel mondo. E anche Giorgia Meloni, a giudicare dalle sue esternazioni politiche, si adora.
(Tratto da “Non corriamo alle armi, ma alle urne: per dire NO” di Raniero Lavalle, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 17 di marzo 2026).

“Il referendum e il surreale ritratto italiano”, testo di Ezio Mauro pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 15 di marzo 2026: Ma davvero Giorgia Meloni pensa che l’Italia sia come lei la dipinge? Alla kermesse milanese al teatro Parenti, organizzata da Fratelli d’Italia per mobilitare i cittadini a votare per il sì al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, la presidente del Consiglio ha disegnato il profilo di un Paese sull’orlo dell’emergenza istituzionale a causa della giustizia deviata, con le forze del male riunite tutte insieme per assediare la vita quotidiana dei cittadini e il buongoverno della destra, che vorrebbe cambiare le cose ma deve fronteggiare l’ostacolo permanente delle toghe. «Se la riforma sulla giustizia non passa - (…) - ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, decisioni sulla pelle dei cittadini, che incideranno sulla vostra vita ogni giorno». Segue un primo elenco: «Immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà che mettono a repentaglio la vostra sicurezza». Ma il catalogo dell’Italia criminale in agguato dietro la vittoria del “no” non è ancora completo: «Antagonisti che devastano le vostre stazioni senza alcuna conseguenza giudiziaria - annuncia Meloni - milioni di euro risarciti per ingiusta detenzione o spesi per processi mediatici e inutili che vengono pagati con i proventi delle tasse. Figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco, quando nessuno dice o fa nulla di fronte alla realtà di bambini mandati a rubare o a fare accattonaggio. Penso che il referendum - è la conclusione - sia l’unico modo che i cittadini hanno per dire che non sono d’accordo con queste sentenze surreali». In realtà è surreale questo spaventato e spaventoso ritratto italiano firmato dalla premier per denunciare alla pubblica opinione il potere giudiziario come lo strumento - non si capisce se consapevole o incosciente - che spalanca la porta del Paese all’aggressione di criminali, migranti, eversori, pronti all’agguato e comunque convocati tutti insieme nel grande fascio delle paure nazionali, alla vigilia del voto. Si capisce subito che il capo del governo rinuncia a rivolgersi alla tecnicalità della separazione delle carriere - ridotta a puro totem - e alla razionalità di un giudizio sulla riforma, usata come semplice feticcio, per fare invece appello agli istinti e alle emozioni dei cittadini radunando tutti gli elementi del racconto popolare che generano insicurezza. Rinunciando così al vero compito della politica, che dovrebbe emancipare le persone dai loro incubi e dai loro timori invece di evocarli a uno a uno, per usare la paura come ultimo motore del “sì”: (…). Sorprende che la premier non avverta come l’affresco da lei proposto rappresenti un Paese non governato e addirittura ingovernabile se non modificando la Costituzione, perché nella lettura della destra il guasto non è nei codici, nelle procedure o nella macchina statale, ma nella natura stessa di un organo dello Stato autonomo e indipendente, come la magistratura. «Qui nessuno pensa di liberarsi dei magistrati», deve precisare Meloni: e ci mancherebbe altro. Ma proprio qui si finisce comunque di fronte a un sillogismo impazzito, perché la presidente del Consiglio ogni volta che parla del referendum mette le mani avanti annunciando che anche se fosse sconfitta non si dimetterebbe, in quanto il voto riguarda una riforma specifica e non un giudizio complessivo sull’azione del governo: ma poi, come abbiamo visto, l’anima politica - e addirittura ideologica - di questo intervento legislativo sulla giustizia è talmente marcata che il governo non può fare a meno di cavalcarla, trasformandola nella cifra simbolica del suo operato.