"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 3 luglio 2026

DalMondo. 02 Taty Almeida: «Il tempo non cura l'assenza. La memoria non è una foto in bianco e nero, un'immagine che sbiadisce col tempo. È un moto, un'azione, una costruzione collettiva che preme perché quel che è accaduto resti al centro del discorso pubblico in questi tempi di negazionismo, di smemoria».


Ma non posso sempre mantenere la mia astinenza dai giornali, sebbene ci siano periodi sempre più lunghi in cui non li leggo più o solo me ne piglio uno dal ripostiglio dove, accanto alle nostre valigie, c'è un pacco di riviste e di giornali vecchi, e guardo sgomenta una data: 3 luglio 1958. Che presunzione! anche quel giorno, passato da un pezzo, ci hanno abbondantemente drogati con notizie, con opinioni su notizie, ci hanno informati su terremoti, disgrazie aeree, scandali in politica interna, passi falsi in politica estera. Quando oggi abbasso gli occhi sul numero del 3 luglio 1958, tento di credere alla data, e insieme a un giorno che forse è esistito davvero, in cui in una agenda non trovo scritto niente [...]. Un giorno forse senza problemi, certo anche senza mal di testa, senza stati di angoscia, senza ricordi insopportabili, solo pochi, emersi da periodi diversi, ma forse soltanto un giorno in cui Lina ha dato inizio alle grandi pulizie estive e io, cacciata di casa, me ne sono stata seduta qua e là per i caffè, a leggere un giornale del 3 luglio, che oggi rileggo. Così quel giorno ora diventa un enigma, è un giorno vuoto o svuotato, in cui sono invecchiata, in cui non mi sono difesa e ho lasciato che accadesse qualcosa. (Tratto da “Malina” – 1971 – di Ingeborg Bachmann).

Torno qui, con voi, in questo spazio che si chiama Casamatta - (…) - torno con una storia che non mi abbandona e mi parla, da decenni mi parla. Ne dico spesso, delle madri e delle nonne argentine di Plaza de Mayo. Perché le ho conosciute, ho vissuto a lungo con loro, ho lavorato a Buenos Aires in un periodo della mia vita in cui tutto sembrava che dovesse ancora succedere: quegli anni forti e consapevoli in cui senti di poter fare qualcosa di concreto per gli altri e lo fai, provi a farlo senza stancarti mai. Certo, si continua anche dopo e fino all'ultimo: ma le energie talvolta scemano, attraversare il mondo diventa più difficile e allora si prova a decifrarlo un poco, il mondo, e a fare quel che si può dove si può. Anche per uno solo, basterebbe. Io, per lo meno, mi osservo e vedo che in questo tempo nuovo funziono così. Dunque dicevo. Torno spesso a raccontare le Madri e le Nonne argentine, a volte lo faccio indirettamente (…) e l'ho fatto di nuovo giorni fa perché è morta, alla vigilia del suo novantaseiesimo compleanno, 96. Taty Almeida, una delle fondatrici di Madres. Taty veniva da una famiglia conservatrice, ambiente di militari. Viveva in una bolla, la sua piccola cerchia protetta, fino al giorno in cui suo figlio Alejandro, studente di medicina, non le ha detto "mamma esco un momento torno subito", e non l'ha visto mai più. Era il 17 giugno del 1975. Quel giorno lei aveva 45 anni, suo figlio 20. Taty è morta 51 anni dopo, 51 precisi, di nuovo a giugno. Più della metà della sua vita è trascorsa così: a raccontare a bambini e ragazzi quello de Mayo. che era successo, ogni giorno che Dio ha messo in terra, generazioni e generazioni di bambini e ragazzi fino all'ultima volta in cui è comparsa in pubblico, in una scuola, per dire "ragazzi, ora tocca a voi". Viviamo il tempo in cui la generazione testimone del Novecento sta sparendo. È la biologia, il naturale corso delle cose. Se ne va chi ha vissuto l'Olocausto, chi ha visto i figli rapiti e uccisi dai dittatori, chi li ha persi in guerra: sparisce l'ultima generazione di testimoni di un secolo che è anche il nostro, per lo meno quello di noi adulti, non più quello dei ventenni di adesso. È una responsabilità enorme, questa che abbiamo: combattere la politica dell'oblio, funzionale al fiorire di nuovi despoti e nuovi dittatori che tutto hanno da guadagnare dalla nostra dimenticanza. Avevamo detto mai più, non succederà mai più. Bisogna ricordarsi cosa non deve succedere però, per evitare che si ripeta. Qui siamo, a questo bivio della storia. Taty diceva, ai bambini: «Il tempo non cura l'assenza». È vero, non la cura. L'assenza di chi ami è una ferita che non si cicatrizza mai. Resta giorno e notte, specie la notte: nei sogni. Diceva anche: «La memoria non è una foto in bianco e nero, un'immagine che sbiadisce col tempo. È un moto, un'azione, una costruzione collettiva che preme perché quel che è accaduto resti al centro del discorso pubblico in questi tempi di negazionismo, di smemoria». Portiamo Taty con noi. (Tratto da “Avevamo detto mai più” di Concita De Gregorio, pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 27 di giugno 2026).