"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 23 maggio 2026

Doveravatetutti. 91 Ruwaida Amer: «Ho lasciato Gaza, ma Gaza non lascia me. E io non voglio che lo faccia».

                                                    Sopra. Ruwaida Amer

Parco municipale, mezzogiorno. Una folla sterminata si è raccolta intorno alla terrazza del Kursalon.

UN SIGNORE. Per favore, signori, non spingete!

UN MARITINO. Vedrai, è una fregatura!

LA MOGLIETTINA. Ma se ti dico che stamattina sul giornale c'era scritto…

MARITINO. Ecco qua la Zeit… Dov'è che sta scritto?

MOGLIETTINA. Ma sei cieco? Qui in cima, prima dell'articolo di fondo ...

MARITINO. Ma guarda. Non m'immaginavo quel posto lì. (Legge) Oggi, giovedì 23 maggio, alle ore 12,30, sulla terrazza del Kursalon al Parco municipale, il signor Hubert Marischka del Theater an der Wien bacerà la signora che avrà fatto la maggiore offerta per l'ottavo prestito di guerra... Bè, te lo dico prima, tu non farai nessuna offerta per l'ottavo prestito di guerra, capito? (Tratto da “Gli ultimi giorni dell’umanità” – 1922 – di Karl Kraus).

“Il mio dopo Gaza”, “memoria” di Ruwaida Amer – donna, insegnante, giornalista, palestinese – riportata sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” di ieri, venerdì 22 di maggio 2026: Fin dall'inizio della guerra, in mezzo alla paura delle bombe, all'incertezza del domani, alla ricerca di cibo e acqua per me e la mia famiglia, un pensiero ha dominato la mia mente: mia madre. Mia madre ha problemi a camminare. Consapevole di questo, per mesi pensieri terrificanti hanno affollato la mia mente: e se ci fosse un bombardamento vicino e io non riuscissi a salvarla? Questo, insieme al mio lavoro di giornalista, è stato il mio pensiero fisso per due anni. Più della perdita della casa, più della fuga continua, più degli amici che ho visto morire. Qualche mese fa ho lasciato Gaza: con mia madre, per mia madre. Mi sono lasciata dietro le spalle il resto della mia famiglia e la mia vita, per far curare lei. Oggi affronto una vita nuova al Cairo. Più sicura, ma anche difficile, solitaria e piena di sensi di colpa: ho lasciato Gaza, ma Gaza non lascia me. E io non voglio che lo faccia. Partire. Quando ero a Gaza ho aspettato mesi il permesso di partire con mia madre malata. Quando è arrivato, dopo il cessate il fuoco dell'ottobre2025, mi sono trovata divisa fra il mio lavoro di giornalista, la fedeltà al mio compito e ai miei colleghi, e mia madre. Dovevo raccontare al mondo che cosa succedeva, ma dovevo anche prendermi cura di lei: toccava a me, perché mia sorella e mio fratello sono più piccoli. Così sono partita, con il cuore pieno di tristezza. Di quella notte ricordo il freddo terribile: non ho chiuso occhio a causa della paura e dell'ansia. Mi pareva di rivivere la prima notte da sfollata, quando con tutta la famiglia sono scappata all'ospedale Europeo di Gaza e ho dormito nel parcheggio per sfuggire ai bombardamenti. La mia casa, da quel giorno, non l'ho più rivista. L'avevo fatta costruire io, per tutta la famiglia, con i guadagni dei miei lavori di giornalista e di insegnante. È stata distrutta. La notte della fuga avevo con me solo una borsa di tela: conteneva il mio portatile, i regali dei miei studenti e pochi vestiti. Le stesse cose che ho portato quando mi sono preparata a lasciare Gaza. Ma nulla è arrivato al Cairo. Al valico i soldati israeliani mi hanno imposto di lasciare tutto: anche il computer. Ho pianto, volevo tornare indietro: ma c'era mia madre e sono andata avanti. Uno dei regali dei miei studenti era quello di Yara, una bambina di dieci anni con bisogni speciali. Mi ha regalato una medaglia con inciso il mio nome e la bandiera palestinese: ho dovuto lasciarla. Il tassista che ci accompagnava ha promesso di tenerla fino al mio ritorno a Gaza per restituirmela. Ricominciare. Quando siamo arrivate in Egitto è iniziata la parte più dura e difficile. Abbiamo cercato un posto dove stare, provando ad adattarci. Il Cairo è enorme, rumorosa e incredibilmente affollata. La testa mi esplodeva: sentivo il rumore dei bombardamenti, le urla dei feriti e vedevo i morti, avevo in testa la sofferenza della mia famiglia e degli altri. Cercavo un posto dove isolarmi da tutto. Alla fine abbiamo trovato un appartamento in una zona chiamata Maadi. Ho cominciato ad abituarmi un po' e a familiarizzare con le necessità fondamentali della vita di cui ero stata privata: acqua ed elettricità. Al Cairo potevo procurarmi tutto ciò di cui avevo bisogno. Ma c'era una cosa che mi mancava: la mia famiglia. Andavo al mercato e piangevo, sapendo che loro non avevano quel cibo e quelle cose. Mi sentivo un'estranea, avevo persino paura di comprarmi qualcosa di nuovo perché avevo perso così tante cose. Non mettevo i vestiti nell'armadio: ero abituata alla vita da sfollata. Piano piano mia madre ha iniziato a curarsi: l'hanno operata. Non potevo permettermi di stancarmi o che mi succedesse qualcosa perché mia madre era sola. Il mio corpo ha fatto fatica a riadattarsi al cibo dopo non aver mangiato tanto a lungo; soffro ancora di problemi digestivi e di una grave anemia a causa degli effetti della carestia. Ogni volta che vado con mia madre dal medico, vorrei che mia sorella Inas fosse con noi. Ho bisogno che qualcuno mi stia vicino. Ho bisogno di dormire e di riposarmi. Dal 7 ottobre 2023 non mi sono mai riposata. Mi manca essere una persona normale. La vita in Egitto è difficile. Il Cairo è una città enorme, piena di grattacieli, ed è difficile vedere il cielo. Milioni di auto sulle strade e gli ingorghi soffocanti inquinano l'aria. Non sono riuscita a trovare un lavoro stabile. Qui gli stipendi sono molto bassi, a volte arrivano a soli cento dollari al mese. È impossibile coprire il costo della vita in Egitto e a Gaza con questa cifra: io ho due famiglie da mantenere. Così resto a casa. Non spendo molti soldi; la mia vita è semplice, la spesa maggiore sono le terapie per mia madre. Continuo per quanto posso a lavorare come giornalista: racconto quello che succede a Gaza anche se non sono lì. Mio padre mi chiama spesso e mi raccomanda di non perdere il lavoro: ha il terrore di finire in una tenda. La vita per chi è a Gaza non è facile: Israele bombarda ancora, mancano cibo e acqua, la nostra casa - ciò che resta -è irraggiungibile perché è oltre la linea gialla controllata dagli israeliani. Per settimane sono stata prigioniera di questi pensieri, chiusa in casa a lavorare e a preoccuparmi per la famiglia e per mia madre. Sperare. L'invito a venire in Italia per partecipare al Festival internazionale del giornalismo di Perugia è stato un raggio di sole. Quando il consolato italiano mi ha dato il visto non potevo crederci: sembravo una bambina felice, ho passato giorni a guardare il passaporto. Ero spaventata e nervosa all'idea di lasciare mia madre da sola, ma lei mi ha incoraggiata: era il momento di raccogliere i frutti del mio duro lavoro. Quando sono arrivata all'aeroporto di Roma mi sono sentita come se l'aria fresca mi avesse riempito i polmoni. Avevo una valigia troppo grande, ma non lo sapevo, era la prima volta e volevo essere bella, indossare vestiti diversi, tornare a essere la persona che ero prima della guerra, la ragazza elegante che indossava gli abiti più belli per i suoi studenti. Non è stato facile uscire dal mio guscio: Francesca, la mia collega di Repubblica, mi ha seguito passo passo, come un'ombra, sempre a guardarmi le spalle. Ghousoon, la mia collega di +972 magazine, non era lì fisicamente ma c'era sempre: al telefono, con i messaggi, per rispondere a qualunque domanda e aiutarmi davanti a ogni dubbio. Non ho avuto paura nemmeno per un attimo. A Perugia ho conosciuto i colleghi del giornale +972 magazine che per anni hanno pubblicato i miei articoli. Ho incontrato reporter che erano con me a Gaza, ho conosciuto giornalisti di tutto il mondo. Ho parlato in pubblico per la prima volta: la gente mi ascoltava e solo allora ho capito che il mio lavoro, il nostro lavoro, era stato davvero importante.