"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 20 luglio 2026

MadeinItaly. 99 Michele Serra: «Il ragionamento, contro il furore, vale quasi zero. Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il libro, l’uomo con il libro è un uomo morto».


(…). …l’incredibile trasformazione di un evento duro e doloroso in una specie di Gun Pride è tutt’altra cosa. Più che una rivendicazione di innocenza, siamo di fronte a una celebrazione della colpa. Con la speranza di grazia che diventa un diritto da riscuotere a furor di popolo (solo mezzo popolo, per fortuna: esiste un’altra metà del popolo che non considera legittimo freddare i ladri), quasi intimando al capo dello Stato e garante della Costituzione di ribaltare il verdetto dei giudici. Verdetto tutt’altro che stravagante, stanti le leggi vigenti, la gravità del reato e perfino stando al buon senso: se i privati possono farsi giustizia da soli a che servono polizia, tribunali, istituti di pena? Con il passare dei giorni diventa sempre più evidente la tragica impossibilità di una discussione serena, umana e rispettosa sull’argomento. A destra la voce della folla è in perfetta assonanza con quella dei partiti: Roggero è una vittima, non un colpevole. Sparare ai ladri non è un reato, è un atto di giustizia. Se date un’occhiata ai social, c’è da rabbrividire. Da sinistra si risponde affidandosi alle leggi e al diritto, e come in altri casi questo appellarsi ai princìpi che hanno governato fin qui la nostra comunità suona nobile tanto quanto patetico. Il ragionamento, contro il furore, vale quasi zero. Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il libro, l’uomo con il libro è un uomo morto. (Tratto da “I tristi giorni del Gun Pride” di Michele Serra).

“È in atto una torsione di regime la destra aizza il popolo”, testo della intervista di Francesco Bei a Gustavo Zagrebesky: (…). Cosa sta succedendo nello scontro tra il ministro Nordio e Mattarella?

«Cerchiamo di mantenere la calma. Tra tutti i campi della vita pubblica, la giustizia è quello che ha più bisogno di calma, ragionevolezza e attenzione ai fatti e non alle emozioni. Quello che è accaduto è un esempio purissimo di populismo: utilizzare una questione di giustizia per trasferirla nelle passioni popolari, non filtrate dalle riflessioni giuridiche, per creare un rapporto diretto fra il popolo, aizzato o frastornato e chi lo cavalca».

E la spinta di Nordio per forzare la mano al presidente della Repubblica? «È l’esempio di quel populismo di cui parlavo. Questa del Guardasigilli, dal punto di vista politico, è un’iniziativa maligna e fa pensare che non sia il frutto dell’improvvisazione, anche perché questa condanna arriva dopo tanti anni dagli eventi di cui si tratta e dalla prima sentenza, confermata poi da diverse corti in tutti i gradi del giudizio. Mi è sembrata davvero una perfetta provocazione preparata per tempo».

Nordio non poteva intervenire? «Non ho detto questo. Non c’è nulla di estraneo al quadro costituzionale se il ministro della Giustizia prende un’iniziativa per mettere in moto un procedimento di grazia del quale, però, il dominus, il responsabile è e resta il presidente della Repubblica, nella libertà riconosciutagli dalla Costituzione. È il modo dell’iniziatica che offende. Una cosa è metterlo in moto in una maniera conforme alle esigenze della giustizia, altra nel contesto che si è determinato, e che probabilmente era stato preparato».

Quale contesto? «Quello nel quale si eccitano le persone, si crea un movimento, e si mette il capo dello Stato con le spalle al muro. Perché è evidente che siamo di fronte a un nuovo tentativo di mettere il presidente della Repubblica in difficoltà, questa volta sotto la pressione d’una piazza. Teniamo presente che si chiede di annullare l’esecuzione di una sentenza di condanna stabilita dalla Corte di Cassazione, senza nemmeno attenderne le motivazioni. È una cosa che fa pensare davvero che si sia trattato di una montatura politica. La giustizia e le piazzate non stanno bene insieme».

C’è un’altra possibile torsione del sistema che ha come obiettivo il capo dello Stato: la nuova legge elettorale, con il tentativo di imporre al presidente la nomina del capo del governo indicato dalla coalizione vincente. Due facce della stessa medaglia? «Sì, la stessa medaglia. Il caso della grazia è un singolo episodio, ma fa parte di una dinamica in cui rientra anche la legge elettorale: si pongono i tasselli d’un regime politico diverso da quello costituzionale vigente».

Ribattono nella maggioranza: i poteri del capo dello Stato restano inalterati…è davvero così? «Dal punto di vista formale, nel disegno di legge l’indicazione del candidato presidente del Consiglio viene definita una semplice “proposta” al presidente della Repubblica. Ma qui entriamo nel grande campo dell’ipocrisia costituzione».

Perché? «Perché si può immaginare cosa avverrebbe se il presidente della Repubblica, di fronte a una simile “proposta”, si rifiutasse di trasformarla in nomina. Quale conflitto politico si determinerebbe! Si chiama proposta ma di fatto è un’indicazione politica vincolante».

Con quali conseguenze? «È un cambio radicale di punto di vista, come del resto è detto con chiarezza nella relazione introduttiva del ddl. Si vuole un rapporto diretto e non mediato tra la maggioranza del corpo elettorale e il presidente del Consiglio».

Il combinato disposto tra il premio di maggioranza così grande e questa indicazione diretta creano le condizioni per il passaggio a un regime non più parlamentare? «È un cambio di quadro, un altro sistema di governo. Di fatto è l’elezione diretta del presidente del Consiglio e la spaccatura in due del nostro Paese tra i pro e i contro. Una prospettiva, soprattutto di questi tempi, assai pericolosa».

Lei pensa che si arriverà all’approvazione di questa legge? «Nessuno è veggente, ma secondo me no. Sulle preferenze abbiamo già visto un preannuncio dei dissensi interni alla maggioranza. Non parlo dell’opposizione, che con questi numeri conta poco, ma delle divisioni all’interno della maggioranza. Significherebbe, per i partiti più piccoli - e per il partito emergente di Vannacci - consegnarsi nelle mani del (o della) presidente del Consiglio per la durata di un’intera legislatura. Questa legge valorizza oltre misura il premier e “svalorizza” tutti gli altri. Dovrebbero essere matti per aderire a una riforma di questo genere: quem Deus vult perdere, dementat prius».