Non mi ricordo come e perché ma la polemica sul crocefisso nelle
scuole aveva già infuriato circa sei anni fa. A distanza di tanto tempo, salvo
il fatto che si profila un contrasto tra governo italiano e Chiesa, da un lato,
e Unione europea dall'altro, i termini del problema non sono gran che cambiati.
La Repubblica francese proibisce l'esibizione di simboli religiosi nelle scuole
dello Stato, ma alcune delle grandi correnti del cattolicesimo moderno sono
fiorite proprio nella Francia repubblicana, a destra come a sinistra, da
Charles Peguy e Léon Bloy a Maritain e Mounier, per arrivare sino ai preti
operai, e se Fatima è in Portogallo, Lourdes è in Francia. Quindi si vede che,
anche eliminando i simboli religiosi dalle scuole, questo non incide sulla
vitalità dei sentimenti religiosi. Nelle università nostre non c'è il
crocefisso nelle aule, ma schiere di studenti aderiscono a Comunione e
liberazione. Di converso, almeno due generazioni di italiani hanno passato
l'infanzia in aule in cui c'era il crocefisso in mezzo al ritratto del re e a
quello del duce, e sui trenta alunni di ciascuna classe parte sono diventati
atei, altri antifascisti, altri ancora, credo la maggioranza, hanno votato per
la Repubblica. Però, mentre era sbagliato citare nella costituzione europea
solo la tradizione cristiana, perché l'Europa è stata influenzata anche dalla
cultura pagana greca e dalla tradizione giudaica (e che è la Bibbia?), è
peraltro vero che la storia delle sue varie nazioni è stata segnata da credenze
e simboli cristiani, così che le croci si trovano sui gonfaloni di molte città
italiane magari governate per decenni dai comunisti, su stemmi gentilizi, su
numerose bandiere nazionali (inglese, svedese, norvegese, danese, svizzera,
islandese, maltese e così via) in modo tale che è divenuto un segno spogliato
di ogni richiamo religioso. Non solo, un cristiano sensibile dovrebbe
indignarsi per il fatto che una croce in oro orna sia il petto villoso dei
maschiacci romagnoli specializzati in turiste tedesche, che la scollatura di
molte signore di facili costumi (ricordiamo che il cardinal Lambertini, vedendo
una croce sul seno fiorente di una bella dama, faceva salaci osservazioni sulla
dolcezza di quel calvario). Portano catenelle con croci ragazze che vanno in
giro con l'ombelico scoperto e la gonna all'inguine. Se fossi il papa chiederei
che un simbolo così oltraggiato scomparisse, per rispetto, dalle aule
scolastiche. Visto che il crocefisso, salvo quando appare in chiesa, è
diventato un simbolo laico, e in ogni caso neutro, è più bigotta la Chiesa che
vuole tenerlo o l'Unione Europea che vuole toglierlo? Parimenti la mezzaluna
musulmana appare nelle bandiere dell'Algeria, della Libia, delle Maldive, della
Malaysia, della Mauritania, del Pakistan, di Singapore, della Turchia e della
Tunisia, eppure si parla dell'entrata in Europa di una Turchia che porta quel
simbolo religioso sulla bandiera, e se un monsignore cattolico viene invitato a
tenere una conferenza in un ambiente musulmano, accetta di parlare in una sala
decorata con versetti del Corano. Che dire ai non cristiani che ormai abitano
in modo consistente l'Europa? Che esistono a questo mondo degli usi e costumi,
più radicati delle fedi o delle rivolte contro ogni fede, e gli usi e costumi
vanno rispettati. Per questo se visito una moschea mi tolgo le scarpe,
altrimenti non ci vado. Per questo una visitatrice atea è tenuta, se visita una
chiesa cristiana, a non esibire abiti provocanti, altrimenti si limiti a
visitare i musei. La croce è un fatto di antropologia culturale, il suo profilo
è radicato nella sensibilità comune. Chi emigra da noi deve anche
familiarizzarsi con questi aspetti della sensibilità comune del paese ospite.
Io so che nei paesi musulmani non si deve consumare alcol (tranne che in luoghi
deputati come gli hotel per europei) e non vado a provocare i locali
tracannando whisky davanti a una moschea. L'integrazione di un'Europa sempre
più affollata di extracomunitari deve avvenire sulla base di una reciproca
tolleranza. Io credo che un ragazzo musulmano non debba essere disturbato da un
crocefisso in aula, se per il resto le sue credenze vengono rispettate e
specialmente se l'ora di religione si trasformasse in un'ora di storia delle
religioni in cui si parla anche di quello in cui lui crede. Naturalmente, a
voler veramente scavalcare il problema, si potrebbe mettere nelle scuole una
croce nuda e cruda, come accade di trovare anche nello studio di un
arcivescovo, per evitare il richiamo troppo evidente a una religione specifica.
Ma scommetto che una trovata così ragionevole sarebbe intesa come un cedimento.
Quindi, continuiamo a litigare. (Tratto da “Il crocefisso, simbolo
quasi laico” – 2009 – di Umberto Eco).
“Mio padre Eco genio comico e avventuroso”, testo della
intervista di Antonio Gnoli a Stefano Eco pubblicata sul settimanale “Robinson”
del quotidiano “la Repubblica” dell’8 di febbraio 2026: (…). Parli poco
di lui. «Non è esatto. Me ne occupo, insieme a tutta la famiglia, con la
Fondazione e il sito. Per il resto credo siano i suoi libri che devono parlare.
Non amo quando la parola si trasforma in rumore».
Ho esplorato un po’ il sito. Tra le tante risorse ci sono alcuni
oggetti e le foto di tuo padre. Che cosa ti suscitano? «Tenerezza, sono
cresciuto dentro quel mondo. La vecchia cornetta un po’ ammaccata che suonava,
le bustine di fiammiferi al cui interno prendeva appunti, i taccuini acquistati
in una cartoleria francese sui quali scrisse Il nome della rosa. Oggetti e situazioni
a me familiari che segnavano lo spazio fisico e mentale di mio padre».
C’è anche la collezione di pupazzetti del mondo di Linus. «Li
aveva sullo scaffale nel retro della scrivania. Da piccolo, entrando nello
studio, li trovavo bellissimi. Erano dotati di una molla interna che li
animava. In ogni caso, questi e altri oggetti furono fotografati da mia sorella
Carlotta in occasione dei cinquant’anni di matrimonio dei miei genitori».
Come si conobbero i tuoi? «Alla Bompiani, dove mio padre
lavorava. Renate – che aveva concluso gli studi di storia dell’arte alla Freie
Universität di Berlino – si presentò insieme a un’amica in casa editrice
proponendosi come grafica. Le piacevano l’Italia e Milano. Fu nelle stanze
della Bompiani – durante la collaborazione al libro Storia figurata delle
invenzioni di cui Renate curava la grafica e Umberto i testi – che si
innamorarono. Si sposarono nel 1962. La cerimonia si tenne a Francoforte, la
città di mia madre, durante la Buchmesse, la Fiera del Libro. Valentino
Bompiani, testimone, accompagnò il dono di nozze con un biglietto che divertì
mio padre: “Buon viaggio di bozze!”. Un invito a riprendere subito il lavoro».
Quanto tempo è restato in Bompiani? «Per 17 anni come redattore e
poi altrettanti come collaboratore e curatore di collane».
Prima della Bompiani aveva lavorato alla Rai. «Per circa quattro
anni. Quel periodo gli consentì di stringere amicizie importanti, come quella
con Luciano Berio, e soprattutto di rendersi conto di che cosa fosse
concretamente il sistema della comunicazione».
Nel sito c’è una foto di Eco giovane che suona il flauto. Si
intravede un’automobile e sullo sfondo un gruppo di case di campagna. «Fu
scattata alla Cheirasca nel Gavi, in una proprietà molto spartana parte della
quale gli fu affittata dal suo amico Eugenio Carmi. A quell’epoca avevo cinque
anni. Ricordo vagamente la presenza di Antonio Porta e di Enrico Filippini. (…)».
Perché? «La vecchia Citroën Ds, a forma di caravella, rispunta in
un’altra foto di quel periodo, dove si vede chiaramente un foglio attaccato sul
vetro posteriore con su scritto in grande “Italia”».
Buffo. «La scritta serviva a segnalare ai soldati sovietici che
nel 1968 avevano invaso Praga che loro, cioè mio padre e mia madre, erano
semplici turisti. In quel drammatico agosto è probabile che Umberto fosse lì
per un convegno. Testimone di quei fatti, scrisse a caldo un lungo reportage
per l’Espresso, firmandolo con un nome inventato. Temeva che potesse avere
delle ripercussioni e anche la presenza della mamma obbligava alla cautela. La
trovata “Italia” li fece uscire indenni da quei Paesi».
“L’Espresso” e “Repubblica” sono stati i giornali su cui ha quasi
sempre scritto. «Un rapporto lunghissimo, con qualche breve interruzione».
Celebri la sua rubrica “La Bustina di Minerva”. «Iniziò nel 1985
ed è andato avanti fin quasi alla fine, cioè il 2015. Ampie scelte delle
“bustine” sono state raccolte in vari libri».
L’ultima raccolta, curata da lui, “Pape Satàn Aleppe” fu il libro
con cui La nave di Teseo cominciò l’attività editoriale, nel 2016. «Fu a pochi
mesi dalla sua scomparsa. Dopo il divorzio dalla Bompiani, papà fece in tempo a
progettare e disegnare insieme a Elisabetta Sgarbi, Mario Andreose, Jean-Claude
Fasquelle e altri amici cari, le linee guida della casa editrice».