"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 16 febbraio 2026

MadeinItaly. 78 Gustavo Zagrebelsky: «Divisione dei magistrati in due status diversi; estrazioni a sorte per rompere i rapporti di colleganza e creare isolamento; sottoposizione a una spropositata istanza disciplinare. Che cosa c'è da aggiungere per comprendere il senso di questa riforma?».


La mossa falsa dei “cattolici del Sì”, che in un incontro a palazzo san Macuto hanno inteso mettere in campo come attivisti del Sì nel referendum sulla giustizia noti esponenti cattolici in quiescenza come l’ex Vicario di Roma e presidente della Cei card. Ruini, l’ex presidente del Senato Marcello Pera, Paola Binetti, Roberto Formigoni e il leader dell’Udc Lorenzo Cesa - intervistato, quest’ultimo da Radio Radicale, per spiegare la cosa - è un po’ un boomerang per l’Attaccabrighe al governo, perché rivela la verità negata del referendum, cioè il significato di questa riforma costituzionale come un primo approccio per un cambio di regime. In questo senso, proprio quando il fronte del Sì si mostra ai sondaggi in via di smottamento, l’iniziativa dei cattolici “per un giusto Sì”, fa pensare alla croce di Niscemi che precipita con l’ultima frana. L’idea si rifà, per una evidente allusione, a quella grande vicenda che fu la discesa in campo dei “cattolici del No” che nel referendum del 1974 si schierarono contro l’abrogazione della legge sul divorzio appena introdotto in Italia. Fu, come si ricorderà, una svolta decisiva per la vittoria del No e quindi per il mantenimento di questo istituto della società civile fino ad allora interdetto nel nostro ordinamento. Questa volta le parti sono invertite, la scelta è per il Sì, ma il nome della ditta è lo stesso. Ma ciò che questi promotori non vedono è l’enorme errore comunicativo che essi fanno nel pensare di poter emulare quel successo: i cattolici del No fecero notizia e produssero politica perché nella cultura e nel confessionalismo del tempo era considerato scontato, vincente e perfino obbligato per fede che i credenti cattolici votassero contro il divorzio, istituto condannato dalla Chiesa, escluso da una interpretazione rigorista del Vangelo e contrastato da un partito, la Dc, nella quale si sosteneva che dovesse, per disciplina e per credo, realizzarsi l’unità politica dei cattolici: tutte cose di grande portata valoriale che chiamavano in causa il modo in cui, come cittadini, i cattolici dovessero esprimere la loro stessa identità di credenti. Non il rovesciamento, ma proprio l’attuazione costituzionale fu infatti la conseguenza di quel voto. Che oggi dei cattolici come tali sentano il bisogno di chiamare in causa fede e Vangelo per andare dietro alla Meloni e per dirimere quella che secondo il governo, come per la minimizzazione dello stesso Pera, non sarebbe che una raffinatissima questione di divisione delle carriere e di maggiore speditezza governativa, è di una pretestuosità improponibile. Poiché dunque non può essere questa la ratio dell’iniziativa, essa non può che essere vista come la prova regina che qui non si tratta di aiutare i giudici a far funzionare meglio la giustizia, ma di fornire al governo una vittoria politica e una patente di conformità all’opera di demolizione dei diritti costituzionali e di aggregazione istituzionale all’ondata oceanica che sta spingendo il mondo a destra e l’Europa meloniana al modello Albania. Con un’osservazione conclusiva: che nel Vangelo e in tutte le Scritture, che sono la fonte dell’identità cristiana, non c’è alcun accenno o indicazione sapienziale a favore di una distinzione di carriere tra giudici; se nel Vangelo si vuole trovare una qualche attinenza con la questione su cui siamo chiamati a decidere il 22 e 23 marzo, è che se a Gerusalemme ci fossero stati dei giudici non in mano e soggetti a Erode, forse la strage degli innocenti non ci sarebbe stata. (Tratto da “Referendum, i cattolici del sì fanno solo il tipo per Meloni” di Raniero Lavalle, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 14 di febbraio 2026).

«Dire “No” alla rivalsa di certa politica», testo tratto dalla introduzione a firma di Gustavo Zagrebelsky al volume “Perché NO” di Marco Travaglio, testo riportato su “il Fatto Quotidiano” del primo di febbraio 2026: (…). Dicono che occorre contenere la tendenza della giustizia a invadere il campo della politica: cioè che le magistrature hanno troppo potere e la politica ne ha troppo poco. Detto altrimenti: ai potenti che muovono la politica serve più libertà d'azione e, a questo scopo, occorre limitare o condizionare i controlli. Se aumenti il potere da una parte, lo diminuisci dall'altra, come nei vasi comunicanti. Non esistono riforme costituzionali che vanno bene per tutti: ogni modifica o ritocco alla Costituzione è una riallocazione di potere. Perciò: più alla politica vuol dire meno alla giustizia. Davvero possiamo credere che questa sia una bella prospettiva, in un Paese in cui la diffusione della corruzione, secondo indagini e statistiche internazionali e nella stessa e diretta percezione da parte dei cittadini, rivaleggia con quella di tanti regimi nel mondo che non conoscono lo Stato di diritto e la separazione dei poteri? Il nucleo della questione su cui saremo chiamati a pronunciarci è qui. In sostanza, in Italia, la politica - di destra, di sinistra, di centro non importa - ha troppo potere o ne ha troppo poco? La risposta è nella cronaca quotidiana: i politici protestano e chiedono che la magistratura non intervenga nelle politiche migratorie, nelle procedure per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, nella mancata consegna alla Corte penale internazionale di un soggetto come il generale libico Almasri, negli abusi di potere di ministri, sottosegretari, presidenti di regione, sindaci, assessori. Ogni volta protestano per “l’invasione di campo". Insomma, vogliono più potere incontrollato. Guardiamo il mondo come è, cioè diviso in potenti e impotenti, e domandiamoci: la giustizia è uguale per tutti? Che cosa dicono le statistiche circa la distribuzione per classi sociali delle sentenze e delle pene irrogate dai nostri Tribunali? Un'accusa di stupro contro un parente di un'alta carica dello Stato finisce nel nulla: finirebbe nel nulla anche se l'accusato fosse uno qualunque, magari un immigrato o un figlio di immigrato? Se la legge è uguale per tutti, perché le prescrizioni "salvano" e impediscono ai Tribunali di arrivare alla fine dei processi con pronunce nel merito delle ipotesi di reato? Ci sono i potenti che possono permettersi di resistere fino alla prescrizione, con tutti i mezzi e i cavilli resi possibili da leggi sovrabbondanti, oscure e scritte in modo tale da alimentare i dubbi, e da procedure complicate e farraginose, bene utilizzate da abili professionisti del diritto. E poi ci sono gli impotenti per i quali, invece, la giustizia è spedita, efficiente e spesso approssimativa (...). Eppure i politici che hanno approvato questa riforma dicono: non ci basta ciò che abbiamo. La "giustizia giusta", il loro slogan preferito, di per sé vuoto se non è integrato dall'uguaglianza, acquista così un senso assai preciso e opposto all'aggettivo: giustizia diversa per chi può permettersela (...). È una disarticolazione della magistratura che la Costituzione, invece, ha configurato unitariamente affinché tutti i suoi componenti, quali che siano le loro specifiche funzioni nei diversi tipi di processi, agiscano secondo un unico criterio orientativo: la legalità e l'imparzialità. Dividendone i "corpi" si divideranno anche i criteri orientativi o, come si dice, le "culture". Se non fosse così e la "cultura della legalità" si volesse preservarla comunque, che senso avrebbe la separazione? Quante "culture della legalità" credono i riformatori che possano esistere? Posto che la cultura della legalità propria della magistratura giudicante non la si voglia intaccare, a quale cultura dovrebbe essere legata la magistratura requirente? Forse alla "cultura della governabilità"? Al di là delle dichiarazioni e delle intenzioni in buona o cattiva fede, è inevitabile che la cosiddetta separazione delle carriere, cioè la differenziazione degli status degli organi giudicanti e degli organi requirenti, finirà per inglobare questi ultimi nell'orbita governativa, nell'orbita della governabilità per l'appunto. Il "coronamento" della riforma, affinché non sia un'improvvisazione insensata, inevitabilmente, logicamente consisterà in una qualche forma di sottoposizione dei pubblici ministeri all'esecutivo, come è proprio di tutti gli ordinamenti autoritari. Qualche ingenuo osserva che il testo della riforma non contiene alcuna norma che dica il contrario della loro indipendenza: santa ingenuità! Quando si fa o ci si ripromette qualcosa di sospetto o di indecente, forse che lo si proclama apertis verbis? La "separazione delle carriere" inoltre, secondo gli autori della riforma, è finalizzata a ugualizzare le posizioni delle parti di fronte al giudice "terzo" e imparziale. Nel sistema processuale attuale, il pubblico ministero è "organo di giustizia". Si dice così perché a lui spetta promuovere la "azione penale'' davanti al giudice quando esistano sufficienti indizi di reato, ma non, per così dire, ciecamente: infatti egli deve raccogliere le prove a carico e anche quelle a discarico dell'imputato e, quando esistono ragionevoli motivi che facciano prevedere che il processo "si sgonfi" per insufficienza di prove, deve rinunciare a portare l'incolpato davanti al giudice per farlo processare. Con la riforma, il pubblico ministero si dovrebbe trasformare da organo di giustizia in organo di accusa. Non si capisce perché ciò gioverebbe ai cittadini. Chi preferirebbe avere di fronte a sé un accusatore per principio, piuttosto che un attore che persegue un fine obiettivo di giustizia? Gran parte del ceto degli avvocati sembra preferirlo. Forse non sanno bene quel che fanno e cadono nella retorica del pubblico ministero-parte, alla stessa stregua dell'imputato: cosa che tra l'altro, nella maggior parte dei casi, non sarà mai, non foss'altro perché egli dispone di mezzi d'indagine non confrontabili con quelli dei soggetti privati. Invece di ridurlo, la riforma presumibilmente accrescerà il peso dell'accusa e, se l'influenza del potere governativo sarà potenziata, come è facile prevedere, altro che "parità delle armi", secondo la formula elegante che usano i riformatori. Dietro questa espressione sta l'idea che il processo sia una lotta finalizzata a "vincere" e, simmetricamente, a "sconfiggere" e non, prima di tutto, un confronto tra soggetti distinti, in vista di quel poco o tanto di verità e quindi di giustizia che è possibile raggiungere dialetticamente in un'aula di Tribunale! (...). In definitiva possiamo tranquillamente dire che il senso profondo della riforma è questo, l'intimidazione: divisione dei magistrati in due status diversi; estrazioni a sorte per rompere i rapporti di colleganza e creare isolamento; sottoposizione a una spropositata istanza disciplinare. Che cosa c'è da aggiungere per comprendere il senso di questa riforma?