"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 7 aprile 2026

Cosedettecosì. 17 Umberto Galimberti: «Il nazismo mostrò che si poteva pensare in modo eccellente anche il male. Fu con il suo ingresso nella storia che di fatto finì l’era moderna e si smarrì l’orizzonte di senso».


Racconta Platone che Zeus, presa pietà per gli uomini, incaricò Prometeo (colui che vede in anticipo) di donare ai mortali la sua virtù. (…) …le generazioni vissute nel secondo dopoguerra, (…) sono state le uniche due a godere a pieno titolo dello stato sociale, dell'istruzione e della sanità sostanzialmente gratuite, con un futuro garantito (quando erano giovani nel trovare un'occupazione e quando sono diventati vecchi nella sicurezza di una pensione) (…). Mai nella storia dell'umanità s'è vista tanta sicurezza per la conduzione della propria vita. Oggi voi giovani queste sicurezze non le avete e non le avrete più, per cui è giusto che i vostri genitori, vissuti nell'epoca eccezionale, vi sostengano con generosità. Ma veniamo alla (…) domanda che chiede che cosa si nasconde dietro la richiesta a gran voce di certezze per il futuro. Si nasconde uno dei motivi più antichi e primordiali dell'umanità che è l'angoscia dell'imprevedibile, per difendersi dalla quale, gli uomini hanno inventato, tappa dopo tappa, quella che noi oggi chiamiamo "civiltà", che dunque non è altro che un rimedio all'angoscia. Perché gli uomini si sono adunati in comunità regolate da precetti e divieti, se non per sentirsi, almeno all'interno della comunità, protetti dall'imprevedibile? Perché hanno inventato le religioni se non per un bisogno di protezione e fiducia in una Provvidenza? E infine perché si sono applicati all'astronomia, e poi alla filosofia, per approdare da ultimo alla scienza, a proposito della quale Nietzsche scrive: "Quello di cercar la regola è il primo istinto di chi conosce, mentre naturalmente per il fatto che sia trovata la regola, niente ancora è conosciuto. Eppure vogliamo la regola, perché essa toglie al mondo il suo aspetto pauroso. La paura dell'incalcolabile come istinto segreto della scienza". L'angoscia per tutto ciò che sfugge alla previsione, alla regola, al calcolo, se non si fossero trovati rimedi, avrebbe determinato la rapida estinzione dell'esperimento umano. Perché, (…), è la morte, massimamente certa e massimamente imprevedibile, il vero sigillo della nostra precarietà. (Tratto da “L'angoscia dell'imprevedibile” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 18 di settembre dell’anno 2010).

“Nell’era nuova l’uomo è più solo non più forte”, testo della intervista di Antonio Gnoli ad Umberto Galimberti pubblicata sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 5 di aprile 2026: (…). Come gestisci il successo? «Non lo gestisco, piuttosto lo subisco. Arrivo in un posto, faccio quello che c’è da fare. La gente applaude. Scendo dal palco. C’è il rito del firmacopie. La fila di persone, l’attesa. Gente perbene che vorresti abbracciare. È un’Italia che mi piace, che mi dà la sensazione che ci sia ancora un futuro. Ma io non so se mi sopporto. Mi guardo attorno. Qualcuno mi porta a mangiare. Vado in albergo e provo a dormire perché all’alba c’è un nuovo treno da prendere. Se non mi addormento subito leggo qualche pagina. È un gesto automatico, come spengere la luce e attendere che la notte si confonda con il mio buio».

Sei abitudinario? «Lo sono, ma sono altresì convinto che un eccesso di abitudine ti trasformi in un ingranaggio. Perciò comincio a dubitare se tutto questo “darsi da fare” abbia o no un senso».

I tuoi libri, le conferenze, le persone che incontri hanno un senso. «Certamente. Ma tutto questo, vedi, definisce il ruolo, la riconoscibilità, perfino il potere, in questo caso intellettuale. Ciò che davvero mi aiuta a contrastare certi dubbi è non dimenticare mai chi sono veramente e da dove vengo».

Provieni da una famiglia numerosa. «Eravamo dieci fratelli. Mio padre non c’era più. Mia madre aveva uno stipendio di 60 mila lire al mese come maestra elementare. Non potevo pesare sulla famiglia. Sono stato in seminario per quattro anni, poi ne sono uscito a metà della seconda liceo. Non tolleravo l’autorità. Di quegli anni ricordo con riconoscenza due cose: i padri spirituali, dalle cui prediche mattiniere ho appreso l’arte di parlare in pubblico, e Gianfranco Ravasi che è stato un prezioso compagno di banco».

Non hai mai pensato alla carriera ecclesiastica? «Ero inadatto alle gerarchie e alla cieca disciplina. E poi, non ho mai avuto quella potenza del credere che ha accompagnato le scelte del mio amico Ravasi».

Dopo la maturità cosa accadde? «Una borsa di studio mi portò alla Cattolica. All’università incontrai insegnanti straordinari: Gustavo Bontadini, Sofia Vanni Rovighi, Francesco Alberoni che insegnava sociologia e Gianfranco Miglio, Scienze politiche. E poi Emanuele Severino».