■ Il 7 ottobre 2023 è parte del progetto, perché senza quell' evento radere al suolo Gaza era impensabile.
■ La distruzione e la pulizia etnica sono stati pianificati.
■ Questa clip è a tutti gli effetti una piena confessione.
■ Il Board of Peace è un'associazione criminale a scopo di lucro.
■ Il primo genocidio della storia moderna attuato per dare vita ad una speculazione immobiliare che non ha precedenti nella storia. Traduzione a cura di Renata Girardi da Pier Luigi Petrucci.
Sopra: testo pervenutomi da Fratel Nazareno della “Piccola Famiglia dell’Annunziata” attualmente missionario in Cisgiordania.
“700 giorni di guerra solo per vendetta”, testo di Fabio Mini – da Wikipedia: “generale e saggista italiano, già comandante NATO della missione KFOR in Kosovo dal 2002 al 2003” – pubblicato sul supplemento a “il Fatto Quotidiano” del 4 di ottobre dell’anno 2025: Gaza è un cumulo di macerie. È stata un porto florido, una fortezza inespugnabile, un centro culturale islamico, un immenso campo profughi e una prigione. Ora è il capoluogo del genocidio del popolo palestinese, ovunque esso si trovi. Le macerie, come ci viene detto, sono solo danni strutturali di una guerra di civiltà e di autodifesa contro il terrorismo islamista di Hamas nella Striscia, Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen e il regime teocratico in Iran. Le decine di migliaia di vittime innocenti sono semplicemente dei "danni collaterali". Le macerie prodotte dalle guerre sono tutte uguali. Se si osserva l'immagine di un qualsiasi centro urbano distrutto dalla seconda guerra mondiale in poi non si riesce a distinguere se si tratta di Dresda, Berlino, Tokyo, Napoli, Hiroshima nel 1945, o di Sarajevo nel 1995, Falluja nel 2003 o Gaza oggi. Eppure le macerie di Gaza sono diverse per quello che nascondono e quello che non riescono a nascondere. Nascondono il semplice conto delle vittime: ci viene detto che le operazioni militari hanno fatto 50.000 morti di cui pochi civili e il resto di terroristi. Sono molte di più e non per danni collaterali, ma intenzionali. Le macerie nascondono che questa non è una guerra fra eserciti: è un massacro fra pseudo-soldati e pseudo-generali che hanno come obiettivi la popolazione. Nascondono il fatto che sono opera di un esercito moderno, tecnologicamente avanzato, un esercito di popolo, di normali cittadini riservisti richiamati a eliminare una banda di assassini e terroristi e liberare degli ostaggi. Un esercito che non ha esitato a sparare con tutto ciò che aveva contro un popolo disarmato esso stesso vittima e ostaggio. Il che la dice lunga sulla balla che in guerra solo i militari di professione e i mercenari siano criminali. È grande la responsabilità di Hamas per questa carneficina. Più grande ancora è quella d'Israele che con le macerie vuol dimostrare di condurre una vendetta o una rappresaglia sproporzionata, come stabilito dalla sua stessa dottrina operativa (ma entrambe crimini di guerra), mentre invece procede in quel genocidio pubblicamente richiesto dai suoi governanti. E non solo: condividono la stessa responsabilità tutti coloro che rimangono estasiati di fronte alla richiesta israeliana di lasciar finire il "lavoro" iniziato. Di coloro che pensano e dicono trattarsi di un "lavoro sporco" che Israele svolge per conto di tutto l'Occidente. Di coloro che lamentano il fatto che l'azione israeliana sia giudicata alla pari di quella terroristica mentre in realtà è anche peggio: il terrorismo ricorre a mezzi e strumenti iniqui e illegali perché non ha e non vuole alternative né morali né materiali. La qualifica di "terrorista" fornisce l'alibi a chi vuole considerarlo come una "non persona”; uno a cui non si riconoscono diritti né civili né umani. Uno che proprio per questo si sente escluso dalla legalità e quindi senza doveri. Il terrorista sa benissimo che non verrà mai condannato per i suoi veri o presunti crimini ma soltanto per il fatto di essere definito terrorista. Israele, ricorrendo agli stessi mezzi ha rinunciato alla legalità e a tutte le opzioni a disposizione di uno stato civile compreso l'uso legittimo della forza. Grazie alle illegalità e alle atrocità gratuite contro la popolazione palestinese senza casa, senza assistenza, costretta a morire di fame, di sete e di infezioni, il governo israeliano ha rinunciato al rispetto degli altri paesi nei confronti del suo stesso Stato, della sua religione, della sua diaspora e del suo olocausto. Quello che le macerie non riescono ad occultare è la perdita secca di prestigio internazionale che Israele e tutti i suoi complici in questa campagna di sterminio hanno subito. Israele cerca di arginare tale perdita con le minacce e le accuse di antisemitismo, ma è molto più grave e pericolosa. Ha creato nemici anche dove non li aveva e ha favorito gli avversari di sempre, a partire dagli antisemiti. I paesi e le istituzioni che hanno sempre taciuto di fronte alle violazioni israeliane, si rendono conto che oltre a mostrare disprezzo nei confronti della comunità internazionale, Israele è diventato un nemico attivo e cattivo, senza scrupoli e quindi senza limiti. Hanno individuato Israele come il maggior fautore dell'instabilità di tutto il Mediterraneo e oltre. Un paese che non riconosce i limiti della legge internazionale e nemmeno quelli dell'umanità e che possiede armi nucleari e controlla una superpotenza come gli Stati Uniti al loro interno oltre che dall'esterno è una minaccia per tutti. Ed è un pericolo enorme per i suoi alleati e sostenitori che in questo periodo di discussione e formazione di un nuovo equilibrio mondiale sono costretti ad assumere atteggiamenti e posizioni ambigue, compromessi inaccettabili e costi materiali e politici altissimi. Non è un caso che dopo gli attacchi all'Iran e quelli a Doha, l'Arabia Saudita abbia stretto una cooperazione nucleare con il Pakistan. Che paesi fino a ieri pro- occidentali (pro- americani) oggi comincino a ragionare come mussulmani non più divisi dalla stessa religione, ma uniti dagli stessi interessi di stabilità. Non è un mistero che la reazione iraniana agli attacchi ha intaccato la capacità di difesa aerea israeliana fino al terzo livello e che senza l'intervento illegale degli Stati Uniti sarebbero stati bombardati e neutralizzati altri centri strategici. E questo ha fatto capire che la protezione americana per gli Stati del Golfo così certa per motivi economici non lo è più quando si tratta della minaccia israeliana. Stiamo guardando con indifferenza allo spianamento di Gaza e della sua popolazione ma il problema palestinese non si limita a Gaza. In Cisgiordania, in Giordania stessa, in Siria, Libano e Iraq, Israele sta conducendo operazioni ancor più destabilizzanti e sta alimentando o tollerando crimini ancora più efferati contro i palestinesi che non hanno nulla a che vedere con Hamas. Il piano per Gaza proposto da Trump a Netanyahu, è il tentativo in extremis di non incendiare il Medio Oriente in un momento in cui l'allineamento dei paesi arabi agli Usa è al suo livello più basso. Per questo va apprezzato, ma è troppo infarcito di cautele di diritto internazionale per essere un genuino prodotto americano e per essere approvato da Israele. In effetti è la versione fumettistica del piano presentato all'Onu dai paesi arabi che Trump e Netanyahu vogliono blandire. La soluzione proposta ricalca il modello Kosovo che ha funzionato per calmare gli animi ma non per risolvere il problema. Netanyahu deve convincere il suo governo ad ingoiare i rospi del ritiro militare da Gaza e della soluzione dei due stati, ma lui stesso non ha nessuna intenzione di proporli. Vuole avere il sostegno americano per "portare a termine il lavoro sporco" nel caso che Hamas rifiuti l'offerta. Nel caso che l'accetti, la cosa certa sarà la gestione della questione come vuole Israele che, con questa dirigenza politica, non è esattamente la pace con tutti e nemmeno il rispetto del diritto internazionale. Come sempre.


