Sopra. "Trump e il vescovo di Roma", creazione della “street artist” Laika.
"Donald Trump ha un lessico infantile e binario dove tutto il mondo è riducibile ai suoi estremi rudimentali, puerili, da fase della lallazione, di bello/brutto, grande/misero, straordinario/triste, e soprattutto vincente/perdente. Zero sfumature, nessuna gradazione: scrive Daniela Ranieri nel suo imperdibile, "Ma come parli?!" (…). Perciò, il presidente americano è tutt'altro che "un coglione: come scrive su "Libero" Alessandro Sallusti, per mettere una toppa al titolo giulivo del giorno prima ("E’di nuovo amore: con Donald-Romeo che corteggia Giorgia-Giulietta). Infatti, nello sputtanamento premeditato della premier che lo "implora" per una photo-opportunity, Trump adotta un giudizio di valore, binario, forse infantile ma che attraverso la pubblica umiliazione retrocede l’ex fan nel girone dei perdenti. Con tutta l’Italia appresso, s'intende. Del resto, che l'energumeno della Casa Bianca non si sia inventato proprio tutto di sana pianta emerge dalle cronache laddove si racconta di come, nelle pieghe del vertice Ue, sia stata la parte italiana a diffondere fotografie e video di Trump e Meloni sul divanetto. Richiesta partita da Palazzo Chigi: "Uno scambio di pochi secondi, in cui si vede la premier sorridere insistentemente, l'americano dire qualcosa, poi alzarsi, stringere la mano di lei e andare via" ("La Stampa”). Superfluo ricordare i maltrattamenti a cui il signore biondastro ha sottoposto i vari Starmer, Macron; Merz, Von der Leyen, colpevoli di non aver capito subito chi fosse "il boss" (così si è definito prima di stravaccarsi al capotavola di Evian). Quindi, non ha torto la presidente del Consiglio quando teme che "non finisca qui". Perché può essere consolatoria la solidarietà dispensata a piene mani, a partire dal Quirinale, e fatta propria, con qualche ininfluente distinguo, dalla opposizione (ovvia quella della maggioranza). Belle parole che, tuttavia, non cambiano la sostanza delle cose, vale a dire di un legame il cui sfilacciamento danneggia il più debole (noi) e lascia indifferente il più forte (lui). Pensate davvero che il tycoon non volesse dire le cose che ha detto quando ha portato dove voleva la conversazione con l'inviato di La7 a Washington, il bravo Nicola Compatangelo: che, cioè, Giorgia Meloni dopo aver rifiutato di dargli una mano per Hormuz, con lui ha chiuso? Quando poi la premier si chiede (retoricamente) come mai il presidente Usa si comporti così con il proprio alleato, "mostrandosi molto più accondiscendente con i nemici dell'Occidente e dell’America: si risponde da sola. Nel sistema binario di Trump, molto più forte dell'amico/nemico risulta essere lo schema vincente/perdente ("Vuole tornare mia amica perché è in crisi di popolarità, non mi interessa). A coloro che si chiedono se l'italiana non poteva accorgersene prima di quanto l'altro fosse un tiranno iracondo, vendicativo, umorale, inaffidabile, narciso (Michele Serra, Matteo Renzi, eccetera), ricordiamo l'eterno "superior stabat lupus, longeque inferior agnus" di Fedro. Tanto per capirci, mentre prendeva a ceffoni una premier non abbastanza sottomessa, il lupus si sdilinquiva in elogi per l’”intelligente" dirigenza iraniana, ammirato dalla tenuta di Teheran. E se anche quel popolo infelice continuasse a soffrire la repressione della teocrasia oscurantista imbottita di dollari, poco male. Dove si pialla cadono trucioli, diceva un gerarca nazista, citazione che se Donald, non fosse "l'epitome del degrado linguistico, culturale, antropologico di una politica terminale, quella dell'Occidente" (Ranieri), e di una ignoranza crassa (aggiungiamo noi), potrebbe, utilmente, ai suoi fini, espettorare. (Tratto da “Meloni, Trump e il lupus di Fedro” di Antonio Padellaro).
“La Casa Bianca e la ferocia dell’anno zero”, testo di Ezio Mauro: (…). …si può dire fin d’ora che il vero problema va al di là dello scontro Trump-Meloni e ci interpella tutti, destra, sinistra e indifferenti: perché ciò che è accaduto ci conferma che siamo precipitati nell’Anno Zero ed è qui che ci affanniamo a vivere senza più le misure, i riferimenti e le regole, muovendoci al buio. Il significato vero dell’aggressione di Trump infatti è la fine della politica e la distruzione degli strumenti di convivenza che aveva inventato: la diplomazia, le alleanze, le relazioni internazionali, il diritto, le istituzioni, gli organismi di garanzia, gli istituti di regolazione dei conflitti. Putin con l’invasione armata dell’Ucraina ha ingoiato gran parte di questa strumentazione di salvaguardia, che formava un’infrastruttura della coesistenza. Poi Trump ha completato l’opera, chiudendo il cerchio. È ora di dire che il presidente americano è ormai estraneo alla politica, è oltre, in qualche altrove. Il meccanismo di esercizio della sua leadership è oggi completamente impolitico, senza alcun ancoraggio con l’esperienza storica del suo Paese, con la vicenda americana del dopoguerra, con l’intesa atlantica, con la cultura occidentale e la sua coscienza condivisa della libertà e della democrazia. Trump probabilmente ignora la storia dei rapporti tra Italia e Stati Uniti dopo la fine della seconda guerra mondiale, e soprattutto crede di poter fare a meno di conoscerla. Non ha bisogno di esperienza, rifiuta la conoscenza, respinge la competenza: in questo modo è privo di qualsiasi condizionamento storico, scientifico, accademico e culturale, totalmente libero di ricreare la realtà fuori da ogni regola e ogni legge, inventandola, piegandola o deformandola, come un moderno demiurgo che vive nel presente mentre lo fabbrica. Naturalmente può farlo soltanto a due condizioni specialissime: se si colloca fuori dalla storia e se si pone oltre la democrazia, in modo da poter ignorare la lezione e i lasciti del passato - con il carico conseguente di obblighi, convenienze e responsabilità - e le regole che nascono dai diritti e dai doveri della norma democratica. In questo senso Trump è già fuoruscito dalla storia, e non è l’ultimo presidente della democrazia americana, ma il primo leader di un esperimento post-democratico appena agli inizi, che appiattisce e logora ogni concerto istituzionale concentrando tutto il peso del sistema sul comandante in capo. In questo restringimento carismatico della potestà sovrana salta ogni vincolo per il leader, sia rispetto alle istituzioni concorrenti nel suo Paese - che possono solo subordinarsi - sia rispetto al rapporto storico con l’Europa, costretta a rassegnarsi e a pensare a sé stessa, perché il partner americano denuncia la partnership che ha garantito per lunghi decenni la sicurezza occidentale e si ritrae dalla tradizione atlantica. A sorpresa, scopriamo che neppure l’ideologia è un vincolo per questo nuovo potere. Giorgia Meloni in questi due anni si era barcamenata tra i sussulti dell’Europa e i ruggiti della Casa Bianca, nella convinzione sotterranea che proprio l’ideologia di destra estrema condivisa da lei e da Trump alla prova dei fatti si sarebbe tradotta in uno status speciale garantendo un privilegio per l’Italia nel rapporto con gli Usa: e si era addirittura spinta a contestare il cancelliere Merz che aveva criticato la cultura Maga, mostrando invece di condividerla. Come si è visto questa fratellanza sovranista e nazionalista in realtà ha prodotto soltanto una timidezza europea dell’Italia, con momenti di tiepidezza nei nostri doveri con l’Ucraina, e un’attesa mitologica del ruolo di “ponte” tra Europa e Stati Uniti, che la destra di governo americana avrebbe dovuto assegnare al governo di destra italiano: mentre invece è rimasto nei sogni, insieme con il plastico del ponte di Messina. L’assolutismo non prevede spartizioni di potere, quote di rispetto, statuti di riguardo, nemmeno per l’ideologia. Ma se le cose stanno così, quello di Trump contro Meloni non è stato affatto uno sfogo, ma un attacco calcolato per far capire - proprio a una leader di estrema destra - che nella nuova concezione del potere non ci sono alleati, ma solo sudditi, a cui non è chiesta soltanto obbedienza, ma sottomissione. È questo che chiede l’impero. Ne prenda atto la presidente del Consiglio: quando salta la regola democratica di base nulla ci tutela, siamo esposti alla mercé di un potere totale, che non riconosce limiti. Nemmeno nell’hybris, la tracotanza del sovrano che nella tragedia greca abusava della forza per umiliare gli altri, irritando le divinità: che rispondevano mandando sulla terra la Nemesi, dea della giustizia e della vendetta, incaricata di ricostruire l’equilibrio cosmico violato. Oggi che l’Olimpo è vuoto quell’equilibrio, con buona pace della destra, si chiama democrazia.
N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati oggi, domenica 21 di giugno 2026, rispettivamente su “il Fatto Quotidiano” e su “la Repubblica”.


