(…). Quando Trump (in una intervista al New York Times del gennaio
di quest'anno) ha dichiarato che il suo unico limite è la sua stessa moralità,
stava applicando al governo del mondo lo stesso metro con cui si era regolato
in tutta la sua vita di imprenditore malavitoso e frequentatore del mondo di
Epstein. Un mondo di isole, palazzi, aerei privati in cui la legge non vigeva e
in cui i ricchi e i potenti potevano fare letteralmente di tutto: senza limiti.
Non c'è alcuna soluzione di continuità tra la violenza privata sui corpi delle
donne irretite da Epstein e le bombe sui corpi delle bambine iraniane: il filo
che lega questi scempi è l'assoluto arbitrio di chi non riconosce alcun limite
esterno. Non c'è soluzione di continuità tra i "pieni poteri" del
maschio, bianco e ricco nelle alcove di Epstein, quello del presidente degli
Stati Uniti dentro il suo Paese (Minneapolis) e quello degli Stati Uniti nel
mondo (Venezuela, Iran). In tutti i casi, un potere che considera sé stesso
"assoluto" non riconosce alcun limite: all'interno non contano la
Costituzione, gli Stati federati, i sindaci, i governatori, le università,
all'esterno non contano il diritto internazionale, gli altri Stati, gli
organismi sovranazionali. In questo assetto non esistono freni: né sul piano
simbolico (si può far presiedere il consiglio di Sicurezza dell'Onu a Melania
Trump, sbeffeggiando contemporaneamente il genere femminile e le Nazioni Unite,
proprio come Caligola umiliava il Senato facendo senatore il proprio cavallo),
né su quello sostanziale (si può immaginare e creare un anti-Onu a conduzione
privata, l'osceno Board of Peace). Non esistono argini al potere del capo:
mentre ogni altro potere interno (parlamenti, magistrature, giornali, università...)
o esterno (consessi sovranazionali, corti internazionali, ong...) viene
limitato, svuotato, represso. Agitando il feticcio di una sovranità popolare
anch'essa senza limiti, di fatto si priva il popolo sovrano di ogni vero
potere: un progetto funzionale a fare la guerra, perché una legge ferrea
stabilisce che "il potere di aprire e far cessare le ostilità è
esclusivamente nelle mani di coloro che non combattono" (Simone Weil).
Dovremmo aprire gli occhi sulla relazione che c'è tra lo smontaggio degli
equilibri delle democrazie (marginalizzazione dei parlamenti, sottomissione
delle magistrature ai governi, repressione securitaria) e questo terribile
amore per la guerra. Di recente, il filosofo del diritto Tommaso Greco ha
ricordato (…) come per il Kant del trattato sulla Pace perpetua il mantenimento
della pace dipenda in primo luogo dagli ordinamenti interni degli Stati: che
proprio a questo fine devono essere "repubblicani", cioè garantire
che siano i rappresentanti dei cittadini a decidere "se la guerra può o
non può essere fatta". Una richiesta che certo non avviene laddove i capi
di Stato sono i "proprietari", dice Kant, dello Stato stesso. Il
fatto che il capo incontri il limite del Parlamento, della legge e di una
magistratura libera rende meno probabile la guerra: perché rende più probabile
che quello Stato sia disposto a riconoscere il limite degli altri Stati, e che
ci si doti, insieme, di un sistema sovrastatale di regole e istituzioni. Esattamente
tutto ciò che ora stiamo distruggendo a rotta di collo: perché abbiamo
dimenticato che ciò che limita il potere limita anche la guerra. La guerra, che
ora divampa: senza limiti. (Tratto da “Da Epstein alla guerra, il
potere senza più limiti” di Tomaso Montanari pubblicato su “il Fatto
Quotidiano” di ieri, domenica 8 di marzo 2026).
“Così il diritto internazionale non conta più”, testo della
intervista di Annalisa Cuzzocrea alla studiosa americana Anne Applebaum
pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 4 di marzo 2026: (…). Crede
che la Casa Bianca abbia contatti in grado di stabilizzare la situazione in
Iran, garantendo una vita migliore per la popolazione, quando l'ondata di
attacchi finirà? "Non hanno contatti profondi né strumenti per comunicare
con l'opposizione iraniana o con la popolazione iraniana. E non hanno un piano
di lungo periodo, non c'è un'idea su come portare l'Iran alla fase successiva.
Può darsi che Trump abbia in mente che l'Iran finisca più o meno come è finito
il Venezuela, con il regime sostanzialmente intatto, ma con una figura più
malleabile al comando. Ma è un obiettivo molto difficile da raggiungere".
Perché? "In Iran ci sono più di un milione di persone
armate. Parliamo dei Guardiani della Rivoluzione, delle diverse forze di
polizia e dei gruppi paramilitari. Forse il numero è addirittura più alto. E
c'è circa il 20% del Paese – forse adesso un po' meno – che, nell'ultima
rilevazione seria, risultava sostenere il regime. Inoltre, i Guardiani
controllano una parte enorme dell'economia, del petrolio e di altre risorse. Se
vuoi un cambio di regime, devi farci conti. Rassicurarli, offrire
un'alternativa, provocare una spaccatura interna da cui emerga qualcun altro.
Ma non sembra esserci un piano".
“Autocrazie” è stato pubblicato meno di due anni fa, ma il
panorama di Siria, Venezuela, Cuba, e ora del Medio Oriente è già molto
cambiato. L'analisi resta la stessa? "L'argomento fondamentale – cioè che
stiamo assistendo all'emergere di un nuovo tipo di Stato autocratico, meno
interessato all'ideologia e più al denaro, e all'attacco al linguaggio della
democrazia liberale – resta valido. Anzi, oggi dobbiamo chiederci se
l'amministrazione Trump non miri a trasformare gli Stati Uniti in uno Stato di
quel tipo. Molto dipenderà da quel che accadrà. Se ci fosse una qualche forma
di cambio di regime in Venezuela, in Iran e a Cuba, questo romperebbe la rete
autocratica su cui soprattutto la Russia ha fatto affidamento. Ma in Venezuela,
ad esempio, abbiamo avuto un cambio di leader, non di regime".