“LetturadelGiorno”. “Mussolini manuale di odio”, testo di Antonio Scurati pubblicato sul settimanale “Robinson”, del quotidiano “la Repubblica”, del 17 di settembre dell’anno 2023: (…). …l'attualità politica del fascismo non va cercata in un suo presunto ritorno – (…) - ma nel fatto che Benito Mussolini sia stato l'antesignano e l'archetipo di ogni leader populista, non soltanto italiano e non soltanto di destra, del secolo a venire. Solo concentrandosi sulla seduzione populista - e non sulla violenza omicida che pure fu caratteristica essenziale e originaria del fascismo storico - si può comprendere, a mio avviso, quali caratteristiche consentirono al duce, unite alla violenza squadrista, di sedurre l'Italia dopo averla stuprata e perfino mentre la stuprava. E anche di capire cosa sopravviva oggi della sua eredità. Proporrò, dunque, una sorta di pentalogo del Mussolini populista. Prima regola del Populismo: il leader populista afferma "io sono il popolo". E, per converso, con una sorta di crampo logico-grammaticale, afferma "il popolo sono io". Questo "Io" onnivoro precede ogni pensiero, argomentazione, programma politico; comporta una fortissima accentuazione di tipo personalistico. L'ingresso in politica di questo "Io onnivoro" viene annunciato da una rivoluzione nel linguaggio giornalistico. Il futuro duce, infatti, ben prima di fondare il proprio giornale, nel 1912 fu chiamato dalla provincia a dirigere l'Avanti!, il giornale del socialismo, lo stesso giornale che gli squadristi proto-fascisti incendiarono nell'aprile del 1919. Guardiamo, allora, alla rivoluzione linguistica che Mussolini porta nel giornalismo. Innanzitutto, frasi brevi. Brevi, brevissime e sintatticamente elementari. Soggetto, verbo, complemento oggetto. Ogni frase un detto memorabile, citabile, ogni frase uno slogan. Ogni frase estrapolabile dal suo contesto. Nessuna preoccupazione per la coerenza storica con quello che era stato detto da lui stesso in precedenza, né con ciò che sarà detto il giorno seguente e quello successivo; nessuna preoccupazione di È coerenza ontologica, cioè relativa all'ancoraggio delle parole alla realtà; e tutte quelle affermazioni altisonanti sempre precedute da "io": io affermo, io prometto, io minaccio... io. Il personalismo assertivo sostituito al complesso, controverso pluralismo discorsivo. Qualcuno potrebbe dire che quegli articoli furono gli antesignani dei tweet. E non sbaglierebbe. Io. Io sono il popolo. Il popolo sono io. Mussolini era figlio del popolo, è vero, ma in questo modo i milioni di vite individuali vennero ridotte prima a massa e poi a una sola persona. Va da sé che basta questo a definire il Populismo come una forte tendenza anti-democratica. Perché se io sono il popolo e il popolo sono io, chiunque non sia con me, non apparterrà al popolo, è fuori dal popolo, è contro il popolo, è un suo nemico. Questa prima regola del Populismo porta con sé una forte polemica anti-Parlamentare - la rivedremo alla fine - perché, ovviamente, il Parlamento rappresenta la moltitudine nella molteplicità singolare: le mille differenze, le tante posizioni, una contro l'altra, avversarie, distinte, irriducibili... ma, se io sono il popolo e il popolo sono io, il Parlamento è una perdita di tempo, è un luogo di corruzione, di degenerazione patologica, di inutile caos cronico. Seconda legge del Populismo inventato da Benito Mussolini è il "guidar seguendo". Mussolini ha una formidabile intuizione su ciò che diventerà la politica nell'era delle masse, che allora si apriva e oggi prosegue nella sua fase matura; capisce che le masse saranno guidate da un leader che non le precederà, che non starà dinnanzi a loro, come la parola inglese "leader" suggerirebbe; saranno, invece, nel dominio di quel leader capace di guidare le masse seguendole, stando un passo dietro a loro. Il fondatore del fascismo diceva di sé con orgoglio "io sono l'uomo del dopo"; cioè io arrivo un attimo dopo sulla scena dell'evento politico. Non precedo, seguo. Fuor di metafora, ciò significa che il leader populista, com'è il Mussolini delle origini, non ha idee proprie, non ha convinzioni irrinunciabili, non ha fedeltà, non ha strategie di lungo periodo, non guida le masse verso un obiettivo lontano, alto, che lui scorge ma le masse non vedono. Al contrario, quel leader conosce solo tattica e nessuna strategia, è puro tatticismo, pragmatismo, opportunismo, non ha alcun contenuto, è un vaso, un contenitore, un "uomo cavo" che esercita la supremazia tattica del vuoto. Il giovane Mussolini fu, infatti, repubblicano, anticlericale, dannunziano e socialista; divenne, poi, secondo convenienza, monarchico, fascista, alleato della Chiesa e traditore di D'Annunzio. Fu proprio questa navigazione a vista a farne un vincente. Se tu sei vuoto, infatti, se non hai principi, non hai fedi, non hai lealtà, non hai idee... in politica sei tatticamente vincente. Sei vincente perché quel vaso vuoto si riempie di ciò che si orecchia, annusa, percepisce stando dietro, venendo un attimo dopo. Se tu segui una folla, se vieni un attimo dopo la massa, se le stai un passo indietro (non due che sarebbero troppi), cosa percepisci di essa? Le idee, le speranze, i sentimenti racchiusi nelle espressioni facciali? No, quelli sono tutti davanti. Percepisci gli umori, quelli che si colgono con il naso, non con la testa; nemmeno con il cuore. Con il fiuto. E Mussolini lo sapeva. Diceva di sé «non c'è niente da fare, io sono come li animali: sento il tempo che viene», «io mi riempio degli umori della gente», «i programmi sono carta straccia», asseriva. Lasciamoli ai socialisti, alle loro interminabili, inconcludenti discussioni teoriche. Io mi riempio degli umori della gente. Ma quando tu riduci la vita ai suoi umori, la riduci quasi sempre ai suoi malumori. E qual è il malumore dominante nella vita ridotta al proprio umore? La paura. La paura e il risentimento. Ecco la terza regola: un leader populista pratica una politica della paura. Altra intuizione lungimirante del Mussolini populista. II duce veniva dal partito socialista e il partito socialista era il partito della Speranza, che diceva agli uomini comuni «la vita dei tuoi figli sarà migliore della tua, e quella dei tuoi nipoti migliore di quella dei tuoi figli». Il simbolo mondiale del socialismo era il sole dell'avvenire, il sole raggiante di un domani migliore. II socialismo prometteva alle masse degli umiliati e offesi un domani di speranza, un futuro di riscatto e giustizia. Mussolini, che da quella promessa era stato bandito, dopo l'espulsione dal Partito socialista, smanioso di trovare una diversa strada che lo conducesse al potere, capisce che esiste un'unica passione politica più potente della speranza e questa è la paura. Nel 1919, milioni di uomini speravano in un futuro migliore ma quegli uomini avevano vissuto di paura gli ultimi anni delle loro vite, nelle trincee della Prima guerra mondiale, dove il nemico non lo vedevi quasi mai, dove la Morte pioveva dal cielo, dove addirittura la Morte era invisibile e impalpabile, insufflata nei tuoi polmoni attraverso il gas. Avevano mangiato, fumato, bevuto paura quegli uomini, e quella paura li accompagnava nella vita civile. E di cosa avevano paura, una volta tornati alle loro case? Delle speranze degli altri. Piccoli e grandi borghesi avevano paura della speranza dei socialisti, cioè della rivoluzione; avevano paura di quel futuro di redenzione dei torti. Mussolini, allora, bandito dalla Speranza socialista, nella propaganda post-bellica scommette la sua intera posta sul suo opposto; soffia sulla paura, la alimenta, la ingigantisce: il socialismo è una barbarie, il socialismo è una pestilenza, il socialismo è l'orda. I socialisti, anche se italianissimi, poiché si ispirano alla rivoluzione russa, vengono dipinti come invasori portatori della "peste asiatica".
ilcavalierdelamancia
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
giovedì 17 settembre 2026
Cosedettecosì. 60 Antonio Scurati: «Cent'anni fa il populismo fascista individuò il "nemico semplificatore" nel socialista. Oggi lo si individua nell'immigrato. L'intera vita politica si riduce al fatto di avere un nemico da odiare.
“Ma, bene”, pensò il giovine signore Andrea von Ferschengelder, quando
il barcaiolo quel dì 17 settembre 1778 gli ebbe posato la valigia in cima alla scala
di pietra e si allontanava, "ma benissimo, costui mi pianta qui e festa
signori, carrozze a Venezia non ce ne sono, chi non lo sa, un facchino, e che
verrebbe a farci? è un angolo sperduto dove non passa un cane. Come se alle sei
del mattino si facesse scendere di posta sulla Rossauerlande o tra i
Weissgarber chi non è pratico di Vienna. So la lingua, e con questo? fanno di
me quel che vogliono egualmente. E come rivolgersi a gente che non s'è mai
vista e se ne sta dormendo placidamente - busso e dico: ehi, di casa?" -
Sapeva che non l'avrebbe fatto, - intanto passi si avvicinavano sul lastrico
sonoro netti e distinti nel silenzio del mattino, ci volle del tempo perché si
facessero vicini, e un uomo in maschera uscì da una piccola calle, si avviluppò
stretto nel mantello, lo tenne chiuso con tutte e due le mani, e fece per
attraversare la piazza. (Tratto da “Andrea o I ricongiunti” –
1930 – di Hugo von Hofmannsthal).
martedì 15 settembre 2026
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