"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 4 novembre 2026

MadreTerra. 89 Giuseppe De Marzo: «La giustizia ecologica non si realizza nei documenti e nelle dichiarazioni ma si conquista attraverso conflitti, pratiche di cura, partecipazione e solidarietà».


Un giorno ci convinciamo che la fine del genere umano sarà dovuta ai disastri "naturali". Il giorno dopo ci rassegniamo all'ammutinamento dell'intelligenza artificiale che prenderà il potere, anzi il superpotere. E l'indomani ci mettiamo a contare le guerre locali che, sommandosi una sull'altra, diventeranno presto un'unica guerra mondiale, che coinvolgerà ovviamente anche lo spazio. Eppure non siamo fanatici della fine del mondo e non abbiamo quella voglia di Apocalisse che ci prende quando niente ci minaccia e per noia sogniamo di precipitare nel buco nero e trovare l'anello gemello di ricambio, una Terra scappata dalla Terra, solo apparentemente con gli stessi ingredienti, tranne i mutui e gli affitti da pagare, senza Meloni, Salvini e Conte, piatti da lavare, mal di testa e partite di calcio, ma solo quelle che perdiamo. E invece, adesso, la percezione che la fine del genere umano sia vicina ce l'abbiamo davvero. È un abituale argomento di conversazione a tavola, in taxi, nei salotti, persino in ascensore. Ci viene annunciata nei fìlm e nei documentari, la intravediamo nelle tragedie raccontate dai giornali, insomma ce l'aspettiamo. Neppure nei periodi peggiori della Guerra fredda si temeva che il mondo non ce l'avrebbe fatta. L'Apocalisse è in agguato, la si sente arrivare, c'è persino una sottile, rassegnata voglia di affrettarla, perché ci farà diventare tutti poveri e pazzi prolungare il rinvio, quest'aria di fine rimandata e di Apocalisse-Godot, simile all'incertezza e all'opacità morale che si respiravano nel 1938 e che presto sarebbero diventate rimorso. E forse sarà il clima a provocare la fine, il disastro di cui ci sentiamo responsabili. Chissà se davvero ci meritiamo che il malatissimo Sole bruci la parte nobile del Creato, cioè la Terra che diventerebbe tutta come l'Etna. E dunque il caldo ci farà morire di freddo, con i pinguini alla Casa Bianca e le stalattiti nelle moschee del Cairo, come nei crateri sommitali appunto, a più di 3mila metri d'altezza, o dentro le 200 grotte del gelo, nevi perenni sotterrate in deserti di pietra. E tutti gli umani saranno ridotti a vagabondi impauriti, zingari sempre bagnati e sempre arrostiti, come i turisti d'agosto. E non è detto che il nuovo Big Bang arrivi con gran fracasso. Potrebbe trattarsi di uno scuotimento convulsivo silenzioso, soprattutto se, come profetizzano gli ecologisti, a finire questo maltrattato pianeta fosse il veleno dell'aria, l'ossido di azoto, il gas che viene da "caos'; parola inventata dall'alchimista fiammingo van Helmont (1579-1644) per indicare quel "vapore sottile" che somiglia alla sostanza imponderabile del caos, aria fissa e massa informe, il vuoto di materia che, secondo Platone, diede origine a tutte le cose e duemilacinquecento anni dopo potrebbe soffocarle "con quelle spaventose energie... che dormono di un sonno leggero”, scrisse Primo Levi, chimico, narratore della tavola degli elementi (…), amico dell'Idrogeno, che è il più leggero dei gas, e discendente dell'Argon, che è il più nobile dei gas. E c'è sempre la possibilità di alzare gli occhi e vedere nei cieli droni e altre diavolerie tecnologiche che si accaniscono tra loro in una distruzione di cui non vedremo l'autore e dunque moriremo senza neppure capire chi ci uccide, se qualche nemico o qualche fuoco amico, oppure due Ai in guerra tra loro, OpenAi contro Anthropic, che già si contendono le armi autonome, la sorveglianza di massa e l'uso del modello Claude "senza un'adeguata supervisione umana''. Alla fine sarebbe persino un conforto, come rivedere un parente, ritrovare le vecchie bombe atomiche, delle quali, almeno, conosciamo gli orrori, i carissimi funghi che esploderanno qui e là nelle città disarmate dai pacifisti, una bomba in risposta all'altra per stanare i sopravvissuti, rintanati in gallerie come quelle di Hamas o quelle della Resistenza ucraina. Il futuro è il "rifugio'; come il bunker in costruzione a Pechino, che diventerà la war room più grande del mondo e dove anonimi scienziati stanno preparando la devastazione con la quale abbiamo la stessa solidarietà che il prigioniero ha con la prigione. (Tratto da “Si salvi chi può” di Francesco Merlo, pubblicato sul periodico “U” del quotidiano “la Repubblica” del mese di novembre 2026).