"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 21 febbraio 2026

Doveravatetutti. 64 Goffredo Parise: «Cos'è la libertà? È la libertà di agire altrimenti. Ma in quegli anni di enorme libertà nessuno conosceva Rosa Luxemburg e tanto meno quella definizione».

                   Sopra. Foto di Eduardo Castaldo della serie "Innocence".

Quest'opera fa parte di una serie, il cui titolo è Innocence.  Eduardo Castaldo ha "rubato" questi scatti, nella primavera del 2009, nella base israeliana di Latrun durante la festa dell'Indipendenza - che coincide con la Catastrofe, la Nakba, del popolo palestinese. In quella occasione i bambini possono entrare nella base, come si va al Luna park. E allora - racconta Castaldo - «gli si mostra come caricare e far sparare mitragliatori, lanciagranate, fucili di precisione o come usare termoscanner per individuare ed abbattere "terroristi". I soldati, trasformati per l'occasione in animatori, organizzano gare e competizioni per bambini che si sfidano, supportati dall'incitamento di genitori entusiasti, a chi riesce più velocemente a caricare un lanciagranate o un fucile. Il tutto condito da una retorica di pace e amore, di sorrisi e solidarietà; una retorica secondo la quale i soldati sono gli eroi del bene che proteggono le famiglie e bambini dal terrore che li minaccia e li circonda ogni istante. Se per tanti anni ho deciso di non pubblicare queste immagini è per proteggere quei bambini dal linguaggio dei media che facilmente li avrebbe trasformati in strumenti di una dialettica povera e divisoria. Se ho deciso di renderle pubbliche ora è perché quei bambini, che nella primavera del 2009 avevano fra i 4 e i 12 anni, oggi sono soldati». Prima di renderle pubbliche, Castaldo le ha rese pezzi unici - proprio come pezzi unici sono quei bambini. Ha incorniciato ogni stampa con una carta da parati a fiori, la stessa che copre i volti, le braccia e le mani delle bambine e dei bambini. Per proteggerne l'identità, ma anche per mostrare visibilmente l'innocenza (cioè l'incapacità stessa di fare del male) nel momento esatto in cui veniva compromessa per sempre. In questo scatto una bambina (al centro) e un bambino (in primo piano, sulla destra) stanno prendendo la mira in potenti fucili mitragliatori. E gli adulti sono tutti presi dal gioco: il gioco della guerra e dell'assassinio. Un ponderoso e documentato saggio non saprebbe spiegare con altrettanta efficacia cosa significhino la militarizzazione della società israeliana, e il terribile amore per la guerra che la divora. E non riuscirebbe a dirci, con la stessa forza di questa opera d'arte, perché quegli allora bambini israeliani sono quasi altrettanto vittime degli ancora bambini palestinesi che oggi proprio loro assassinano a Gaza. In una terribile strage dell'innocenza. (Tratto da “Quei bambini oggi soldati” di Tomaso Montanari, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 13 di febbraio 2026).

“Nota” del curatore Dario Borso della pubblicazione del racconto inedito di Goffredo Parise che ha per titolo “Quei baci al profumo d’erba” riportato su “il Fatto Quotidiano” del 19 di febbraio 2026: Il racconto inedito, di cui si riporta la seconda metà, sta tra le lettere d'amore di Goffredo Parise (1929-1986) conservate da Elsa Fonti e pubblicate a mia cura (…). Ambientato a Vicenza nel dopoguerra, è senza data e titolo, ma la sua chiusa rinvia a quella di un elzeviro del 1978 uscito sul "Corriere della Sera" e inserito col titolo "Libertà" in "Sillabario n. 2” (1982). Lì, a proposito di una sconosciuta che passava "con la macchina e le due guardie del corpo per le sue passeggiate a Villa Borghese, si dice: "Una giornalista le pose la domanda: “Senatrice, come definirebbe la libertà? Rosa Luxemburg...”. “Lo so, lo so...” interruppe la donna. La donna è Nilde Iotti e probabilmente l'inedito fu scritto a ridosso dell'elzeviro. Quanto alla Luxemburg, era già apparsa in un reportage su Laos del 1970, dove Parise si definisce "un uomo libero. E per libero intendo una cosa sola, così ben espressa dalla Luxemburg: Libero è colui che può decidere altrimenti" E rispunterà con l'inedito in occasione della laurea ad honorem conferitagli a Padova (1986), quando ne attribuì il merito "alla libertà e allo spazio d'immaginazione che per la mia generazione è nato nel 1945 alla fine della guerra".

(…). Salirono lentamente fino alla sommità, al Santuario coi gessi dei malati e dei morti, poi proseguirono verso il grande parco del Museo del Risorgimento. Era primavera, avrebbero dovuto essere a scuola ma quel lieve mitissimo tepore li aveva spinti entrambi nelle braccia del primo vento con odori. Odori di residui invernali, di residui di vecchie stoppie, di sughero, di muschio e nuovissimi odori della stagione che mostrava le prime erbe e i puntini verdi sugli ippocastani. C'era odore anche di mucche, di capre e di latte. Qua e là c'erano mucche e si udì belare una capra. Al Museo del Risorgimento, nel grande parco, si sedettero e si distesero sull'erba e si diedero grandi baci, succulenti di saliva profumata di aria e di erba. Quando lui tentava qualche mossa in più, co-me entrare con una mano nello scollo del vestito, Elisa lasciava un po' fare, fin quasi al capezzolo, appena sfiorarlo e poi si ritraeva sorridendo ma sorridendo però in modo particolare, quasi per vincere o sfidare l'imbarazzo, il pudore. Si conoscevano da tanto tempo, è vero, erano quasi come fratello e sorella, ma proprio per quello Elisa mostrava maggior pudore. Si vedevano sempre in bicicletta, le loro madri si salutavano, come metter d'accordo tutto questo con il sesso? Il sesso, era poi il sesso? E lo sapevano loro? Non di certo, a quell'età, ne sapevano quello che avevano sentito dire ma che loro stessi non osavano mettere in pratica proprio perché si vedevano in bicicletta e le loro madri si salutavano. Avevano quindici, sedici anni, era appena finita la guerra, e c'era la libertà di fare tutto quello che si voleva. Andare a scuola oppure no, andare al Museo del Risorgimento oppure no, andare in bicicletta, mangiare castagnaccio, fumare le prime sigarette, avere dei fidanzatini, per un giorno, cinque giorni, dieci giorni, e poi basta o ancora, c'era la libertà. Poiché c'era la libertà essi non sapevano che c'era la libertà e con loro anche Beppino e Silvana, e Giorgio e Tina e tanti altri insieme a loro che erano tutti loro amici e si trovavano nelle piazze, nelle piazzette e in certi luoghi sconclusionati alla sera dopo cena. Da bere si beveva l'acqua delle fontane e anche quella era libertà perché durante la guerra spesso mancava l'acqua e non c'era nemmeno quella da bere. La città era tutta una maceria, nulla era in ordine, la guerra era stata spazzata via come un gran vento spazza le nuvole o la foschia o la nebbia e ora tutta la vita era un cielo azzurro, sereno e di primavera. Ma lui ed Elisa, lassù. Nel grande Parco del Risorgimento in mezzo all'erba già quasi alta temevano quella faccenda che si vedevano in bicicletta da tanti anni e le loro madri si salutavano e c'era troppa famigliarità. Era come se lui sentisse l'odore della cucina di Elisa, un odore di pulito e di biancheria stirata e di cera da pavimenti e Elisa sentisse l'odore della cucina di lui, che era molto simile all'odore della cucina di lei dove fino a quel momento avevano vissuto con le loro madri e genitori, ed era un poco imbarazzante e disturbevole passare dal ricordo di quell'odore a un metter le mani nel seno di Elisa, anche se la cosa poteva sembrare di far piacere a tutti e due. I baci invece sì, ma erano baci un po' fraterni come se li erano dati da bambini, un poco più cinematografici ora ma la sostanza era sempre quella. Poi scendevano dal Parco del Risorgimento tenendosi per mano e andavano fino alle biciclette che avevano lasciato ai piedi della salita, così, abbandonate e senza lucchetto perché c'era troppa libertà perché si rubassero biciclette che pure si rubavano in quei tempi. Quando c'è la libertà nessuno se ne accorge. Quello che uno vede è una grande confusione e, siccome c'era stata la guerra, questa confusione si mostrava ovunque, nelle case fracassate e nei disastri, nelle bruciature dei cornicioni e delle finestre vuote che guardavano l'azzurro vuoto, nella mancanza di tutto ma nella pienezza della vita, nella gioia della vita. È impossibile accorgersi  della libertà quando c'è la libertà. Prima di tutto perché la libertà totale è il caos e infatti dopo la guerra c'era il caos e un gran muoversi come di formicaio nel tentativo di mettere a posto i danni, di incollare carta alle finestre perché non si trovavano i vetri, di rattoppare vestiti perché non c'era stoffa, di rattoppare gomme di biciclette perché non c'era né gomma né biciclette e il migliore mezzo di trasporto erano le proprie gambe. Non c'era niente di niente eppure tutti ridevano ed erano felici perché c'era la libertà. Non si poteva indicare dove era la libertà o come si manifestava, ma c'era e ognuno ne faceva un uso proprio e la scopriva senza saperlo in mille piccolissime cose. Cos'è la libertà? È la libertà di agire altrimenti. Ma in quegli anni di enorme libertà nessuno conosceva Rosa Luxemburg e tanto meno quella definizione.

venerdì 20 febbraio 2026

Doveravatetutti. 63 Franco Cardini: «Che l'Eternità sia con te, caro vecchio Umberto».


Il 20 febbraio, verso sera, un marinaio di guardia segnalò una fiamma rossastra che si elevava a una prodigiosa altezza e ne diede avviso al capitano, il quale salito sul ponte, dopo aver guardato per alcuni istanti, disse: «Se non m'inganno siamo di fronte all'isola di Chiloè e quella fiamma indica il vulcano di Corcobado. Guardate!» Tutti gli sguardi dei marinai si fissarono sul picco gigantesco, sormontato da un enorme pennacchio di denso fumo. Ben presto la nave fu di faccia al monte che si elevava per 7047 piedi sopra il livello del mare e ognuno dei marinai poté ammirarlo a suo agio. Pareva che, illuminato come era dal chiaror delle fiamme e dagli ultimi raggi del sole morente, galleggiasse in mezzo a un lago infiammato. A poco a poco il picco sparve nella nebbia della sera. (Tratto da “Gli scorridori del mare” – 1900 - di Emilio Salgari).