Letta sul sito www.corriere.it
– su cortese segnalazione della amica carissima Agnese A. – l’intervista di
Walter Veltroni ad Umberto Galimberti - «Spaesati
tra smartworking e abitudini perse» - pubblicata sull’edizione del
quotidiano del 17 di novembre dell’anno 2020: (…). «Nella prima parte, con il
lockdown di marzo, quella che si era verificata era una sorta di angoscia. Che
non è la paura, perché la paura è un ottimo meccanismo di difesa. Vedo un
incendio, scappo. Ha come oggetto qualcosa di determinato. Mentre l’angoscia
non ha qualcosa di nitido davanti a sé. È quello che provano i bambini quando
si spegne la luce nella loro stanzetta e loro non sono ancora addormentati. La
sensazione spiacevole di non avere più punti di riferimento. Sia Heidegger, sia
Freud che neanche si conoscevano, o quantomeno non si erano reciprocamente
letti, definiscono l’angoscia il nulla a cui agganciarsi. Durante la prima
crisi l’angoscia per la minaccia costituita dal rischio del contagio - chiunque
poteva infettare chiunque - ha generato angoscia e consentito, per reazione, una
disciplina generalizzata. Oggi invece, dopo il rilassamento estivo, la
stanchezza di essere confinati e una imprevedibile sorta di superficialità nel
considerare il pericolo ci hanno fatto ripiombare nell’incubo. E la condizione
allora è quella di spaesamento, non più di angoscia. Cosa dobbiamo fare, come
ci dobbiamo comportare… Sabbie mobili. È un sentimento che oscilla tra il
ribellismo, la rassegnazione e la disperazione non solo dei parenti di coloro
che muoiono, ma anche di quelli che perdono il lavoro o chiudono il negozio o
l’impresa. Ci si muove in un clima di assoluto spaesamento. Non abbiamo più il
paesaggio in cui abitare la nostra vita quotidiana con una certa quiete.
Abbiamo perduto la normalità del nostro vivere».
Che cosa può produrre questo spaesamento? «Questo
spaesamento finisce per invocare in qualche maniera una forte richiesta di
decisionismo. E questa non è la cosa più bella in ambito democratico perché dal
desiderio di decisionismo alla clonazione dell’uomo forte il passo è molto breve.
Quello che si vuole è che qualcuno riesca a delimitare i confini, per costruire
un paesaggio dove si possa vivere con una certa previsionalità ed una certa
quiete. E lo spaesamento è una condizione psicologica abbastanza pericolosa.
C’è chi invoca il dittatore illuminato, per esempio. Ma non siamo all’epoca di
Federico II. E poi dov’è il dittatore illuminato? Questo sentimento attraversa
anche parte della sinistra, cioè persone che non sono populiste, ma che non
possono sopportare lo stato di incertezza determinato dallo spaesamento».
Il distanziamento sociale è sopportabile
come condizione esistenziale? «Io lo chiamerei distanziamento virale più che
sociale, perché se cominciamo a mettere in gioco la società di relazione
finisce che ci abituiamo a considerare la società come un’appendice
dell’individuo. Questo è tipico della cultura cristiana, lo devo dire con
chiarezza. I Greci per esempio: Aristotele diceva “Se uno entra in una comunità
e pensa di poter fare a meno degli altri o è bestia o è Dio”. E di Dio dice
“Forse Dio non è felice perché è monakos”. Perché è solo. Invece il cristiano
ha messo in circolazione il concetto di individuo, “L’anima la si salva a
livello individuale”.


















