"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
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martedì 23 febbraio 2021

Cosedaleggere. 100 «Noi italiani non siamo ancora cittadini in relazione al nostro merito. Siamo ancora parenti, in funzione di una struttura sociale familistica».

Letta sul sito www.corriere.it – su cortese segnalazione della amica carissima Agnese A. – l’intervista di Walter Veltroni ad Umberto Galimberti - «Spaesati tra smartworking e abitudini perse» - pubblicata sull’edizione del quotidiano del 17 di novembre dell’anno 2020: (…). «Nella prima parte, con il lockdown di marzo, quella che si era verificata era una sorta di angoscia. Che non è la paura, perché la paura è un ottimo meccanismo di difesa. Vedo un incendio, scappo. Ha come oggetto qualcosa di determinato. Mentre l’angoscia non ha qualcosa di nitido davanti a sé. È quello che provano i bambini quando si spegne la luce nella loro stanzetta e loro non sono ancora addormentati. La sensazione spiacevole di non avere più punti di riferimento. Sia Heidegger, sia Freud che neanche si conoscevano, o quantomeno non si erano reciprocamente letti, definiscono l’angoscia il nulla a cui agganciarsi. Durante la prima crisi l’angoscia per la minaccia costituita dal rischio del contagio - chiunque poteva infettare chiunque - ha generato angoscia e consentito, per reazione, una disciplina generalizzata. Oggi invece, dopo il rilassamento estivo, la stanchezza di essere confinati e una imprevedibile sorta di superficialità nel considerare il pericolo ci hanno fatto ripiombare nell’incubo. E la condizione allora è quella di spaesamento, non più di angoscia. Cosa dobbiamo fare, come ci dobbiamo comportare… Sabbie mobili. È un sentimento che oscilla tra il ribellismo, la rassegnazione e la disperazione non solo dei parenti di coloro che muoiono, ma anche di quelli che perdono il lavoro o chiudono il negozio o l’impresa. Ci si muove in un clima di assoluto spaesamento. Non abbiamo più il paesaggio in cui abitare la nostra vita quotidiana con una certa quiete. Abbiamo perduto la normalità del nostro vivere».

Che cosa può produrre questo spaesamento? «Questo spaesamento finisce per invocare in qualche maniera una forte richiesta di decisionismo. E questa non è la cosa più bella in ambito democratico perché dal desiderio di decisionismo alla clonazione dell’uomo forte il passo è molto breve. Quello che si vuole è che qualcuno riesca a delimitare i confini, per costruire un paesaggio dove si possa vivere con una certa previsionalità ed una certa quiete. E lo spaesamento è una condizione psicologica abbastanza pericolosa. C’è chi invoca il dittatore illuminato, per esempio. Ma non siamo all’epoca di Federico II. E poi dov’è il dittatore illuminato? Questo sentimento attraversa anche parte della sinistra, cioè persone che non sono populiste, ma che non possono sopportare lo stato di incertezza determinato dallo spaesamento».

Il distanziamento sociale è sopportabile come condizione esistenziale? «Io lo chiamerei distanziamento virale più che sociale, perché se cominciamo a mettere in gioco la società di relazione finisce che ci abituiamo a considerare la società come un’appendice dell’individuo. Questo è tipico della cultura cristiana, lo devo dire con chiarezza. I Greci per esempio: Aristotele diceva “Se uno entra in una comunità e pensa di poter fare a meno degli altri o è bestia o è Dio”. E di Dio dice “Forse Dio non è felice perché è monakos”. Perché è solo. Invece il cristiano ha messo in circolazione il concetto di individuo, “L’anima la si salva a livello individuale”.

sabato 20 febbraio 2021

Cosedaleggere. 99 Umberto Eco: «Non smettete mai di farvi provocare da ciò che vi succede attorno e continuate a farvi domande».

Tratto da “Il mio amico e magister Umberto” di Danco Singer, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 19 di febbraio 2021: (…). Umberto Eco è stato e rimane un maestro.

domenica 24 gennaio 2021

Cosedaleggere. 98 Togliatti vs Orwell: «un'altra freccia aggiunta all'arco sgangherato della borghesia anticomunista».

 

Tratto da “La distopia a Botteghe Oscure” di Simonetta Fiori pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 15 di gennaio 2021: Per Togliatti era il demonio o, per dirla alla sua maniera, "un'altra freccia aggiunta all'arco sgangherato della borghesia anticomunista". Berlinguer invece gli tolse i panni di Belzebù per concentrarsi sul profeta della meccanizzazione degli umani: ma il vaticinio gli sembrava sbagliato. Il lungo viaggio del Pci intorno a Orwell potrebbe inscriversi entro queste due date, lontane nel tempo e sideralmente distanti nella sostanza. Nel novembre del 1950, in piena guerra fredda, lo stigma del Migliore scagliato dalle pagine di Rinascita. E nel dicembre del 1983, alla vigilia del compimento dell'anno orwelliano, la "riabilitazione" sulle pagine dell'Unità, diretta da Emanuele Macaluso e distribuita in un milione di copie. In era staliniana, la stroncatura di Togliatti non può certo sorprendere. La denuncia affidata alla distopia di 1984 riguardava apertamente il totalitarismo comunista, con il tiranno georgiano incarnato dal Grande Fratello, il "bispensiero" che caricaturizza la filosofia di Lenin e il nemico Goldstein a ricalco dal vero nome del rinnegato Trockij, ossia Boronstejn.

sabato 23 gennaio 2021

Cosedaleggere. 97 «Non esiste più un partito della sinistra che forma la classe politica».

 

Tratto da “Furono i compagni a salvare la democrazia”, intervista di Simonetta Fiori allo storico Giovanni Gozzini pubblicata sul supplemento “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 16 di gennaio 2021: (…). Chiariamo subito una questione non irrilevante. (…). …lei definisce la nascita del Pci “una deviazione della storia”. Vuol dire che la scissione di Livorno si poteva evitare? «No, non è questo. Il divorzio tra socialisti e comunisti fu avvertito da ogni componente politica come una necessità storica: sia sul fronte riformista turatiano che sul fronte opposto di Bordiga e Gramsci. E, pur dovendo andare oltre la percezione dei protagonisti, noi storici abbiamo il dovere di rispettarla».

martedì 19 gennaio 2021

Cosedaleggere. 96 Richard Horatio Blair: «Papà disprezzava i modi con cui i governi controllano la popolazione. E soprattutto le bugie».

 

Tratto da “Era mio padre. E mi salvò la vita”, intervista di Antonello Guerrera a Richard Horatio Blair – 76 anni, figlio adottivo di George Orwell - pubblicata sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 15 di gennaio 2021: (…). "Dopo 70 anni ancora mi manca, ogni giorno penso a lui".

Richard, pensi se suo padre avesse ascoltato gli amici e l'avesse dato via... Che vita sarebbe la sua oggi? "Ah! Ma lui mi adorava. Mi aveva voluto fortemente perché sapeva di non poter avere figli e, nonostante stesse molto male, promise che non mi avrebbe mai lasciato. Abbandonò la Bbc per me. Avere una famiglia con figli era uno dei suoi imperativi. Era uno scrittore radicale e straordinario, ma ancor prima un essere umano con pensieri e desideri molto semplici".

sabato 16 gennaio 2021

Cosedaleggere. 95 Roger Alies: «Noi non seguiamo le notizie, le fabbrichiamo. Le persone non sanno più a cosa credere».

 

Tratto da “Noi che siamo sospesi” di Marco Damilano, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 15 di agosto dell’anno 2020: Negli ultimi due anni abbiamo avuto prima l’estate 2018 dell’Italia cattiva, razzista, senza limiti, come se il sovranismo che aveva preso il potere a Roma con il governo gialloverde fosse stato vissuto da un pezzo di società come un via libera, un lasciapassare, un liberi tutti per comportamenti censurabili che potevano uscire allo scoperto. E poi l’estate 2019, quella dei pieni poteri invocati su una spiaggia da Matteo Salvini e della sua caduta rovinosa. Due anni vissuti dall’Italia in copia conforme con quanto stava succedendo nel mondo e in Occidente, dopo il 2016 della Brexit e dell’elezione di Donald Trump, ampiamente annunciata da sommovimenti di lungo corso, sociali, culturali, mediatici. Il trumpismo era stato anticipato da fenomeni come quelli raccontati da The Loudest Voice, la serie tv uscita un anno fa in America e poi in Italia, che racconta la nascita di Fox News e la storia del suo inventore Roger Alies, travolto da una catena di scandali sessuali, morto nel 2017 dopo aver condizionato per due decenni la politica americana, e non solo quella americana, con il suo modo di fare informazione. Notizie false, avversari politici gettati nel fango, scorrettezza politica. «Diamo al pubblico ciò che vuole, anche se non sa ancora di volerlo», dice Alies.

lunedì 4 gennaio 2021

Cosedaleggere. 94 «Solo il calore di una lampadina può scaldare il cuore di una falena».

 

Tratto da “Inseguendo una stella”, racconto di Paulo Coelho pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 24 di dicembre dell’anno 2020: Narra la leggenda che una giovane falena – dal corpo fragile e l’animo sensibile – mentre volava seguendo il vento vide una stella molto brillante e se ne innamorò.

giovedì 31 dicembre 2020

Cosedaleggere. 93 «Doveva essere una sorpresa per Natale».

Orrori delle feste comandate. 1 Come per dire che, se le cose degli umani avvengono in date ben precise, c’è proprio da crederci che “il cielo è vuoto”, così come è cantato nel brano di Cristiano De André: “Il cielo è vuoto, c'è soltanto il sole Che acceca la terra e fa esplodere il grano E noi che intanto bruciamo”.

sabato 26 dicembre 2020

Cosedaleggere. 92 Giorgio Bocca: «la vita vera, la felicità cominciavano quel mattino in cui un grido di mia madre mi tirava giù dal letto: “Giorgio, Giorgio, nevica”».

Il 25 di dicembre dell’anno 2011 Giorgio Bocca ci lasciava. Di seguito, la testimonianza di Roberto Vignolo – “biblista”, docente presso la Facoltà Teologica di Milano – riportata sul quotidiano “la Repubblica” di giovedì 24 di dicembre 2020 con il titolo “Quando Bocca provò a parlare con Dio”:

giovedì 24 dicembre 2020

Cosedaleggere. 91 «Oggi in Occidente, come in Oriente, esiste finalmente un solo, vero, e unico dio: il Dio Quattrino».

 

Ha scritto Errico Buonanno in “Falso Natale” – UTET editrice (2019) -: Le classi operaie e contadine, all’alba dell’età vittoriana (Londra, 24 di maggio 1819 – Cowes, 22 di gennaio 1901 n.d.r.), avevano perso praticamente ogni rapporto con il Natale.

venerdì 18 dicembre 2020

Cosedaleggere. 89 «Babbo Natale l'autocertificazione per "comprovate esigenze lavorative" l'aveva in tasca».

 

In un “N.B.” posto a chiusura del Suo “Babbo Natale contro Jeff Bezos”, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi venerdì 18 di dicembre 2020, Giacomo Papi ha scritto: “A parte Babbo Natale, che esiste, tutto il resto è vero”.

lunedì 14 dicembre 2020

Cosedaleggere. 88 «La morale evapora e tutti possono sentirsi innocenti».

 

Tratto da “Perché scienza e politica devono essere libere” di Gustavo Zagrebelsky, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 14 di novembre 2020: (…). …è possibile, anzi necessario, precisare il significato che si intende attribuire a queste due parole: scienza e politica. La scienza si occupa di ciò che è "per natura"; la politica, di ciò che è "per artificio". Altrimenti detto, la scienza si rivolge a dure e testarde verità che stanno al di fuori della volontà e dei desideri degli umani; la politica riguarda mutevoli e discutibili preferenze. La scienza si propone di conoscere; la politica, di scegliere. In sintesi, la scienza si occupa di ciò che è indipendentemente da noi; la politica, di ciò che vogliamo che sia e crediamo che possa dipendere da noi. Una distinzione chiara? Non direi: c'è il dubbio che la "scienza politica", insegnata in tante università, nasconda un ossimoro insidioso. Innanzitutto, un chiarimento. Usando la parola politica, non intendiamo cose che riguardano la politica dei partiti, ma ciò che ha a che vedere con ciò che si fa, da chiunque si faccia, per modellare e governare la dimensione pubblica della vita, cioè la pòlis. Per questo "politica". Un concetto larghissimo che comprende, certamente, l'attività dei partiti, ma non l'esaurisce. Esclude i pensieri e le attività che nascono e muoiono nella dimensione individuale e privata e che, a bene pensarci, sono assai poco numerose. Non è vero che tutto è politico, come diceva l'ingenuo '68, ma è vero che moltissimo è politico. Nelle società libere, scienza e politica sono a loro volta libere. Anzi, il segno più chiaro delle società che amano la libertà è la libertà della scienza (e dell'arte, naturalmente) e della politica. Ciascuna di esse pretende di non avere limiti: se si prostituissero - come fu per la chimica, la fisica, la sociologia, l'arte sotto il bolscevismo e il nazismo, e in generale in tutti i regimi totali o totalitari - le condanneremmo come tradimenti. Lo stesso per la politica: nei regimi liberi, la politica è, per definizione, libera di darsi i suoi fini. Che ne sarebbe se fosse costretta a ubbidire a una religione, a una ideologia, a una verità pre-confezionata? "L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento"; tutti i cittadini sono liberi di associarsi per determinare la politica nazionale: così parla la Costituzione. Libere, ciascuna nel suo ambito, ma ciò non significa che non si incontrino. Al contrario. L'espansione dell'una implica la riduzione dell'altra. Contro ciò che si pensa generalmente, lo spazio della scienza, della scienza "pura", incontaminata dalla politica, si è ridotto grandemente a vantaggio di quest'ultima. L'umanità è sempre più in condizione di creare condizioni artificiali, cioè politiche nel senso ampio anzidetto, là dove un tempo operava la "natura incontaminata". Perfino ciò che riguarda la vita e la morte, la costituzione degli esseri viventi e le loro dotazioni sessuali, le funzioni cerebrali, tutte cose fino a non molto tempo fa appartenenti integralmente alla natura intatta, è entrato nella sfera delle realtà artificiali. La bio-politica è questa espansione, da un lato, e questa restrizione, dall'altro. Se e quando gli esseri umani riusciranno a creare la vita dal nulla o sconfiggere la morte con le loro arti demiurgiche, si potrà dire che l'artificio ha vinto su tutta la linea.

venerdì 11 dicembre 2020

Cosedaleggere. 87 «Non saremo più “liberisti”, ma finalmente liberi».

Tratto da “Mercati, anatomia da colpo di stato” di Massimo Fini, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 6 di dicembre 2020: (…). C’è un’ovvia differenza fra l’industria e la finanza. L’industria produce cose, oggetti, vestiti e, in campo alimentare, il più essenziale di tutti i beni, il cibo. La finanza non produce nulla, partorisce semplicemente altra finanza, è denaro che partorisce altro denaro, cosa che scandalizzava Aristotele per il quale il denaro essendo inanimato non poteva essere fertile (Politica). La finanza è una semplice “partita di giro” a somma zero. “Nulla si crea e nulla si distrugge”, diceva Democrito. Si può star certi che se c’è un rialzo alla Borsa di New York altri, in diverse aree del mondo, stanno perdendo qualcosa, non necessariamente denaro ma per esempio posti di lavoro. Le Borse vanno in visibilio quando una grande azienda licenzia un migliaio di dipendenti. La finanza, a differenza dell’industria che ha bisogno di operai, di tecnici, di impiegati, di portieri, non dà nemmeno lavoro. Basta un individuo particolarmente abile con computer veloce e costui schiaccia un pulsante e mette in ginocchio un intero Paese. Intendiamoci, questi trucchetti sul denaro ci sono praticamente da quando esiste il denaro, anche se nel corso dell’evoluzione, chiamiamola così, hanno preso dimensioni un tempo sconosciute. Nel Medioevo il grande mercante pagava le maestranze in moneta povera, sostanzialmente rame, che i poveracci usavano fra di loro (sarebbe stato inutile e assurdo tesaurizzarla) mentre il mercante realizzava sui mercati internazionali in oro e argento. È quanto succede anche oggi nei Paesi sottosviluppati, detti pudicamente “in via di sviluppo”, dove i locali spendono moneta locale, che non val nulla, mentre i loro datori di lavoro realizzano in dollari, euro, sterline. Il mercato è onnipresente. Esiste una vera e propria “dittatura dei mercati” di cui si preferisce non parlare o solo bisbigliare, anche se di recente due film, non a caso americani, The Wolf of Wall Street di Scorsese e Panama Papers di Soderbergh hanno affrontato in modo serio la questione. Questa dittatura però è sfuggente perché anonima. Sono finiti i bei tempi in cui il dittatore era un soggetto in carne e ossa e quindi potevi sempre sperare di sparargli col tuo fucilino a tappo e farlo fuori. Sparare contro “i mercati” è come cercare di colpire un fantasma. Il mercato è quindi invincibile? Teoricamente no. Al mercato si oppone l’economia di Stato quale è esistita, per fare l’esempio più noto, in Unione Sovietica. Ma l’economia di Stato è infinitamente meno efficiente di quella a libero mercato. Se l’Urss ha perso la Guerra fredda con l’Occidente non è perché aveva meno atomiche, meno bombardieri, meno carri armati, insomma meno armi, meno popoli arbitrariamente soggiogati, l’ha persa sul piano dell’economia. Un Paese a economia di Stato circondato da Paesi “liberisti” è spacciato. Dovrebbe essere talmente forte da occupare una buona parte del globo, per questo Trotzkij affermava “la Rivoluzione o è permanente o non è”. E infatti non è stata. Gli antichi Imperi fluviali, sostanzialmente collettivisti, comunisti, dov’era prevalente il concetto di “equivalenza” e di una ragionevole redistribuzione della ricchezza fra i sudditi, hanno potuto resistere tremila anni perché così immensi da non temere una concorrenza esterna.

giovedì 10 dicembre 2020

Cosedaleggere. 86 «Metà del mondo mi pare superstiziosa quanto i contadini medievali».

 

Tratto da “Torniamo alla scienza”, intervista di Antonello Guerrera allo scrittore inglese Ian McEwan pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” dell’8 di dicembre 2020: (…). McEwan, con la piaga pandemica e la scienza sempre più "pop", tempismo perfetto per "Invito alla meraviglia" (ultima pubblicazione dello scrittore inglese, Einaudi Editore, pagg. 115, euro 14 n.d.r.). "Questa grave crisi è arrivata in un contesto di duro anti-razionalismo, populista, superstizioso, a volte violento e furioso. Gli Stati Uniti degli ultimi anni ne sono stati esemplari, a causa di un presidente immaturo, per cui le mascherine erano una questione politica. DI lì, si sono moltiplicati i negazionisti del Covid. Se trent'anni fa immaginavamo una nuova, imminente era di umanesimo secolare, laico, dettato da evidenze scientifiche, beh, ci sbagliavamo. Negli ultimi decenni, nelle democrazie più avanzate dell'Occidente, abbiamo mandato sempre più spesso i nostri figli all'università, ma ciò non sembra esser stato efficace. Perché quasi metà del mondo mi pare superstiziosa quanto i contadini medievali".

 

domenica 29 novembre 2020

Cosedaleggere. 85 «La storia non è una inevitabile ascesa verso il mercato e il denaro».

Tratto da “Il rito del dono, lezione per il virus” di Massimo Fini, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri 28 di novembre: (…). Dunque il dono.

giovedì 26 novembre 2020

Cosedaleggere. 84 «Confondiamo la “libertà” con l’“indeterminatezza” della natura umana».

Tratto da “L’illusione della libertà” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 7 di novembre 2020: Un'idea utilissima alla convivenza, ma che non ha alcun fondamento. La libertà non esiste, esiste, però esiste l’idea di libertà. E le idee fanno più storia di quanto non ne facciano gli accadimenti. Qui capiamo cosa significa pensare: sottoporre a verifica le nostre idee che, per ragioni biografiche, culturali o di propaganda, sono così radicate da non tollerare alcuna critica, perché facilitano il giudizio, ci rassicurano, e perciò vengono scambiate per verità, quando non sono altro che abitudini mentali che non abbiamo mai messo in discussione, perché tranquillizzano le nostre coscienze che non amano l’inquietudine dell’interrogazione. Noi confondiamo la “libertà” con l’“indeterminatezza” della natura umana che, a differenza di quella animale, è sprovvista di istinti che sono risposte “rigide” agli stimoli. Privi di istinti, abbiamo pulsioni a meta indeterminata per cui, per esempio, di fronte a una pulsione sessuale possiamo dedicarci a tutte le perversioni, cosa che non sembra sia concessa agli animali, così come possiamo esprimerci nella scrittura, nella poesia o nell’arte, come ci insegna Freud quando parla di sublimazione. A compensazione della mancanza di istinti sono nati i riti nelle tribù primitive, i precetti e i comandamenti con le religioni, le leggi con le società civili per garantire un ordine sociale. Per far funzionare quest’ordine era necessario persuadere che l’uomo, a differenza dell’animale, gode della “libertà” da cui discende la “responsabilità” delle sue azioni e di conseguenza la sua “punibilità” nel caso di trasgressioni dei precetti, dei comandamenti o delle leggi. Il vantaggio sociale è innegabile, perché se tutti osserviamo le leggi e i trasgressori vengono puniti, siamo garantiti nella nostra sicurezza, per ottenere la quale, come ci ricorda Freud ne Il disagio della civiltà, «l’uomo ha barattato una parte una parte della sua possibilità di felicità (che consiste nella piena soddisfazione delle pulsioni) per un po’ di sicurezza». Percorso inevitabile per diventare civili. Anzi, Freud ne parla come di un «esperimento terapeutico che ha consentito di raggiungere ciò che finora non fu raggiunto attraverso nessun’altra opera di civiltà». L’equivoco consiste nel ritenere che le leggi limitino la libertà dell’uomo, mentre limitano l’indeterminatezza del suo agire pulsionale, che ne renderebbe imprevedibile il comportamento. Nocciolo della questione è che la “liberà” confligge con la nostra “identità”, che è alla base della fiducia sociale. Io mi fido di te perché conosco la tua identità che, se non sei come il dottor Jekill e mister Hyde (doppia personalità), mi consente di prevedere il tuo comportamento. Mi spiego con un esempio: un giorno Sartre finì in ospedale dopo avere fatto un’escursione in montagna senza una guida. Alla domanda del suo amico Merleau-Ponty che gli chiedeva se non potesse andare in montagna con una guida, Sartre rispose: «Secondo te, io sono uno che va in montagna con una guida?». La natura di Sartre, la sua identità sono tali da non consentirgli la libertà di andare in montagna con una guida. Sartre è fatto così, e la libertà di scegliere è puramente teorica. Tralascio i riferimenti alla genetica dove è iscritto il nostro modo di vivere, di ammalarci e di morire, per non parlare dell’ambiente in cui siamo nati e cresciuti, che non è meno vincolante della genetica.

martedì 24 novembre 2020

Cosedaleggere. 83 Bergoglio, l’Uomo: «Questi sono stati i miei principali "Covid" personali».

Ha scritto Enzo Bianchi – ex priore di Bose – in "Reagire all’indifferenza" ieri lunedì 23 di novembre 2020 sul quotidiano “la Repubblica”: Ricordare, rileggere quello che si è vissuto, discernere come lo si è vissuto e infine confrontarlo con il presente, è operazione importante per la nostra consapevolezza e sapienza umana. Lo stesso progetto del futuro dipende dallo sguardo penetrante sul passato e dall’analisi del presente.  

lunedì 23 novembre 2020

Cosedaleggere. 82 Marchionne di Coppo Stefani, cronista fiorentino (1348): “E tale che non avea nulla si trovò ricco”.

 

La “peste” e gli uomini. Tratto da “La peste nera e il mondo nuovo” dello storico Alessandro Barbero, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 19 di novembre 2020: La peste ha sempre colpito profondamente l’immaginazione umana. Alcuni fra i maggiori autori del canone occidentale, da Tucidide a Boccaccio, hanno rappresentato le epidemie del loro tempo in pagine memorabili; e anche quando la malattia è scomparsa dall’Occidente la sua formidabile potenza allegorica ha continuato ad alimentare l’immaginazione degli scrittori.

domenica 15 novembre 2020

Cosedaleggere. 81 «Siamo responsabili non solo di quello che avverrà, ma anche di quello che è già avvenuto».

 

Tratto da “Ogni essere umano è un libro” di Massimo Recalcati – psicoterapeuta di “scuola lacaniana” -, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi domenica 15 di novembre 2020: Non è troppo forzato rappresentare la vita umana come se fosse un libro, una superficie stratificata sulla quale si sono scritte tutte le tracce che le hanno dato forma? Non siamo forse tutti delle pagine stampate? La nostra storia è come un libro scritto alle nostre spalle? Di cosa siamo fatti se non dei fantasmi del nostro passato, dei suoni, dei profumi, dei ricordi, degli incontri, delle sensazioni, delle emozioni, delle parole che hanno scritto la nostra vita? Siamo scritti da tutto quello che ci è accaduto ed è accaduto attorno a noi. Non siamo gli autori del libro che siamo, ma siamo il libro, non siamo il poeta ma il poema, direbbe Lacan. Certamente, alcune di queste tracce si sono rivelate più tenaci e resistenti di altre. Alcune di queste tracce non si lasciano dimenticare. Alcune pagine del libro che siamo non si possono non rileggere. Risultano indimenticabili; nella luce e nelle tenebre. Pagine di gioia immensa e pagine di angoscia profonda. Sono le pagine che hanno tracciato con più forza la nostra vita dandole forma. Il libro che siamo non sarebbe quello che è se non fosse stato tagliato dalle nostre esperienze più traumatiche. Nessun libro inizia dal nulla. Ogni libro è già scritto invisibilmente prima ancora di essere scritto. La memoria può essere inesorabile. È quello che Jung definiva il “potere di ieri”. Non siamo gli autori della nostra storia ma solo gli attori di un copione scritto da altri? I libri che amiamo di più non sono forse quelli nei quali possiamo ritrovare la nostra parte, il personaggio che siamo stati nel copione dettato dall’Altro? Al tempo stesso voltando le pagine dei libri che leggiamo cerchiamo anche quello che non abbiamo mai visto, né saputo, cerchiamo, voltando la pagina, l’incontro con l’ignoto. È la doppia direzione che segue la pratica della lettura: per un verso cerchiamo nel libro la nostra stampata originaria — il nostro copione, il poema che siamo — e, per un altro verso, ricerchiamo la pagina inedita che non siamo mai stati. In altre parole, per voltare la pagina di un libro bisogna riconoscersi in quello che leggiamo e, al tempo stesso, perderci in quello che leggiamo. Il trauma è ciò che ci impedisce di voltare la pagina perché impone la lettura di un’unica pagina, perché riduce la bellezza del libro a una sola pagina. (…). Ogni volta che la vita subisce una ferita non tende a passare oltre, a voltare pagina, a dimenticare la ferita, ma piuttosto a ripetere la ferita. Non nonostante sia una ferita, ma proprio perché è stata una ferita. Siamo davvero fatti per cambiare, per voltare pagina? Non esiste forse un’attitudine dell’uomo a ripetere sempre lo Stesso, una resistenza a voltare pagina? Perché ogni volta che si volta pagina qualcosa muore. Voltare pagina significa morire? Oppure dimenticare? Cancellare il nostro passato? La lettura non è forse una pratica della memoria? In qualunque attività umana la creatività non sorge mai dal nulla, ma eredita una storia, un passato. Si può voltare pagina solo se si sono lette le pagine che hanno preceduto il nostro gesto di procedere in avanti, di continuare la lettura del libro. Il passato non ha un significato dato per sempre; il significato del passato dipende da chi lo legge ora, adesso, nel tempo presente. Noi siamo responsabili non solo di quello che avverrà, ma anche di quello che è già avvenuto. Possiamo, per esempio, negare l’esistenza dell’Olocausto o assumerne tutto l’orrore. La nostra scelta significa il passato in modo profondamente diverso.