"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 31 ottobre 2018

Riletture. 34 «Noi, le rane infelici del consumismo».


Ha scritto Umberto Galimberti in “L’economia ha un’anima nichilista” – sul settimanale D del 16 di giugno 2018: (…). …forse il mercato, che ci visualizza solo come produttori e come consumatori, quindi come funzionari delle merci, ha bisogno della nostra depressione per poter funzionare, crescere, aumentare il fatturato, fin dove? Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo ci informa che noi occidentali, che siamo il 17 per cento della popolazione mondiale, per mantenere l’attuale tenore di vita abbiamo bisogno dell’80 per cento delle risorse della terra. È evidente che una simile sproporzione non può durare a lungo, e ciò nonostante da ogni parte ci dicano che dobbiamo crescere e per crescere dobbiamo aumentate i consumi.

martedì 30 ottobre 2018

Terzapagina. 49 « Il populismo:un popolo, uno e indistinto».


Tratto da “La Rete ci ha reso soli e il popolo non esiste più”, colloquio di Wlodek Goldkorn con Ilvo Diamanti pubblicato sul settimanale L’Espresso del 30 di agosto 2018: (…). Dice Diamanti: «Lo Stato non si è mai fidato dei cittadini e i cittadini hanno sempre ricambiato, non si sono mai fidati dello Stato». E prosegue: «Rispetto al passato è mutata la situazione politica; oggi la mancanza di mediazione, o meglio quello che noi politologi chiamiamo la disintermediazione è nei fatti. (…). Mi permetta di fare il demagogo. Si è mai chiesto perché in Italia la pressione fiscale è maggiore che altrove e per quale motivo il sistema fiscale è meno sopportabile che altrove?»

lunedì 29 ottobre 2018

Riletture. 33 L´immagine dell´Italia nella tempesta dello spread.


I tratti storico-antropologici di un popolo e delle classi dirigenti che esso esprime hanno da sempre condizionato – non sempre al meglio - il divenire di quegli accadimenti e di quei fatti che si suole dire definiscano la “Storia”. Considerazioni del 29 di ottobre dell’anno 2011 contenute ed espresse in “L´immagine dell´Italia nella tempesta della crisi” di Alain Touraine, pubblicato sul quotidiano la Repubblica: (…). Conosciamo, grazie allo scozzese Adam Smith, fondatore della scienza economica nel XVIII secolo, l´importanza decisiva della fiducia nell´economia di mercato. Se oggi l´Italia è costretta a pagare per il suo debito un tasso d´interesse molto più elevato della Germania (spread), è soprattutto perché sia i mercati, sia le istituzioni finanziarie non hanno fiducia in Silvio Berlusconi (al tempo liquidato dai cosiddetti “poteri forti” dell’Europa e non già dalle schede nelle urne. Ed oggi in chi hanno fiducia quelle organizzazioni? N.d.r.): sanno che si mantiene al potere ricorrendo a mezzi anomali per ottenere i voti che gli mancano nelle consultazioni importanti; che è in aperto conflitto con la magistratura, la quale dispone di un´indipendenza maggiore di quella dei Paesi vicini, e in particolare della Francia; e che impedisce al presidente Napolitano di prendere decisioni da lui giustamente ritenute necessarie per l´Italia. Lungi da me l´idea di attribuire a un uomo, per quanto altolocato, le disgrazie di un Paese. Ma il ruolo di Silvio Berlusconi è tanto importante e spettacolare che si è costretti a vedere la sua presenza alla testa dell´Italia come un ostacolo alla ripresa di un Paese la cui immagine è oggi peggiore della sua situazione obiettiva. (…). Gli europei devono avere coscienza dell´importanza economica e politica dell´Italia: e sono ben disposti a riconoscerla, ma alla principale condizione che la sua voce non sia più quella dell´attuale presidente del Consiglio dei ministri. L´Eurozona e tutta l´Unione europea stanno affrontando pericoli che potrebbero essere mortali. Ciascun Paese, ciascun dirigente o portavoce deve essere cosciente della loro gravità, e delle conseguenze catastrofiche che comporterebbe un tracollo dell´euro. Questa situazione conferisce una particolare responsabilità a chi parla e decide in nome del proprio Paese. (…). Se è vero che tutti i Paesi devono affrontare con coraggio le loro responsabilità, oggi è l´Italia – in quanto una delle economie più forti – a poter esercitare la maggiore influenza, positiva o negativa, per il semplice fatto del carattere eccezionale della personalità di Silvio Berlusconi. Tutti gli europei, ma soprattutto quelli che più amano e ammirano l´Italia e vogliono assolutamente darle fiducia, chiedono ai loro fratelli e sorelle italiani di migliorare l´immagine del loro Paese in Europa e nel mondo, ponendo in altre mani le decisioni più vitali, non solo per l´Italia ma per tutta l´Europa.

domenica 28 ottobre 2018

Sullaprimaoggi. 33 «Al solito, Salvini vende fumo».



Tratto da “Salvirenzi” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 26 di ottobre 2018: (…). …leggere loro alcune frasi e (…) domandare se le abbia pronunciate Di Maio oppure Salvini. Eccole. 1) “Gli immigrati vanno aiutati a casa loro. Noi non abbiamo il dovere dell’accoglienza. Sarebbe un disastro politico, economico e sociale”. I discepoli renziani non hanno dubbi: quasi tutti rispondono “Salvini”, “quello che gli piaceva la camicia verde e l’ampolla con l’acqua del Po”, “quello che è contro i migranti in modo più chiaro”, uno che dice cose che “Renzi non direbbe mai”. Infatti la frase è di Renzi. 2) “Dobbiamo andare oltre i criteri di Maastricht creando un deficit anche del 2,9%”. Il popolo dei leopoldi s’indigna: “assurdo!”, “pazzesco!”, “un cretino!”, “coloro che non hanno a cuore le sorti dell’Italia”, “questo è Salvini”, “no, Di Maio”, “tutti e due”, “quelli che vogliono mandarci in bancarotta”. Infatti anche questa è di Renzi. 3) “Alziamo i pagamenti in contanti a 3 mila euro”. I seguaci del rottamatore rottamato schiumano di rabbia: “È pur sempre evasione fiscale, quindi Salvini”, “certo che è Salvini, perché comunque viene dal centrodestra di Berlusconi dov’è prevista la possibilità di evadere il più possibile”. Sventuratamente anche questa è di Renzi. 4) “Diamo all’Europa 20 miliardi l’anno e ne riprendiamo solo 12: o l’Europa mantiene le promesse sui migranti, o toglieremo i soldi all’Europa”. Gli apostoli del messia di Rignano non ci pensano su un istante: “Un cretino, le cose non stanno così!”, “un attacco strumentale all’Europa per spostare i problemi”, “una frase tipica di Salvini”, “trattandosi di soldi tutti e due sparano a caso”, “quei due incompetenti con cui non abbiamo nulla da spartire”, anzi no, “questo è Di Maio, io conosco bene gli avversari”. Purtroppo è sempre Renzi. (…). “Se l’Europa boccia la manovra, noi la ripresenteremo uguale. Bruxelles non è il maestro che fa l’esame, non ha i titoli per intervenire”. Chi era: Salvini? Di Maio? Macché: ancora Renzi, il 16.10.2015. Lo stesso che ora dà dei “cialtroni che ci porteranno a sbattere” a chi dice quel che diceva lui e fa molto meno di quel che voleva fare lui (il 2,9% di deficit-Pil i cialtroni se lo scordano). Per questo l’opposizione del Pd non esiste: perché il Pd ha già fatto e detto tutto e, per quanti sforzi facciano, i gialloverdi non sono ancora riusciti a eguagliarlo. L’altro ieri, per dire, il Senato esaminava la legge leghista sulla legittima difesa. Il Pd ha votato a favore di uno degli articoli principali, il 2 (e senza che nessuno glielo chiedesse, essendo del tutto ininfluente per l’approvazione). Poi, come i coccodrilli, ha iniziato a piagnucolare per non aver votato contro. Il guaio è che l’art. 2 è pressoché identico a quello della legge sulla legittima difesa del Pd approvata nel 2017 solo alla Camera e firmata da quel genio di David Ermini (ora vicepresidente del Csm), che dava licenza di sparare ai ladri in caso di “grave turbamento”, ma solo nelle “ore notturne”. La Lega, perfidamente, ha lasciato il “grave turbamento” ed eliminato le “ore notturne”, anche per l’oggettiva difficoltà di fissarne la decorrenza col mutare delle stagioni, dell’ora legale e dell’illuminazione delle abitazioni (se tengo giù le tapparelle, è buio anche di giorno). E il Pd, per coerenza, ha votato come un anno fa, salvo promettere di non farlo più la prossima volta. Tanto la norma passerà lo stesso anche senza questi peli superflui. Noi pensiamo della legge Salvini la stessa cosa che pensavamo della legge Ermini: una boiata pazzesca. E non perché spalanchi le porte al Far West o al fascismo, come ripetono i presunti avversari di Salvini, suoi preziosissimi alleati a loro insaputa. Bensì perché non serve a nulla, se non a incoraggiare la gente ad armarsi e sparare nell’illusione di un’immunità da indagini, processi e condanne che non potrà mai esserci. Se in casa mia viene trovato il cadavere di un uomo ammazzato da un’arma che risulta mia, io verrò sempre indagato per appurare se la mia difesa fosse legittima, cioè se mi stessi difendendo da un pericolo mortale o se, puta caso, avessi invitato il tizio a cena per poi accopparlo e spacciarlo per un ladro o un assassino. Nessuna legge potrà mai impedire al magistrato di indagare sulle cause di una morte violenta. Nemmeno se ora si estende la legittima difesa a “chi ha agito per la salvaguardia della propria o altrui incolumità in condizioni di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto” allo scopo di “respingere un’intrusione nella sua proprietà”. Chi lo stabilisce, se non il pm e il giudice, che chi ha sparato respingeva l’intrusione, era in pericolo e in preda al grave turbamento? Di fatto, cambierà poco o nulla, perché già oggi le indagini si fanno su chiunque spari (a torto o a ragione), ma poi finisce imputato e condannato solo chi spara alla schiena al ladro già in fuga e dunque inoffensivo. E sono casi rarissimi: fra udienze preliminari e dibattimenti, 7 processi in tutta Italia nel 2013, zero nel 2014, 4 nel 2015 e 4 nel 2016. Quindi, al solito, Salvini vende fumo. Ma arriva sempre secondo.

sabato 27 ottobre 2018

Riletture. 32 Non c’è un prima, non c’è un dopo. È sempre la stessa storia.


“Forza Manette” è stato il titolo dell’urlo (in forma scritta) lanciato da Marco Travaglio su “il Fatto Quotidiano” del 27 di ottobre dell’anno 2016. “Forza Manette” lanciato ed auspicato allora per “lor signori” della politica. Ma lo stesso urlo lo si era sentito squarciare il silenzio nei giorni che hanno preceduto la data elettorale del 4 di marzo 2018. Un tintinnar di manette che si è andato affievolendo una volta che “lor signori”, vincitori di quella tenzone elettorale, si siano assicurato lo scranno del potere. Di quel tintinnar non s’ode eco alcuna. Ecco, non c’è un prima, non c’è un dopo. È sempre la stessa storia. Poiché quel tintinnar buono per adescar consensi nelle urne non è convenuto ai grandi elettori dei novelli reggitori della cosa pubblica. L’invereconda vicenda della cosiddetta “legge di stabilità” ce ne offre una conferma. “Manette” addio per i malfattori di ogni tipo, come prima auspicato e minacciato, dovendo dar di conto “lor signori” proprio a coloro che ne hanno consentito il successo. Non c’è un prima, non c’è un dopo. È sempre la stessa storia. Trascrivo quell’urlo: Quattro good news, tanto per gradire. 1) Come avevamo anticipato (…), il Pd e gli alleati alfanian-verdiniani hanno salvato il senatore Albertini dalla condanna a risarcire 35 mila euro al pm Robledo per una calunnia, regalandogli abusivamente un’immunità parlamentare retroattiva che non gli spetta, perché all’epoca dei fatti non era in Parlamento, ma solo sindaco, dunque sprovvisto del privilegio che consente ai parlamentari di dire ciò che vogliono nell’esercizio delle proprie funzioni (non in altre). Contro la palese violazione della Costituzione, Robledo potrà chiedere ai giudici di sollevare alla Consulta il conflitto di attribuzioni con il Senato, per vedere riconosciuti i suoi diritti violati da una maggioranza-canaglia. 2) Come ampiamente previsto, il senatore e padre costituente Denis Verdini ha visto annullare dalla Corte d’appello di Roma “per intervenuta prescrizione” la sua condanna in primo grado a 2 anni per corruzione nell’appalto della Scuola dei Marescialli di Firenze. Che sarebbe finita così si sapeva già dal 2010, quando il reato fu scoperto. Siccome i fatti risalgono alla metà del 2008, il calcolo era presto fatto: la prescrizione sarebbe scattata dopo 7 anni e mezzo, cioè nel 2016. Ecco perché la riforma della prescrizione, annunciata in pompa magna da Renzi due anni fa e promessa dal ministro Orlando “entro l’estate” (questa), è appena finita sul binario morto per ordine di verdiniani (ci mancherebbe), alfaniani e mezzo Pd. 3) Intercettato dai giudici antimafia di Reggio Calabria, un imprenditore legato alla cosca Aquino-Coluccio annuncia giulivo: “Noi ci siamo presi il 70% dei lavori in Expo”. Col solito sistema dei subappalti, dalla solita cooperativa rossa (di vergogna, si spera), gli uomini della ’ndrangheta hanno realizzato – scrivono i giudici – “buona parte dei lavori del sito espositivo Expo 2015, ivi compresi i padiglioni dell’Italia, della Cina, dell’Ecuador, le rampe di accesso e tutta la rete fognaria”. Come volevasi dimostrare (almeno per chi legge il Fatto), questo nascondeva l’imperituro evento di Expo, orgoglio e vanto della Nazione, celebrato con fiumi di retorica da Napolitano, Mattarella, Renzi e turiferari a mezzo tv e stampa. Questo avveniva in quella Milano che Raffaele Cantone – si spera, pentito – riabilitò a “capitale morale d’Italia” a differenza di Roma che “non ha gli anticorpi”. Figurarsi se Milano non li avesse avuti: la ’ndrangheta, invece del 70%, si sarebbe pappata il 100% dei lavori. E se queste cose si fossero sapute con sei mesi d’anticipo, secondo voi il supercommissario Giuseppe Sala oggi sarebbe il sindaco di Milano o magari un signore infrequentabile costretto a giustificare un gigantesco disastro finanziario e pure criminale? 4) Ieri, tra Roma e Genova, doppia retata per gli appalti della Salerno-Reggio, del People Mover di Pisa e del Terzo Valico Genova-Milano: 31 arrestati e vari indagati per corruzione. Spiccano i nomi di due figli d’arte: Giandomenico Monorchio, erede dell’ex ragioniere generale dello Stato Andrea, e Giuseppe Lunardi, rampollo dell’ex ministro berlusconiano delle Infrastrutture e Trasporti Pietro (quello che “con la mafia bisogna convivere”). Ma soprattutto quello di Ettore Pagani, vicepresidente di Cociv (Consorzio Collegamenti Integrati Veloci), ma anche ingegnere di Eurolink, la società del consorzio guidato da Impregilo per il progetto definitivo del Ponte sullo Stretto. È trascorso un mese esatto dalla visita del premier Renzi alla Salini-Impregilo per festeggiare i 110 anni del gruppo, annunciare che il Ponte si farà e dare una bella mano agli avvocati dell’impresa nel contenzioso con lo Stato (l’Avvocatura pubblica sostiene che le penali dovute ammontano a 30 milioni, Salini&Renzi parlano di “miliardi”). Renzi aggiunse, irridendo al no della Raggi alla candidatura olimpica di Roma, che “si devono bloccare i ladri, non le grandi opere”. Supercazzola di rara insensatezza (i ladri li bloccano le manette dei giudici, ma dopo che hanno rubato, mai prima), che fa il paio con quella sul “Daspo per i corrotti” (mai visto) e con i gargarismi del “noi abbiamo commissariato il Mose, nominato Cantone all’Anac e fatto Expo senza scandali”. Infatti la ’ndrangheta ringrazia. E meno male che Salini-Impregilo compiva gli anni il 27 settembre: un solo mese di ritardo e Renzi avrebbe dovuto spegnere le 110 candeline praticamente da solo, o magari portare la torta a qualche festeggiato nell’ora d’aria. Morale della favola.

venerdì 26 ottobre 2018

Riletture. 31 «La solitudine dell'indigeno italiano».



Tratto da “La solitudine dell'indigeno italiano” di Ezio Mauro, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 26 di ottobre dell’anno 2016: "Qui non c'è niente. Niente per noi, che ci siamo nati: figurarsi per gli altri". (…). Quella frase dimostra che dall'egoismo del niente può nascere una vera e propria guerra per il nulla in cui viviamo. Che ci angoscia, ma che non vogliamo dividere con nessuno. Sono parole sincere, fotografie brutali delle mille periferie italiane quelle pronunciate al posto di blocco di Gorino. L'ospedale più vicino è a 60 chilometri, il medico viene in paese un'ora al giorno e se ne va, gli uomini sono fuori in barca dal mattino presto fino al tardo pomeriggio perché vivono di pesca, quell'ostello prima requisito poi restituito funziona anche da bar, è l'unico centro di ritrovo del paese, ha qualche camera per i pochi turisti che in stagione vogliono fermarsi per un giro sul delta. È una vita minima, s'immagina di sacrificio, attorno alla casa, la famiglia e la pesca. Dovrebbe farci riflettere il fatto che l'unica volta in cui il paese si sente comunità, agisce insieme, trova un'espressione collettiva, è davanti alla notizia che arriveranno dodici richiedenti asilo. (…). La superficie sottile della civiltà italiana - la solidarietà cristiana, la fraternità socialista, il buon senso compassionevole liberale - si sta sciogliendo nei punti più deboli della nostra geografia sociale, i piccoli centri della lunga periferia italiana, i paesi di montagna e di campagna, le isole ghettizzate all'interno delle grandi città. Persone in buona parte anziane, estranee al circuito del consumo multiculturale, frastornate dalla globalizzazione, con gli immigrati si trovano nei giardini spelacchiati sotto casa un mondo che non hanno mai visitato e mai conosciuto, senza che le comunità siano state preparate a gestire il fenomeno, inquadrandolo nelle sue dimensioni, nelle prospettive, nel rapporto tra i costi e i benefici. Si sentono esposti, si scoprono vulnerabili, diventano gelosi del poco che hanno, egoisti di tutto: o appunto di niente, perché l'egoismo sociale funziona anche come forma identitaria di riconoscimento sociale e di auto-rassicurazione. Va così in scena una vera e propria lotta di classe in formato inedito, che mette di fronte la modernità esausta e logorata della democrazia occidentale con la primordialità dei mondi disperati che prendono il mare per cercare sopravvivenza, e nient'altro. Gli ultimi si trovano davanti i penultimi, che non vogliono concedere agli stranieri un millimetro di spazio sulla terra che considerano loro.

giovedì 25 ottobre 2018

Lalinguabatte. 64 «Il mito della sicurezza» e la «morale eteronoma».


Ha scritto Nicolao Merker in “Filosofie del populismo” – Editore Laterza, Biblioteca di cultura moderna (2009) -: “Per il populista il popolo non è un vero interlocutore, non ha vera voce in capitolo. È perciò populista anche chi del popolo diffida e lo considera una bruta massa indistinta che ostacola l’emergere di rari spiriti superiori”. “Dio, patria e famiglia”. Con una variante, forse non molto diffusa, di “Dio, patria, lavoro”, quest’ultimo meno ricercato. Mi pare siano state da sempre le triadi preposte alla formazione civile, allo sviluppo emozionale, delle generazioni giovani del bel paese. Escludo che altre entità possano aver contribuito, o possano essere state ammesse, almeno nel passato anche più recente, allo sviluppo della educazione sentimentale dei giovani senza distinzione di generi.

mercoledì 24 ottobre 2018

Sullaprimaoggi. 32 Essere onesti? E perché mai?


Tratto da “Più manette, più soldi” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 24 di ottobre 2018: (…). …un governo non dico onesto, ma almeno interessato a fare cassa, avrebbe dovuto fare l’opposto: inserire l’Anticorruzione e l’Antievasione nel decreto fiscale e posticipare l’eventuale “pace fiscale” (così ciascuno avrebbe potuto leggere e capire quel che scrivevano i tecnici del Mef). Perché una normativa severa e dunque dissuasiva contro l’evasione e la corruzione (3-400 miliardi l’anno) porterebbe una montagna di soldi in più del condonino. Quanto basterebbe a finanziare tutti i redditi di cittadinanza, le riforme della Fornero e persino un primo taglio delle tasse (a chi le ha sempre pagate).

lunedì 22 ottobre 2018

Riletture. 30 A proposito di antiche, pasticciate leggi finanziarie.


Perché meravigliarsi più di tanto per le proditorie manovre - o sotto-manovre - del governo in carica in vista della legge finanziaria al tempo del cosiddetto “cambiamento”? È invece confortante e rassicurante andare a ri-leggere le cronache sulla “materia” riportate su “il Fatto Quotidiano” del 22 di ottobre dell’anno 2014 a firma di Stefano Feltri - “Una manovra-pasticcio: Colle e Ue non si fidano” –, cronache che ci confermano e ci rassicurano di una incontrovertibile verità: la politica nel bel paese è sempre la stessa, non cambia proprio, con buona pace per tutti. Poiché quelle cronache hanno a che fare con il tempo politico del “#cambiareverso”, ovvero al tempo della “rottamazione” degli usi e costumi di quella che allora veniva definita spregiativamente la vecchia politica. Leggiamo quelle cronache con l’occhio vigile rivolto all’oggi per scoprire, solo che ce ne fosse stato il bisogno, quel persistente permanere di usi e costumi che ci confortano nella convinzione che nulla cambia nonostante l’acqua continui a scorrere sotto i nostri ponti (senza allusione alcuna al disgraziato ponte di Genova). Scriveva a quel tempo Stefano Feltri: Il parto della legge di Stabilità è ogni giorno più travagliato: a quasi sei giorni dal Consiglio dei ministri che ha definito la manovra da 36 miliardi, il governo ha mandato ieri al Quirinale un testo ancora grezzo, mancava un dettaglio non irrilevante come la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato. Cioè la certificazione che le coperture siano a posto. Il Colle ha diramato un comunicato in cui capo dello Stato Giorgio Napolitano ha sottolineato che la legge di Stabilità sarà “oggetto di un attento esame”, così attento che non è bastato un colloquio di un’ora e mezza con il premier Matteo Renzi a chiarire i dubbi. Si replica oggi con una colazione tra i due. Oggetto del confronto: la reazione della Commissione europea alla legge di stabilità e la riunione del Consiglio cui parteciperà Renzi domani. “La lettera all’Italia sulla legge di Stabilità non è stata ancora inviata, ci sta lavorando la direzione generale Affari economici”, ha detto il temuto commissario Jyrki Katainen. L’obiettivo ormai non più nascosto del governo Renzi è evitare la bocciatura esplicita, che la Commissione deve decidere entro due settimane dalla presentazione dei conti (arrivati a Bruxelles il 15 ottobre, con la nota di aggiornamento al Def). Per le richieste di correzione minori, c’è più tempo. E da novembre sarebbe la nuova Commissione guidata da Jean Claude Juncker a pronunciarsi, considerata più bendisposta. Il punto sensibile è il rinvio del pareggio di bilancio dal 2016 al 2017: l’Italia sostiene che ci sono le “circostanze eccezionali” che giustificano il mancato rispetto del cosiddetto “obiettivo di medio termine”, ma due giorni fa il presidente uscente della Commissione José Barroso ha detto invece che all’Italia sarà comunque richiesto un aggiustamento da 0,5 punti di Pil (circa 7,5 miliardi) nel 2015 invece che lo 0,1 offerto da Renzi e dal suo ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.  Secondo quanto risulta al Fatto, a Bruxelles ci sarebbe una soluzione di compromesso pronta: un aggiustamento di 0,2-0,3 punti. Ma è un’ipotesi elaborata dagli uffici tecnici, che ha bisogno di un via libera politico ancora mancante. La direzione generale economia e finanza, guidata proprio da un italiano, Marco Buti, ha elaborato la mediazione. Ma la copertura politica non c’è perché a Bruxelles vogliono capire se l’Italia sta imbrogliando o no. A Katainen e Barroso non è sfuggito il testo dell’audizione di Giuseppe Pisauro, presidente dell’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio.

domenica 21 ottobre 2018

Sullaprimaoggi. 31 Manovre proditorie all’interno di un governo.


Tratto da “Contratto o tutti a casa” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 20 di ottobre 2018: (…). 1) Lunedì 15 ottobre, dal vertice politico di maggioranza con Conte, Di Maio e Salvini, esce un mini-condono fiscale, che infatti il ministro Tria ha stimato in un gettito irrisorio di 180 milioni.
2) Dopo il Consiglio dei ministri che ha licenziato l’intera manovra, senza più entrare nei dettagli specialistici che si ritenevano risolti nel vertice politico ed erano affidati a foglietti volanti, dagli uffici tecnici del Mef esce un maxi-condono che fa rientrare dalla finestra le schifezze richieste dalla Lega e cacciate dalla porta dal M5S: sanatoria sui reati di frode e riciclaggio; scudo fiscale sui capitali all’estero; soglia di 100 mila euro moltiplicata per 25, cioè per ciascuna delle tasse evase (che sono 5: Irpef, Irpeg, Irap, Iva e imposta sui capitali) e delle annualità condonabili (anch’esse 5).
3) Mercoledì 17 gli uffici tecnici del Quirinale, che han ricevuto la bozza informale dal Mef, la restituiscono al governo con un secco no alla depenalizzazione di riciclaggio e frode. (…). …conferma Giorgetti a Repubblica: “Sulla non punibilità credo ci fossero delle perplessità anche del Colle”. Le successive smentite della Presidenza della Repubblica non smentiscono nulla, se non che Mattarella abbia avuto il testo definitivo (infatti hanno ricevuto quello provvisorio i suoi tecnici: sennò come avrebbero fatto a scoprire e a bocciare il colpo di spugna?).
4) Salvini&C., a furia di fare la spola tra Roma e Arcore, pensano di essere ancora al governo con B. e rivendicano tutt’e tre le porcate, anche quelle bocciate dagli uffici del Colle. Poi, vista la reazione “alleata”, fanno mezza marcia indietro. E intanto lanciano oscuri messaggi sul condono edilizio per Ischia infilata nel decreto Genova, attribuendolo ai soli 5Stelle: nel qual caso sarebbe una porcata pentastellata (anche se il ministro M5S dell’Ambiente Sergio Costa lo contesta), ma facilmente eliminabile in Parlamento in sede di conversione del decreto. Ora, a parte FI e i suoi house organ, che delibano i fetori dei condoni come le persone normali lo Chanel n. 5, chi non vuole quelle tre porcate dovrebbe tifare per chi tenta di spazzarle via. O almeno rispettare la verità dei fatti. E distinguere fra il peccato veniale dei 5Stelle (colpevoli al massimo di ingenuità e imperizia, per non aver controllato ciò che scrivevano i tecnici del Mef, pur ritenuti inaffidabili) e quello mortale della Lega (che il condono extra-large l’ha voluto fin dall’inizio e continua a rivendicarlo, in barba al contratto, ai no dell’alleato e pure del Colle). Invece giornaloni e giornalini sono spalmati a edicole unificate sulla versione di Salvini, beniamino di tutto l’Ancien Régime: le grandi lobby (da Confindustria ad Autostrade, dal partito Rai ai padroni dei giornali terrorizzati dai tagli dei fondi e delle pubblicità degli enti pubblici) puntano su di lui per salvare i privilegi; FI, che solo sul Carroccio può tornare al governo e, nell’attesa, proteggere la bottega Mediaset; e il Pd, che vede nella Lega il nemico ideale e nel M5S il concorrente più insidioso (senza contare che Renzi nel 2014 voleva condonare le frodi fiscali sotto il 3% dell’imponibile, comprese quelle di B., poi autorizzò i pagamenti in contanti fino a 3 mila euro, alzò le soglie dell’evasione depenalizzata e ora se ne va in giro con Briatore). Quindi, fra Di Maio che tenta di cancellare le porcate e Salvini che vuole mantenerle, scelgono tutti il secondo. Sul Corriere, Polito el Drito arriva a scrivere che il vero problema è il “rancore” dei 5Stelle (contro gli evasori e i riciclatori?). Pazienza se i fatti, la logica, le dichiarazioni di Conte-Di Maio-Salvini-Tria nella conferenza stampa di lunedì sera, il no del Colle (che a parti invertite dominerebbe le prime pagine e invece viene nascosto o ignorato) e il Contratto di governo portano nella direzione opposta. Oggi Conte, nel Cdm straordinario, ha una sola via d’uscita: tornare al Contratto di governo. Che non lascia spazio a equivoci: “È opportuno instaurare una pace fiscale con i contribuenti per rimuovere lo squilibrio economico delle obbligazioni assunte e favorire l’estinzione del debito mediante un saldo e stralcio dell’importo dovuto, in tutte quelle situazioni eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà economica. Esclusa ogni finalità condonistica”. Queste parole escludono condoni su qualunque importo di fondi neri (anche sotto i 100 mila euro di imposta evasa, figurarsi al di sopra), scudi fiscali e depenalizzazioni di reati collegati: le situazioni eccezionali e involontarie, infatti, riguardano solo chi al fisco dichiara tutto e poi non ha i soldi per pagare a causa della crisi. Chi fa nero e/o esporta capitali i soldi li ha. E lo fa consapevolmente, non involontariamente. Per commettere riciclaggio o frode, occorre il “dolo”, cioè l’intenzione, altrimenti non c’è reato e non c’è bisogno di depenalizzare alcunché: le depenalizzazioni servono a chi accumula volontariamente fondi neri e/o li esporta all’estero e/o li fa reinvestire, non a chi non ha soldi e non può pagare le tasse sui redditi che ha dichiarato. Dunque, a norma di Contratto, dal decreto fiscale vanno cancellati le depenalizzazioni (come chiede il Colle), lo scudo e il condono sull’evasione Irpef (anche sotto i 100 mila euro). Altrimenti si straccia il Contratto di governo. E il governo non c’è più.