"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 10 dicembre 2020

Cosedaleggere. 86 «Metà del mondo mi pare superstiziosa quanto i contadini medievali».

 

Tratto da “Torniamo alla scienza”, intervista di Antonello Guerrera allo scrittore inglese Ian McEwan pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” dell’8 di dicembre 2020: (…). McEwan, con la piaga pandemica e la scienza sempre più "pop", tempismo perfetto per "Invito alla meraviglia" (ultima pubblicazione dello scrittore inglese, Einaudi Editore, pagg. 115, euro 14 n.d.r.). "Questa grave crisi è arrivata in un contesto di duro anti-razionalismo, populista, superstizioso, a volte violento e furioso. Gli Stati Uniti degli ultimi anni ne sono stati esemplari, a causa di un presidente immaturo, per cui le mascherine erano una questione politica. DI lì, si sono moltiplicati i negazionisti del Covid. Se trent'anni fa immaginavamo una nuova, imminente era di umanesimo secolare, laico, dettato da evidenze scientifiche, beh, ci sbagliavamo. Negli ultimi decenni, nelle democrazie più avanzate dell'Occidente, abbiamo mandato sempre più spesso i nostri figli all'università, ma ciò non sembra esser stato efficace. Perché quasi metà del mondo mi pare superstiziosa quanto i contadini medievali".

 

È la sconfitta dell'Illuminismo? “In un certo senso sì. Oggi siamo di fronte a un'eccezionale ondata contro la scienza e la competenza. Speravamo che la galassia umanistica e la scienza si sarebbero presto fondate in una splendida entità di sapienza. Ciò non è successo".

È deluso? "Molto. Di fronte abbiamo una nuova montagna da scalare. E poi c'è il problema dei social media e del potere assoluto e impersonale degli algoritmi, capaci persino di convincere qualcuno che Hillary Clinton gestisse una gang di pedofili sotto una pizzeria o altre stupidaggini e teorie del complotto... il problema è che queste sono più intriganti e affascinanti della pura verità. Del resto, l'obiettivo unico di Facebook e delle altre big della tecnologia è di tenerci incollati allo schermo. Il resto non conta".

Lei non usa i social media? "Ma no! Altrimenti non riuscirei più a leggere o tantomeno a scrivere. Sono rimasto alle email. Ho un collaboratore che mi cura il sito e il profilo Facebook, che non ho mai cliccato. Siamo in una posizione molto precaria. Il progetto illuminista che avrebbe dovuto unire il rigore della scienza al calore delle arti umanistiche sta traballando... siamo di fronte a una sorta di "rivolta dei contadini": molte persone sono arrabbiate, per la globalizzazione, l'immigrazione, i salari incagliati a quelli della generazione precedente. Però non sono del tutto pessimista".

Ah no? "I vaccini anti Coronavirus in arrivo potrebbero rappresentare una svolta, una riconquista della razionalità collettiva. Molte persone capiranno che la scienza non è Frankenstein e del resto già vanno dal dottore quando non si sentono bene. E se, dopo Trump, altri leader populisti e irrazionali si toglieranno dai piedi, allora potremo tornare a sperare. Ma sarà fondamentale che la realtà e la verità tornino a essere un patrimonio condiviso".

E come si fa, in un'era di patacche e infinite entropie online? "Purtroppo Internet oggi lo trattiamo ancora ingenuamente, come fanno i bambini quando ricevono un nuovo giocattolo. Ma è ora di crescere, di diventare adulti. Iniziamo da due cose. Primo: trattare i social media e le grandi piattaforme di contenuti online come i giornali e i siti di news: se pubblichi falsità o minacce di morte, devi essere punito. Zuckerberg ha le mani sporche di sangue per come Facebook ha veicolato il genocidio dei musulmani in Myanmar. Secondo: serve un'identità digitale per tutti noi, almeno nei Paesi democratici, contro le malefatte che si commettono dietro l'anonimato".

La scienza ci può aiutare in questa crescita? "Una delle invenzioni più straordinarie è il metodo. Prima del metodo, la conoscenza si basava su religioni o altre autorità superiori, con tutti i danni che queste potevano provocare. È un lungo processo, che parte dagli antichi greci e il rivoluzionario Aristotele sull'isola di Lesbo".

E passa anche attraverso gli errori, della stessa scienza. "Assolutamente. La scienza è come una nave che ondeggia, da una parte e dell'altra. Ma non fa retromarcia, semplicemente a volte cambia direzione per capire meglio se stessa. E avanza anche grazie ai suoi "funerali", ossia l'allievo che supera il maestro, o umiliazioni di luminari le cui idee rivoluzionarie inizialmente vengono considerate ridicole e assurde dai colleghi. Ma è così che abbiamo una conoscenza delle cose sempre superiore a dieci anni prima e anche questo è illuminismo. Gli errori precedenti alle scoperte sono fondamentali nella scienza. Freud, per me, non ci è stato utile, e però, come

Aristotele, è stato fondamentale per la nostra crescita. Tutto questo richiede una grande immaginazione, perciò sono sempre stato interessato al connubio tra scienza e arte. Sono due universi molto differenti, interloquiscono poco, gli scienziati lavorano in squadra mentre l'artista da solo. Ma condividono un pilastro fondamentale: sono mossi dalla curiosità di capire meglio la condizione naturale e umana".

E la letteratura? Migliora anche lei nel tempo? "Bella domanda. Io la considero più come le Alpi, con i loro picchi: Tolstoj, Flaubert, eccetera. Ma migliora? Certo, alcune tecniche scrittorie non c'erano secoli fa. Ma la letteratura secondo me è più un'esistenza continua: Tolstoj, Austen, Shakespeare saranno sempre una presenza viva nelle nostre vite. Mentre Faraday, sì, è stato un genio dell'elettromagnetismo, ma poi è venuto qualcun altro che ha continuato e migliorato le sue ricerche".

Per entrambi però, scienziati e artisti, è fondamentale arrivare prima dei colleghi. "Soprattutto per i primi. Se Darwin non avesse teorizzato la selezione naturale o Newton la teoria gravitazionale, lo avrebbero fatto altri successivamente al loro posto. Mentre Proust e Joyce sì, sono originali e sono arrivati a scrivere cose cui nessuno era mai arrivato. Ma tutte le più belle opere della letteratura sono originali. Perché questa, a differenza della scienza, sfugge al tempo e vive perpetuamente nella prigione di chi la ama".

Ma scienziati e artisti condividono anche la creatività. "Da sempre. E sono fortunati perché la loro vita è come quella dei bambini che giocano, mescolano realtà, fantasia, ricordi, tutto in un flusso di coscienza che può essere molto fruttuoso. Del resto, noi umani abbiamo un irriducibile impulso, quello di creare, di giocare. Kierkegaard scrisse che il grande ruolo di un artista era quello di riscoprire la serietà di un bambino che gioca. Ma questa giocosa allegria è anche una delle cose più egoiste dell'essere umano".

Oggi la creatività si può ridurre all'Io, o all'Ego, sui social media? "Di certo i selfie e i social media sono diventati un mezzo dell'Io. Ma quando hai un Paese di solipsisti, allora diventa un problema per tutti. Perché l'Io è sempre sociale e nessun uomo è un'isola, parafrasando John Donne. E se anche quelle che definisco "folle solitarie" si riuniscono in piccoli gruppi, dal vivo o online, condividendo solamente i loro alienati e ristretti universi, torniamo al problema di cui parlavamo all'inizio: la mancanza di un senso comune della realtà. Senza il quale siamo condannati, spacciati".

La scienza, causa pandemia, è diventata più politica? E viceversa? "I lockdown sono stati molto utili, ma creano inevitabilmente altri problemi. In ogni Paese, non solo in Regno Unito, abbiamo visto questo conflitto tra politici e scienziati. Io credo che ognuno debba fare il proprio lavoro e che la politica debba scegliere autonomamente: se segui ciecamente soltanto gli epidemiologi, per forza di cose scateni altre conseguenze".

Quale lezione possiamo trarre dalla pandemia? "Lo scorso marzo in tv vedevo ogni giorno dottori e infermieri della Lombardia travolti da pazienti per Covid. Allora piansi. Per l'ammirazione che nutrivo nei loro confronti, per il loro eroismo e altruismo. Se ripenso a quello che abbiamo passato e che stiamo passando, la lezione più importante secondo me arriva proprio da quelle persone, che hanno sacrificato le loro vite per salvarne altre. È la cosa più tragica ma forse anche la più bella".

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