1. Per Vannacci e le sue fan un apposito reato di
"femminicidio" non ha senso: per chi ammazza la propria compagna
perché la considera cosa sua c'è già il reato di "omicidio". E forse,
trattandosi di "cosa", più azzeccato ancora sarebbe il reato di
"danneggiamento". 2. Al deputato Pozzolo è stata sospesa la patente:
non perché andasse sparato, ma perché quando ha avuto il sinistro, anche se di
destra, aveva il tasso alcolemico superiore al limite, che vuol dire troppo
alcol; ma per lui l'incidente è stato causato dal nubifragio che, semmai, vuol
dire troppa acqua. 3. Alemanno, richiamandosi alla costituzione, ha accusato il
sistema penitenziario di non riabilitare i detenuti, che spesso dopo aver
scontato la pena ricadono in certi brutti giri: lui stesso, appena uscito dal
carcere, è andato a cena con Vannacci. 4. Girano sui social dei video di
Giorgia Meloni, quand'era all'opposizione, che criticava con sarcasmo le forze
politiche contrarie a una legge elettorale con le preferenze. Oggi che è
contraria lei, invece, la sua unica preferenza... sarebbe che quel video non
girassero più. (Tratto da “Oggi Giorgia non vuole fare
preferenze” di Dario Vergassola, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di
Repubblica” del 10 di luglio 2026).
«Gianni “pel di carota” uso a comandar ubbidendo ai più forti», testo
di Pino Corrias pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, sabato 11 di
luglio 2026: Davanti al faccione di Donald Trump, sbatte gli occhi, i
tacchi e se serve la coda. Porta regali quando può, e il sorriso sempre. A
ubbidire piegando la testa davanti al più forte, Gianni Infantino, 56 anni, ha
imparato da piccolo, quando i bulli a scuola lo chiamavano “il Carota” per via
dei capelli rossi, e in quartiere lo facevano trottare insultandolo come
“sporco italiano”, dentro ai margini montani di Briga, paesello del Cantone
Vallese, Svizzera franco-tedesca, dove gli immigrati italiani, come i suoi
genitori, erano considerati schiavi e zingari e intrusi, buoni solo per
diventare carne da cantiere, costruire dighe, qualche volta morirci sotto. Con
quel rancore e quello spavento Infantino, il piccolo di tre fratelli, babbo
calabrese, impiegato delle Ferrovie svizzere, mamma casalinga, ha edificato in
grande la propria carriera, dal nulla indifeso che era, a imperatore del regno
mondiale del calcio, la Fifa, con annessa cassaforte da 11 miliardi di euro,
riflettori, potere. E da quella vetta, il proprio mondiale precipizio. Tre o
quattro partite fa, con la faccenda dell’attaccante statunitense Folarin
Balogun, riammesso in partita dopo l’espulsione e la squalifica, grazie
all’ukase telefonico del Faccione in Capo – “Infantino! Quel fallo non era
fallo! Quel cartellino non era rosso! Quell’arbitro non è un arbitro!
Provvedi!” – s’è umiliato davanti alle 211 federazioni calcistiche, e ai 6
miliardi mal contati di telespettatori che stanno seguendo con birra, zanzare e
noia, la coppa di tute le coppe, un circo a 48 squadre che ostinatamente
rincorrono il pallone e le regole del calcio, mentre Gianni Infantino le
infrange, inciampando dentro alla propria mappa di inchini diplomatici che ha
ricamato intorno ai peggiori bulli del quartiere globale, non solo Donald
quest’anno, ma anche Vladimir Putin, con i Mondiali del 2018, lo sceicco del
Qatar, con quelli del 2022. Sempre moltiplicando gli incassi e gli sponsor a
cominciare da quella paraculissima invenzione degli hydration break, le pause
per bere, diventate obbligatorie, che spezzano in due i tempi della partita,
raddoppiando la raffica di spot televisivi – soldi, soldi soldi – come a suo
tempo denunciò l’immenso Diego Armando Maradona: “Vogliono farci giocare
quattro tempi da 25 minuti per infilarci la pubblicità: non mi piace assolutamente!”.
Chi se ne frega di Maradona, avrà pensato a suo tempo Infantino, che nel 2015 è
al punto di svolta della sua carriera dentro ai labirinti della Federazione
sportiva internazionale, dove da anni nuota in qualità di delfino dietro
l’ombra di Michel Platini, detto il Magnifico, Le Roi, presidente della Uefa
destinato a succedere a Sepp Blatter, capo supremo della Fifa. È l’anno in cui
il cielo del calcio diventa una botola. Precipita Blatter accusato dal
tribunale svizzero di truffa e amministrazione infedele e precipita Platini
indagato per avere ottenuto 2 milioni di franchi svizzere attraverso false
fatture. In quel vuoto spunta Infantino, il nostro eroe, che da indifeso
diventa efferato, dal delfino, squalo. E la sua storia un apologo. Rifinito da
una laurea in Legge, e dopo essersi rasato a zero i capelli color carota che lo
hanno fatto tanto soffrire, Infantino entra in Uefa nel 2000 dove sale senza
fare troppo rumore: da avvocato semplice a responsabile degli Affari legali,
anno 2004. Da vicesegretario generale a Segretario generale, anno 2009. Non
sfonda le porte, si infila dietro a quelle che Platini apre, una alla volta.
Gli porta le carte e il caffè. È bravo, servizievole, preciso. Parla quattro
lingue. Conosce i bilanci, le federazioni, i regolamenti, soprattutto gli
uomini. Introduce il fair play finanziario, allarga gli Europei da 16 a 24
squadre, lavora alla Nations League, all’Europeo itinerante. Nei sorteggi
televisivi della Champions compare sorridente, rotondo, bonario. Estrae le
palline dalle urne. Gli manca solo il grembiule e il vassoio. Nessuno ha paura
di lui. Ed è questo il suo vantaggio. Quando Blatter e Platini finiscono in
fuorigioco, lui volta loro le spalle e corre a centro campo. Ha distribuito
favori alle federazioni più piccole, le più numerose e quando si candida
incassa tutti i crediti che ha accumulato. Vince con 115 voti, nell’anno 2016.
Lancia il “Fifa Forward”, il suo programma di sviluppo e investimenti globali
per campi di calcio, scuole, infrastrutture, palloni. I Mondiali salgono a 32
Nazioni partecipanti, le partite a 104. Si moltiplicano gli accordi con i
grandi network televisivi. Piovono miliardi. Quando nel 2018 tocca alla Russia
ospitare il campionato, Infantino diventa il migliore amico di Putin, il più
sorridente ai summit del Cremlino. Putin ripaga conferendogli “l’Ordine
dell’Amicizia”, la prima medaglia della sua nuova carriera, quella di ambasciatore
di se stesso. Poi viene il Qatar, anno 2022. Gli stadi sorgono nel deserto
grazie a una moltitudine di lavoratori reclutati dall’Asia e dall’Africa,
intrappolati con i contratti capestro, sottopagati, esposti al caldo, agli
incidenti, alla morte contabilizzata in (almeno) 6500 vittime. Salgono le
proteste e le denunce internazionali. Infantino non vede, non sente. Alla
vigilia del Mondiale, convoca la stampa e pronuncia uno dei discorsi più
prodigiosi nella storia dell’ipocrisia sportiva, 19 novembre 2022: “Oggi mi
sento qatarino, arabo, africano, gay, disabile, lavoratore migrante”. E poi:
“Mi sento uno di loro. So cosa vuol dire essere vittima di bullismo, lo sono
stato anch’io. Ho pianto e ho cercato di reagire”. Se la cava facendo la
vittima. Poi accusa: “Per quello che l’Occidente ha fatto in 3mila anni di
storia, dovremmo scusarci per altrettanti, prima di fare la morale agli altri”.
Quindi? “Giochiamo e pensiamo al calcio”. Dopo Putin e il Qatar, tocca alla
Casa Bianca. Corteggia Trump, nel 2020 gli porta una maglia e un pallone. A
Davos lo elogia davanti agli imprenditori del mondo. Trump si commuove. Nasce
l’amicizia. Si telefonano. Giocano a golf. Il Boss lo aggrega allo staff
durante i viaggi negli Emirati. Lo invita stabilmente alla Casa Bianca, entra
nelle foto ufficiali e persino nei vertici. Quando viene rieletto, Infantino è
euforico al punto che inventa per lui il “Fifa Peace Prize” il premio per la
pace, un finto Nobel con tanto di coppa che gli consegna nel dicembre del 2025,
più o meno come avrebbe voluto fare la nostra Giorgia Meloni, anche lei
cresciuta underdog. Chissà per quanto reggerà ancora Infantino, dopo
l’umiliazione del cartellino rosso, l’inciampo che finirà per archiviarlo, come
l’ennesimo (e patetico) potente servo dei potenti.


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