“LeggerePaoloNori”.
“Mosca, l’URSS e la libertà conquistata da Bulgakov”, testo di Paolo
Nori pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, sabato 18 di luglio 2026: (…).
Il protagonista del viaggio di Pietroburgo è Dostoevskij, e ne abbiamo parlato (…)
il 4 luglio scorso, il protagonista del viaggio di Mosca è Bulgakov, e il viaggio
comincia in una piazza del centro di Mosca dove inizia un romanzo che Eugenio
Montale ha definito "un miracolo che ciascuno deve salutare con commozione",
“Il maestro e Margherita”, il cui primo capitolo, "Non parlate mai con gli
sconosciuti”, comincia in una via del centro di Mosca, la Malaja Bronnaja. Ci
son due signori che, camminando verso gli stagni del Patriarca, parlano
dell'inesistenza di Gesù Cristo, poi arrivano agli stagni e si fermano a un
chiosco di bevande e chiedono alla signora che lo gestisce dell'acqua minerale,
e l'acqua minerale non c'è; allora le chiedono della birra, e la birra non c'è;
allora le chiedono cosa c'è, e lei risponde che c'è del succo d'albicocca, ma è
caldo. E loro scelgono due succhi di albicocca caldi, e lei apre i succhi di
albicocca caldi e si sparge nell'aria un odore che in russo è
"parikmàcherskoj", che io nella mia testa l'ho sempre tradotto
"di pettinatrice", che era il modo di mia nonna di chiamare le
pettinatrici. E poi i due ricominciano a parlare dell'inesistenza di Gesù
Cristo e un signore straniero, che gira da quelle parti con una giacchetta a
quadri e un gatto enorme che si chiama Begemot, che in russo significa ippopotamo,
e che monta sugli autobus, il gatto, il signore, dicevo, che è molto gentile,
si scusa, e dice che non ha potuto fare a meno di ascoltare la loro
conversazione e, gli dispiace, ma i signori si sbagliano, Gesù Cristo è
esistito. E dopo un po' salta fuori che quel signore li è stato a colazione con
Kant, anche se Kant è morto da più di un secolo, perché lui, quel signore lì, è
il diavolo, cioè "Parte di quella forza che eternamente vuole il male e
eternamente compie il bene', come dice l'epigrafe, che è presa da Goethe. E quando
un aiutante del diavolo, che si chiama Korov'ev, va con Azazello, un altro
della brigata diabolica, nella sede dell'unione degli scrittori e prova a entrare,
e una donna lo ferma e gli chiede "Siete scrittori?", e lui risponde
"Certo", e lei gli chiede le tessere, lui allora le dice: "Ma
per convincersi che Dostoevskij è uno scrittore, ha per caso bisogno della
tessera? Prenda un suo libro qualsiasi e ne legga cinque pagine e lo capisce
subito, che è uno scrittore. Secondo me Dostoevskij non ha mai avuto tessere",
dice Korov'ev. E quando la signora gli dice: "Lei non è Dostoevskij",
Korov'ev le chiede: "Come fa a saperlo?". E quando lei gli dice:
"Dostoevskij è morto", "Protesto!", dice Korov'ev,
"Dostoevskij è immortale!". E quando il diavolo, Woland, incontra,
sul tetto di un edificio del centro di Mosca che diventerà poi parte della
biblioteca Lenin, un inviato di Dio, Levi Matteo, ex assessore delle imposte,
che lo tratta male, e non lo saluta, e lo chiama Spirito del male, il diavolo
allora gli chiede: "Se sei venuto da me, perché non mi hai dato il
buongiorno?". E Matteo gli risponde: "Perché non voglio che il tuo
giorno sia buono". E allora il diavolo dice: "Parli come se non
conoscessi le ombre e neanche il male. Ma cerca, se puoi, di meditare su questa
domanda: che mai farebbe il tuo bene, se non esistesse il male, e come
apparirebbe la terra, se scomparissero le ombre? Gli uomini, le cose,
proiettano ombre. Guarda l'ombra della mia spada. E ci sono le ombre degli alberi
e degli esseri vivi. Vuoi scorticare tutto il globo terrestre, togliendogli
tutti gli alberi, tutti gli esseri vivi, per la tua fantasia di godere della nuda
luce? Tu sei uno stupido". Qualcuno pensa che, dietro la figura di Woland,
ci sia Stalin, che era un lettore di Bulgakov e che dicono avesse visto undici
volte l'opera teatrale “I giorni dei Turbin”, tratta dal romanzo “La guardia
bianca”, opera teatrale che ebbe all'epoca, in Unione Sovietica, un successo
straordinario. Bulgakov non era uno scrittore socialista, e non è riuscito a
pubblicare, in vita, né “Il maestro e Margherita”, che esce, in Unione sovietica,
in edizione non censurata, solo nel 1973, 33 anni dopo la morte di Bulgakov, né
“Cuore di cane”, romanzo scritto nel 1925 e uscito, in Unione Sovietica, nel
1987, il cui protagonista è un andrologo e ginecologo russo che si chiama Filip
Filipovi Preobrazenskij e che, nel romanzo, ambientato nella Mosca sovietica,
dice: "A me non piace il proletariato". Aveva del coraggio, Bulgakov,
come che si capisce dalla lettera che, nel 1930, manda al governo sovietico,
nella quale c'è scritto: "Passando in rassegna i miei ritagli di giornale,
ho constatato di aver ricevuto dalla stampa sovietica, nei dieci anni della mia
attività letteraria, 301 recensioni, di cui 3 favorevoli e 298 ostili e
ingiuriose. Aleksej Turbin, protagonista del mio dramma “I giorni dei Turbin”,
è stato definito sulla stampa un 'figlio di cane: mentre l'autore è stato
presentato come un 'vecchio cane rimbecillito dall'età'. Hanno scritto di me
come di uno 'Spazzino della letteratura', che raccatta gli avanzi 'vomitati da
una dozzina di commensali'. Hanno affermato che mi piace 'L'atmosfera da
accoppiamenti canini che aleggia intorno alla rossa moglie di un mio amico, e
che il mio dramma “I giorni dei Turbin” 'Puzza”; e così via. Tutta la stampa dell'URSS,
e con essa tutti gli organismi preposti al controllo del repertorio, durante
l'intero arco della mia attività letteraria, all'unanimità e con straordinario
accanimento, hanno sostenuto che le opere di Michail Bulgakov in Unione
Sovietica non possono esistere. E io dichiaro che la stampa sovietica ha
perfettamente ragione". Alla stampa sovietica che gli rimprovera di avere,
con le sue opere (in particolare con la commedia “L'isola purpurea”) creato il
"primo appello alla libertà di stampa nell'URSS", Bulgakov risponde
che è vero. "La lotta contro la censura'' scrive Bulgakov a Stalin nel
1930 "qualunque essa sia e sotto qualunque potere, è un mio dovere di
scrittore, così come gli appelli alla libertà di stampa. Sono un appassionato
sostenitore di questa libertà e suppongo che, se un qualsiasi scrittore pensasse
di dimostrare che a lui non è necessaria, sarebbe come un pesce che dichiarasse
pubblicamente di poter fare a meno dell'acqua". Alla fine della lettera
Bulgakov chiede al governo dell'URSS che gli sia ordinato di lasciare subito il
territorio sovietico insieme alla moglie Ljubov'. Una conseguenza di questa
lettera stupefacente è la telefonata di Stalin a Bulgakov del 18 aprile 1830. Il
contenuto di questa telefonata ci è arrivato attraverso le memorie dell'ultima
moglie di Bulgakov, Elena Sergeevna Silovskaja. Bulgakov le aveva raccontato
che era suonato il telefono, nel suo appartamento, e la sua seconda moglie,
Ljubov' Evgen'evna Eliseeva, gli aveva detto che lo cercavano dal Comitato
Centrale del Partito. Lui pensava che fosse uno scherzo (ne facevano, di quegli
scherzi, dice Elena Sergeevna), ma era andato al telefono lo stesso e la
conversazione era stata questa: “Michail Afanas'evi Bulgakov?' 'Sì'. 'Le passo
il compagno Stalin'. 'Chi? Stalin? Stalin?'". E si era sentita una voce
con un forte accento georgiano. “Sì, sono Stalin. Buongiorno, compagno
Bulgakov' 'Buongiorno, Iosif Vissarionovi' 'Abbiamo ricevuto la sua lettera.
L'abbiamo letta. Riceverà una risposta positiva... Ma, veramente lei vuole
andare all'estero? L'abbiamo scocciata così tanto?". Bulgakov non si
aspettava una domanda del genere, si è un po' impappinato e poi ha risposto:
"Mi sono chiesto, ultimamente, se uno scrittore russo può vivere fuori
dalla sua patria. E mi sembra che non possa". "Lei ha ragione" ha
risposto Stalin. "Anch'io la penso così. Lei vuole lavorare? Al Teatro
dell'Arte?". "Si mi sarebbe piaciuto, ma gliel'ho chiesto e mi han
detto di no". "Glielo chieda ancora. Ho l'impressione che le diranno
di sì". E Bulgakov effettivamente gliel’ha chiesto, e gli hanno detto di
sì. La relazione tra scrittori e potere, in Russia, è sempre stata complessa, e
è complessa anche adesso. Io, qualche anno fa, ho proposto a Mondadori di
pubblicare un libro di Boris Akunin che era, fino a qualche anno fa, lo
scrittore russo più popolare e che oggi, è vietato, in Russia sia, per la sua
posizione contro la guerra in Ucraina. Ho incontrato Akunin a Roma, in
occasione della presentazione di quel libro, che si intitola “L’avvocato del
diavolo”, e è un romanzo nel quale Akunin immagina una Russia post Putin, e ho
parlato con lui, con Akunin, e gli ho chiesto che governo si augura, per la
Russia, e lui mi ha risposto che a lui piacciono i governi democratici, come
quello statunitense o come quello che c'era, in Russia, ai tempi di El'cin. Io,
ai tempi di El'cin, nel 1993, abitavo a Mosca. E ero a Mosca quando El'cin ha
fatto bombardare il parlamento. "Se questa è la democrazia, per lei",
ho detto a Akunin, "abbiamo un'idea diversa della democrazia". Ma, al
di là dell'idea mia e di Akunin, della democrazia, credo che sia interessante
l'idea che hanno i russi, della democrazia. Nel film che Kirill Serebrennikov
ha tratto dal romanzo di Carrère “Limonov”, c'è una scena in cui Limonov,
aspirante scrittore russo emigrato negli Stati Uniti, è a lezione di inglese
con un gruppo di emigrati, e l'insegnante gli chiede: "Quanto pagavi di
affitto, nel tuo paese?". "Niente", risponde Limonov.
"Quanto pagavi per la sanità?". "Niente". "Quanto
costa telefonare, nel tuo paese?". "Niente". "Quanto costa
il riscaldamento?". "Niente". "Quanto costa
l'università?". "Niente". Un immigrato africano che è nella
classe di Limonov si intromette e gli chiede "Scusa, ma cosa sei venuto
qua a fare?". Sergej Dovlatov, che ha vissuto metà della sua vita in
Unione Sovietica e metà negli Stati Uniti, scrive che la differenza sta nel
fatto che, negli Stati Uniti, tutto quello che non è vietato è permesso, in
Unione Sovietica tutto quello che non è permesso è vietato. Ecco, quel periodo
lì, che in Unione Sovietica era tutto vietato e la vita non costava niente, si
interrompe con il periodo democratico di El'cin, che è un periodo in cui non è
vietato niente ci sono un pugno di russi che diventano ricchissimi e il resto
che fanno la fame. La gente, per strada, in quegli anni lì, si sparava. Era un
periodo che i miei conoscenti russi mi dicevano di stare attento alla Polizia.
Che i poliziotti avevano, come tutti, in Russia, uno stipendio miserabile e,
quando trovavano uno straniero con dei dollari se ne approfittavano. Quel
periodo è il periodo che i russi identificano con la democrazia. E se questa è
per loro, la democrazia, non mi sembra sorprendente che i russi, nella loro
maggioranza, non cerchino qualcuno che li porti alla democrazia, ma qualcuno
che li protegga, dalla democrazia. Adesso, io non me ne intendo tanto, ma ho
l'impressione che questa cosa, tenerli lontani dalla democrazia, Vladimir
Vladimirovi Putin sia capace di farla abbastanza bene. (Fine)
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
domenica 19 luglio 2026
Cosedettecosì. 44 Michail Afanas'evič Bulgakov: «La lotta contro la censura qualunque essa sia e sotto qualunque potere, è un mio dovere di scrittore, così come gli appelli alla libertà di stampa. Sono un appassionato sostenitore di questa libertà e suppongo che, se un qualsiasi scrittore pensasse di dimostrare che a lui non è necessaria, sarebbe come un pesce che dichiarasse pubblicamente di poter fare a meno dell'acqua».
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