“L’insostenibile rumore della faziosità”, testo di Michele Serra pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, domenica 26 di luglio 2026: Il clima politico del Paese è orrendo. Ma di un orrore senza meraviglia e senza sorprese, l’orrore implacabile dell’odio monocorde, della faziosità ossificata, con le voci che si fanno sempre più stridule e al tempo stesso sempre più risapute. E sempre meno significanti. Quando i portavoce dei partiti compaiono nei telegiornali, nei loculi umilianti predisposti per le loro dichiarazioni da scolaretti (vergogna pluridecennale della Rai credere che sia “informazione politica” questo raccapricciante siparietto di faccine e di frasette), tu sai già cosa diranno prima che lo dicano, parola per parola, e non esiste modo più efficace per screditare la Polis, farle perdere prestigio, importanza, autorevolezza. La politica, se non è più in grado di dire qualcosa di sorprendente, di utile, di nuovo, diventa un rumore di fondo, per quanto alto sia il volume delle urla. La recente, sovreccitata zuffa sull’ordine pubblico (ma già “ordine pubblico” è un concetto troppo alto e rispettabile per essere la vera ragione del contendere) è in questo senso disperante. Non si è sentito un solo esponente della destra dire che la morte di un poveraccio fuori di senno, se avvenuta per mano della polizia, è un fatto gravissimo: la divisa non è mai un attenuante, è una responsabilità. Non si è sentito un solo esponente della sinistra dire che la polizia ha un compito duro e difficile, e non va accusata a priori di essere assassina (come fanno, cretinamente, i cretini in cerca di scontri), va aiutata a sbagliare sempre meno – anche con sentenze esemplari come quella su Cucchi – e va sostenuta nella sua fatica di migliorarsi. La polizia, così come la magistratura, esiste in difesa di tutti, e dunque va difesa da tutti. Non si è sentito un solo esponente di destra dire che il gioielliere Roggero, con la sua reazione omicida spropositata e sempre rivendicata, non è un eroe ma un duplice omicida che ha commesso un crimine violento, inevitabilmente punito dalla legge dello Stato, che vale per ogni cittadino di questo paese. Non si è sentito un solo esponente di sinistra dire che vivere sotto la costante minaccia del crimine è fonte insopportabile di ansia, che in alcune zone del paese i cittadini si sentono indifesi, in balia della delinquenza di strada, che la violazione di un domicilio o di una bottega per rapinare il frutto del lavoro altrui è una ferita tremenda. Il lavoro, per la sinistra, dovrebbe essere sacro: quello di un bottegaio non è forse lavoro? Non si è sentito un esponente della destra dire che l’equivalenza crimine/immigrazione è una porcheria razzista, robaccia da Vannacci o da Salvini (in ordine di sondaggio) indegna di una società liberale e della Costituzione della Repubblica. Non si è sentito un esponente della sinistra dire che le bande di immigrati magrebini di seconda generazione sono proprio: bande di immigrati magrebini di seconda generazione, e dunque abbiamo un problema, e ce l’hanno anche le comunità magrebine. Un conto è l’accoglienza, un conto l’integrazione. Per l’accoglienza basta il cuore, per l’integrazione ci vuole la politica. Meno emozioni e più idee ragionevoli, meno anatemi e slogan, più buone leggi e investimenti utili, non dovrebbe essere questo il vero core-business della politica? Non c’è un solo esponente di destra che abbia difeso il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, per avere indetto una manifestazione civile e pacifica che ha ammortizzato le scontate violenze già progettate dagli ultras, che sarebbero scesi in piazza da soli. Non c’è un solo esponente di sinistra che dica con la dovuta e tardiva franchezza che i devoti allo scontro sono mascalzoni senzienti, o fanatici incurabili, nemici non solo e non tanto della sinistra, ma della democrazia e della convivenza civile nel suo complesso: che è ben più grave. (Identica considerazione, amplificata dall’ammontare dei danni e dal numero di agenti feriti, andrebbe estesa agli incappucciati che si fanno chiamare Notav). Che a destra i fascisti abbondino non può essere in alcun modo un alibi per giustificare lo squadrismo di sinistra. Eppure la realtà, la vita quotidiana, quei famosi “problemi concreti della gente” che sono una specie di mantra dei buoni propositi politici, sono con ogni evidenza il combinato disposto di tutte le cose appena scritte qui sopra: più molte altre ancora. Non c’è un solo caso in discussione, non c’è nodo sociale o questione ideologica che non suggerisca qualche esitazione nel giudizio, qualche supplemento di riflessione. E non è possibile accettare che proprio il mondo politico, accreditato di essere classe dirigente, non solo non provi a fornire qualche elemento di esitazione, ma sbrodoli ogni giorno una scia di slogan che sono tristemente uguali a quelli dei vituperati social. Sì, i social hanno gravemente abbassato il livello del dibattito pubblico, ridotto ogni discorso a schemino offensivo o difensivo, rattrappito i tempi di studio e di lettura, impoverito il linguaggio. Ma nulla impedisce a chi fa politica, in rappresentanza del popolo, di sottrarsi a questo sprofondo culturale e di invertire la tendenza.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
domenica 26 luglio 2026
MaldItalia. 01 Massimo Giannini: «A Ventotene, ho capito che l'Europa esiste».
(…). A Ventotene ci dovrebbero portare le scolaresche da tutta
Italia. Non durante le chiassose Ferie d'agosto immortalate da Paolo Virzì,
quando la grande storia dei nostri padri si perde nella cronaca spicciola dei
vacanzieri che ciabattano per i vicoletti del paese e sguazzano nell'acqua di
Cala Nave. Ma durante l'anno, quando i silenzi del borgo ti riportano al tempo
dei confinati, che l'infame dittatura fascista deportava laggiù o nel carcere
borbonico di Santo Stefano, costruito con la stessa architettura del San Carlo
di Napoli, perché i regimi sanno essere eleganti nella loro crudeltà. Bisognerebbe
che i nostri ragazzi imparassero le vicende di Spinelli, Colorni e sua moglie
Ursula Hirschmann, Ernesto Rossi e sua moglie Ada, segregati senza poter
parlare con la gente del posto. Bisognerebbe che si facessero spiegare come
vivevano, queste donne e questi uomini coraggiosi che pagarono cara la loro
resistenza a Mussolini, coltivando piccoli orti, facendo lavoretti, organizzando
mense autogestite. Bisognerebbe che si facessero raccontare dal gestore di un
locale a due passi dal Porto Romano di quando sua nonna, ligure di origini, non
sapeva come ottenere le autorizzazioni per aprire un ristorante, e Sandro
Pertini passandole davanti le diede tutte le istruzioni necessarie recitandole
in dialetto genovese, per non farsi capire dai carabinieri che lo guardavano a
vista per impedirgli di avere contatti con gli isolani. E poi bisognerebbe che
si facessero descrivere come quei visionari, nelle condizioni proibitive in cui
si trovavano, riuscirono a scrivere un Manifesto per l'Europa federale,
comunità di destino capace di unire i popoli in nome della pace, della libertà
e della democrazia. (…). Ecco perché, a Ventotene, ho capito che l'Europa
esiste. (Tratto da “Tutti i sogni di Ventotene” di Massimo
Giannini, pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” dell’11
di luglio 2026).
Non è vero che il popolo è la miserabile massa di
irretiti dall’algoritmo, la sterminata clientela che i soli veri nemici del
popolo (gli oligarchi del web) conducono a loro piacimento. Il mondo, Italia
compresa, è pieno di intelligenze, ambizioni, speranze che appartengono alle
persone semplici tanto quanto a quel poco che rimane delle élites. La classe
dirigente ha il dovere dell’esemplarità, lo spettacolo abominevole dei politici
populisti che si portano da bestie e da cafoni perché, così dicono, si è più
“popolari”, merita una sospensione: è profondamente offensivo nei confronti del
popolo, e viene da aggiungere, in questo senso, che niente è più antipopolare
del populismo. Molti anni fa scrissi, su questo giornale, un articolo ammirato
e sorpreso. Era successo che Mara Carfagna, esponente di destra, aveva cambiato
il suo voto su non ricordo più quale legge sulle questioni di genere. “Mi ha
fatto cambiare idea discutere con colleghe della sinistra, sono loro che mi
hanno convinto”, disse Carfagna. Sembra, in questo clima infernale, una
parabola del Vangelo.
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