"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 30 giugno 2026

MadeinItaly. 96 Roberto Vannacci: «Nelle mie vene scorre una goccia di sangue di Enea, Romolo, Giulio Cesare, Dante, Michelangelo, Mazzini, Garibaldi».


“I gay non sono normali”, “Le donne sono destinate al focolare e a fare figli”, “La famiglia deve essere tradizionale”, “A scuola classi separate per quelli bravi e gli asini”, “I neri sono negri”, “Gli immigrati subito fuori dai confini”. (Dal “pensiero filosofico” del Vannacci; viva la “feccia”).

«La formula Vannacci, il virile “copiatore” di rabbia e di consensi» di Pino Corrias pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, 30 di giugno 2026: Ahó, ma quanti sono ’sti Vannacci? Nella polemica politica ne spunta uno al minuto, mentre lui, in marcia col moschetto, riempie il teatro, la piazza e pure il sondaggio. Al grido di: “Io sono la vera destra!”, terrorizza il suo ex benefattore Matteo Salvini, politico di illimitata intelligenza, che se lo è messo in casa a pensione completa, gli ha regalato il corredo buono per andare in Europa, si aspettava un po’ di riconoscenza, invece nulla, il generale si è preso il malloppo dei 560mila consensi e se n’è andato senza neanche il bacio della buonanotte: “È la Lega che ha tradito i suoi ideali, non io”, ha detto, pulendo con il fazzoletto tricolore il pugnale usato nella fuga. Giorgia Meloni – al netto dei lividi trumpiani – osserva da lontano, fa finta di sentirsi al sicuro, dice: “Vannacci fa il gioco degli avversari. Vota con loro. Non è la vera destra”. Antonio Tajani dondola con le mani in tasca, si guarda la punta delle scarpe e siccome non gli viene in mente niente, lo dice a pappagallo: “È la quinta colonna della sinistra”. Ma certo. Purtroppo per loro, Vannacci sta salendo di dieci decimali a settimana, usando l’ascensore degli scontenti, dei delusi, dei nostalgici, dei rancorosi, dei dimenticati dalla nuova oligarchia, mentre la destra di governo insegue, soffiando sulle scale. Da qualche ora è entrato nel manipolo del generale pure il Pellico di Colle Oppio, Gianni Alemanno – un tempo detto “il sindaco fallito” – reduce da un anno e passa di prigione che gli ha dato una svolta umanitaria, non tutto il danno vien per nuocere, sì è persino accorto dello scandalo delle galere che hanno funzione di discarica sociale per uomini, topi e scarafaggi, e ha intenzione di andare a parlarne niente di meno che con il ministro Carlo Nordio che le galere, da quattro anni, le riempie con la pala dei decreti Sicurezza. Chissà che bella rimpatriata tra il carcerato e il carceriere. Vannacci se lo è portato a cena al ristorante sardo Sa Cadrìga, “la graticola”, per cucinarsi il loro futuro nazionale e anche il maialetto, con brindisi finale che sembra inventato, invece è inchiostro medioevale e alzando i bicchieri al cielo, dice: “La lode a dio. La spada al re. Il cuore alla dama. L’onore a me”. Con il finalissimo gridato: “A noi!”. E lo sparatore Emanuele Pozzolo, dodicesimo della combriccola, che alza il calice di Cannonau, beve e rassicura i camerati: “Sono venuto in taxi”. Da dove viene il generalissimo, l’abbiamo raccontato: La Spezia, anno 1968, babbo militare. Infanzia tra Ravenna e Parigi. Accademia. Brigata Folgore. Un piede in tutte le guerre malamente perse dal gagliardo Occidente: Somalia, Iraq, Libia, Libano, Afghanistan: “Ho difeso la Patria sotto i colpi del mortaio e della mitraglia”, ha detto vantandosene. Poi è stato nominato addetto militare dell’ambasciata in Russia, dove ha respirato ghiaccio, vodka e intrighi. Fallito nella spada, vince la sua battaglia con la penna. Il suo Mondo al contrario, anno 2023, vende una milionata di copie con lessico polveroso, ma sorprendentemente efficace: identità, sacro suolo, radici che non gelano. Più l’immancabile orgoglio di razza pregiata, tipo Fassona: “Nelle mie vene scorre una goccia di sangue di Enea, Romolo, Giulio Cesare, Dante, Michelangelo, Mazzini, Garibaldi”. Quando si dice la modestia. Non amato dalle alte gerarchie dei poltronauti in divisa, viene risarcito da un matrimonio d’amore e da due figlie. La casetta della buona pensione è a Viareggio, dove spopola tra i concittadini esperti in Carnevale. Memorabili i suoi tuffi di Capodanno, con vestaglietta a fiori per non prendere freddo, pora stella, e Crozza che da allora lo impallina nei panni del super macho effeminato. Al netto delle bubbole che declama – “I gay non sono normali”, “Le donne sono destinate al focolare e a fare figli”, “La famiglia deve essere tradizionale”, “A scuola classi separate per quelli bravi e gli asini”, “I neri sono negri”, “Gli immigrati subito fuori dai confini” – la sorpresa è che Vannacci non attacca Elly Schlein, tralascia Giuseppe Conte, ignora Bonelli e Fratoianni. Punta la raffica di improperi contro Meloni per incassare consensi. La accusa di avere indossato tailleur e moderatismo. Di avere promesso il blocco navale e allestito solo tavoli tecnici. Di non essere più nazionalista contro l’Europa, ma europeista contro le nazioni. Di essere entrata nel club delle élite, invece di combatterle. Ci penserà lui, con la sua “sporca dozzina” a “ripulire l’Italia”. “Noi siamo la feccia – dice dal palco, nel giorno della costituente di Futuro Nazionale, davanti ai suoi 2mila estasiati spettatori –. Siamo lo scarto. Siamo i figli di nessuno. E siamo orgogliosissimi di esserlo”. Dunque sono loro i moderni Teddy Boys del nuovo razzismo che tanto assomiglia a quello dei vecchi fascistoni d’epoca coloniale e novecentesca. Gli stessi che a occhio e croce celtica, stanno risalendo la corrente della Storia a Parigi, a Berlino, a Londra, a Vienna. Tutti in fila al passo dell’oca, anche se rivisitato dagli algoritmi di TikTok, l’estetica del cuoio e dei tatuaggi identitari, la violenza non ancora armata, ma sempre pronta allo scontro. Vannacci declama i suoi appelli alla “remigrazione” che vuol dire “deportazione degli immigrati” alla maniera dell’Ice, la polizia privata di Donald Trump che rastrella le periferie delle città americane. Ma vuole anche dire “pulizia etnica” e pogrom, come è appena successo a Belfast, dove gli irlandesi bianchi hanno messo a ferro e fuoco le case degli immigrati. Vannacci gongola. I media non aspettano altro che moltiplicare la ridondanza delle sue apparizioni. Offrirgli lo specchio per contemplarsi, mentre il Paese, ipnotizzato, contempla lui. È troppo complicato – e non fa parte del gioco – chiedergli come e quanto detersivo servirebbe a ripulire il cortile di casa. Come si farà a stendere il filo spinato sul mare? Dove si rispediranno i deportati e come? Sugli aerei piombati? Chi pagherà le scorte e il carburante? E incidentalmente, chi riempirà le fabbriche, gli asili nido, le scuole e persino i campi di pomodori? Del resto è già tutto successo durante l’ascesa di Giorgia Meloni, che proclamava le identiche intenzioni muscolari. Vannacci non inventa nulla, copia. Bastandogli trasformare la rabbia, l’insicurezza e la paura, in facilissimi consensi. Solo all’ultimo minuto – riempite le proprie trincee – farà l’accordo per sedersi accanto alla destra, quando arriveranno a tavola le urne fumanti della prossima minestra elettorale. Non più con il moschetto in mano, ma col cucchiaio.

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