“LeggerePaoloNori”. “Pietroburgo, Dostoevskij e la sparizione di piazza fieno”, testo di Paolo Nori pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, sabato 4 di luglio 2026: Domenica 29 giugno sono partito per la Russia con un gruppo di appassionati di letteratura, 24 persone che sto portando in giro a Pietroburgo a vedere i luoghi della letteratura russa. Il viaggio si chiama Gogol' Maps e il secondo giorno, martedì 30 giugno mentre ci incamminavamo verso il museo Dostoevskij, mi è venuto da chiedermi una cosa che mi chiedo da una trentina d'anni, come mai mi piace così tanto la letteratura russa, e mi è venuto da rispondermi che una cosa che mi piace, della letteratura russa, è il fatto che non è consolatoria; un grande poeta russo del Novecento, Iosif Brodskij, una volta ha detto al suo amico Sergej Dovlatov: "La vita è breve, e triste. Avete fatto caso a come, in genere, va a finire?". Il Museo Dostoevskij si trova in un appartamento del Kuznechny Pereulok nel quale Dostoevskij era venuto a vivere, con la moglie Anna e i figli Ljbov' e Fédor, nel 1879 e nel quale è morto il 28 gennaio del 1881. Io ho scritto un romanzo biografico su Dostoevskij il cui finale è ambientato in questo appartamento, e la protagonista di questo finale è la moglie di Fedor Michajlovic, Anna Grigor'evna Dostoevskaja. Quel libro lì probabilmente non l'avrei scritto se non avessi ricevuto, nel 2011, nella cucina del mio appartamento nel quartiere Croce di Casalecchio di Reno, una telefonata da un numero sconosciuto. Ho preso su e una voce con un forte accento che a me sembrava romanesco mi ha detto "Buongiorno, sono Antonio Pennacchi, volevo dirti che ho letto i tuoi libri e sei proprio bravo". Io e Pennacchi non ci eravamo mai parlati ma io avevo letto “Il fasciocomunista” e l'avevo visto una volta, in una libreria di Bologna, che presentava un numero di Limes dedicato a Berlusconi e, durante quella presentazione, litigava con uno scrittore di Bologna; gli piaceva litigare, a Pennacchi, gli piaceva leggere, studiare e litigare, e lì aveva litigato e io avevo pensato "È simpatico", Pennacchi, e poi, quando mi ha poi telefonato che mi ha detto che ero proprio bravo io ho pensato "No ma, è simpaticissimo". "Solo", ha aggiunto poi dopo Pennacchi, "devo dirti due cose". La prima cosa aveva a che fare con la mamma di mia figlia, che si chiama Francesca ma che io, quando scrivo di lei, la chiamo Togliatti, perché è laureata in Storia dell'Unione Sovietica ed è convinta di essere il migliore, non mi dà mai ragione. Quando andiamo d'accordo che è un periodo che siamo in confidenza, la chiamo Palmiro, e in questo periodo, è qui anche lei in Russia, la chiamo Palmiro. Allora noi, con Palmiro, ci eravamo conosciuti nel 1999, nel 2004 era nata nostra figlia, nel 2005 ci eravamo separati e io queste tre cose le avevo raccontate nei libri, Pennacchi li aveva letti e, nella prima telefonata che ci eravamo fatti, mi aveva detto che io, la cosa che dovevo fare, andare da Francesca, mettermi in ginocchio e chiederle di riprendermi con sé. Io e Francesca, in quel periodo lì, ci vedevamo perché abbiamo una figlia, ma facevamo ciascuno la propria vita e io, noi eravamo stati insieme 6 anni, eravamo andati dappertutto insieme, a me ogni tanto mi veniva in mente una cosa che avevamo fatto insieme le dicevo "Ti ricordi?", e lei, tutte le volte, mi rispondeva "No, non mi ricordo". Aveva tirato giù la cortina di ferro e io, quando Pennacchi mi ha detto che dovevo tornare con lei ho pensato "Sì, arrivederci". Dopo, nel 2014, è successa una cosa che alla fine è andata come diceva Antonio che io sono andato da lei le ho chiesto di riprendermi lei mi ha ripreso siam tornati insieme io ho chiamato Antonio gli ho detto "Antonio, tu devi stare attento a quello che dici; stai attento". Dopo, l'altra cosa che doveva dirmi nella prima telefonata, e che poi mi ha ridetto tutte le volte che ci vedevamo, è che, secondo lui, io dovevo scrivere qualcosa di più grosso, e io non capivo cosa voleva dire; mi sembrava di scrivere delle cose grosse, mi piacevano, i libri che scrivevo, e piacevano anche a lui, mi aveva detto. Dopo, nel 2018, mi sono accorto che 3 anni dopo, nel 2021, sarebbe stato il bicentenario della nascita di Dostoevskij e mi sono chiesto "Ma perché non faccio un romanzo biografico su Dostoevskij?" e contemporaneamente mi sono detto che quella, forse, era la cosa più grossa che intendeva Antonio. E l'ho chiamato e gliel'ho raccontata e lui mi ha detto "Questa è grossa" e mi ha consigliato di portarla da Mondadori e io sono andato da Carlo Carabba, che dirigeva allora la letteratura italiana di Mondadori e gli ho raccontato il romanzo e a lui è piaciuto, l'abbiamo fatto, il romanzo è uscito, Antonio l'ha letto, l'abbiamo presentato insieme a Roma, c'era anche Francesca, alla sera abbiamo cenato insieme, Antonio e Francesca erano seduti una di fronte all'altro, parlavano, Francesca non gli dava mai ragione, a un certo punto Antonio le ha detto, indicandomi, "Ho fatto male a dirgli di tornare con te". Dopo, il 3 agosto del 2021, stavo andando a Champoluc a presentare il libro su Dostoevskij, mi è arrivato un messaggio di mio fratello e c'era scritto "E’ morto Antonio Pennacchi". Un anno dopo, il 3 agosto del 2022, mi han chiesto da Latina di scrivere una cosa su Antonio e io ho raccontato una cosa che ha a che fare con il finale di quel libro lì su Dostoevskij. Per capire questo finale bisogna citare un critico russo, Merezkovskij, che ha scritto un libro, “Tolstoj e Dostoevskij”, dove dice che questi due grandi scrittori russi erano l'uno il contrario dell'altro in tutto, anche nel rapporto coi soldi. Che Tolstoj era nato ricco, per tuttala vita si era vergognato della propria ricchezza, aveva cercato di liberarsene, e non c'è mai riuscito, è morto più ricco di quando era nato.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
sabato 4 luglio 2026
Cosedettecosì. 37 «Pietroburgo, Dostoevskij e la sparizione di piazza fieno».
Il loro primo gesto esplicito di intimità - goffo e frettoloso, ma
stranamente privo di imbarazzo - avvenne a notte fonda il 4 luglio quando
Duncan, salendo le scale a piedi nudi, a torso nudo, scoprì Antoinette in
accappatoio nel corridoio del piano di sopra. Sotto la massa dei lunghi
capelli, il suo viso appariva stretto, le labbra tirate dall'apprensione; per
la prima volta dopo molti giorni il suo sguardo vivace e oscuramente luminoso
non si mosse per sfuggirlo. (Tratto da “Un’educazione sentimentale”
– 1979 – di Joyce Carol Oates).
Che Dostoevskij era nato povero, per tutta la vita si era vergognato
della propria povertà, aveva cercato di liberarsene, non ci è mai riuscito, è
morto tanto povero quanto lo era quando è nato. Ecco il finale del mio romanzo
su Dostoevskij è una cosa che è successa nell'ultima casa di Dostoevskij del
Kuznechnyy Pereulok a fine gennaio del 1881, durante la veglia funebre, di
Dostoevskij. Lì, al primo piano, ci sono la moglie, Anna Grigor'evna, i due
figli, Ljubov e Fédor, amici, scrittori, e a un certo punto arriva un messo dello
zar che comunica ad Anna Grigor'evna che, a nome dello zar, le è stata
assegnata una pensione statale e che i suoi figli saranno educati a spese dello
Stato. Lei allora si alza tutta contenta per dare la bella notizia a suo
marito. Che è morto. "In quel momento - dice Anna Grigor'evna - mi sono
resa conto per la prima volta che da lì in poi avrei dovuto vivere da sola, e
che non avrei più avuto un amico con cui condividere la gioia e il dolore': E io,
quella cosa che ho scritto il 3 agosto del 2022, ho raccontato la storiella del
finale nuovo di “Sanguina ancora”, il romanzo su Dostoevskij, e ho finito
dicendo: "Credo che siamo stati in molti, quest'anno, a pensare 'Adesso
questa cosa la racconto a Pennacchi: e ad accorgerci che no, non avevamo più un
amico con cui condividere le nostre miserie". C'è una frase di Cechov,
dalla “Steppa”, che dice "La vita è orribile e meravigliosa"; non
orribile ma meravigliosa, orribile e meravigliosa, contemporaneamente, e il
fatto di incontrare una persona così generosa, così luminosa, così imprevedibile,
così insopportabile come Antonio Pennacchi ha, come antimateria presente nella
materia Pennacchi, il fatto che poi non ce l'hai più, che ti manca, e io, una
cosa che mi piace della letteratura russa, ho detto andando al Museo Dostoesvkij,
è questo fatto che non è consolatoria, e Cechov diceva un'altra cosa, ho
aggiunto che, in Russia, un ottimista è un pessimista male informato, cioè lui
crede di essere ottimista, ma se si informasse scoprirebbe di essere
pessimista, e questa cosa probabilmente non vale solo in Russia, vale anche a
Latina, anche a Parma, anche a Casalecchio di Reno e anche a Roma e Milano,
forse, perfino. Dopo, un altro posto in cui siamo stati in questo Gogol' Maps è
la piazza del Fieno, che è il centro intorno al quale ruota “Delitto e castigo”
ed è anche la piazza più malfamata di Pietroburgo. La prima volta che ho
vissuto a Pietroburgo la piazza del Fieno aveva un aspetto che, paradossalmente,
ricordava i romanzi di Dostoevskij. Il centro della piazza era occupato da un
cantiere, inaccessibile, e che sembrava fermo da tempo, con i materiali di
risulta dei lavori alla vicina stazione della metropolitana, e intorno a questo
quartiere c'era un mercato non ufficiale nel quale, mi dicevano i miei
conoscenti, si poteva trovare qualsiasi cosa. "Paolo, se hai bisogno di un
sottomarino", mi dicevano "vai nella piazza del Fieno, chiedi al
primo che trovi: lui forse, non ce l'ha, ma chiede a qualcuno, che chiede a
qualcuno, che chiede a qualcuno: dopo 20 minuti hai il tuo sottomarino della
marca che vuoi con tutti gli optional di cui hai bisogno". Pietroburgo è
stata fondata da Pietro il Grande nel 1703 e nel 2003 ha compiuto trecento
anni. In occasione del tricentenario sono arrivati dei soldi e hanno restaurato
molte cose, una tra le prime la piazza del Fieno e, la prima cosa che banno
fatto, banno rimosso il mercato non ufficiale, hanno cacciato i trafficanti,
per così dire. Allora lì, nella piazza del Fieno, c'erano, in quegli anni,
delle persone che vendevano i sottomarini, ma non solo. Quel periodo lì, gli anni
Novanta del Novecento e i primi anni del Ventunesimo secolo, è stato un periodo
terribile, per i russi. Si è passati bruscamente da una situazione in cui lo
Stato pensava a tutto, ti dava l’appartamento, la sanità gratis, le vacanze, il
telefono, il riscaldamento, non c’era disoccupazione (il tuo professore, all'università,
ti cercava e ti trovava il lavoro), si è passati da una condizione di questo
tipo a un capitalismo selvaggio. È stato in quegli anni che, in Italia, banno
cominciato ad arrivare delle ragazze russe disposte a fare le badanti o le
donne delle pulizie; molte di loro erano laureate ed erano costrette ad
accettare quei mestieri perché, in Russia, non le pagavano più, non gli davano
lo stipendio: per fame, in sostanza. E, quelle, tra loro, che sono rimaste in
Russia, dovevano, in quegli anni, trovare un modo per sopravvivere e, in piazza
del Fieno, e intorno alle uscite delle metropolitane di Mosca e di Pietroburgo,
in quegli anni si vedevano delle signore che vendevano dei pezzi di casa loro,
per fame. E, nel 2002, noi con Francesca venivamo a Pietroburgo d'estate,
nell'agosto del 2002, in previsione del tricentenario dell'anno successivo,
stavano finendo di sgomberare la piazza del Fieno e io bo visto un'immagine che
non mi dimenticherò mai: c'era una ruspa, gialla, con la benna capovolta,
rasoterra, che spingeva fuori dalla piazza l'ultima trafficante che voleva
vendere la sua mercanzia. Era una signora coi capelli bianchi che aveva in mano
due scarpe da bambino, le scarpe di suo nipote, immagino, che aveva bisogno di
vendere le scarpe del nipote se no non sapeva come fare. Poi, l'anno dopo,
nell'agosto del 2003, con Francesca abbiamo visto la piazza del Fieno
restaurata: l'avevano resa transitabile, ci avevano messo in mezzo una rotonda,
al centro della rotonda un monumento di cristallo dono della Francia (qualche
anno dopo, in un'estate particolarmente calda, è collassato ed è imploso, mi hanno
raccontato), nella parte pedonale ci avevano messo delle panchine i cui piedi erano
delle ruote dei carri del treno; quando l'ho vista la prima volta ho pensato
che sembrava l'arredamento di una pizzeria, che noi ne avevamo migliaia, di
piazze del genere, in Occidente; "Dov'è, la mia piazza del Fieno?",
mi sono chiesto, "Dov'è, la piazza di Dostoevskij?". Queste cose le
avevo poi dette a un mio amico russo Aleksandr Danilevskij, che insegnava
Letteratura russa a Tartu, tutti quelli che lo conoscono lo chiamano Sasa, e
quando gli ho detto così Sasa ha taciuto un po' poi mi ha detto "Lo volete
solo voi, il progresso?". E quando ho sentito così io bo taciuto un po'
poi gli bo detto "Hai ragione". Ecco. Adesso, la prossima settimana,
facciamo un altro Gogol' Maps anche a Mosca, e la prossima settimana, dalla
Capitale, parliamo di democrazia e del rapporto tra gli scrittori e il governo. (Fine della prima parte).
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