"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 17 maggio 2026

MadeinItaly. 89 “Lebaruffechiozzotte&LaPolitica”.

 


SCENA IV.

Il Comandadore e detti.

 Comandadore. Seu vu donna Pasqua, muggier de paron Toni Canestro? (a Pasqua)

 Pasqua. Missiersì, cossa comandeu?

 Comandadore. E quella xela Lucietta, sorella de paron Toni? (a Pasqua)

 Pasqua. Sior sì; cossa voressi da ela?

 Lucietta. (Oh poveretta mi! Cossa vuorlo el comandadore?)

Comandadore. Ve cito per ordine de chi comanda, che andè subito a Palazzo in cancellaria a esaminarve.

Pasqua. Per cossa?

Comandadore. Mi no so altro. Ande e obbedì, pena diese ducati, se no gh’andè.

Pasqua. (Per la custion). (a Lucietta)

Lucietta. (Oh! mi no ghe voggio andare).

Pasqua. (Oh! bisognerà ben che gh’andemo).

Comandadore. Xela quella la casa de paron Vicenzo? (a Pasqua)

Pasqua. Sior sì, quella.

Comandadore. No occorr’altro. La porta xe averta, anderò de suso, (entra in casa).

(Tratto da “Le baruffe chiozzotte” di Carlo Goldoni, atto secondo, scena quarta).

LeggerePaoloNori”. “L’Arte di un Uomo contro lo Stato” di Paolo Nori, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 15 di maggio 2026: Mi han chiesto due interviste sulla questione del padiglione russo alla Biennale di Venezia e io, che ne so poco e che, fino a adesso, visto che ne sapevo poco, avevo sempre rifiutato di parlarne avevo preferito non dire niente, questa volta ho detto di sì. E ho detto di sì perché conosco Pietrangelo Buttafuoco e mi sembra uno che ha una relazione viva, fertile, coi libri che ha letto, e che ne ha letti tanti, mi sembra e, in un momento in cui molti lo attaccano, mi sembrava una cosa decente manifestare pubblicamente la mia stima per lui. Di interviste poi ne ho fatta solo una, l'altra è saltata per via dell'attualità (il papa, gli Stati Uniti, non so più cosa, venerdì erano più attuali di Buttafuoco e della Biennale di Venezia). Dopo, sono passati due giorni, mi sembra sia successo quello che ha detto Luigi Malerba quando gli hanno chiesto perché scriveva, che lui ha risposto "Per capire quello che penso”. Ecco, io, a fare questa piccola intervista radiofonica, credo di avere capito quello che penso sulla faccenda della Biennale e di Buttafuoco. Ci sono due possibilità, secondo me. Si può pensare che i governi son più importanti degli artisti, oppure si può pensare che gli artisti son più importanti dei governi. Viktor Sklovskij, negli anni Venti del Novecento, quando era complicato, per un russo, scrivere una cosa del genere, ha scritto che il colore della bandiera dell'arte non deve mai riflettere il colore della bandiera che sventola sulla cittadella del potere. Adesso io non conosco gli artisti che espongono al padiglione russo della Biennale, e mi sembra non li conoscesse nemmeno il mio interlocutore radiofonico (la trasmissione si intitola Tutta la città ne parla, il conduttore si chiama Pietro Del Soldà), io non avevo visto le opere in mostra, e non le aveva viste nemmeno lui, lui però sospettava che fossero opere che non valevano tanto. Perché? Chissà. Credo sospettasse che, queste opere, riflettessero i colorì della bandiera che sventola sul Cremlino, che sono colori che a lui non piacciono tanto, immagino io. Io, non so bene, ma mi sembra, e più divento vecchio e più diventa chiaro, che noi, esseri umani, siamo fragili e indifesi. Iosif Brodskij ha detto una volta al suo amico Sergej Dovlatov: "La vita è breve e triste. Ha mai fatto caso a come di solito va a finire?". Finiscono tutte così, mi sembra, con una sconfitta, ma ho l'impressione che quello che siamo dentro di noi non dipende dagli altri, dipende da noi. Mi ricorderò sempre l'impressione che mi ha fatto, la prima volta che ho letto Guerra e pace, il momento in cui Pierre Bezuchov, il protagonista, un russo catturato dai francesi nel corso della campagna napoleonica, è lì, di notte, nel recinto dei prigionieri, guarda il cielo stellato e, tutto d'un tratto, scoppia a ridere. E ride forte, e a lungo. E ride per questo pensiero, che gli è venuto: "Ma la mia anima immortale, come fanno a tenerla prigioniera?". Ecco, in un monologo che ho portato in teatro, La libertà. Primo episodio, si ragiona un po' di queste cose e, verso la fine, c'è scritto: "Mi sembra sensato quel che dice Iosif Brodskij quando dice, nel 1987, 'Comunque, se vogliamo avere una parte più importante, la parte dell'uomo libero, allora dobbiamo essere capaci di accettare, o almeno di imitare, il modo in cui un uomo libero è sconfitto. Un uomo libero - scrive Brodskij - quando è sconfitto, non dà la colpa a nessuno’". E in un altro discorso, sempre del 1987, Brodskij scrive: "Il compito di un uomo, si tratti di uno scrittore o di un lettore, sta prima di tutto nel vivere una vita propria, di cui sia padrone, non una vita imposta o prescritta dall'esterno, per quanto nobile possa essere all'apparenza. La lingua e la letteratura - scrive Brodskij - sono cose più durature di qualsiasi forma di organizzazione sociale. Il disgusto, l'ironia o l'indifferenza che la letteratura esprime spesso nei confronti dello Stato sono in sostanza la reazione del permanente nei confronti del provvisorio. Un sistema politico è per definizione una forma del passato remoto che vorrebbe imporsi sul presente (e spesso anche sul futuro); e chi ha fatto della lingua la propria professione è l'ultimo che possa permettersi il lusso di dimenticarlo. Il vero pericolo per uno scrittore non è tanto la possibilità di una persecuzione da parte dello Stato, quanto la possibilità di farsi ipnotizzare, dalla fisionomia dello Stato, una fisionomia che può essere mostruosa o può cambiare verso il meglio ma è sempre provvisoria. La filosofia dello Stato, la sua etica, per non dire la sua estetica - conclude Brodskij - sono sempre ieri. La lingua e la letteratura sono sempre oggi e spesso domani".

giovedì 7 maggio 2026

martedì 5 maggio 2026

Doveravatetutti. 88 Tomaso Montanari: "L'eleganza e la luce di questa bottiglia di alabastro, sono le stesse delle vite delle persone uccise a Gaza. Le abbiamo ritenute «vite non degne di lutto» (Judith Butler), e invece sono vite come le nostre".


“BOTTIGLIA DI ALABASTRO”. Periodo persiano, 550-330 a.C. Gaza, Teli el-'Ajjul. Stato di Palestina, ex collezione Jawdat Khoudary. Reperto affidato al MAH-Musée d'art et d'histoire, Città di Ginevra, in mostra alla Fondazione Merz di Torino fino al prossimo 27 settembre.

domenica 22 marzo 2026

Doveravatetutti. 75 Federico II di Prussia: «Se i miei soldati cominciassero a pensare, nessuno di essi rimarrebbe nelle file».

 
Sopra. "Federico II di Prussia" - olio su tela, 1870 - di Wilhelm Camphausen.

Wilhelm Camphausen dipinge un'icona senza tempo del dispotismo "illuminato", fermando sulla tela un Federico II di Prussia ormai sessantenne, dallo sguardo spiritato e fanatico, pronto a sferrare una bastonata a un servitore o a un ministro incapace. Con quegli occhi sbarrati, Federico vedeva fino in fondo alle cose: «Se i miei soldati cominciassero a pensare» disse, «nessuno di essi rimarrebbe nelle file». Citando questa lucida constatazione, Lev Tolstoj scrisse una pagina profonda e dolente sulla "cieca" obbedienza dei soldati, che in ogni tempo e in ogni luogo non trovano il coraggio di disertare anche se "nel fondo della loro anima sentono che fanno un atto cattivo obbedendo alle autorità che li strappano al lavoro, alla famiglia e li mandano alla strage inutile". E questo non è, purtroppo, l'unico motivo per guardare oggi con interesse alla Prussia di Federico II. Si narra che un mugnaio di Potsdam a cui il re voleva espropriare, e distruggere, un certo fastidioso mulino posto troppo vicino alla reggia di Sanssouci, rispose seccato: «Ci sarà un giudice, a Berlino!». La storia è in realtà una leggenda, forse ispirata a una vicenda analoga, ma più complicata. Vera o falsa, la morale è chiara: perfino sotto il ferreo Federico, la Prussia era così "costituzionale" da avere giudici tanto liberi e così soggetti solo alla legge da poter dar torto (almeno in teoria) anche allo stesso re prepotente. C'è un motivo per cui questa storiella ha avuto tanta fortuna nel Novecento: ed è che non è per nulla scontato, anche nelle nostre democrazie, che il potere esecutivo si lasci limitare da quello giudiziario. Ed è esattamente su questo che voteremo, domenica e lunedì: perché c'è di nuovo un governo che vuole togliersi di torno i giudici. Lo fa spergiurando che così il popolo sarà più sovrano: ma la verità è il contrario, e cioè che il popolo è davvero sovrano se la sua sovranità è spezzata (almeno) tra tre poteri, perché quando sono tutti concentrati, chi li detiene caccia il popolo dal trono, e si siede lì, al suo posto, come un sovrano abusivo e prepotente. Se vogliamo che ci sia ancora "un giudice a Roma", allora è il momento di dire un rotondo No a questa riforma. È il modo che abbiamo per fermare la bastonata che il re sta per sferrarci. E per far sì che quello sguardo ebbro di un potere senza limiti resti nei quadri dell'antico regime: oggi lo vediamo anche troppo spesso tornare tutto intorno a noi, stampato sui volti dei tanti tiranni che ci circondano. (Tratto da “Ci sarà un giudice a Berlino. O a Roma” di Tomaso Montanari pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 20 di marzo 2026).