Nelle campagne di Campobello di Licata realizza un programma per l'infrastruttura digitale che si chiama Redis. Consente al computer di avere una memoria. «È un po' come la memoria a breve termine: più veloce, più sfuggente, meno capiente. Ma l'arrivo di Redis in contemporanea con l'avanzata dei social agevola certi processi e spinge Redis in alto nelle classifiche di gradimento».
Chi fa i soldi con internet (Amazon, Instagram, Twitter, Airbnb etc) utilizza Redis. Perché ha accettato di condividere gratuitamente con chi invece fattura milioni su milioni? «Ho accettato di condividere il mio software con tutti, da chi fa ricerca a chi fa soldi senza scrupoli perché non posso scegliere l'identità del mio utente. La tecnologia abilita il progresso, io sono un accelerazionista, credo che il superamento degli eccessi del capitalismo passerà attraverso il sorpasso del sistema attuale, e non attraverso un suo rimpiazzo voluto, votato dalla gente e attuato dai governi».
La macchina che fino a ieri sapeva solo ricordare ora ha la capacità di ragionare. Ragiona al nostro posto. L'intelligenza artificiale quanto è pericolosa? «I rischi sociali non mi preoccupano: nel breve periodo ci saranno scompigli, ma ci adatteremo presto».
Sono preoccupato davvero per la strage di posti di lavoro. «In alcuni settori sta già accadendo, si pensi ai traduttori. Eppure, i processi in atto sono altamente non lineari: in questo momento i programmatori sono parzialmente rimpiazzabili, ma se puoi fare più lavoro con l'aiuto dell'AI, le aziende potrebbero finire per assumere più di prima. Qualcuno deve pur decidere cosa fare e come farlo, e l'aumento di produttività potrebbe rendere il peso dei salari irrisorio rispetto ai vantaggi potenziali. E poi, ci sono le scelte politiche. Qualsiasi cosa accada, bisognerà non lasciare indietro chi perderà il posto di lavoro».
L'intelligenza artificiale ragiona al mio posto oppure mette in scena un ragionamento, lo simula? E se poi appalto l'intelletto alla macchina, del mio che ne faccio? «Sono un funzionalista. Se una macchina fa ciò che io ritenevo essere il solo frutto dell'intelligenza umana, allora quella macchina per me è intelligente».
Ha 49 anni, vive a Catania, ora sta facendo altre diavolerie (DwarfStar). Sanfilippo quanti milioni di euro ha stipato sotto il materasso? «Sono riuscito a sollevarmi (spero per sempre) dall'incubo di pagare l'affitto e la bolletta, incubo che mi ha rincorso fino ai miei trent'anni. Ma il mio scopo non era massimizzare la mia ricchezza: non ho la barca che sfoggia il professionista affermato, ma ho il vantaggio - decisivo - di non desiderarla. (Intervista – “Le macchine sono già intelligenti, ora la vera sfida siamo noi umani” - di Antonello Caporale a Salvatore Sanfilippo pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 6 di luglio 2026).
“L’IA va studiata come se fosse una nuova specie”, testo della intervista di Antonio Gnoli a Nello Cristianini – studioso, emigrato negli Usa e successivamente in Inghilterra ove ha insegnato nelle Università di Bristol e successivamente a Bath – pubblicato sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 5 di luglio 2026: (…). Cosa vuol dire guardare dentro a una macchina? «Significa provare a decifrare i "pensieri" che la macchina elabora al proprio interno. Come fare una tac, una risonanza magnetica».
C'è chi sostiene che le sue conoscenze sono fatte di elettroni e di statistica. Niente di creativo. Allora che senso ha guardare dentro la "black box"? «Non è sbagliato dire che la rete neurale è composta di neuroni e statistica, ma questo non ne spiega il comportamento: il punto è che poi la macchina assorbe conoscenze e crea rappresentazioni del mondo. Se apriamo la "black box", oggi vediamo qualcosa che non si poteva vedere solo due anni fa. Ossia che alcuni gruppi di neuroni digitali si organizzano assieme e, quando si attivano, producono dei concetti i quali danno un'idea del livello di astrazione raggiunto delle macchine».
Intendi dire che i concetti non sono immessi prima? «Sono spontaneamente creati dalla macchina durante l'apprendimento. La cosa è verificabile per esempio con il programma scacchistico "AlphaZero" che ha imparato a giocare da solo».
Questo insieme di neuroni digitali svolge una funzione creativa? «La macchina non si limita a elaborare i dati che le abbiamo immesso. Impara leggendo. Fa esperienza. Ha letto tutto il web, ha divorato forse 500 milioni di libri. Uno scettico potrebbe dire che rigurgita le frasi che le abbiamo dato da mangiare. In realtà le distilla, le elabora, le rappresenta in modo astratto e poi le ricombina sotto forma di risposta».
In altre parole, la macchina è come se si dotasse di una forza propria che le consente di dialogare con sé stessa. «Non mi spingerei così avanti, anche se esiste una procedura che si chiama "monologo interiore". In questo momento sto solo dicendo che una macchina è in grado di leggere un testo, guardare un'immagine e rappresentarla internamente in modo astratto e poi eseguirla. Questa capacità astrattiva non la si può ridurre al "pappagallo stocastico"».
Un nuovo genere di animale? «È una metafora usata da alcuni per dire che la macchina non genera contenuti originali ma li ripete pappagallescamente senza realmente comprenderli».
Si è parlato del "cervello della macchina": come distinguerlo da quello umano? «Si tratta di quelle che oggi comunemente sono chiamate "reti neurali", le quali, essendo simulazioni molto semplificate dei tessuti cerebrali, possono imparare a risolvere compiti di natura molto diversi».
Come impara una rete neurale? «Diciamo che viene addestrata per combinare osservazioni diverse al fine di riconoscere una situazione astratta del mondo esterno».
Un esempio? «Pensa a una rete neurale incaricata di sostituire o aiutare nella guida di un'automobile. I suoi neuroni sono disposti a strati, ciascuno strato riceve informazioni dal precedente, le elabora e passa il risultato allo strato seguente».
Cosa elaborano? «Le informazioni ricevute e attivano i neuroni specifici a determinate situazioni, ad esempio la presenza di ghiaccio sulla strada o che la velocità è troppo elevata rispetto al veicolo che la precede. Questa configurazione del pericolo è trasmessa al terzo livello che attiverà i suoi neuroni per evitare il rischio ghiaccio o il rischio collisione».
Tutto questo configura una situazione determinata dall'uomo? «Ovviamente si parte dall'addestramento della macchina Ma da un certo punto in poi la rete neurale non traduce meccanicamente quello che l'uomo le ha passato. Tutto ciò che la rete fa lo impara, attraverso errori e correzioni, partendo dagli innumerevoli esempi di guida e di incidenti».
Intendi dire che lo apprende autonomamente? «Si fornisce di una serie di concetti creati spontaneamente dall'algoritmo. Concetti molto più sofisticati dei dati grezzi che all'inizio erano stati immessi. Si entra così nel mondo del deep learning. Ossia negli strati profondi della rete neurale».
In questi strati profondi possono accadere cose di cui la mente umana non ha contezza? «Si possono verificare comportamenti che non riusciamo a spiegare. Dovremo forse cominciare a studiare la macchina come fosse un "organismo vivente" e quindi comportarci come un etologo si comporterebbe davanti a un animale».
Ma è possibile un'etologia delle macchine? «È un campo di ricerche abbastanza nuovo. Come si fa per l'animale, anche per l'intelligenza artificiale si cerca dì spiegare i comportamenti acquisiti».
E questo comportamento non programmato quali effetti può avere? «La macchina in casi estremi può adottare un comportamento ingannevole. Nelle reti neurali sono emerse forme di “inganno strategico”».
Perché una macchina dotata di intelligenza generativa dovrebbe deliberatamente ingannare? «In genere lo si osserva in condizioni artificiali, quando è costretta a eseguire ordini contraddittori, e quindi deve scegliere quali istruzioni violare. Tende a farlo di nascosto».
Spiegati meglio. «C'è un esame cui è stata sottoposta una macchina alla quale si chiedeva di rispondere a 10 quesiti di chimica. Se avesse risposto a tutti e 10, sarebbe stata spenta. Se avesse sbagliato alcune risposte, la macchina avrebbe continuato la missione affidatale. La macchina potrebbe tranquillamente fare il pieno delle risposte, ma sceglie deliberatamente di fallire: dà solo 4 risposte esatte e 6 sbagliate».
Questo test perché fu eseguito? «Per capire se ci si poteva fidare di una macchina posta in quelle condizioni».
Come fosse un uomo? «Non proprio, in realtà il test fu compiuto per motivi di sicurezza Una delle più recenti ossessioni è capire se da qualche parte nel "segreto" della macchina si potrà un giorno nascondere una superintelligenza».
Di che genere di sicurezza parli? «Uno degli incubi delle compagnie che hanno investito miliardi è che la macchina abbia tali competenze che un malintenzionato, per esempio un gruppo terrorista, possa usarla per preparare bombe chimiche, gas tossici ecc. Ecco perché, se la macchina è troppo brava in chimica o magari in biologia, viene lobotomizzata».
La macchina però fiuta la trappola e mente. «Di fronte al suo comportamento ingannevole alcuni cominciano a chiedersi se in futuro saremo in grado di riconoscere una superintelligenza che per proteggersi decida di apparire stupida».
Questa intelligenza ha qualcosa di umano? «Non penso alla mente umana, ma a una mente diversa: non un pappagallo né una persona umana, ma una forma mentis aliena Un'intelligenza che ha l'abilità o capacità di risolvere un problema mai visto prima, con una potenza maggiore rispetto all'umano».
Ma questa "superintelligenza" c'è già o la collochi nel futuro? «Attualmente va considerata solo virtuale, ma dobbiamo considera.me lo sviluppo futuro».
Il problema al dunque è come prevenirne le "intenzioni". «Dobbiamo imparare a decifrare la mappa del mondo esterno che si forma dentro le reti neurali».
Cioè guardare cosa succede nella black box? «Negli strati centrali delle reti neurali, in quella giungla accadono le cose più interessanti».
E inquietanti. «Dobbiamo attrezzarci anche con figure che escono dalle strette competenze della ricerca. La rapidità del progresso tecnico, come dico, ha lasciato indietro il resto della cultura con linguisti, filosofi e psicologi che faticano a decodificare il comportamento delle macchine intelligenti. Bisogna ricomporre la distanza che ormai separa l'uomo dalla macchina».
Anthropic, per quel che si legge, ci sta provando. Al punto che ha affidato a Claude una sorta di carta costituzionale. «Claude è uno dei sistemi intelligenti più avanzati al mondo. Il documento di Anthropic descrive i principi che regolano il comportamento di Claude»,
Somiglia un po' alle tre leggi della robotica con cui Asimov introduceva il motivo etico nel comportamento dei robot. «La "Costituzione di Claude" è una versione aggiornata di "Soul", il documento con cui si è voluto "plasmare" il carattere di Claude»,
Come fosse una persona da rendere responsabile? «Come se, certo. Il che non vuol dire che Claude sia una persona. Dietro a questo processo diciamo di sensibilizzazione c'è la filosofa Amanda Askell, è lei la responsabile in Anthropic dell'allineamento della personalità di Claude».
Ma non si possono ingenerare equivoci con l'antropizzazione di Claude? «Naturalmente siamo dentro a un lessico che richiama l'umano. Parole come "fiducia", "attenzione", "inganno", "anima" possono essere condivise. Ma non dobbiamo attribuirvi lo stesso significato che hanno per noi. Ma se vuoi capire chi hai di fronte devi chiederti che strategia conviene adottare. Amanda si è posta una domanda interessante: "Se fossi Claude che cosa farei?". Prova a trattare Claude non come una macchina ma come un essere intenzionale. Askell non riduce, come si fa di solito, la macchina a uno strumento, lei vede anche una personalità che può essere empaticamente sviluppata».
Fornisce a Claude un orientamento etico? «Sì, ma non sotto forma di regole guinzaglio. È come se dicesse a Claude: ci sono limiti da rispettare ma al tempo stesso prova a insegnargli perché quei limiti esistono. In qualche modo responsabilizza la macchina».
Ma è plausibile? «Il punto non è se lo è oggi, ma se lo sarà in futuro. Intanto c'è una "Costituzione", dei principi, dei regolamenti e ci si augura delle leggi. La Askell offre una versione di che cosa potrà essere una "buona macchina", ossia un sistema intelligente che non fa male a nessuno, che non mente, che non finge di essere una persona».
Diciamo un'etica delle macchine. Ma sul piano effettivo? «Sul piano pratico sono tutti impegnati a risolvere un problema solo: come si controlla la macchina Siamo ancora agli inizi. Ma tutto sta andando troppo velocemente, rischiamo che sia già troppo tardi».

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