"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 6 luglio 2026

DalMondo. 03 Trump: «La minaccia comunista sta risorgendo nel nostro paese, compresi i nuovi arrivati che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita».


Sarebbe questa la famosa America? Il discorso di Trump in occasione del 4 luglio è stato talmente puerile, elementare, privo di qualunque gravame culturale o psicologico, da costringere a chiedersi se non siano la protervia, l’avidità o la violenza, ma sia l’ignoranza la peggiore minaccia per il futuro dell’umanità. E pure per il presente. La stolta idea che esista un Bene (l’America) e un Male (la non America, per comodità di Trump ribattezzata “il comunismo”) è, prima di essere un’idea fanatica, un’idea paurosamente incolta. Per arrivare a formularla, ed esprimerla in pubblico, bisogna non sapere niente non solo del mondo, ma perfino degli americani, che del mondo sono comunque un piccolo spicchio (per la precisione: circa il 2,4 per cento del totale del genere umano). Bisogna credere che ogni possibile scrupolo di equità sociale, specie se alligna sul sacro suolo americano, sia “comunismo”. Che avere fede nell’America equivalga ad avere fede in Dio, perché le regole dell’America sono le stesse di Dio, e dunque gli atei (sinonimo di comunisti) sono nemici da schiacciare o corpi estranei da espellere (che differenza c’è con gli ayatollah?). Bisogna credere che arricchirsi sfruttando un ruolo pubblico (come sta facendo, sfrontatamente, Trump) sia lecito, sia in regola con “l’America”; mentre tassare i miliardari per aiutare i poveri sia invece “un furto” perpetrato dal comunismo ai danni dell’America. Un farmer bianco, povero e incazzato, che scende dal suo pickup per andare a mangiare tre dollari di robaccia in un fastfood di paese, non avrebbe saputo dire di peggio. Va bene che gli intellettuali servono a poco; in compenso si capisce bene a cosa servono gli ignoranti, specie quando vanno al potere: a rendere il mondo perfino più stupido e cattivo. (Tratto da “Sarebbe questa la famosa America?” di Michele Serra).

“La riesumazione della paura rossa” di Lucio Caracciolo: Uno spettro si aggira per l’America, lo spettro del comunismo. Donald Trump, sullo sfondo di Mount Rushmore, dove sono scolpiti i ritratti colossali di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln, riscopre la sempreverde Paura Rossa (Red Scare) in vista delle elezioni di metà mandato che a novembre decideranno del suo futuro. Per i 250 anni dell’indipendenza a stelle e strisce, il presidente si lancia nella sua specialità: la campagna elettorale. E lo fa disegnando un filo rosso dell’orrore che lega la minaccia immigratoria a quella comunista, incarnate dal Partito democratico, covo di sovversivi: “La minaccia comunista sta risorgendo nel nostro paese, compresi i nuovi arrivati che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita.” Ma tranquilli, ci penserà lui a “battere rapidamente il comunismo”, a “rimandare presto a casa” gli invasori rossi: “L’America non sarà mai un paese comunista!”. La tattica è chiara. Trump conta di mobilitare i moderati contro la deriva socialista dei democratici. Per lui sono comunisti. Trump non è un esegeta delle categorie marx-leniniste, ma sa che il comunismo, a differenza del socialismo, resta tabù in quanto marchio del Nemico sovietico. Liquidato trentacinque anni fa. Da riesumare per scatenare la terza Red Scare dopo quelle del 1919-20 (rivoluzione bolscevica) e 1947-57 (maccartismo da guerra fredda). Il Lenin americano sarebbe il sindaco di New York, l’islamico Zohran Mamdani, affiancato a Alexandria Ocasio Cortez, riferimento dei demosocialisti. Entrambi figli politici del vecchio Bernie Sanders, nume dei Democratic Socialists of America, marchio in ascesa. La novità ideologica di questi strani tempi americani è lo sdoganamento del socialismo. Sondaggi rivelano che quattro statunitensi su dieci (cinque fra gli under 35) considerano il socialismo cosa buona e giusta. Fra i democratici siamo a due su tre. E se i demosocialisti fossero il Maga Blu? Earl Browder, capo dei bolscevichi americani dal 1930 al 1946, assicurava che “il comunismo è americano come la torta di mele”. Non sembrerebbe. Ma Trump forse ignora che il primo presidente repubblicano degli Stati Uniti - lui è il diciannovesimo - Abraham Lincoln (1861-65), era stato in corrispondenza con Karl Marx, esule a Londra, che giocava con l’idea di trasferirsi in America. Nella convinzione che gli Stati Uniti in quanto patria del capitalismo allo stato puro si sarebbero svelati avanguardia della rivoluzione mondiale. Secondo lo storico Michael Perelman, il fondatore del comunismo scientifico “è stato una figura importante del Partito repubblicano”. E “forse un giorno la testa di Karl Marx sarà scolpita a Mount Rushmore”. Tutto nasce dalla battaglia che Marx - autore di circa cinquecento articoli per la New York Tribune, il giornale preferito di Lincoln - condusse con la sua Prima Internazionale per impedire che gli inglesi si schierassero con i sudisti nella guerra di secessione, intesa liberazione dallo schiavismo. Ciò avrebbe radicalmente cambiato la traiettoria degli Stati Uniti e del mondo. Nel novembre 1864 Marx invia a nome dell’Internazionale le sue felicitazioni a Lincoln appena rieletto. Si rivolge al “semplice figlio della classe operaia al quale è toccato il compito di guidare il suo paese nella nobile lotta per la liberazione di una massa asservita”. Lincoln gli risponde molto cordialmente attraverso il suo ambasciatore alla Corte di San Giacomo, Charles Francis Adams senior, cofondatore del Partito repubblicano oltre che figlio del sesto e nipote del secondo presidente Usa, in contatto con l’Internazionale. Eppoi, fra i combattenti unionisti spiccavano diversi tedeschi transfughi dai moti del Quarantotto, fra cui i generali August Willich e Franz Sigel, comunisti convinti. Molti fra quei German Americans saranno repubblicani radicali nell’èra della Ricostruzione (1865-77). Il marxismo non è una torta di mele. Non per questo è estraneo alla storia dell’America. E se nel duecentocinquantesimo anniversario quello spettro tornasse davvero a scuotere il faro del capitalismo? (…).

“Così rispolvera la retorica della Guerra fredda non ha altri argomenti”, testo della intervista di al filosofo Michael Walzer: «Confesso di aver avuto pena delle persone che hanno aspettato a lungo e al caldo il discorso di Trump. E anche per quelle da lui esibite sul palco. che sono certo essere per bene. Perché la celebrazione del 250esimo anniversario degli Stati Uniti è stata ridotta all'ennesimo comizio elettorale, scandito da slogan che possiamo riassumere con Dio, armi e anticomunismo: tutte assurdità, soprattutto l'ultima. (…). Più del discorso, scontato, mi ha colpito l'estetica pacchiana dell'evento. Un tempo, caratteristica dei repubblicani era l'austerità: e oggi si ritrovano un leader che copre tutto d'oro. E poi, chi ha bisogno di ore di fuochi artificiali? Se ben fatti, 30 minuti bastano. Sono sicuro che tanti, ieri, hanno rimpianto altri tempi e altri presidenti. (…). Certo, arrivare a parlare di comunisti...».

La preoccupa? «Si e no. Finora si era limitato a definire le figure più a sinistra del Partito Democratico "radicali folli". Se ora evoca il maccartismo definendo "comunisti" quei politici che hanno vinto le primarie e invece si definiscono socialisti, è perché cerca di risvegliare paure remote dei conservatori. Glielo sentiremo sicuramente ripetere nel corso della campagna elettorale. Se lo fa, è perché è in caduta libera e non ha evidentemente nessun altro argomento politico forte a cui appigliarsi. Quindi cerca diversivi che spera siano efficaci. Ma anche in un Paese polarizzato fra concezioni del mondo opposte, che possiamo definire progressiste e conservatrici, non credo si possa rispolverare il vecchio armamentario ideologico della Guerra Fredda. Ormai anche la Cina è un'economia capitalista anche se a guida statale. E lo stesso Trump cerca di fare affari con la Russia di Putin. Insomma, vuol creare un nemico interno dove non c'è».

A proposito, in vista del vertice di Ankara, sabato Trump ha parlato un'ora e mezza con Putin. Solo poi ha sentito anche Zelensky. «In un 4 Luglio importante e simbolico come questo, qualunque presidente americano, democratico o repubblicano, avrebbe parlato col solo Zelensky. Putin è l'antitesi di tutto quel che celebra questa festa. Ma d'altronde anche Trump lo è, e la loro lunga telefonata la dice lunga sul leader che vuole essere. Il riavvicinamento a Putin, probabilmente, si rifletterà anche sul summit di Ankara: ora che ha firmato la tregua con l'Iran non ha più bisogno cli ascoltare gli alleati e può tornare a bullizzarli, difendendo l'amico russo, che ritiene uno dei pochi leader pari a lui».

Nel discorso è anche tornato a descrivere l'America come vincente. «Ridicolo. Sono decenni che perdiamo una guerra dietro l'altra: il Vietnam, l'Afghanistan, ora l'Iran che, a mio giudizio, ci sta facendo il verso, organizzando i funerali di Khamenei proprio in concomitanza con le celebrazioni di Trump del 4 Luglio. Certo, l'America è forte grazie alla potenza delle armi, ma le scelte militari sono spesso prese da idioti. Trump sa benissimo di aver perso la guerra con l'Iran e temo che per farlo dimenticare, ora, cercherà di prendersi Cuba e la Groenlandia. Senza capire che non è così che si fa grande l'America».

Cos'è allora che la rende grande? «Quell'immigrazione che lui combatte. Ci ha resi forti in settori come tecnologia e finanza perché portatrice di nuove idee. Trump non capisce che sta cercando di abolire un tratto distintivo e cruciale della Storia americana».

Ha alluso scherzosamente anche a un terzo mandato... «Non credo che si ricandiderà. Mi sembra orientato a organizzare la sua successione, con Vance o Rubio come possibili candidati. Ma temo che cercherà di influenzare le elezioni di Midterm. Farà il possibile per impedire elezioni libere e giuste a novembre, anche se per ora ha avuto solo relativo successo. La Corte Suprema gli permetterà di ridisegnare i collegi elettorali, ma non ha escluso il voto per corrispondenza e il conteggio tardivo delle schede. Lui nel discorso ha chiesto al Congresso di approvare pure il Save America Act, che chiede prova di cittadinanza alle urne. Ma non credo che riuscirà a ottenere nemmeno quello. Forse sono ottimista, ma vedo esasperazione verso il trumpismo anche fra i suoi al Congresso. Penso che Donald perderà la Camera anche se potrebbe tenere il Senato. Ma comunque vada, credo che i prossimi due anni saranno i peggiori delle sue due presidenze. Perché incasserà sempre più rifiuti ad assecondarlo, anche dai suoi».

N.d.r. I testi sopra riportati sono a firma, rispettivamente, di Michele Serra, Lucio Caracciolo e Anna Lombardi e sono stati pubblicati sul quotidiano “la Repubblica” del 5 di luglio – per i primi due testi – ed il sei di luglio per l’ultimo testo.

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