Delle funeste conseguenze che può comportare il convincimento che il 28 luglio cada il 28 luglio.
Isaac aveva convinto suo fratello Julio che il 28 luglio doveva essere festeggiato il 28 luglio! Julio Carbajal esitava. «Siamo nel dicembre 2192, Isaac. Huarautambo si prepara per il Natale. Lo stesso padre Chasàn sta organizzando un presepio nella chiesa di Yanahuanca.» Isaac consultò un calendario dell'antichità. «Siamo nel luglio 1962. Fra quindici giorni si celebrerà l'indipendenza. Tu festeggia il 28 il 28!» Julio non capiva. (Tratto da “Cantare di Agapito Robles” – 1977 – di Manuel Scorza).
«Le do una notizia: io non faccio il ragioniere». Tipica risposta da "parà", ma non come abbreviazione di paracadutista. Per la serie "sotto la mimetica niente", Vannacci non entra nel merito, da buon soldato le spara grosse e preferisce parlare in "generale", generale di divisione, visto quanto sta dividendo la maggioranza. Lui indica la strada: mica si occupa di dove trovare le palanche per asfaltarla. Ma chi si candida a guidare un Paese dovrebbe dire dove intende prendere i soldi anche se il suo programma fosse soltanto "cchiù pilu pe' tutti"; e questo perché riallocare risorse è l'atto più politico, ideologico e valoriale che ci sia: tutto il resto è naia. E, giacché c'è, il cazzaro nero dovrebbe pure spiegare con quali fondi attuerebbe la mitica remigrazione, a meno che non speri che i clandestini se ne tornino a casa da soli: a passaggi come vecchi hippy, o al limite con il Blablacar per dividersi la benzina. Detto questo, per me ovviamente Vannacci può sproloquiare di quello che più gli pare. Solo che, gli do una notizia, io non faccio lo psichiatra. (Tratto da «Il generale che parla “in generale” di Dario Vergassola, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 24 di luglio 2026).
“Le tribù dei faziosi così prigionieri dei loro fantasmi”, testo di Giordano Bruno Guerri pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di ieri, lunedì 27 di luglio 2026: Non amo il calcio perché, a sentire chi lo ama, la sua squadra ha sempre ragione, l’altra ha sempre torto, e l’arbitro è cornuto quando fa comodo che lo sia. Per lo stesso motivo ho smesso da un pezzo di scrivere sui giornali perché - quelli di destra come quelli di sinistra - fanno da megafoni alle proprie parti politiche, e quelli più equilibrati non vogliono sorprese da chi oggi dice una cosa di sinistra e domani una di destra. Penso a Pasolini, che proprio per la sua ostinata incapacità di appartenere a una parte, continua a essere così necessario. Mi piace Massimo Cacciari, perché non si sa mai cosa dirà. E da oggi amo un po’ anche Michele Serra per il suo articolo di ieri sull’”Insostenibile rumore della faziosità”, uno splendido esempio di letteratura civile. «Non si è sentito un solo esponente di destra dire che il gioielliere Roggero», ha scritto Serra, «con la sua reazione omicida spropositata e sempre rivendicata, non è un eroe ma un duplice omicida». Ti servo subito, caro Michele, se mi consideri di destra: Roggero è stato trattato con clemenza dalla giustizia, con una pena mite per chi spara alle spalle, per uccidere, a degli uomini in fuga. Un eroe al contrario, perfetto per Vannacci. Mi auguro che il vendicatore si faccia i suoi anni di carcere (saranno molti meno di quelli comminati) e diociscampi dal ritrovarcelo in Parlamento, prima o poi, a gridare che lo farebbe ancora, e volentieri. Il fanatismo sportivo porta a vedere i tifosi dell’altra squadra come nemici da combattere, anche a botte. Il fanatismo religioso minaccia la convivenza pacifica e la libertà di chi ha credenze diverse. Il fanatismo politico porta a conflitti sociali, e a nessuna soluzione, perché non accetta il dialogo e il confronto. Il danno è ingigantito proprio da chi dovrebbe risolverlo, ovvero i politici. Se i grandi capi argomentano - almeno - le proprie posizioni inaccettabilmente faziose, toccano l’abisso quei povericristi ben retribuiti e felici di dire ai tg - nei trenta secondi concessi - le loro verità imparate a memoria. «Si battono per l’Idea, non avendone», diceva Flaiano: guardano fieri in camera (alla Camera dovrebbero impegnarsi di più) e recitano felici il “tweet”, senza vergognarsi di quel che la parola significa, “cinguettio”. La politica ridotta alla povertà dei social non va verso il popolo, è la zavorra che lo affonda. Ma l’ortodossia di partito esige il conformismo assoluto. Chi prova a dire «l’avversario su questo ha un argomento valido» viene immediatamente epurato dai vertici e linciato sui social. La caccia al consenso ha creato una classe dirigente di subalterni che hanno terrore del dubbio. La cultura, quella vera, vive di dubbi, non di certezze granitiche. L’incapacità di vedere le ragioni dell’altro è, fondamentalmente, mancanza di coraggio e profonda ignoranza. Si ignora che la media degli italiani non è affatto stupida, e che sentire due «rappresentanti del popolo» in cerca dello scontro frontale porta a credere che si tratta di un conflitto di interessi mascherato da idea politica. Pur sottoscrivendo la diagnosi, caro Serra, sorrido per il tuo stupore. Il tuo è l’ennesimo, nobile lamento del progressista colto che scopre, ogni volta con ingenua sorpresa, che la politica è diventata una recita per analfabeti funzionali. Non si tratta di un incidente di percorso: i politici non dicono nulla di sorprendente perché la sorpresa richiede pensiero, e il pensiero non produce like nell’immediato. Oggi la politica non guida il popolo, lo insegue verso il basso. Hai dunque ragione quando parli del populismo che si comporta da “bestia e da cafone” per apparire popolare. Niente è più aristocratico - nel senso più alto del termine - del difendere il popolo dalla sua stessa degradazione. In realtà questo Paese non ha mai brillato per una classe dirigente capace di sfumature. Il fascismo prima, e nel dopoguerra lo scontro fra ideologie, hanno abituato gli italiani a tifare, non a pensare. Nella Prima Repubblica, almeno, c’erano uomini di spessore culturale. Penso a figure come Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, Giorgio Almirante, Aldo Moro, che pur nella loro distanza radicale erano capaci di leggere le ragioni dell’altro perché possedevano una profonda cultura storica che li rendeva forti. Sapevano che la storia è fatta di tesi e antitesi. Il conformismo della provocazione a tutti i costi (il Vannacci che cita Serra) è speculare al conformismo del politicamente corretto di certa sinistra: sono due facce della stessa pigrizia mentale. Quando chiediamo sfumature, chiediamo l’impossibile a dei burocrati del consenso. La realtà è complessa, e la politica teme la complessità perché richiede studio, e lo studio - oltre a essere faticoso - toglie tempo alla propaganda. Non aspettiamoci che la classe politica inverta la rotta, l’unica salvezza rimane l’individuo che sceglie, ostinatamente, di non farsi arruolare in nessuna tifoseria. E noi dobbiamo ricominciare a insegnare la storia, l’estetica e il dubbio. Solo che il dubbio non prende voti. Riconoscere valore all’avversario, anche a una soltanto delle sue idee, viene percepito come un tradimento della tribù. La destra si ammanta di forza, la sinistra di superiorità morale. Un’incrinatura di questo muro contro muro abbatterebbe ogni difesa e allora occorrerebbe dare risposte concrete, fatti concreti, non conterebbe più chi ha vinto lo scontro frontale. Invece è preferibile e facile ignorare il fatto concreto pur di non convalidare l’avversario. Il risultato è un’amputazione della realtà: ognuno si tiene la sua mezza verità, e il Paese resta paralizzato. Le risposte migliori ai problemi complessi nascono sempre dal superamento delle barricate, ce lo insegna il Novecento. Quando D’Annunzio parlava sia ai nazionalisti sia ai sindacalisti rivoluzionari, non cercava un compromesso al ribasso, ma una sintesi superiore. Finché sinistra e destra continueranno a cercare i mostri fuori da se stesse, riducendo la complessità della nostra storia a una lotta tra “onesti d’ufficio” e “malfattori di professione”, rimarranno prigioniere dei propri fantasmi. «Ci toccherà allora rimpiangere la Democrazia cristiana», come si celia nei salotti fra una bollicina e un salatino? Sì, ci tocca. Non lei, la Dc, ma il centro, che era un luogo dove idee e opinioni si potevano incontrare, parlare fra loro, trovare una soluzione che tenesse conto di tutte le ragioni, per quanto possibile. La politica dei due poli, se ha giovato alla stabilità dei governi, ha ammazzato i grigi, la vastissima gamma di sfumature fra il bianco e il nero dove si realizzano un pensiero equilibrato e azioni che uniscano, invece di dividere. E se chi porta il mio cognome - avendo più che onorato per decenni la locuzione nomen omen - auspica equilibrio e unione, potete concedervi il tempo di un dubbio.

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