"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 19 agosto 2020

Uominiedio. 28 «C’è del nero, del bianco, del femminile, del maschile, del lesbico in ciascuno dei corpi e in ciascuna delle menti di questo mondo. Siamo tutti divinamente ed eternamente bastardi».


Si cominci con il “racconto” della “creazione” biblica tratta dalla “Genesi”: [1] In principio Dio creò il cielo e la terra. [2] Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. [3] Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. [4] Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre [5] e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno. [6] Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque».
[7] Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. [8] Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno. [9] Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l'asciutto». E così avvenne. [10] Dio chiamò l'asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. [11] E Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie». E così avvenne: [12] la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. [13] E fu sera e fu mattina: terzo giorno. [14] Dio disse: «Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni [15] e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra». E così avvenne: [16] Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. [17] Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra [18]e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. [19]E fu sera e fu mattina: quarto giorno. [20] Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo». [21] Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. [22] Dio li benedisse: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra». [23] E fu sera e fu mattina: quinto giorno. [24] Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie». E così avvenne: [25] Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. [26]E Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». [27] Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. [28] Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra». [29] Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. [30]A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. [31] Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno. Genesi - Capitolo 2 [1] Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. [2] Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. [3] Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. [4a] Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati. È il passo “28” del “racconto” che ha fatto nascere e crescere a dismisura la spocchia dell’uomo ed il suo disinteresse per il benessere della Natura e delle sue creature, vegetali o animali non importa tanto? Laddove questo dio così insensibile alla “unità” della Natura spinge l’uomo a compiere i misfatti – per denaro soprattutto, per gloria - che oggigiorno sono così palesi, incitandolo con parole a dir poco inappropriate – «soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra» per quella parte altra della “creazione” divenuta di fatto appendice umile, se non inutile dell’uomo regnante. Ho per le mani da qualche giorno il volume “Tutte le vite di Spinoza” – Feltrinelli editore (2020) – di Maxime Rovere. Una lettura affascinante, che offre immagini vive del mondo di Baruch Spinoza, un mondo complesso e complicato. Ma Baruch Spinoza, l’ebreo, lo ha illuminato da par Suo. Non per nulla oggi Spinoza viene etichettato come il fondatore di quel “panteismo” per il quale “il principio divino è sempre più o meno distinto dalla molteplicità delle cose singole, le quali, in quanto molteplici, si contrappongono alla sua essenziale unità, pur partecipando a essa”, così come riporta la enciclopedia Treccani. Ha scritto il filosofo Emanuele Coccia in “Tutti pazzi per Baruch. È la rivincita di Spinoza” pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi 19 di agosto che “Dio non esiste altrove separato dalle cose, è in tutto, ed è la forza con cui ogni cosa esiste”. È l’interpretazione autentica del pensiero di Baruch, un Uomo “benedetto”, poiché Baruch equivale al nostro “Benedetto”. Ha scritto Emanuele Coccia: (…). …uno dei ritornelli più frequenti nell’Etica, il capolavoro di Spinoza, è che il filosofo non si distingue dall’uomo comune per la sua erudizione o per le sue opinioni, ma per l’intensità della sua vita, nel corpo come nella mente. Essere filosofi significa essere più felici di chi non lo è. (…). Da qualche anno Spinoza è al centro di un’attenzione continua e crescente, e questa febbre per uno dei filosofi apparentemente più isolati e di difficile lettura della storia è di primo acchito piuttosto stupefacente. Certo, c’è stato un grande lavoro di ricerca e di interpretazione che ha precisato la cronologia delle opere e scoperto i legami con la cultura ebraica circostante: (…). …a partire dagli anni Settanta il marxismo ha trovato in Spinoza una sorta di nuovo oggetto transizionale per liberarsi di un’eredità difficile e immaginare un comunismo senza Marx. (…). Se abbiamo così bisogno di «guardare il mondo attraverso le lenti levigate da Spinoza», come già Heine scriveva a proposito dei filosofi della sua epoca, è per qualcosa di più profondo che un mero gioco fatuo di influenze. In realtà siamo tutti spinozisti, anche senza saperlo, ogni volta che cerchiamo di disfarci del riflesso un po’ pavloviano che ha fatto coincidere per molti secoli filosofia e istituzione universitaria, e proviamo a inventare spazi luoghi e forme di riflessione filosofica alternativa, poco importa che si tratti di festival, canali Instagram o più semplicemente una discussione su whatsapp. Nel 1673, davanti all’offerta di un posto di professore di filosofia a Heidelberg Spinoza declinò perché una tale esposizione pubblica e una simile carica gli avrebbero impedito di essere libero in quello che pensava e scriveva. Alle accademie e agli onori pubblici Spinoza ha sempre preferito le amicizie epistolari nutrite dal pensiero. Non solo una parte importante delle sue opere è costituita da lettere, ma il primo luogo di discussione e genesi della sua filosofia è stato il gruppo dei suoi amici. Si tratta della prima ragione della sua attualità: il luogo del pensiero non è la scuola o la piazza ma l’amicizia. È solo tra amiche e amici che si può non solo pensare ma intrecciare conoscenza e amore (come fa il nome stesso filosofia) senza più poter distinguere l’uno dall’altra, l’incontro dei saperi dall’amore per gli altri. Quindici anni di social media hanno creato l’illusione che l’amicizia sia il legame immediato che ci lega a qualsiasi volto capace di apparire. Il risultato inquietante e istruttivo è sotto gli occhi di tutti: l’amicizia “digitale” è un’esperienza quotidiana di violenza e di litigio senza pari. Se l’amicizia è rara e difficile non è perché ha bisogno di intimità fisica ma perché può vivere solo ed esclusivamente di prossimità intellettuale. Lo spinozismo seduce oggi filosofi e scrittori, artisti e scienziati e lo fa paradossalmente proprio per quello che gli è valso le più violente condanne pubbliche e private della storia della filosofia: il suo panteismo. Nell’Etica, Spinoza ha dimostrato (e nessuno è riuscito a trovare sino ad ora una vera confutazione) che il mondo non è il composto incoerente di un insieme finito di corpi semplici o composti di cui solo alcuni sarebbero coscienti: il mondo è un unico immenso corpo che coincide perfettamente con un’unica infinita mente, al punto che, come recita una delle proposizioni più celebri, l’ordine e la connessione delle idee coincide con l’ordine e la connessione delle cose. Pensiero e materia sono insomma i due attributi, infiniti, di un’unica sostanza infinita. Le forme che ci sembrano dividere la realtà in una pluralità di oggetti distinti e indipendenti sono invece le intensità di un’unica materia indivisibile, proprio come le idee non spezzano l’unità di una mente, ma la articolano e la esprimono. Allo stesso modo diversità e la pluralità degli io non è quella di oggetti autonomi nel numero e nella sostanza, ma quella di gradi diversi di un unico, infinito flusso psichico universale ed eterno. (…). Profondamente influenzato dalla cultura ebraica dei marrani di quei secoli, autore della prima grande critica storica e filologica del testo rivelato e dell’influenza della religione sulla politica, Spinoza non si è accontentato di combattere la teologia: ne è diventato un pirata, un vero e proprio hacker che ha liberato Dio dai pregiudizi antidemocratici ed elitisti dei teologi. Dio non esiste altrove separato dalle cose, è in tutto, ed è la forza con cui ogni cosa esiste. Per questo ogni vera coscienza di sé è anche la coscienza di Dio che conosce sé stesso. Poco importa che si tratti di un essere umano, una pianta, una pietra o una brezza che sfiora il nostro viso: tutto pensa e dice io e in ciascuno di questi io Dio vive e si esprime eternamente. Può suonare radicale eppure l’ecologia contemporanea sta provando a pensare esattamente questo: i grandi caposcuola dell’ecologia contemporanea, da Aldo Leopold a Arne Naess hanno spesso confessato la loro vicinanza al panteismo spinoziano. In un simile orizzonte, del resto, non è solo l’arroganza della specie umana rispetto alle altre ad apparire ridicola. Spinoza sembra indicare una via d’uscita anche rispetto alla cultura del conflitto e della divisione che ha paralizzato il dibattito pubblico contemporaneo. Contro la tendenza che spinge non solo i popoli a rivendicare la propria separazione culturale e politica dagli altri ma anche le più disparate identità sessuali, culturali e religiose ad affermarsi solo attraverso e nel medio del conflitto per contemplare la propria diversità e la propria autonomia, lo spinozismo appare come l’antidoto più efficace. L’inclusione non è un obbligo morale è un legame fisico: proprio perché dentro e attraverso di noi si esprime Dio, l’unica sostanza, siamo abitati e popolati da qualsiasi altra cosa. C’è del nero, del bianco, del femminile, del maschile, del lesbico e c’è anche qualsiasi altra identità in ciascuno dei corpi e in ciascuna delle menti di questo mondo. Siamo tutti divinamente ed eternamente bastardi.

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