“Sono Josephin sono italiana voglio insegnare”, “memoria” di
Stefania Auci – scrittrice, insegnante di sostegno nella scuola pubblica
italiana – riportata sulla edizione di Palermo del quotidiano “la Repubblica” di
ieri, giovedì 2 di aprile 2026: La lezione di Josephine (Torri del Vento
edizioni), a cura di Grazia Messina, è un testo a metà strada tra il racconto e
l’autobiografia, scritto come un incastro di scatole cinesi. È la vera storia
della prima donna immigrata a essere divenuta insegnante nella cittadina di
Lawrence negli anni Trenta. Era racchiusa in un dattiloscritto ritrovato da due
giovani ricercatori italiani a Boston. All for the love of teaching, tutto per
amore dell’insegnamento – questo il titolo originale – è scritto in inglese, con
uno stile didascalico e a tratti ingenuo, che nulla toglie alla forza del
racconto. Nelle prime pagine, il lettore scopre il vero nome dell’autrice di
questo memoir: Giuseppa Di Mauro, siciliana. Lasciò Trecastagni, un piccolo
centro alle falde dell’Etna, nel 1912, quando aveva quattro anni e, insieme con
tutta la famiglia, si trasferì a Lawrence, Massachusetts, dove viveva una
comunità di catanesi emigrati in cerca di fortuna. Si trattava per lo più di
contadini e braccianti agricoli che avevano dovuto abbandonare la Sicilia
devastata dalla fillossera nella speranza di trovare un’esistenza più
dignitosa, o di operai rimasti disoccupati per la decadenza delle tessitorie. Spinti
dalla necessità, molti avevano attraversato l’Atlantico e si erano insediati a
Lawrence, dove avevano trovato lavoro nelle fabbriche americane. Era una
comunità numerosa, attraversata da legami familiari e affettivi, dentro la
quale erano ancora applicate le regole comportamentali, gli usi e i costumi
della Sicilia, forse nel tentativo di preservare la propria identità e la
propria cultura. Anche i genitori di Giuseppa/Josephine, Cirino e Orazia, erano
fortemente influenzati da queste norme. Per esempio, Cirino riteneva che la
figlia non dovesse studiare, ma cercare di fare un buon matrimonio ed essere
rispettosa e morigerata. Eppure, appena arrivati in America, furono proprio i
genitori a decidere di cambiare il nome proprio e dei figli, per agevolare il
processo di assimilazione. Per i primi anni di vita americana, i Di Mauro si
confrontarono con una realtà meno favorevole di quella che era stata
prospettata loro: salari bassi, case soffocanti e spesso in cattive condizioni,
ostilità sociale e su tutto la cappa oppressiva della Grande Depressione
successiva al 1929. Riuscirono comunque a farsi largo nella comunità siciliana
raggiungendo un buon tenore di vita. Dalle parole di una Josephine ormai
anziana apprendiamo della loro vita quotidiana, fatta di tensioni e di
contrasti, di spinte di conservazione che si giustappongono alla voglia di
libertà. È il ritratto di un microcosmo, quello della famiglia Di Mauro, che
via via si assimila alla società americana e cerca di costruirsi una nuova,
originale identità. Nel testo dattiloscritto si staglia la figura di Orazia,
donna tenace e orgogliosa, in grado di scardinare il sistema patriarcale che
voleva le femmine chiuse in casa, senza potersi dedicare allo studio o al
lavoro. È per amore di sua figlia che la donna si scontra con il marito e i
parenti. Vuole che Josephine realizzi il sogno di diventare insegnante.
Josephine sarà grata per sempre alla madre che le permise di studiare e
diplomarsi dandole quella possibilità che lei, Orazia, non aveva potuto avere. Il
racconto prosegue con la descrizione delle prime esperienze di vita e di
insegnamento: dalle scuole disperse tra le montagne a quelle più raffinate ed
elitarie, Josephine racconta di sé con purezza di cuore, senza risparmiarsi,
descrivendo le sue paure, i suoi momenti di fragilità e l’ostilità che – figlia
di immigrati e per di più cattolica – incontra nel suo cammino. Le sue sono
parole semplici e autentiche che restituiscono la straordinaria forza di
volontà di una giovane che desidera insegnare e che vive questo mestiere come
una vocazione religiosa. Nelle sue parole, insegnare è più che un desiderio: è
una missione da inseguire con entusiasmo, ingoiando i bocconi amari,
accumulando saggezza e coraggio. Persegue questo scopo con forza d’animo, con
abnegazione: sceglie di trasferirsi sulle montagne, lontano da casa e accetta
persino il divieto di sposarsi. Divieto che, fortunatamente, verrà rimosso dopo
la Seconda guerra mondiale. Indirettamente, questo racconto rappresenta una
testimonianza semplice ma preziosa dell’evoluzione di una società composita
qual è quella americana, e mostra in maniera concreta i profondi cambiamenti
che gli emigrati italiani hanno dovuto affrontare per trovare il proprio posto.
La lezione di Josephine racconta una piccola vita comune permeata da un sogno
straordinario: quello di mettere il sapere a disposizione degli altri, e di
permettere a tutti di poter conoscere e apprezzare l’importanza e la bellezza
delle parole, il peso dei numeri, il fascino del sapere. Soprattutto, è una
biografia che racconta come davvero la scuola e la cultura possano cambiare la
vita, non solo agli allievi ma anche ai docenti. E che c’è bisogno di uno
sguardo libero per accogliere questa possibilità.
“Dell’educare”. Tratto da “Il maestro di Vigevano” di
Luciano Mastronardi riportato nel volume “I professori” – 2006 – a cura
dello scrivente: (…). - Diamo ora la parola al signor maestro Pisquani;
il capo della Snuse, - disse il direttore. - Cari colleghi! Care colleghe! Io sono in
procinto di recarmi a Roma. Io sarò ricevuto dal sottosegretario
all'Istruzione, onorevole Badaloni. Io sono quasi in rapporto con l'onorevole
perché io ho fatto il militare assieme a un cugino dell'onorevole. Lo so bene,
cari colleghi, che voi parlate parlate, ma quando c'è da affrontare qualche
personalità tocca sempre a me. L'anno scorso ho avvicinato il
provveditore... Il direttore tossì. - …
il signor provveditore per tre volte. Io ho avvicinato il prefetto cinque
volte... Cari colleghi; io ora vi dirò quello che esporrò all'onorevole
sottosegretario alla Pubblica Istruzione. I maestri elementari che rappresento
io, vogliono: capo primo: entrare in ruolo col coefficiente 229 anziché col
coefficiente 202! Secondo: rimanere nel coefficiente 229 non diciotto anni,
sibbene nove. Portare le classi di stipendio nello stesso coefficiente da
quattro a venti, con scatti raddoppiati. Portare il coefficiente 325 dal nono
anno di servizio anziché, come ora, dal diciannovesimo; e quindi sostituirlo
col coefficiente 432, che sarebbe il coefficiente straordinario di un impiegato
di gruppo A grado VIII. Inoltre chiedo che la pensione venga concessa dopo
dieci anni di servizio, purché il maestro abbia dieci ottimi di qualifica. - Si
alzò una collega. - Faccia otto ottimi e due distinti! - Io l'accontento,
collega: otto ottimi e due distinti. Poi chiedo che ci sia concessa la
quattordicesima, e che le riduzioni ferroviarie ci vengano diminuite del
trentuno per cento ancora... Inoltre chiedo che venga studiato questo disegno
di legge che io ho elaborato: ai maestri elementari, che hanno combattuto in
Africa, dallo giugno 1940 al 27 settembre 1943, sia concesso l'abbuono di
almeno dieci anni di servizio...- E io che ho combattuto in Russia allora? -
gridò un collega. - Chiederò inoltre all'onorevole che gli stipendi dei maestri
siano aumentati del 33,1 per cento per quelli del coefficiente 229. Del 43,17
per cento per tutti gli altri. Cari colleghi, vi invito tutti a iscrivervi al
sindacato Snuse! - Questo è un ricatto! - urlò il collega Pagliani. -
Iscrivetevi al sindacato Snase invece! -
Quieta non movere et mota quietare! - disse il direttore calmandoli… -
Diamo ora la parola al signor maestro Pagliani dello Snase. - Colleghi! In pochi anni il vostro stipendio è
raddoppiato, grazie al lavoro dello Snase. Colleghi padri di famiglia: fra
qualche mese l'assegno per mogli e figli a carico verrà aumentato di duecento
lire per moglie, di trecento per ogni figlio. Questo è un successo parziale
dello Snase, che aveva chiesto un aumento di tremila lire. Qualcosa abbiamo
ottenuto. - Io voglio che la decima commissione approvi quel disegno di
legge... - urlò Amiconi. - Lo Snuse è contrario a quel disegno di legge -, urlò
Pisquani -: lo Snase invece lo appoggia. -
Allora Amiconi si alzò, si portò in mezzo alla sala, tirò fuori una
tessera e la stracciò: - M'iscrivo a Snase! - disse. - Ricordatevi che lo Snase
combatte per appiopparci il marchio di impiegati di Stato! - urlava Pagliani. -
Certo! Per avere l'aumento del 3,2 dello stipendio. - Lo Snuse invece combatte
perché quel marchio non ci tanga. Così potremo ottenere aumenti solo noi! Viva
lo Snuse! - Viva lo Snase e abbasso lo
Snuse ! - Abbasso lo Snase e viva lo Snuse! - Collega Pisquani, informati a che
punto si trova il disegno di legge; fai una scappata alla decima commissione,
che si muovano - urlava Amiconi. Si alzò il direttore. - Non siamo
materialisti. Ora che abbiamo parlato e discusso del lato economico, eleviamoci
un momento. Parliamo dei nostri bambini. - Si alzò una maestra. - Signor
direttore, da noi venne il padre di un alunno e ci disse che voleva dispensare
il figlio dall'insegnamento religioso. Sentimmo brividi freddi scorrere nella
schiena. Dicemmo: "Ci pensi bene!" Sentimmo che l'uomo ci pensava.
Fummo annientati nella nostra fede, quando l'uomo ci disse: "Ci ho
pensato!" Insistemmo. - Lei ha calpestato l'articolo due della
costituzione! - urlò il collega Pisquani. - La libertà di culto dove va! - Noi inculchiamo invece la religione, - urlava
quella. - Il nostro compito è di inculcare la religione. Se lei non l'inculca,
cambi mestiere... pardon! missione... - Il direttore prese nota del fatto,
quindi disse: - Il comune ha stanziato centomila lire per spese di scuola. Noi
potremmo disporne come vorremmo, ma prima, democraticamente, vorremmo sentire
il vostro parere. - Si alzò una del coefficiente 325 di quarta classe, al suo
tredicesimo aumento: - Signori, propongo che con quella somma si faccia una
porta. È vergognoso, che i maestri debbano entrare e uscire per la stessa porta
in cui entrano ed escono i bidelli. Facciamo una porta per loro. - Un altro
collega, del coefficiente 271, disse: - Io ci ho la cattedra troppo bassa. Mi
manca l'attaccapanni... - Il direttore
prendeva nota. - lo voglio che si comprino pantofole per i bidelli, - disse una
collega del coefficiente 202 straordinario. - Quando passano per i corridoi, il
loro passo turba il mio rapporto maestro- scolaro! - Il direttore prendeva
nota. - Non pantofole, ma porte per i bidelli! - urlava la 325. Si alzò
Amiconi. - Signor direttore, signori colleghi! Dopo quarantasei anni di
servizio, qualificato quarantasei volte ottimo, il gran sovrano di Antiochia mi
ha nominato commendatore! - Tutti applaudirono. Il direttore gli volle
stringere personalmente la mano, come disse. - … Non basta! Il ministero mi ha
insignito di medaglia d'oro al merito educativo, - disse Amiconi. Dopo avere
mostrato e letto la pergamena e la motivazione, disse: - La medaglia d'oro
costa centomila lire. Non che io ci tenga, ma voi, colleghi, dovreste tenerci
ad avere nel vostro seno un collega medaglia d'oro! - Si alzò un giovane,
doveva essere della terza classe del coefficiente 271. Sventolava un libro.
Questo è il mio primo libro di poesie! - Leggine qualcuna! - urlarono da più
parti. Il collega si schermì. Poi disse: - Leggerò: Preludio alla notte
matrimoniale! - Per carità! Per carità, - urlavano le maestre. Qualcuna
dell'ultimo coefficiente si turava le orecchie. - Mi raccomando! - disse il
direttore fissando il distintivo di azione cattolica del collega. Il collega
lesse il Preludio alla notte matrimoniale e poi, incoraggiato dai commenti
benevoli, il collega passò a leggere un'altra poesia. Il direttore si
congratulò col collega poeta. - La vostra poesia è preziosa come il diamante,
e, come il diamante, ha le sue preziose sfaccettature. Il collega ringraziò e disse:
- Il tipografo mi ha chiesto centomila lire per stamparne mille copie.
Sicché...- Si alzò Pisquani a interromperlo: - La poesia non è più necessaria
al giorno d'oggi, - urlò. - Signor maestro, come si permette... - urlò il
direttore. - Io sono un intellettuale di sinistra; vi dico che la scienza ha
sconfitto la fede! - urlò più forte ancora. Successe un finimondo fra le
maestre. Un paio dell'ultimo coefficiente svennero. Quelle del coefficiente di
mezzo erano, diciamo poco, indignate. - Il collega deve chiedere scusa! -
urlavano. - Quieta non movere et mota quietare! - gridava il direttore. -
Maestro Pisquani, quanto lei ha detto qui, andrà diritto sul suo fascicolo
personale! - Pisquani si passò una mano sulla faccia, mentre tutti lo fissavano
e si sentiva un brusio: - Fascicolo personale! Sul fascicolo personale! -
Signori colleghi, io ero un fedele, un devoto. Ma non sono io che mi sono
allontanato dalla Chiesa. È la Chiesa che si è allontanata da me! Sentite il
mio caso personalissimo... Sentite il mio caso. Particolarissimo. Io...- Quieta
non movere et mota quietare! - lo interruppe il direttore. Volevo dire che io
ho scritto un libro intitolato: Un po' di scienza cosmica, che sarebbe molto
più necessario delle poesie del collega! - disse Pisquani. Il direttore
prendeva nota. Si alzò la maestra di Rino. - Signor maestro Pisquani...- Prego,
signorina- , disse il direttore, lei
deve rivolgere la domanda a noi che a nostra volta la gireremo al suo collega
Pisquani! - Signor direttore, vorrebbe chiedere al collega Pisquani se è vero
che ha fatto di tutto per distogliere un suo scolaro ad entrare nel seminario e
l'ha dissuaso ad abbracciare la missione delle missioni? - Sì, e me ne vanto, -
urlò Pisquani. La maestra di Rino scoppiò a piangere. - Sono quarantanni che
non mi riesce mandare uno scolaro in seminario, quarantanni che lavoro... e mi
sembra... che la mia... missione sia stata inutile! - Le lacrime emozionarono
un po' tutti. - Non abbiamo parole per esprimerle la nostra profonda
solidarietà, - disse il direttore. Quella
pianse più forte, ma disse che piangeva commossa. - La sua solidarietà signor
direttore, per me balsamo, balsamo... balsamo! - Era sera quando la riunione
finì. (…).

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