Sopra. Il ministro israeliano Itamar Ben Gvir con il "suo" cappio d'oro all'occhiello.
Il 22 aprile 1922, un aprile russo, come allora io dicevo e scrivevo in modo semplice, come il popolo. Fra un'ora sarò oltre il confine. E oltre tutto. Bussano alla porta. Sulla soglia - c'è Pavlik A. che non vedevo forse - da un anno. Gli occhi spalancati dal terrore, ancora più grandi, più solenni. Con una voce corrispondente agli occhi (aveva una voce enorme, strana - in un corpo così piccolo) ma questa volta ancora più forte di quanto possibile: un intero corridoio vocale dell'Ade: «Ho… saputo... Me l'ha detto E. Ja. che ora ... voi… andate all'estero». «Sì, Pavlik.». «Marina Ivanovna, si può?» «No. Mi manca un'ora alla partenza. Devo raccogliere i miei pensieri, salutare i luoghi…». «Ma almeno un minuto?» «Uno è già passato, Pavlik.» «Ma io vi dirò lo stesso, devo dirvi (inghiotte profondamente) - Marina, io rimpiango profondamente ogni minuto di questi anni che non ho passato con voi...». (Tratto da “Il racconto di Sonecka” – 1937 – di Marina Cvetaeva).
Per capire il motivo per cui i leader mondiali si esprimono come i personaggi dei fumetti, bisogna rivolgersi ai fumetti medesimi, e al più geniale fra gli autori, l'Alan Moore di Watchmen, V per vendetta e molto altro. In uno dei suoi racconti, "Cosa ci è dato sapere su Thunderman", Moore prende Worsley, un fumettista famosissimo, ex nerd, ora caporedattore di una multinazionale, e lo mette davanti alla televisione che trasmette l'assalto a Capitol Hill nel 2021. Per Worsley è una folgorazione, e capisce che nell'anno della prima elezione di Trump, nel 2016, «sei tra i dieci film più amati dal pubblico erano stati sui supereroi, e forse la gente voleva un mondo più semplice, più comprensibile. Volevano grandi nemici e drammatici colpi di scena, a prescindere dal fatto che la loro verosimiglianza fosse forzata, e volevano un personaggio tanto improbabile quanto memorabile che offrisse loro soluzioni facili e al limite del credibile, proprio come le minacce immaginarie che dovevano arginare». Il problema, ovviamente, non è nei fumetti, ma nei potenti della terra che credono di essere supereroi e si pongono come tali. A cosa pensava Viktor Orban alla vigilia delle elezioni ungheresi quando proclamava: «Sono più forte dell'inferno»? Ma è chiaro: alla serie a fumetti "Godzilla in Hell" di Stokoe e Eggleton, dove il lucertolone, precipitato agli inferi, fa un'affermazione molto simile. E perché le testate giornalistiche hanno usato il termine "guardiani della pace" per commentare l'incontro fra J.D.Vance e il caponegoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf? Questa è facile: ai Guardiani della Galassia della Marvel, poi fortunata serie di film che debbono piacere molto al presidente Trump, dal momento che parla come il perfido Alto Evoluzionario (Come ho fatto molte volte in passato dovrò distruggere tutto e riiniziare», «Ciò che ho fatto serviva a migliorare l'universo»: in cosa sono diverse da «Un'intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita»?). E perché Israele ha chiamato Oscurità eterna il violentissimo attacco al Libano? Perché qualcuno dei titolisti giocava con Eternai Dark-ness, un videogioco che girava su Nintendo negli anni Zero (dove però almeno esisteva una specie di indice di sanità mentale). Il mondo del fumetto, e dei film che ai fumetti si ispirano, ricambia (fortunatamente): nella quinta stagione di The Boys, serie televisiva tratta dai fumetti di Ennis e Robertson, il supereroe pazzo e malvagio che ne è protagonista, Homelander, somiglia sempre più a Trump, manda i dissidenti nei campi di lavoro anche per aver messo un like sui post dei suoi avversari, ha abolito il Dei (Diversità, equità e inclusione), vuole proibire i meme che lo mettono in ridicolo e i suoi fan indossano anche lo stesso cappellino rosso dei devoti Maga. Per fortuna la resistenza, sia pure sgangherata, c'è. (…) si dimostra che i conflitti cominciano nell'uso delle parole, che da troppo tempo vengono impiegate come armi: da chi la guerra la fa oggi e da chi l'ha fatta ieri, perché, (…), la lingua, nel Terzo Reich, era un modello mentale imposto, uno strumento potentissimo di azzeramento del senso critico. Dunque, immaginare la pace parte da quello che diciamo e scriviamo ogni giorno: perché nessun ministro dica più, come è avvenuto, «lo skyline di Gaza sta cambiando». E non era un fumetto. (Tratto da “I grandi del mondo ricordano eroi pazzi e malvagi” di Loredana Lipperini, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 17 di aprile 2026).
Sottovalutato, nel gran mattatoio mediorientale, il fatto che Israele abbia introdotto la pena di morte, per di più su base etnica. Trascurato, di conseguenza, anche il dibattito tecnico su come stroncare la vita dei prigionieri, se sulla vecchia e cara forca o sulla sedia elettrica o per iniezione letale, sebbene non manchi chi (Trump, per dire) ritiene consigliabile, ai fini della deterrenza, la fucilazione mentre sembra esclusa - per ovvie ragioni storiche e ambientali - la camera a gas. Siamo o non siamo del resto nell'età selvaggia del ferro e del fuoco? Ma siccome siamo anche nell'epoca dei simboli, delle visioni e delle allucinazioni per cui tutto deve essere mostrato con meno parole possibili, e meglio ancora senza, ecco che qui si vorrebbe esprimere l'orrore, l'incredulità, il disgusto e lo sconforto dinanzi al muto e civettuolo distintivo dorato a forma di nodo scorsoio che il ministro della Sicurezza nazionale di Tel Aviv, Itamar Ben Gvir, si è messo all'occhiello a riprova del suo impegno a favore della legge ammazza-palestinesi, culminato nel brindisi dopo l'approvazione in Parlamento. E per prima cosa viene da pensare: felici noi italiani per cui la spilletta da bavero è un oggettino démodé che indica onorificenze, associazioni sportive e Rotary. In politica, a parte un picconcino commissionato dai missini ai tempi di Cossiga, soprattutto Berlusconi ne faceva sbrilluccicante sfoggio; una volta, cavallerescamente, fece produrre una mini falce e martello di cui fece dono, con ricco astuccio, a Bertinotti e Cossutta; così come pare acclarato che Renzi faccia collezione di stemmini, ma solo se sfilati con rapace destrezza ai titolari, ovvero convinti a farseli donare. Però in Israele è molto peggio e per penetrare l'immaginario del cappio d'oro il tenutario di questa insulsa rubrichetta ha consultato la Storia della bruttezza a cura di Umberto Eco (Bompiani, 2018). E qui il materiale reperito era fin troppo vario fra Medioevo, gusto del macabro, trionfi della morte, terrorismi, satanismi, sadismi, linciaggi a sfondo razziale e ulteriori sviluppi horror - perturbanti - per quanto l'intero repertorio possa comprendersi nella vasta categoria che Karl Rosenkranz ha sintetizzato come «l'inferno del bello». Dalla Ballata degli impiccati di Francois Villon (1489), pure solidale con i condannati, a La Gazza sulla forca di Pieter Bruegel il Vecchio (1568), in cui la stoltezza umana è raffigurata da alcuni tipi che giocano e ballano come Itamar Ben Gvir alla Knesset, il culto del capestro da occhiello si spiega come un cortocircuito dell'anima. Là dove la vita ha ormai perso valore, mettersi la morte al petto è ormai un automatismo - con quali effetti nella Storia fa paura anche solo a pensarci. (Tratto da “Il cappio d’oro” di Filippo Ceccarelli, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 17 di aprile 2026)

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