29 Marzo
Han Keu era vicinissima, il movimento dei sampans copriva quasi il fiume. I fumaioli dell'arsenale si staccarono a poco a poco da una collina, quasi invisibili sotto gli enormi pennacchi di fumo: attraverso una luce bluastra di sera primaverile, la città spuntò finalmente con tutte le sue banche a colonnati, nei fori di un primo piano netto e buio fatto dalle navi da guerra delle nazioni occidentali. Kyo risaliva il fiume da sei giorni, privo di notizie di Scianghai. Sotto al vapore si udì il fischio di una vedetta straniera. I documenti di Kyo erano in regola, ed egli era abituato all'azione clandestina. Si portò a prua solo per misura di prudenza.
«Che cosa vogliono?» chiese a un meccanico.
«Vogliono sapere se abbiamo riso o carbone. Non se ne può portare.»
«Ma per quale motivo?»
«Un pretesto. Se abbiamo carbone, non ci dicono niente ma fanno in modo che il vapore venga disarmato quando entra nel porto. Non si può rifornire la città».
(Tratto da “La condizione umana” – 1933 – di André Malraux).
A tutti coloro che cercano il senso della vita, Sartre ricorda che quando questa si compie “è la stessa cosa essersi ubriacati in solitudine o aver guidato popoli”. Anzi forse “il quietismo dell'ubriaco solitario vincerà l'inutile agitazione del condottiero di popoli”. Penso che la dimensione tragica dell'uomo, ben individuata da Nietzsche, consiste nel fatto che, per vivere, l'uomo ha bisogno di costruirsi un senso, in vista della morte che è l'implosione di ogni senso. Se tenessimo ben presente questa considerazione, con cui la grecità espresse la sua sapienza, forse troveremmo la giusta misura nel nostro frenetico affaccendarci nella vita. E un po' di ironica bontà prenderebbe il posto di tanta prepotenza e ferocia con cui gli uomini cercano l'un l'altro di superarsi quando non di sopprimersi. Nati per caso, vissuti per una serie di coincidenze che hanno tracciato il percorso della nostra vita, moriamo per deterioramento del nostro organismo, senza neppure la nostra collaborazione. In fondo, come ci ricorda Schopenhauer, nasciamo per la continuità della specie, a cui interessa la riproduzione, e non il senso della vita degli individui che, a loro insaputa, collaborano a questo scopo. So che questo discorso fa irritare tutti coloro che sono cresciuti all'interno di narrazioni religiose sempre prodighe di senso, anzi così prodighe da promettere agli uomini l'immortalità. Sedotti da questa promessa cristiana e poi islamica, la sapienza greca, che considerava queste promesse "cieche speranze (tuphlas elpidas)", dovette cedere e si estinse. Con questo non dico che le religioni, in forza di questa promessa, non abbiano dato un grosso impulso alla cultura occidentale, presentando un futuro che non implode nel nulla. E questo ottimismo ha contaminato anche la versione laica della nostra cultura, che ha sempre guardato al futuro con speranza, se non di salvezza, certo di progresso. Di fatto, invece del progresso, che sottintende un miglioramento "qualitativo" della condizione umana, abbiamo realizzato solo uno sviluppo, particolarmente evidente, per noi occidentali, in ambito economico e tecnologico. Ma "sviluppo" vuol dire aumento "quantitativo" di un fenomeno, non incremento di senso della vita umana e in particolare di quella individuale. Viviamo finché amore ci sostiene. E se fosse davvero qui la differenza tra l'uomo e l'animale che riesce a vivere anche senza amore? Perché se questo è vero, possiamo sentirci all'altezza della condizione umana per quel tanto che sappiamo amare. Perché amore non cerca un senso nell'al di là e neppure nel futuro. È la felicità del presente che, se siamo in grado di amare, dura per tutto il tempo in cui la vita ci è concessa. (Tratto da “Figli del caso” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 12 di settembre dell’anno 2009).
“I nostri figli perduti tra coltelli e smartphone”, testo di Antonio Scurati – scrittore, educatore, padre – pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, domenica 29 di marzo 2026: (…). Il tredicenne disturbato da psicosi social-mediatica, mentre con la mano che brandisce il coltello infligge dolore, sofferenza e morte, la disconosce nella sua umana realtà con la mano che attiva la videocamera dello smartphone. Purtroppo, l’aspirante assassino è riuscito nel suo intento. Vi è riuscito anche grazie ai siti dei quotidiani italiani che hanno diffuso il filmato dell’aggressione (sebbene menomato della parte cruenta conclusiva). Personalmente, ritengo che dare visibilità ai filmati autoprodotti dai perpetratori di violenze sia un gesto di grave irresponsabilità e addirittura di complicità. Non certo con l’atto criminale ma con il cosmo psicotico in cui si genera. Mostrando al proprio pubblico il terrificante filmato dell’accoltellamento di Trescore fino all’istante in cui inquadra lo sguardo di terrore della vittima, i mass media mainstream non soltanto hanno contribuito a dare pubblicità al crimine assecondando le aspirazioni del criminale, non soltanto hanno contribuito a possibili condotte emulative ma, cosa ancora più grave, hanno espanso il cosmo psicotico dei social media, la loro sciagurata mancanza di principio di realtà, fino a inglobare i tradizionali mezzi di informazione giornalistica. Se ne sono lasciati supinamente fagocitare. Quando con un semplice click chiunque può fruire della violenza reale su una innocente professoressa con la stessa indifferenza con la quale si fruisce di una violenza finzionale, lo spettatore non viene ricondotto alla realtà, ne viene espulso. In quel momento di osceno consumo mediatico della violenza e sofferenza altrui, l’utente della versione digitale dei grandi quotidiani nazionali non naviga più nel sito di un giornale d’informazione. Si trova trascinato nella impietosa corrente di TikTok che li ha fagocitati con la loro attiva complicità. O, peggio, in quella di Telegram. L’esatto opposto di ciò che i giornali di informazione dovrebbero fare: opporsi e contenere la dilagante irrealtà psicotica dei social mediando con una corretta informazione il principio di realtà. Siamo, purtroppo, ancora una volta nel territorio della trionfante oscenità di massa, negli effetti sociali di quel potente rivolgimento culturale che, a partire dalla fine del secolo scorso, ha reso sempre più difficile una rappresentazione partecipe della sofferenza umana. Mai come a partire dal giro di secolo, infatti, le occasioni di assistere allo spettacolo della sofferenza altrui sono state tanto quotidiane e immediate. Ben presto, l’uomo che abitava il mediascape del nuovo millennnio si è trasformato in un animale anfibio, capace di vivere simultaneamente in due ambienti opposti: all’asciutto del proprio mondo pacifico e protetto ma anche immerso nella palude insanguinata da vittime di apocalissi lontane. La nostra pelle squamata si sarebbe dimostrata perfettamente impermeabile a entrambi gli ambienti. Qualsiasi tragedia altrui ci sarebbe scivolata addosso. Poi, alla fine, la mutazione sarebbe giunta a produrre questi nostri figli o studenti adolescenti assassini. Loro adesso non sono più anfibi. Hanno spiccato il volo. Come predatori nidiacei, vivono esclusivamente nelle nicchie aeree della spietata irrealtà digitale. Cosa possiamo opporre a questa oscenità? La mia risposta è antica. È sempre la medesima: l’arte tragica. Quella peculiare, rara forma di rappresentazione artistica della realtà umana che, come ci insegnava già Aristotele, trasfigurando la violenza secondo forme, regole, precetti e persino divieti, punta a generare nel pubblico non il morboso consumo della sofferenza altrui, la disinibizione delle pulsioni erotiche e aggressive ma, al contrario, dopo averle suscitate, la purificazione delle passioni di pietà e terrore. In una parola, la catarsi (…).
N.d.r. Domani su “Substack” il testo di Antonio Scurati nella sua versione integrale.

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