Sopra. Fotogramma tratto dal film '900 di Bernardo Bertolucci.
“Il ‘900 non è mai passato”, riflessione dello scrittore Andrea Bajani sul capolavoro cinematografico ‘900 di Bernardo Bertolucci, pubblicata sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 6 di marzo 2026: Quando nostro figlio aveva all’incirca tre anni, prese a voler fare scontri tra legioni di playmobil. E in assenza di una ragione per farli malmenare, o meglio di due partiti da mettere l’uno contro l’altro, scelse la contrapposizione tra i troiani e gli ateniesi. Lo fece perché mia moglie, prima di dormire, gli leggeva una versione semplificata dei miti greci, che i suoi nonni avevano non solo letto a lei ma persino confezionato in un piccolo volume fotocopiato, spiralato e poi tramandato per le generazioni del futuro. Quella di nostro figlio era la terza, in ordine di tempo, a venire edotta sulle ragioni, in sostanza, per cui gli uomini si danno un gran penare e lottano affinché qualcuno soccomba – di solito nel sangue – e qualcun altro no. Così, in pratica, nostro figlio iniziò a disporre playmobil sul pavimento, contrapposti. La scena centrale era – naturalmente – quella del cavallo. Mi chiese cosa potesse usare per interpretare il ruolo cavallo, e dopo una ricerca più o meno concitata, prolungata e infruttuosa, presi una pantofola e gliela diedi. La guardò perplesso, provò a chiedere un’alternativa, e poi rassegnato ci mise dentro gli ateniesi. La pantofola entrò dentro Troia, gli ateniesi uscirono, le diedero di santa ragione ai poveri troiani, e poi caricarono Elena dentro la pantofola e partirono. Come tutti i giochi, l’usura batte sempre il tempo ostinatamente, e stufarsi è il più consumato degli istinti, insieme – per paradosso – all’ostinazione. In più, c’è un altro fatto. Che se gli sparring partner, per il gioco, sono due (madre e padre) anche le trame devono essere differenti. Per farla breve, quando, mentre me ne stavo steso sul pavimento della sala accanto a lui, pretese una nuova storia perché della pantofola si era un po’ stancato, fui preso in contropiede. E dopo aver provato invano a obiettare che se il racconto della guerra tra gli ateniesi e i troiani aveva resistito per millenni potevamo replicarla ancora noi per qualche giorno, poi non ebbi dubbi sulla trama da mettere sul tavolo. “Partigiani contro fascisti”, gli dissi. Il seguito fu, come prevedibile, la domanda basilare: “Chi sono i cattivi?”. I buoni interessano sempre molto poco, anche se sono necessari, e dunque lui si concentrò sui fascisti, mettendo tutti i playmobil neri dalla stessa parte. I buoni di solito, però, parlano, mentre i cattivi digrignano o fanno versi primitivi. Per cui toccava far dire qualcosa ai partigiani e inventarci una collina su cui farli salire e attaccare. La collina la risolvemmo con la solita pantofola (“C’è anche la grotta per fare un’imboscata”), mentre sul parlare mi dovetti concentrare. E venni fuori con l’unica risposta plausibile. “Non parlano, cantano”. E lì cominciai prima a cantare Bella ciao e dopo, compreso nella parte, Bandiera rossa. Lui ripeté un paio di strofe e dopo preparammo il campo di battaglia. Che solitamente è la parte più lunga del gioco, può durare giorni interi. La battaglia finisce in due urla, e i cattivi di solito perdono all’istante. Ma alla battaglia fascisti contro partigiani, per una qualche ragione che ora non ricordo, non arrivammo mai. Per cui i fascisti non vennero mai sconfitti per davvero. Ora, cosa c’entra tutta questa storia di playmobil con Novecento? C’entra per due ragioni principalmente. La prima è naturalmente il canto: i contadini cantano sempre, nel film di Bernardo Bertolucci. I padroni parlano. E più i padroni parlano, più i contadini si passano la voce, alzano cori tra i campi della bassa emiliana. A volte è una voce sola, nuda, a cui però poi le altre si uniscono. Altre sono gli strumenti. Cantano, e ballano, coreografie di falcetti che tagliano il grano, come succede in apertura di film, quando il padrone impone ai contadini di festeggiare la nascita dell’erede (Alfredo), mentre a loro interessa solo la nascita (avvenuta poco prima) di Olmo, un figlio paesano. Prima tacciono, poi tagliano. La seconda ragione per cui a distanza di anni ho pensato agli schieramenti dei playmobil sul pavimento di casa nostra, è la semplificazione – disarmante, persino – che il film ci chiama a fronteggiare. “Chi sono i cattivi?”. Sono i padroni, è facile, si capisce da subito. Più che individui, sono abiti costosi ambulanti, ma senza corpi dentro. Il vecchio patriarca, dentro la stalla, vorrebbe che la ragazzina lo masturbasse. Si infila la mano dentro i pantaloni, ma ci trova solo carne morta. Lo dice pure, metà sconsolato e metà rabbioso. Mostra il pene alla ragazzina. Lei lo dileggia e se ne va. Lui si impicca a una trave in mezzo alle bestie della stalla. I buoni sono i buoni, hanno corpi evidenti anche quando sono menomati. Quasi nessuno ha una dentatura completa, e per questo la si nota. Sono primitivi e epici al contempo. (...) Stanno tutti insieme, mangiano la polenta, uccidono i maiali (come farà Olmo, sventrando l’animale appeso), hanno fame. Il loro è cibo, mentre quello dei padroni sono carcasse: mangiano le rane che i poveri (Olmo) hanno preso, e quando Bertolucci le inquadra, sembra siano degli scarafaggi. Non c’è niente di buono, non c’è nemmeno fame. Gli eredi dei padroni (Alfredo) non vogliono mangiare, i padroni gli spingono in bocca con la forza i cadaveri. Segue vomitata. A rivederlo, ora, gennaio del 2026, a cinquant’anni di distanza da allora, non riesco a non pensare a quella semplificazione. Persino a trovarla intollerabile. Lo guardo a pezzi, su YouTube, una versione sfigurata dai sottotitoli in greco. (...) Mi interrompo mentre lo guardo, apro un’altra finestra del computer, rispondo a delle email, leggo le notizie. Quando ritorno al film, Novecento è sempre lì, solido, e corale, con i suoi buoni e con i suoi cattivi disposti al posto giusto. Alfredo e Olmo non sono più bambini, sono cresciuti. Ma Alfredo è sempre il padrone, e Olmo è sempre il paesano. Cantano sempre, Olmo dice sempre cose giuste. Alfredo è un imbecille – per quanto interpretato da un campione –, smidollato. Ancora più colpevole perché cresciuto accanto all’amico contadino, senza che l’amicizia gli abbia fornito un pezzo d’anima o un corpo. Fa sesso e non fa figli. Intanto arrivano i fascisti, capitanati da un perverso (Attila) cui il padrone lascia fare. Noi sappiamo che lo lascerà fare fino in fondo, è la parte del cattivo. E infatti lo lascia fare, fino all’aberrazione del male più assoluto (la scena del bambino fatto roteare fino a maciullargli la testa contro il muro è quasi insostenibile). Il male si prende tutto lo spazio, pur restando confinato dentro l’aia dei padroni. Finché arriva il 25 aprile, che è la fine della guerra, e la vittoria è chiara. I paesani vincono, i padroni e i fascisti perdono. Fine della storia: i corpi dei paesani ballano, cantano, la bandiera rossa è parte di una coreografia. Bandiera rossa la trionferà. Si depongono le armi sul carretto, arriva la democrazia. E quando sto per spegnere il computer, scosso dalla violenza che ho visto passare sullo schermo, e però perplesso – insoddisfatto – per quel dualismo che oggi mi suona così spicciolo, mi rendo conto che c’è un dettaglio che mi ha spaventato più ancora del sangue scorso dentro la pellicola. Che mi è rimasto dentro. Ed è proprio che i padroni e i fascisti non hanno corpi. Il pene esanime del patriarca, la sterilità del figlio. Persino Attila, il perverso, continua a rialzarsi, malmenato, imbrattato di sangue, come se non solo non avesse provato dolore. Come se non ci fosse morte possibile, in assenza di un corpo che gliela faccia scontare. Gli sparano, certo, in mezzo a un cimitero di morti paesani, ma non si vede il suo corpo che muore. Lo hanno giustiziato – vero – ma non è mai morto. Non finisce qui. Pur sconfitto dalla Storia e da sé stesso, Alfredo è sottoposto al giudizio del popolo, nei minuti conclusivi del film. Hanno i fucili, possono ammazzarlo. Un ragazzino glielo tiene puntato contro, senza dargli un attimo di tregua. (...) E quando ci aspettiamo che il colpo finalmente parta, che Alfredo stramazzi, come vorrebbe il lieto fine, Olmo compie un gesto di parola dalla portata sconvolgente. Dice che il “padrone è morto”, che quello che è rimasto vivo è solo Alfredo. Non è chiara – ma si sente – la perplessità degli altri popolani, di fronte a tale sottigliezza. Vorrebbero il cadavere con la faccia nella polvere, cadavere, e invece il padrone è sulla sedia, ancora vivo. O meglio, a detta di Olmo è morto. Chi è vivo è solo Alfredo. Olmo ha graziato l’amico, non il padrone – a quanto dice. I padroni non hanno un corpo, i fascisti non hanno un corpo. Per questo non li puoi ammazzare. Questa mi pare l’intuizione di Bertolucci, quella che oggi resta di un capolavoro così potente e schematico insieme. Quando tutti se ne sono andati, restano solo Alfredo e Olmo, il cattivo e il buono. Olmo ha fatto il suo gioco di parola, ed è per questo – e solo per questo – che Alfredo è ancora vivo. E infatti si alza dalla sedia e gli va incontro. E noi che siamo dei sentimentali ci aspettiamo che adesso arrivi il grazie. Che l’amicizia che Olmo ha offerto al suo rivale venga ripagata. E invece Alfredo si sistema gli occhiali sul naso e gli dice solamente: “Il padrone è vivo”. Il padrone è ancora vivo. Il ragazzino che lo piantonava piange disperato, inconsolabile, con la faccia tra le mani. E quel pianto è – chiaramente – il pianto delle generazioni future, il pianto di chi ha capito che il padrone, il fascista, non muore. Resta in giro, ritorna.
Ma non siamo davanti a una rottura della storia, a un cambiamento d’epoca? “No, non lo credo. Perché la nozione di rottura contiene in sé l’idea dell’irrimediabilità, come se non ci fosse più niente da fare. Direi meglio: siamo in una fase di discesa nell’abisso da cui però non è escluso che si possa risalire. Il pendolo della storia ci insegna che ad azione corrisponde reazione. E il nostro dovere di intellettuali oggi è ricordare che esiste un’alternativa alla rassegnazione: altrimenti cediamo a quello che Julien Benda ha chiamato il tradimento dei chierici. Il futuro non è già scritto una volta per tutte. Il futuro dipende da noi. Ex malo bonum. Dal male bisogna ricavare il bene”.
Però dobbiamo riconoscere che tutto quello che abbiamo alle spalle è venuto meno: la fiducia nella democrazia, il diritto internazionale, gli organismi a tutela della pace. “Ma con quale spirito lo diciamo? Bisogna distinguere tra gi idealisti, che lamentano il disordine mondiale nella prospettiva di porvi riparo. E i realisti che invece alzano le braccia in un atteggiamento di resa: così va il mondo, bisogna adeguarsi; c’è la guerra, bisogna armarsi. Una siderale distanza morale separa i due atteggiamenti mentali. Oggi nella testa dei nostri governanti prevale questo secondo atteggiamento”.
Un atteggiamento espresso dall’infelice frase del ministro degli esteri Tajani: il diritto internazionale vale fino a un certo punto. “Il diritto vale o non vale. E, poi, chi stabilisce il punto oltre il quale non vale più’? Qualche giorno fa, durante il dibattito parlamentare, il ministro della Difesa Crosetto è caduto nello stesso errore, dicendo quasi con nonchalance: ‘certo che l’attacco in Iran è stato fuori del diritto internazionale’. Perché usare l’eufemismo ‘fuori’? Rispetto al diritto che dice che cosa è lecito e che cosa non lo è, o sei dentro o sei contro. E poi perché parlarne con tanta leggerezza? Non stai cianciando. Un importante esponente del governo che dice al Parlamento che è in atto un’azione bellica contro il diritto internazionale ne dovrebbe trarre le conseguenze, con la condanna esplicita dei paesi aggressori. E non dovrebbe arrendersi al fatto compiuto, vivacchiando dentro il perimetro bellico disegnato dai prepotenti. Il realismo, dicevamo all’inizio, alla fine si traduce nel sostegno delle ragioni dei più forti”. La presidente del Consiglio ripete che non siamo in guerra e non dobbiamo entrarci. “Non condivide ma non condanna. Prende atto che c’è chi del diritto si fa beffe, ma si guarda bene dal condannare. Anzi aggiunge che come lei, tranne Sánchez, fanno tutti gli altri paesi europei. Così fan tutti. E nel frattempo il governo attrezza le forze armate perché il conflitto può riguardarci, mentre Trump dichiara, come riferisce il Corriere, che dalla sua amica italiana si aspetta fedeltà”.
“Si vis pacem, para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra: l’hanno detto in tanti, anche la presidente italiana. “Forse ignorano che la pace a cui si riferisce il detto latino è la pax romana, ossia la pace fondata sul dominio imperiale, cioè sull’arbitrio dei più forti. Non è la pace basata sulla verità e sulla giustizia tra i popoli. A quella frase oggi molto citata dovremmo opporne un’altra, usando una parola che nel latino classico non esiste: ‘si vis pacem, para…. democratiam’, se vuoi la pace prepara la democrazia. Pace e democrazia sono due lati della stessa medaglia”.
Non è un caso che le guerre esplodano con il diffondersi delle autocrazie. Putin è stato il primo a portare il conflitto in Europa. “Le guerre esprimono il massimo della diseguaglianza perché chi le decide non le fa, manda gli altri a farle. La democrazia è la forma istituzionale che più garantisce l’eguaglianza e di conseguenza la pace. Ma non aiuta la pace chi allestisce una ‘santa barbara’ per impressionare il nemico: le armi, perché facciano paura, devi essere disposto a usarle. Mi riferisco alla corsa europea agli armamenti, in nome della pace universale. È come riempire di benzina un barile con l’intenzione dichiarata di spegnere il fuoco. Senza poi considerare lo scandalo etico delle armi in Borsa”.
Cosa intende? “Durante le guerre, gli investimenti che garantiscono sicuri profitti sono quelli nelle azioni delle aziende produttrici di armi. Ma è una vergogna: sono soldi che nascono da morti e devastazioni. Ce ne rendiamo conto? Se potessi, proporrei una legge per evitare questo obbrobrio: le aziende d’armi dovrebbero, se mai, lavorare per il governo, senza fini di lucro. La nostra, si dice, è un’epoca apocalittica, nel senso originario del disvelamento che mette di fronte la realtà, senza via di scampo: ora possiamo vedere con limpidezza la civiltà che abbiamo edificato, una costruzione nel segno del dominio e della rapacità. L’arricchimento non per mezzo di produzione di beni, ma per mezzo della distruzione di vite. Vogliamo dirlo: questo è il capitalismo che abbiamo”.
Prima faceva riferimento all’effetto domino delle guerre. “La storia ci insegna che la scintilla più piccola può accendere un conflitto mondiale. Ne è un esempio la Grande Guerra: chi poteva immaginare che dall’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando sarebbe scaturita una conflagrazione di quelle proporzioni? Nessuno la voleva. Lo stesso sta accadendo adesso: il misfatto del 7 ottobre ha originato una guerra che si generalizza. Le conseguenze di qualunque scontro bellico sono sempre fuori controllo, perché poi sulla guerra c’è chi specula, cercando il proprio utile. E questa espansione a macchia d’olio è difficile da circoscrivere, soprattutto nel mondo globalizzato, caratterizzato da innumerevoli connessioni politiche, ideologiche ed economiche”.
A proposito della Grande Guerra, la convince l’analogia tra le nostre classi dirigenti e “i sonnambuli” evocati dallo storico Christopher Clark in riferimento ad ambasciatori e governanti di primo Novecento? Presentivano il disastro, ma non furono in grado di evitarlo. “Siamo sull’orlo dell’abisso, ha detto Crosetto. Ma siamo capaci di svegliarci in tempo per non caderci dentro? Una forma di sonnambulismo l’ho riscontrata quando il ministro della Difesa ha detto - a proposito del possibile impiego bellico delle basi militari americane in Italia – che in caso di richiesta ci sarebbe stato il voto parlamentare, ma non ha aggiunto quale sarebbe la posizione del governo. In apparenza è una scelta saggia. In realtà inquietante, perché implica uno scarico di responsabilità, un navigare senza meta. Lei parla di sonnambuli; io aggiungerei la ‘nave dei folli’, un’immagine diffusa nel Medioevo. Si vede sorgere d’un tratto la sagoma della nave dei folli che invade i paesaggi familiari: minacce e derisioni, vertiginosa e ridicola irragionevolezza”.
A che cosa allude? “Spetta al governo far rispettare le clausole degli accordi internazionali che non prevedono l’uso delle basi per muovere guerra a un paese sovrano. Semmai si pone il problema di cambiare queste regole, ma non può essere un qualsiasi voto parlamentare a farlo: la modifica degli accordi internazionali richiede una procedura complessa, sotto lo sguardo vigile del capo dello Stato alla luce del ‘ripudio della guerra’ scritto nell’articolo 11 della Costituzione”.
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. “Una formula molto chiara, nata da un impulso morale, condiviso dalla totalità dei costituenti all’indomani della devastazione della guerra. Tutti avevano bruciante memoria di morti, dolori, fame e privazioni, atrocità che sempre accompagnano tutte le guerre. Oggi questa memoria non ci appartiene più, sostituita da un ricordo di seconda o terza mano, filtrato dai libri, dal cinema, dalla Tv. Non è un qualcosa di impresso a fuoco – è il caso di dirlo - nei nostri corpi e nella nostra mente. Anche in questo caso interviene una sorta di sonnambulismo, che porta i governanti a parlare di pace e guerra con tanta leggerezza”.
Però nel tempo sono stati accostati alla guerra diversi aggettivi: guerra difensiva, guerra preventiva, guerra giusta. In occasione della prima guerra del Golfo, dopo l’invasione in Kuwait di Saddam Hussein, il suo maestro Bobbio parlò di guerra giusta a proposito dell’attacco americano a Baghdad. “Nel tempo l’articolo 11 è diventato il bersaglio di un tiro a segno incessante da parte dei giuristi, con l’effetto di svuotare del suo valore etico un articolo che possiede una formidabile limpidezza morale. Quanto a Bobbio, egli stesso, successivamente, giudicò quella sua sortita ‘un passo più lungo della gamba’. Tengo a ricordare che uno dei suoi libri più celebri mette in discussione la distinzione tra guerra giusta e ingiusta, essendo la guerra un male in sé dopo l’atomica. Ma forse abbiamo perso memoria di quei corpi che d’improvviso s’incendiano come torce umane. L’alternativa non è più tra guerra giusta e ingiusta, ma tra vita e orrore”.
I sondaggi dicono che gli italiani in larghissima maggioranza disapprovano l’attacco americano. “Forse, non abbastanza. Altrimenti scenderebbe nelle piazze a urlare che le guerre non si fanno. E che coloro che le muovono e permettono sono potenziali assassini. La guerra in Vietnam è finita per molte ragioni, ma non è stata irrilevante la ribellione dei più giovani”.
Sento già arrivare l’obiezione dei cosiddetti “realisti”: voi idealisti siete solo delle anime belle. “La mentalità bellica è entrata così pervasivamente nelle nostre teste da farci dimenticare che le guerre non sono ineluttabili, non sono frutto di un destino crudele. Appartengono alla storia dell’umanità, ma non sono prodotto di natura o biologia. Non c’entra un irresistibile istinto di morte di cui parlava Freud, perché dentro di noi agisce fortissimo anche l’istinto di vita. Gli esseri umani possono decidere se fare guerra o fare pace. Dipende da noi”.
Anche qui la storia ci insegna che gli esseri umani non sono fatti per le guerre: un’altissima percentuale di chi ha combattuto in prima linea, nella seconda guerra mondiale, è finita negli ospedali psichiatrici. “E infatti – (…) - chi decide le guerre manda gli altri a farle. Quasi sempre nel nome di un dio, il proprio. Ha visto la scena di Trump nello studio ovale con le mani dei pastori evangelici poggiate sulle sue spalle? Anche gli attacchi in Iran rispondono dunque alla volontà divina? A questo proposito vorrei aggiungere che le guerre non sono mai fatte invocando il valore della guerra, ma sempre in nome della pace. Nel 1936, quando Addis Abeba cadde e la guerra d’Etiopia finì, Mussolini disse che finalmente la pace giusta era raggiunta. Perfino Hitler e il suo megafono Goebbels dicevano che la Germania, con la guerra, aspirava a una pace onorevole. Questo che cosa vuol dire? Dal punto di vista ideale, la pace vale sempre più della guerra”.
L’Europa cosa dovrebbe fare? “Un ruolo, non lo ottiene solo armandosi fino ai denti, ma mantenendo vivo ciò che di buono ha espresso nella storia. Il premier spagnolo Sánchez è stato capace di dire un chiarissimo no a questa guerra, dando voce agli idealisti che alla fine sono la maggioranza. Gli altri, i realisti che navigano intorno alla guerra per averne il minor danno, se non il maggior guadagno, tradiscono l’Europa. Tradiscono quell’Europa che tra tante aberrazioni è pur sempre una sede ideale di ciò che c’è di buono nella cultura politica dell’Occidente: diritti umani, giustizia sociale, rispetto per i popoli, laicità. E, appunto, la pace”.

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