“WlaDementocrazia”. “Ecco la dementocrazia che chiede sudditi docili” testo di Paolo Ercolani – PhD a “Filosofia” presso l’”Università di Urbino Carlo Bo” - pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, venerdì 8 di maggio 2026: “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra il vero e il falso, non esiste più”. A scrivere ciò era la filosofa tedesca, naturalizzata statunitense, Hannah Arendt, nella sua analisi magistrale dei regimi totalitari (1951). A conti fatti, questa frase parla più dell’oggi che non dei regimi di Hitler e Stalin. Sì, perché a quel tempo la maggior parte delle persone in fondo conosceva l’essenza violenta e liberticida dei regimi in cui viveva, ma chi per convenienza e chi costretto dal terrore della forza poliziesca, finiva col sottomettersi al Duce di turno e a un’ideologia totalizzante.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
venerdì 8 maggio 2026
Doveravatetutti. 89 Hannah Arendt: «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra il vero e il falso, non esiste più».
Con lo pseudonimo Mencius Moldbug (dal filosofo confuciano Mencio
e lo Scarabeo d’Oro Gold-Bug di Edgar Allan Poe) Curtis Yarvin, informatico e
ideologo neoreazionario statunitense, ha pubblicato nel 2007 sul suo blog una
Lettera aperta di 300 pagine: la democrazia non è più una forma di governo
adatta alle società contemporanee; il sistema va riavviato (reboot, spento e
riacceso) e i poteri trasferiti a un Ceo, l’amministratore delegato di una
grande azienda in startup innovative (venture capitalist, con patrimoni vicini
al budget di uno Stato) o di tecnoindustrie, come il compianto Steve Jobs. Con
rimandi al cattolicesimo, e toni ora seri, ora irritanti ora spiazzanti e senza
senso, Mencius proponeva di licenziare i dipendenti pubblici, “sottomettere” le
popolazioni “meno civilizzate”, e trasformare dunque il governo nella dittatura
di un Ceo, profittevole e armata fino ai denti. Intorno al 2013, Peter Thiel,
l’imprenditore teorico dell’Anticristo, ha finanziato le imprese di Curtis
Yarvin, Urbit (rete informatica peer-to-peer, decentralizzata) e Tlon (il nome
tratto da un racconto di Borges, dove una grande cospirazione di intellettuali,
tra cui – ci torneremo – l’empirista inglese George Berkeley, immagina un nuovo
mondo, Tlön). Ma dal 2019 Yarvin si concentra sul ruolo di ideologo; pubblica
una rivista in rete, da cui attacca la politica, la cultura woke e tutto il
sistema del “pensiero unico” che chiama “la Cattedrale” – RAGE è il suo
progetto (Retire, manda in pensione, all Government Employees) per smantellare
il Deep State, dipartimenti, uffici, università: J.D. Vance, l’attuale
vicepresidente Usa, cita spesso l’intento di Yarvin di “de-wokificare” le
istituzioni. Con la stampa, Yarvin usa toni spicci; al giornalista di Breibart
News Milo Yiannopoulos ha consigliato di trattare i neonazi con “paternalismo
tipico dei comunisti: il suo cuore è dalla parte giusta, signorina, ora vada a
farsi una doccia e a radersi le ascelle”. Curtis Yarvin spiega così le radici
del suo pensiero - arricchito nel 2012 dalle teorie dell’“Illuminismo oscuro”
del filosofo inglese Nick Land (ribaltamento dei valori illuministi
tradizionali): «Sono stato educato da progressista di sinistra, da figlio di
diplomatico», studiando nelle università liberali di Brown e Berkeley
(l’empirista di cui sopra) e creando start-up nella Silicon Valley: «poi, ho
perso la fiducia». Il 20 gennaio 2025, Yarvin è stato ospite d’onore del gala
organizzato dalla Passage Press per il giuramento del secondo mandato – l’“incoronazione”
– di Trump (tutti i particolari nell’allarmante Onnipotenti di Irene Doda,
edito da Fuoriscena). (Tratto da “L’ideologo che vuole resettare il
sistema” di Daria Galateria, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di
Repubblica” del primo di maggio 2026).
A pensarci bene, la democrazia che si è sostituita
a quei regimi infausti, ha significato anzitutto la formazione e l’informazione
di cittadini liberi, soprattutto di studiare e conoscere, potendo giudicare i
propri governanti con pensiero critico. La costituzione di un’opinione pubblica
capace di scegliere i governanti più credibili e preparati, ma anche di frenare
gli istinti autoritari sempre dietro l’angolo, è stata possibile grazie a tre
strumenti fondamentali: un sistema scolastico costituito da docenti validi
perché selezionati; un’informazione composta da professionisti per quanto
possibile liberi e competenti; una classe politica e dirigente istruita e
autonoma – soprattutto rispetto al potere economico – quindi capace di
coltivare quelle visioni a lungo termine che distinguono uno statista da un
politicante. Tale sistema, per comodità chiamato “democrazia”, è stato
sostituito da un altro che ne rappresenta la versione trasfigurata. Possiamo
definirlo “dementocrazia”, ed è sostenuto da tre pilastri distorti: un sistema
di istruzione degradato e composto da docenti spesso mediocri, piazzati lì dal
barone di turno; un sistema di informazione popolato da figure poco
professionali e sottopagate, da editori a loro volta genuflessi al potere
economico; una classe politica ignorante e incompetente, scelta appositamente
con queste caratteristiche in modo da sentirsi miracolata e, così, eseguire
senza fiatare i diktat del vero potere (quello tecno-finanziario). Si tratta di
un sistema coscientemente costruito almeno a partire dal 1975, quando negli Usa
venne pubblicato uno studio – commissionato dalla Commissione trilaterale,
think tank statunitense fondato dal plurimiliardario David Rockefeller – che si
intitolava “Crisi della democrazia” (in italiano uscito con la prefazione di
Gianni Agnelli). Perché crisi della democrazia? Calava già l’affluenza alle
urne? I governi non facevano gli interessi dei popoli? Macché, crisi della
democrazia perché – questo scrivevano gli autori del rapporto – c’erano troppe
persone istruite e fornite di pensiero critico, specie nei confronti di un
capitalismo che stava tornando predatorio. Nelle edicole c’erano troppe riviste
culturali e giornali con inserti scientifici, nelle librerie troppi testi di
livello elevato. Nelle università troppi professori alternativi e in
televisione troppi programmi a carattere culturale. Del resto, il Sessantotto
aveva messo in evidenza che la popolazione si stava radicalizzando in senso
critico. Ma il potere, qualunque potere, ai cittadini critici preferisce
sudditi docili. Quindi bisognava intervenire, sostanzialmente per abbassare il
livello culturale e cognitivo dell’opinione pubblica, la stessa da cui poi
emerge la classe politica. Non è un caso che il quoziente intellettivo medio
della popolazione, sempre salito dal 1907 – quando si iniziò a misurarlo – ha
fatto registrare un calo costante dal 2009 (anno in cui sono comparsi gli
smartphone), mentre ormai il 40% della popolazione soffre di analfabetismo
funzionale (sa leggere, ma non coglie il messaggio contenuto in ciò che ha
letto). Quale realistica speranza di avere a che fare con una popolazione che
nel suo complesso sappia distinguere tra vero e falso, quando l’informazione
mainstream non tocca più i potenti, quando il sistema di istruzione è stato
trasformato in distruzione delle menti e quando le principali figure politiche
sono composte da individui ignoranti e imbarazzanti? Il totalitarismo incapace
di distinguere vero e falso è stato sostituito dallo “spettacolo” di cui
parlava Guy Debord: quello in cui il vero diventa un momento del falso e
viceversa. In un futuro temo vicino, non ci saranno più libri di storia su cui
leggere che la vicenda di Epstein – specchio in grande del bunga bunga italico
– racconta di un Occidente al tramonto. Mentre l’aristocrazia finanziaria se la
ride impunita e in sottofondo si ode la battuta del Marchese Grillo: “Perché io
so’ io, e voi non siete un cazzo!”.
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