"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 16 maggio 2026

Cosedettecosì. 24 Andrea Scanzi: «Valditara è ahinoi la versione postmoderna del preside bacchettone, retrogrado, oscurantista e colpevolmente reazionario de L'attimo fuggente. Molti di noi avrebbero scelto come ministro il professore Keating, magistralmente interpretato da Robin Williams. Gli italiani hanno però preferito optare per la nemesi odiosa e fuori dalla storia».


Dopo essere riuscito ad affermare che Piersanti Mattarella è stato ucciso dalle Brigate Rosse, il sedicente ministro del Merito (come no) e dell'Istruzione Valditara Giuseppe non solo non ha chiesto scusa, ma ha pure frignato copiosamente e livorosamente - due giorni fa a Radio 24. Tra una lacrima e l'altra, cifra tipica tanto della Meloni quanto del suo disastroso governo, il rancoroso Valditara ha espettorato quanto segue: "Il mio è stato un lapsus molto banale, c'è stato quel famoso bias di ancoraggio, quel trascinamento del pensiero. Sono rimasto francamente stupefatto del rilievo che qualche giorno le ha voluto dare a questa dichiarazione. Evidentemente si è trattato di un caso di bullismo mediatico". Non pago di questo passaggio, di per sé oltremodo mitologico, Valditara è andato oltre: "Non voglio neanche più sentire parlare di questa storia, non mi interessa fare polemiche, io lavoro per la scuola italiana, per i nostri giovani e se c'è chi ha del buon tempo da perdere e vuole polemizzare col ministro, faccia pure. Francamente non me ne importa nulla". Infatti gli importa così poco che ancora ne parla, denotando quella permalosità tipica di una mina (…). Gran finale: "Se, anziché parlare dei successi dell'Italia, del crollo della dispersione scolastica, delle riforme che stanno garantendo prospettive occupazionali ai nostri giovani e competitività alle imprese, ci si riduce a parlare del lapsus del ministro in occasione dell'inaugurazione di una scuola, facendone un processo, francamente vuol dire che siamo scesi molto in basso". Di tutta questa sbrodolata infantile, patetica e frignona, l'unico passaggio condivisibile è quello finale. È verissimo che "siamo scesi molto in basso". Ed è accaduto anche e soprattutto per colpa di Valditara e del 97% (a star bassi) dei suoi colleghi al governo. Mettiamo un po' d'ordine. A) Non si parla dei "successi dell’Italia" perché, seValditara si riferiva come temo alla scuola, non c'è alcun successo da celebrare. La scuola (pubblica) sta persino peggio di prima. E mica poco. B) Non c'è stato alcun "bullismo mediatico" (ahahah), ma mera critica e conseguentemente inevitabile ironia. Oltretutto, se anche ci fosse stato davvero bullismo, Valditara ne sarebbe dovuto essere lieto, visto che a inizio legislatura (tra una gaffe e l'altra) magnificava la forza educativa e formativa dell'umiliazione negli studenti (e immaginiamo negli umani tutti). C) Il tono usato da Valditara coi cronisti, prima di inciampare nell'errore osceno su Mattarella, è stato solitamente tronfio, smargiasso e inutilmente pieno di sé. È lui che è andato volutamente sull'argomento Mattarella, e c'è andato con quel solito tono spavaldo di chi è convinto di sapere tutto e gli altri nulla. Infatti si è visto. D) Più che "bias di ancoraggio" e trascinamento del pensiero"(sic), quello di Valditara è caso mai il solito tragicomico lapsus freudiano, tipico di chi crede che tutte le colpe del mondo ricadano su comunisti e derivati. E a quel punto capita financo di mettere le Br al posto della mafia. La verità su Valditara è molto semplice: è un ministro del tutto inadeguato, come quasi tutti nel governo attuale. Un disastro vero, nonché la conferma che scuola e Lega possano spesso sembrare ossimori. In una classifica sui ministri più improponibili del lotto, Valditara - non vince solo perché i Lollobrigida, Urso, Tajani e Salvini sono verosimilmente inarrivabili. Ma arriva comunque nei primissimi posti. E pure con agio. Valditara è ahinoi la versione postmoderna del preside bacchettone, retrogrado, oscurantista e colpevolmente reazionario de L'attimo fuggente. Molti di noi avrebbero scelto come ministro il professore Keating, magistralmente interpretato da Robin Williams. Gli italiani hanno però preferito optare per la nemesi odiosa e fuori dalla storia. Complimenti! (Tratto da “Valditara, preside bacchettone come modello di futuro” di Andrea Scanzi pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 12 di maggio 2026).

“Maggio che stress” di Annalisa Cuzzocrea, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 15 di maggio 2026): Una lettrice che si definisce mamma e nonna mi ha mandato una lunga lettera, preoccupata per le condizioni in cui crescono i bambini oggi. Sottoposti a uno stress scolastico eccessivo, «bambini che devono correre sempre per finire i compiti, per andare a scuola alle otto dove mangiano due merendine sintetiche perché escono alle due». Mi chiede: «Perché non mettono più ore di attività fisica all’aperto visto che i bambini hanno bisogno di aria e di muoversi, visto che il pomeriggio lo devono passare a fare i compiti, o perché non li fanno studiare solo a scuola e smettere di lasciare i compiti per casa, in modo da avere tempo anche per giocare? I pomeriggi della mia infanzia erano lunghi, gioiosi e luminosi, passati a giocare con le amichette, eppure andavo bene a scuola e ho studiato con una sola maestra, un libro di lettura e un sussidiario. Poche nozioni che mi sono servite per la vita». C’era, in questa lettera, tutto quello che osservo ogni giorno senza il coraggio di metterlo a fuoco davvero. Ho sempre paura di essere troppo protettiva, troppo “dalla loro parte”, ancora troppo capace di immedesimarmi in un’undicenne. Ma forse è il caso di prendere atto che la scuola italiana sta sbagliando tutto. E che invece di pensare a togliere dai programmi di primo liceo Alessandro Manzoni, dovrebbe rivedere il sistema di apprendimento che ha messo su complicandolo di anno in anno e rendendolo ogni volta più ingestibile per gli studenti e per le famiglie. In quello strumento infernale che si chiama registro elettronico, un grande fratello che osserva la vita dei ragazzi a scuola segnando ogni inciampo come fosse una colpa, ho trovato un dato che mi ha impressionata: in seconda media, anzi, in una seconda classe della secondaria di primo grado – perché hanno complicato anche i nomi – mia figlia ha avuto finora 85 valutazioni. Nel primo quadrimestre erano già 57. Mi è sembrato un numero abnorme, l’ho confrontato con quello di altre amiche con altri figli ed è così: la scuola italiana non fa altro che mettere voti. Ogni giorno, di continuo, senza sosta. Non ricordo fosse così anche per noi. Ero una ragazzina studiosa e abbastanza fissata con i voti, ma a un certo punto del pomeriggio ero libera di correre da mia cugina Annamaria per giocare con lei a Romeo e Giulietta, io ero ovviamente Romeo, recitando la scena che avevamo imparato grazie a Candy Candy. Oppure, scendevo nell’androne del palazzo per fingere di essere Mimì Ayuhara con un pallone fatto di carta di giornali e scotch. O attaccavo un nastro di raso all’antenna staccata dalla radio fingendomi atleta di ginnastica ritmica nel salone di casa, ovviamente di nascosto. Maggio è il periodo in cui le chat di genitori si infiammano perché i figli sono travolti da verifiche e ultime interrogazioni a 11, 12, 13 anni. Mi pare sia tutto troppo. E che nessuno ci stia pensando abbastanza.

“I lupi fuori casa” di Daniela Missaglia – avvocato, autrice di saggi sul diritto di famiglia – pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 9 di maggio 2026: George Orwell scriveva che "chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato", ma se provo a rileggere oggi la frase, seduta alla scrivania dopo l’ennesimo incontro con genitori disorientati e ragazzi che sembrano già altrove, mi accorgo che dovremmo aggiungere qualcosa di più preciso e, forse, più inquietante. Chi controlla ciò che vediamo, giorno dopo giorno finisce per incidere su ciò che diventiamo, e questo non accade in modo spettacolare, non con un evento che possiamo isolare e portare in tribunale, ma in una forma continua, quasi impercettibile, che si deposita nelle abitudini, nel linguaggio, nei riflessi emotivi di una generazione. Non è teoria, è qualcosa che mi arriva addosso nella pratica quotidiana, nei racconti di ragazzi incapaci di sostenere la concentrazione, sempre sul punto di scattare, aggressivi o svuotati, e nei genitori che cercano regole per contenere ciò che non riescono nemmeno più a nominare, perché hanno la sensazione che il problema non sia dentro casa ma fuori. Per anni ci siamo rifugiati nell'idea che tutto questo fosse uno spazio neutro, una sorta di piazza digitale dove ciascuno porta ciò che è, ma una piazza non decide chi mettere sotto i riflettori, non insiste nel riproporre sempre le stesse immagini, non costruisce catene invisibili che collegano un contenuto all'altro rendendolo più persistente proprio quando genera reazione, e soprattutto non trasforma l'attenzione in un valore economico misurabile e crescente. Invece è esattamente ciò che accade, e continuare a parlare di episodi isolati è ormai una forma di autoinganno. Me ne rendo conto mentre lavoro a una causa che non vuole inseguire il singolo contenuto diffamatorio per chiederne la rimozione, ma portare davanti al giudice una domanda più scomoda: cosa accade quando quel contenuto viene rilanciato, suggerito, agganciato ad altri, fino a diventare parte di un flusso che lo rafforza invece di spegnerlo? Non siamo più nel territorio dell'errore o dell'omissione, ma dentro una logica che ha un obiettivo semplice e potentissimo: trattenere l'attenzione il più a lungo possibile perché da quell'attenzione nasce il valore, e dal valore il profitto, e tutto ciò che riesce a catturare, anche ciò che distorce o ferisce, diventa funzionale al meccanismo. È qui che assume un significato decisivo ciò che sta accadendo nel New Mexico, dove una decisione recente ha colpito Meta Platforms con sanzioni che riguardano il modo stesso in cui l'architettura è progettata. Per la prima volta si guarda alle scelte che determinano visibilità, persistenza, replicazione, e si riconosce che non sono neutre: quando un sistema seleziona e suggerisce, esercita un potere che non può restare senza responsabilità. In questo quadro i ragazzi non sono semplici utenti o vittime, ma soggetti che crescono dentro qualcosa che li forma mentre credono di usarlo, che li spinge mentre pensano di scegliere, e che rende sempre più difficile distinguere o riconoscere un limite. Per quanto presenti e attenti, gli stessi genitori spesso si trovano disarmati. La questione e non è demonizzare la tecnologia né invocare scorciatoie censorie che finirebbero per creare altri problemi, ma avere il coraggio di spostare lo sguardo dal singolo atto alla struttura che lo rende possibile e conveniente, perché se non lo facciamo rincorreremo gli effetti senza incidere sulle cause. La domanda che porterò davanti al giudice, quindi, nasce da volti e storie che vedo ogni giorno: fino a che punto possiamo accettare che un sistema costruito per massimizzare l'attenzione continui a farlo anche quando questa si alimenta di contenuti che deformano e confondono, soprattutto se si tratta di ragazzi che non hanno ancora gli strumenti per sottrarsi a una logica così pervasiva? Arrivare tardi significherebbe accorgersi del danno quando è già diventato cultura.

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