“Maggio che stress” di Annalisa Cuzzocrea, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 15 di maggio 2026): Una lettrice che si definisce mamma e nonna mi ha mandato una lunga lettera, preoccupata per le condizioni in cui crescono i bambini oggi. Sottoposti a uno stress scolastico eccessivo, «bambini che devono correre sempre per finire i compiti, per andare a scuola alle otto dove mangiano due merendine sintetiche perché escono alle due». Mi chiede: «Perché non mettono più ore di attività fisica all’aperto visto che i bambini hanno bisogno di aria e di muoversi, visto che il pomeriggio lo devono passare a fare i compiti, o perché non li fanno studiare solo a scuola e smettere di lasciare i compiti per casa, in modo da avere tempo anche per giocare? I pomeriggi della mia infanzia erano lunghi, gioiosi e luminosi, passati a giocare con le amichette, eppure andavo bene a scuola e ho studiato con una sola maestra, un libro di lettura e un sussidiario. Poche nozioni che mi sono servite per la vita». C’era, in questa lettera, tutto quello che osservo ogni giorno senza il coraggio di metterlo a fuoco davvero. Ho sempre paura di essere troppo protettiva, troppo “dalla loro parte”, ancora troppo capace di immedesimarmi in un’undicenne. Ma forse è il caso di prendere atto che la scuola italiana sta sbagliando tutto. E che invece di pensare a togliere dai programmi di primo liceo Alessandro Manzoni, dovrebbe rivedere il sistema di apprendimento che ha messo su complicandolo di anno in anno e rendendolo ogni volta più ingestibile per gli studenti e per le famiglie. In quello strumento infernale che si chiama registro elettronico, un grande fratello che osserva la vita dei ragazzi a scuola segnando ogni inciampo come fosse una colpa, ho trovato un dato che mi ha impressionata: in seconda media, anzi, in una seconda classe della secondaria di primo grado – perché hanno complicato anche i nomi – mia figlia ha avuto finora 85 valutazioni. Nel primo quadrimestre erano già 57. Mi è sembrato un numero abnorme, l’ho confrontato con quello di altre amiche con altri figli ed è così: la scuola italiana non fa altro che mettere voti. Ogni giorno, di continuo, senza sosta. Non ricordo fosse così anche per noi. Ero una ragazzina studiosa e abbastanza fissata con i voti, ma a un certo punto del pomeriggio ero libera di correre da mia cugina Annamaria per giocare con lei a Romeo e Giulietta, io ero ovviamente Romeo, recitando la scena che avevamo imparato grazie a Candy Candy. Oppure, scendevo nell’androne del palazzo per fingere di essere Mimì Ayuhara con un pallone fatto di carta di giornali e scotch. O attaccavo un nastro di raso all’antenna staccata dalla radio fingendomi atleta di ginnastica ritmica nel salone di casa, ovviamente di nascosto. Maggio è il periodo in cui le chat di genitori si infiammano perché i figli sono travolti da verifiche e ultime interrogazioni a 11, 12, 13 anni. Mi pare sia tutto troppo. E che nessuno ci stia pensando abbastanza.
“I lupi fuori casa” di Daniela Missaglia – avvocato, autrice di saggi sul diritto di famiglia – pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 9 di maggio 2026: George Orwell scriveva che "chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato", ma se provo a rileggere oggi la frase, seduta alla scrivania dopo l’ennesimo incontro con genitori disorientati e ragazzi che sembrano già altrove, mi accorgo che dovremmo aggiungere qualcosa di più preciso e, forse, più inquietante. Chi controlla ciò che vediamo, giorno dopo giorno finisce per incidere su ciò che diventiamo, e questo non accade in modo spettacolare, non con un evento che possiamo isolare e portare in tribunale, ma in una forma continua, quasi impercettibile, che si deposita nelle abitudini, nel linguaggio, nei riflessi emotivi di una generazione. Non è teoria, è qualcosa che mi arriva addosso nella pratica quotidiana, nei racconti di ragazzi incapaci di sostenere la concentrazione, sempre sul punto di scattare, aggressivi o svuotati, e nei genitori che cercano regole per contenere ciò che non riescono nemmeno più a nominare, perché hanno la sensazione che il problema non sia dentro casa ma fuori. Per anni ci siamo rifugiati nell'idea che tutto questo fosse uno spazio neutro, una sorta di piazza digitale dove ciascuno porta ciò che è, ma una piazza non decide chi mettere sotto i riflettori, non insiste nel riproporre sempre le stesse immagini, non costruisce catene invisibili che collegano un contenuto all'altro rendendolo più persistente proprio quando genera reazione, e soprattutto non trasforma l'attenzione in un valore economico misurabile e crescente. Invece è esattamente ciò che accade, e continuare a parlare di episodi isolati è ormai una forma di autoinganno. Me ne rendo conto mentre lavoro a una causa che non vuole inseguire il singolo contenuto diffamatorio per chiederne la rimozione, ma portare davanti al giudice una domanda più scomoda: cosa accade quando quel contenuto viene rilanciato, suggerito, agganciato ad altri, fino a diventare parte di un flusso che lo rafforza invece di spegnerlo? Non siamo più nel territorio dell'errore o dell'omissione, ma dentro una logica che ha un obiettivo semplice e potentissimo: trattenere l'attenzione il più a lungo possibile perché da quell'attenzione nasce il valore, e dal valore il profitto, e tutto ciò che riesce a catturare, anche ciò che distorce o ferisce, diventa funzionale al meccanismo. È qui che assume un significato decisivo ciò che sta accadendo nel New Mexico, dove una decisione recente ha colpito Meta Platforms con sanzioni che riguardano il modo stesso in cui l'architettura è progettata. Per la prima volta si guarda alle scelte che determinano visibilità, persistenza, replicazione, e si riconosce che non sono neutre: quando un sistema seleziona e suggerisce, esercita un potere che non può restare senza responsabilità. In questo quadro i ragazzi non sono semplici utenti o vittime, ma soggetti che crescono dentro qualcosa che li forma mentre credono di usarlo, che li spinge mentre pensano di scegliere, e che rende sempre più difficile distinguere o riconoscere un limite. Per quanto presenti e attenti, gli stessi genitori spesso si trovano disarmati. La questione e non è demonizzare la tecnologia né invocare scorciatoie censorie che finirebbero per creare altri problemi, ma avere il coraggio di spostare lo sguardo dal singolo atto alla struttura che lo rende possibile e conveniente, perché se non lo facciamo rincorreremo gli effetti senza incidere sulle cause. La domanda che porterò davanti al giudice, quindi, nasce da volti e storie che vedo ogni giorno: fino a che punto possiamo accettare che un sistema costruito per massimizzare l'attenzione continui a farlo anche quando questa si alimenta di contenuti che deformano e confondono, soprattutto se si tratta di ragazzi che non hanno ancora gli strumenti per sottrarsi a una logica così pervasiva? Arrivare tardi significherebbe accorgersi del danno quando è già diventato cultura.

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