“La destra e l’incoscienza del limite”, testo di Ezio Mauro pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 29 di marzo 2026: (…). Polarizzato nella semplificazione della sua logica binaria, convocato su un tema fortemente divisivo, un referendum è spesso un’incognita per entrambe le parti che sanno di assumersi un rischio con il voto, e sovente nasconde la vera misura del “sì” e del “no” anche ai sondaggi. Ma questa volta le urne hanno rivelato qualcosa di più dell’esito numerico e persino politico. Esattamente la perdita di contatto tra le ambizioni della destra e il sentimento del Paese, la percezione sbagliata di una sintonia smarrita, la consumazione anticipata di una leadership battagliera che si è spinta troppo avanti, senza accorgersi che le truppe non la seguivano. Questo e non altro dovrebbe essere il tema di riflessione della destra italiana, che invece si accontenta dei botti periferici offerti al popolo con lo spettacolo della pubblica decapitazione di personaggi di seconda fila, pur di salvare il tabernacolo del potere, sperando invano di conservarlo intatto. Mostrando invece, tutti insieme, l’affanno, l’istinto di conservazione, la fretta che rivela l’ansia e la scelta delle cure palliative invece del vaccino prima e del bisturi poi, quando è il caso. Eppure quanto è accaduto, le scelte che lo hanno determinato e le responsabilità che ne derivano sono facilmente riassumibili in una formula: l’incoscienza del limite. Giorgia Meloni non si è accorta che stava andando oltre. Non perché l’ordinamento della magistratura sia intoccabile, ma perché il modo in cui ha brandito la questione ha dato l’impressione al Paese di una volontà di alterare l’equilibrio tra i poteri: appena camuffata dietro la tecnicalità del quesito, del cosiddetto “merito” oscurato dallo stesso governo quando scagliava insulti e accuse alla magistratura quasi fosse un ordine eversivo e criminale. Ecco cosa significa andare oltre: non vuol dire che la Costituzione sia intangibile ma che non si cambia a colpi di piccone, auto-inibendosi ogni ricerca di un terreno minimo di condivisione con l’opposizione in Parlamento e nel Paese. Di più: la destra non si è accorta che denunciando i magistrati come antagonisti consapevoli del governo, dunque soggetti politici pericolosi e inaffidabili, travolgeva il principio e il controllo di legalità, come se la politica chiedesse al referendum di darle mani libere nell’esercizio del potere. In sostanza la destra non ha capito che la democrazia costituzionale non è - per chi viene da fuori, come cultura originaria - una casa in affitto che si può abitare senza rispettare le regole del condominio: la democrazia obbliga. Obbliga a riconoscersi in un sistema condiviso, con norme e codici comuni e soprattutto con la disponibilità di ognuno di riconoscere dei limiti all’espressione della propria libertà, per renderla compatibile con la libertà degli altri. Vale per gli individui nella società, e vale per i poteri nelle istituzioni. Considerare la propria potestà - legittima - libera dai vincoli generali che riguardano invece i poteri concorrenti significa renderla illegittima nella pretesa di instaurare una primazia, assegnando al governo una posizione di supremazia all’interno del sistema, e superando così il disegno costituzionale. Per calcolo o per errore, ma certo seguendo il suo istinto, la destra ha trasmesso questa immagine di sé nella campagna elettorale, man mano che si allontanava dai temi della riforma per chiedere ai cittadini di aiutarla a regolare i conti con il potere giudiziario, tagliandogli le unghie. Questo non significa che gli elettori abbiano ribaltato lo schema, assegnando con il voto un plusvalore alla magistratura e trasformandola - dalla sponda opposta - in un protagonista diretto della vicenda politica. Credo che nessuno tra i cittadini del “no” pensi a una repubblica in mano ai magistrati, e cioè a un’eccezione costituzionale clamorosa. Dunque questa lettura del risultato del referendum è senza senso e non aiuta a capire, come le accuse preventive a una magistratura che grazie al “no” dopo il voto avrebbe liberato «stupratori, pedofili, spacciatori, immigrati illegali», con il contorno di «figli strappati alle madri» mentre gli antagonisti «devastano le stazioni». È Meloni che parla, e sembra Nostradamus. Fallita l’apocalittica profezia, è chiaro a tutti che in una democrazia liberale la politica deve sedere a capotavola, dare le carte e governare il mazzo, perché ha la responsabilità e l’autorità per disciplinare i contrasti tra gli interessi particolari legittimi in nome dell’interesse generale. Ma appunto, questo esercizio supremo del potere richiede responsabilità. Se la premier cerca il limite smarrito lo trova in questa parola, come hanno ben inteso i cittadini, che hanno colto nella gestione governativa del referendum un tono e una sostanza semplicemente irresponsabili, tanto da rendere la riforma elemento di scompenso e di disordine. Cioè il governo non si è fatto carico della tenuta e dell’equilibrio complessivo del sistema, trasformandosi in parte contro un altro potere accusato di essere parte. Governi che rompono l’ordine abusando della loro potestà e tentano di arricchirla cercando quote supplementari di potere fuori dalla Costituzione, richiamano fortemente l’ombra di Trump, considerato oggi dall’opinione pubblica più un distruttore che un costruttore di un nuovo equilibrio mondiale: la destra è riuscita a estendere quell’ombra fin sulle coste d’Italia. Serve altro per capire? Dunque il vero risultato del referendum è la scoperta che esiste nei cittadini una coscienza del limite, misura concreta e quotidiana della pratica democratica che anche il potere scelto dal popolo è tenuto a rispettare, perché è una risorsa: proprio in questa difesa silenziosa del vincolo di responsabilità civica, infatti, sta lo spirito repubblicano residuo del Paese, quel patriottismo costituzionale che ci tiene insieme, in una storia comune. Se dovessimo trovare una formula che riassume tutto questo, potremmo dire che il limite è precisamente nel punto in cui la politica diventa ideologia, imponendo uno schema alla realtà: che qualche volta si vendica.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
sabato 9 maggio 2026
MadeinItaly. 87 Ezio Mauro: «Il limite è precisamente nel punto in cui la politica diventa ideologia, imponendo uno schema alla realtà: che qualche volta si vendica».
Per la serie "Donne sull'orlo di una crisi di governo",
la Meloni non si dà pace. Che non è bello, ma è pur sempre meglio di Trump e
Netanyhau che non danno pace al mondo intero. Non capisce perché i giovani fuori
sede a cui ha quasi impedito di votare siano andati a votare lo stesso, ma a
quel punto contro di lei. Forse sperava che anche i loro neuroni venissero
sorteggiati a caso fra tutti, come i togati del suo agognato csm. Il referendum
è stato percepito come un regolamento di conti tra la sua parte politica e la
magistratura, e per molti motivi, il principale dei quali è che era esattamente
così. Il Sì o il No - Giorgia lo aveva premesso a chiare lettere - non era un
giudizio politico sul suo governo, e per coerenza lei, dopo la disfatta alle
urne, ha espulso parte del suo governo. Qualcuno perché obnubilato dai piaceri
della carne, nel senso delle bisteccherie, qualcun'altra perché troppo
inguaiata per restare al ministero del Turismo: l'unico caso di over-tourism
causato da una persona sola. Il risultato è che a Palazzo Chigi i toni sono
dimessi... ma le premier ancora no. (Tratto da “Toni dimessi” di
Dario Vergassola, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 17 di aprile 2026).
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