"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 21 marzo 2026

MadeinItaly. 81 Giorgia Meloni: “«I figli non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà, e uno Stato che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti. Una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti». Astutissimo assist referendario”.

Se io fossi il protagonista di "Guida Galattica per gli Autostoppisti" di Douglas Adams, e dovessi spiegare a un alieno perché Giorgia Meloni rilascia dichiarazioni su quelli che ormai sono chiamati "i bambini nel bosco", comincerei da David Foster Wallace. Non per snobismo, ma perché nel 1993 Wallace rilascia un'intervista dove illustra così lo smarrimento della generazione postmoderna: sei alle superiori, i genitori partono, tu organizzi una festa, e il party si fa sempre più chiassoso, il divano è pieno di bruciature di sigarette, la casa è devastata e a quel punto cominci a desiderare che i genitori tornino e rimettano le cose a posto. «E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più e che noi dovremo essere i genitori». Se Foster Wallace non bastasse, ricorrerei a un linguista, George Lakoff (quello di "Non pensare all'elefante") che nel 2006 ci ricordava che le nostre convinzioni politiche si strutturano su immagini idealizzate della famiglia: «Ragion per cui non è affatto sorprendente che molte nazioni siano viste metaforicamente in termini famigliari: Madre Russia, Madre India, la Patria (la terra dei padri). In America abbiamo i padri fondatori, le figlie della Rivoluzione, lo Zio Sarn, e mandiamo in guerra i nostri ragazzi e ragazze». In Italia quelli erano gli anni di Silvio Berlusconi, che rappresentava il padre postmoderno che non invecchia mai e che non pensa proprio di tornare a casa a svuotare i portacenere, e anzi si unisce, come ha fatto, alla devastazione. L'attuale presidente del Consiglio è tutto tranne che una sprovveduta, e deve aver studiato molto bene la carriera di una politica oggi dimenticata, Sarah Palin, governatrice dell'Alaska e candidata vicepresidente degli Stati Uniti: non commetterebbe il suo stesso errore mostrando in televisione un filmato in cui uccide un caribù, ma di certo ha memorizzato l'autodefinizione di Palin, Mama Grizzly. Mamma è la parola chiave: quando, incinta, Meloni si candida nel 2016 a sindaca (ops, sindaco), dice: «Sarò la mamma di Roma». Nel 2019 il suo slogan «Sono Giorgia, sono una madre» la rende amatissima a dispetto delle parodie. Nel 2023, in un'intervista a Chi, ricorda che fa i salti mortali per stare con sua figlia. E adesso, in piena campagna referendaria e mentre la guerra si fa sempre più vicina, trova il tempo di partecipare ai funerali del piccolo Domenico Caliendo e di intervenire duramente sulla storia, comunque tremenda, della famiglia Trevallion, dichiarando che «i figli non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà, e uno Stato che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti. Una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti». Astutissimo assist referendario, che però la dice lunga su come pensano molti italiani e italiane che si identificano in lei, e dimenticano che queste dichiarazioni avvengono in un contesto molto simile a quello in cui si apre "Guida Galattica per gli Autostoppisti", dove una schiera di astronavi Vogon punta i raggi della morte sul pianeta terra. (…). (Tratto da “Una madre per tutte le stagioni” di Loredana Lipperini pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 13 di marzo 2026).

La destra di governo, nelle sue due componenti principali (Fratelli d’Italia e Lega) ha una solida tradizione manettara. Soprattutto la Lega, che grazie al Salvini è il partito del “butta via le chiavi”. Cosa che rende molto poco plausibile l’ipotesi di un afflato “garantista” di questo governo in favore del Sì. La sola pratica garantista conosciuta, da quelle parti, è il soccorso incondizionato ai propri sodali coinvolti in vicende giudiziarie. Ne potete trovare un efficace resoconto nella newsletter di Stefano Cappellini Hanno tutti ragione. La terza componente della maggioranza, Forza Italia, avrebbe qualche carta “liberale” in più da giocare, non fosse che il suo imputato-simbolo, presunto martire delle toghe rosse, è Silvio Berlusconi, il fondatore della ditta. Un uomo troppo ricco, troppo potente e a ben vedere troppo impunito per incarnare lo scandalo dell’errore giudiziario e della prevalenza dell’accusa sulla difesa, almeno nelle prime fasi (che possono durare anni!) dell’iter. Tanto meno ebbe a che fare, Berlusconi, con l’indecenza della carcerazione preventiva e del pessimo livello delle condizioni di detenzione. Le carceri sono piene di poveri, è su di loro che grava, soprattutto, la fatica di non contare nulla di fronte alla macchina della giustizia. Domani (domenica 22 marzo) voterò No ben sapendo che lo stesso mio voto sarà espresso anche da Gratteri e Davigo, il cui concetto di giustizia, altamente missionario, assomiglia molto poco al mio, banalmente laico. Ma mi sembra sia messo molto peggio chi andrà a votare Sì nell’illusione di riformare la magistratura in compagnia di chi non ha affatto il proposito di riformarla, solo di addomesticarla. (Tratto da “Il garantismo di chi non lo è” di Michele Serra, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, sabato 21 di marzo 2026).

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