La destra di governo, nelle sue due componenti principali (Fratelli d’Italia e Lega) ha una solida tradizione manettara. Soprattutto la Lega, che grazie al Salvini è il partito del “butta via le chiavi”. Cosa che rende molto poco plausibile l’ipotesi di un afflato “garantista” di questo governo in favore del Sì. La sola pratica garantista conosciuta, da quelle parti, è il soccorso incondizionato ai propri sodali coinvolti in vicende giudiziarie. Ne potete trovare un efficace resoconto nella newsletter di Stefano Cappellini Hanno tutti ragione. La terza componente della maggioranza, Forza Italia, avrebbe qualche carta “liberale” in più da giocare, non fosse che il suo imputato-simbolo, presunto martire delle toghe rosse, è Silvio Berlusconi, il fondatore della ditta. Un uomo troppo ricco, troppo potente e a ben vedere troppo impunito per incarnare lo scandalo dell’errore giudiziario e della prevalenza dell’accusa sulla difesa, almeno nelle prime fasi (che possono durare anni!) dell’iter. Tanto meno ebbe a che fare, Berlusconi, con l’indecenza della carcerazione preventiva e del pessimo livello delle condizioni di detenzione. Le carceri sono piene di poveri, è su di loro che grava, soprattutto, la fatica di non contare nulla di fronte alla macchina della giustizia. Domani (domenica 22 marzo) voterò No ben sapendo che lo stesso mio voto sarà espresso anche da Gratteri e Davigo, il cui concetto di giustizia, altamente missionario, assomiglia molto poco al mio, banalmente laico. Ma mi sembra sia messo molto peggio chi andrà a votare Sì nell’illusione di riformare la magistratura in compagnia di chi non ha affatto il proposito di riformarla, solo di addomesticarla. (Tratto da “Il garantismo di chi non lo è” di Michele Serra, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, sabato 21 di marzo 2026).
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
sabato 21 marzo 2026
MadeinItaly. 81 Giorgia Meloni: “«I figli non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà, e uno Stato che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti. Una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti». Astutissimo assist referendario”.
Se io fossi il protagonista di "Guida Galattica per gli Autostoppisti"
di Douglas Adams, e dovessi spiegare a un alieno perché Giorgia Meloni rilascia
dichiarazioni su quelli che ormai sono chiamati "i bambini nel
bosco", comincerei da David Foster Wallace. Non per snobismo, ma perché
nel 1993 Wallace rilascia un'intervista dove illustra così lo smarrimento della
generazione postmoderna: sei alle superiori, i genitori partono, tu organizzi
una festa, e il party si fa sempre più chiassoso, il divano è pieno di
bruciature di sigarette, la casa è devastata e a quel punto cominci a
desiderare che i genitori tornino e rimettano le cose a posto. «E poi arriva il
disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori
non torneranno più e che noi dovremo essere i genitori». Se Foster Wallace non
bastasse, ricorrerei a un linguista, George Lakoff (quello di "Non pensare
all'elefante") che nel 2006 ci ricordava che le nostre convinzioni
politiche si strutturano su immagini idealizzate della famiglia: «Ragion per
cui non è affatto sorprendente che molte nazioni siano viste metaforicamente in
termini famigliari: Madre Russia, Madre India, la Patria (la terra dei padri).
In America abbiamo i padri fondatori, le figlie della Rivoluzione, lo Zio Sarn,
e mandiamo in guerra i nostri ragazzi e ragazze». In Italia quelli erano gli
anni di Silvio Berlusconi, che rappresentava il padre postmoderno che non
invecchia mai e che non pensa proprio di tornare a casa a svuotare i
portacenere, e anzi si unisce, come ha fatto, alla devastazione. L'attuale
presidente del Consiglio è tutto tranne che una sprovveduta, e deve aver
studiato molto bene la carriera di una politica oggi dimenticata, Sarah Palin,
governatrice dell'Alaska e candidata vicepresidente degli Stati Uniti: non
commetterebbe il suo stesso errore mostrando in televisione un filmato in cui
uccide un caribù, ma di certo ha memorizzato l'autodefinizione di Palin, Mama
Grizzly. Mamma è la parola chiave: quando, incinta, Meloni si candida nel 2016
a sindaca (ops, sindaco), dice: «Sarò la mamma di Roma». Nel 2019 il suo slogan
«Sono Giorgia, sono una madre» la rende amatissima a dispetto delle parodie.
Nel 2023, in un'intervista a Chi, ricorda che fa i salti mortali per stare con
sua figlia. E adesso, in piena campagna referendaria e mentre la guerra si fa
sempre più vicina, trova il tempo di partecipare ai funerali del piccolo
Domenico Caliendo e di intervenire duramente sulla storia, comunque tremenda,
della famiglia Trevallion, dichiarando che «i figli non sono dello Stato: i
figli sono delle mamme e dei papà, e uno Stato che pretenda di sostituirsi a
loro ha dimenticato i suoi limiti. Una magistratura che pretenda di sostituirsi
a loro ha dimenticato i suoi limiti». Astutissimo assist referendario, che però
la dice lunga su come pensano molti italiani e italiane che si identificano in
lei, e dimenticano che queste dichiarazioni avvengono in un contesto molto
simile a quello in cui si apre "Guida Galattica per gli Autostoppisti",
dove una schiera di astronavi Vogon punta i raggi della morte sul pianeta
terra. (…). (Tratto da “Una madre per tutte le stagioni” di Loredana
Lipperini pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 13 di marzo 2026).
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