Sopra.
"Osso".“Uscì dal bosco quasi morto nel 2020 – (…) – da quel giorno si è
conquistato sei anni di vita, di cura e protezione, di corse e giochi con gli
altri due cani. Ha avuto una bella vita. Rispetto alla maggioranza dei cani da
caccia, una vita bellissima. Sarebbe stato bello poterlo vedere invecchiare.
Ora non può più fuggire nei campi rimarrà con noi, nel nostro giardino per
sempre. (…). Si raccomanda dove ci sono i lupi di tenere chiusi i
cani, ma non è oggettivamente possibile, se si vive sulla cima di un crinale o
in mezzo ai boschi farlo in modo rigoroso e continuativo. (…). Il mio primo
pensiero è stato non si può più vivere qui, me ne vado, ho esagerato, ho
sbagliato, la natura è meravigliosa ma troppo dura, esigente. E ora, da qualche
anno la presenza incombente dei lupi, caso eccellente di salvaguardia di una
magnifica specie che mezzo secolo fa era estinta, prospera. (…). Io quassù ci
voglio vivere – (…) – insieme ai cani e insieme ai lupi, ma fino a quanti
esemplari questo territorio può reggere, lo devono stabilire le autorità
responsabili. È il loro lavoro, il mio è stato seppellire Osso”. (Tratto
da “Il mio cane Osso sbranato dai lupi”, il dolore di Michele Serra
narrato a Caterina Giusberti e riportato sul quotidiano “la Repubblica” del 4
di maggio 2026).
“Uomini, cani e lupi cosa possono imparare dalla morte di Osso”,
testo di Michele Serra pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, 7 di
maggio 2026: Se ho deciso di raccontare un’esperienza molto privata, la
morte di uno dei miei cani ucciso dai lupi a duecento metri dalla casa dove
abito in Appennino, è perché ho voce, e ho sentito il dovere di rendere
pubblico un problema che condivido con una specie che voce non ha: gli umani di
montagna, i miei vicini di vallata. La quantità impressionante di reazioni
suscitate (giornali, tivù, radio, social) dimostra che il problema è, diciamo
così, di grande impatto sentimentale. Ma la qualità media dei commenti – specie
sui social, e non è una novità – dimostra che è molto poco conosciuto, messo a
fuoco, pensato: molti parlano a vanvera, molti senza avere letto quello che ho
scritto. L’approssimazione sui termini, sui luoghi, sui fatti lascia pensare
che la rottura del rapporto uomo-natura, conseguenza della grande
urbanizzazione del Novecento, sia senza rimedio. Città e campagna non parlano
più la stessa lingua. Stiamo parlando di ciò che rimane della presenza umana
sui crinali e nelle valli: quella residua, i vecchi che hanno resistito, e
quella di ritorno, in genere giovani coppie che scelgono di risalire in quota
per allevare, coltivare, aprire agriturismi. In burocratese sono le cosiddette
“aree interne” (il 60 per cento del territorio nazionale) che questo governo ha
dichiarato, in sostanza, irrecuperabili, destinate allo spopolamento e alla
marginalità – ovvero: destinate a rimanere ciò che già sono. La resilienza
degli abitanti di questi luoghi (nei quali, lo dico per gli idioti che hanno
scritto del “milanese che va a spasso nei boschi con il suo cagnolino”, io vivo
da diciotto anni, coltivo la terra, curo i fossi e il bosco, ho forti vincoli
con persone e cose) è decisiva. Perché fa argine all’abbandono, al dissesto
idrogeologico e, chiamiamolo così, al dissesto psicologico prodotto
dall’isolamento. Perché è cura del mondo. Chi scrive che la natura “si autoregola”
ha ragione in riferimento al Giurassico; e alle future ere innominate che
seguiranno la scomparsa della specie umana. Ma nell’Antropocene, qui e ora, è
l’uomo che, dopo avere squinternato le connessioni e gli equilibri con gli
altri esseri viventi, ha il dovere e il potere di prendersi cura della vita
sulla Terra. Senza il governo degli umani, tanto per fare l’esempio più facile,
non esisterebbero i parchi nazionali, le aree protette, le politiche di tutela
e conservazione. Molte specie si sono estinte per mano degli uomini, la loro
avidità e loro invadenza. Molte specie sono ancora sulla Terra per
l’accudimento e la protezione degli uomini: il lupo tra queste. Il ritorno del
lupo è un successo ormai consolidato, dopo circa mezzo secolo di prezioso
lavoro di tutela. Per chi vive in Appennino è una ragione in più per rimanerci:
il risanamento di un ambiente che senza il suo predatore apicale era
decapitato. Una rinascita. Ma non siamo a Yellowstone. Non ci sono sconfinate
foreste e praterie, a disposizione del lupo. Ci sono spazi generosi e
magnifici, ma da condividere con gli umani, e in simbiosi con loro le mucche,
le pecore, le capre, le oche, le galline, i cavalli, gli asini. E i cani.
L’insieme di queste componenti è “l’ambiente”. Se si è ambientalisti per davvero
è con l’ambiente nel suo complesso che si devono fare i conti. E se si è
animalisti, e non per vezzo o per moda, sono animali anche i cani, da secoli
abitanti delle campagne, delle aie, dei giardini, delle aree adiacenti alle
case. Non sono gingilli da salotto, i cani, ma corridori da prato e da foresta,
secondo la loro indole. Che può e deve essere controllata, ovviamente: ma non
omessa. Il cane non nasce al guinzaglio, fuori dalle città. Il mio cane è
vissuto da cane, parte integrante dell’ambiente dove è nato e morto. Accudito,
controllato, ma a tratti lasciato libero, con gli altri cani, di scorrazzare
attorno a casa: nel suo territorio. In questo senso le paternali e i rimbrotti
per “avere lasciato libero il cane” valgono per le buone intenzioni che li
muovono, ma non tengono in alcun conto come si vive tra i monti. I miei cani
dormono in casa e dall’imbrunire in poi hanno a disposizione un grande recinto.
Ma la custodia non è un ergastolo, e nessuno, essere umano o cane, può
accettare di vivere sui crinali barricandosi giorno e notte perché ci sono i
lupi. Cercare i grandi spazi naturali e poi essere costretti a viverci da
reclusi è indizio di uno squilibrio: c’è qualcosa non va. C’è qualcosa da
correggere. Essere cauti e essere atterriti non è la stessa cosa. Convivere con
il lupo, come tutti desideriamo fare, non può significare sottomettere alle sue
esigenze quelle di tutti gli altri abitanti del suo territorio: che non è
solamente il suo. Il rischio zero non esiste, tanto meno nella vita naturale,
dove la predazione è regola e la morte è di casa. Ma, come ogni rischio, può
essere molto ridotto ragionando sulla situazione per come è, non per come
dovrebbe essere; ascoltando le ragioni degli altri e non limitandosi a ribadire
le proprie come se fossero la sola legge; cercando di mettere insieme esigenze
anche molto diverse, perché uomini e lupi, galline e cani, non la vedono allo
stesso modo. A giudicare da quanto ho letto, sentito, capito negli ultimi
giorni, non sono ottimista. Un tecnico faunistico di alto livello, dipendente
regionale, con il quale parlo da anni di uomini e lupi, mi dice sconsolato: “è
una guerra tra due religioni opposte, e ogni mediazione, ogni compromesso tra
ragioni diverse mi sembra impossibile”. Provo a tradurre: da una parte spinge
la lobby delle doppiette, molto potente nel governo Meloni-Salvini e in quella
dependance governativa che è diventata Coldiretti. Per loro contano solo le
attività umane, compresa ovviamente la caccia, e le specie non umane sono
appena un accessorio. Se i lupi sono in soprannumero, basta eliminarne un bel
po’. Dall’altra ci sono quelli che confondono la salvaguardia della specie con
l’intoccabilità di ogni singolo esemplare. Non capiscono che ogni allevamento
di montagna, compatibile con una vita dignitosa e sana degli animali, che
chiude i battenti perché si sente sconfitto dai lupi, è un favore fatto agli
allevamenti intensivi e alla indecenza della reclusione animale in orribili
gabbie. Nonché un peggioramento netto della qualità del cibo. Le recinzioni
elettrificate fanno molto: eppure perfino gli allevatori, quando è stagione,
espongono le loro bestie al libero pascolo, e la tutela dei cani da guardiania,
sebbene efficace, non è assoluta. Né i risarcimenti bastano a cicatrizzare il
trauma e ridurre l’ansia. Sperando che nessuno dica anche a loro, davanti alla
pecora scannata: “è colpa tua, dovevi tenerla rinchiusa”. In mezzo ai due poli
opposti lavorano fior di tecnici e di studiosi che si occupano del lupo, e
della convivenza con gli uomini, da molto tempo. Fanno un lavoro prezioso e
paziente sul territorio, anche con buoni risultati. Sanno molto, fanno molto,
affiderei soprattutto al loro parere e alla loro esperienza ogni decisione sul
da farsi: ovvero, su come gestire la presenza esuberante e forse esondante del
lupo in Italia. Ma le decisioni che pesano, e i finanziamenti che servirebbero
(per esempio per un monitoraggio non occasionale della fauna selvatica:
l’ultimo censimento del lupo è del 2021), dipendono dalla politica e dalle
istituzioni annesse, prima tra tutte l’Ispra, Istituto Superiore per la
Protezione e la Ricerca Ambientale. In Parlamento c’è qualcuno che si alza
strillando “spariamo al lupo!”, ma è solo folklore. Prevarranno l’indecisione,
il timore di perdere voti dall’una o dall’altra parte, e tutto verrà affidato
al caso, alla pazienza di chi subisce danno, alla speranza che “il lupo si
regoli da solo”, come mi scrive qualche animalista molto ma molto ottimista. Nel
frattempo vale quello che dice il mio amico Massimo Castelli, ex sindaco in Val
Trebbia, tartufaio (cane senza guinzaglio!), ex portavoce delle aree di
montagna, che nel 2019 ebbe una standing ovation in Parlamento per un suo
discorso appassionato sulla vita nelle valli: i Lupi sono una specie in
espansione, gli Umani dei Monti una specie in estinzione, bisogna trovare la
maniera di farle convivere.
Nessun commento:
Posta un commento