“Uomini&Donne”. 1 Arriva un momento – e chissà se sono per tutti i cinquant’anni – in cui per capire bene chi sei cominci a guardarti indietro. Ti interessano, all’improvviso, le vite di chi c’era prima. Chi era tua madre, quale relazione avete intessuto, quant’è stata forte, quanti danni ha fatto, se ne ha fatti. O quanto bene ha portato. Chi era tuo padre, prima che tu esistessi e negli anni in cui non lo puoi ricordare. Gli anni per i quali ti aiutano solo le foto sbiadite. Parlo per chi è nato nei 70 o ancora prima, immagino che per chi è venuto dopo sia più semplice. Invidio molto una foto di mio fratello piccolo in braccio a mio padre giovanissimo sull’uscio della casa di nonna Caterina. Non mi pare di averla, una foto così. Ci ho pensato mentre guardavo il documentario di Lorenza Indovina, La verità migliore, al cinema Barberini di Roma. Lorenza – che seguo da sempre come attrice, ma non conoscevo come regista – mi aveva raccontato una storia, un paio di anni fa. Mi aveva detto di questo padre perduto che lei a stento ricorda, ma che aveva una relazione con Soraya. Proprio lei, la principessa iraniana ripudiata dallo scià. E che era morto in un misterioso incidente aereo nel 1972. Quando Lorenza aveva solo sei anni e lui – Franco Indovina, regista cresciuto al fianco di Antonioni – se n’era già andato di casa. Di lui, Lorenza e sua sorella non avevano voluto – per lungo tempo – sapere nulla. Quando a un tratto un gruppo di persone avvicina Lorenza dopo uno spettacolo a teatro. Sono i parenti delle vittime del volo in cui è morto suo padre. Sono convinti che quello del 5 maggio 1972 non sia stato un incidente. Che su quell’aereo Alitalia Roma-Palermo che si è schiantato a Montagna Longa poco prima dell’atterraggio fosse stata piazzata una bomba. Così per Lorenza comincia un viaggio. Conosce i parenti delle altre 114 vittime. Le storie di famiglie distrutte, di vedove che hanno dovuto risollevarsi da sole: una di loro aveva un figlio da crescere, e lo teneva dentro a una cassetta di frutta al mercato di Milano. Ma il viaggio di Lorenza in cerca della verità, fra periti, ipotesi e contro-ipotesi, serve a capire chi è lei. Cosa ricorda di quel padre. (Una cosa sola: il momento in cui prima di attraversare un cavalcavia le diceva: chiudi gli occhi, faccio una magia, si vola). Cerca nei ritagli del giornale, nei ricordi della sorella, in quelli dello zio, in una tomba e dentro di sé. All’inizio del film c’è una frase di Ennio Flaiano: “Il gioco è questo: cercare nel buio qualcosa che non c’è e trovarla”. Alla fine, la protagonista cerca di creare con un ritaglio la foto con suo padre che non ha. Indovina ha girato La verità migliore per celebrare l’importanza della memoria. Per dire: alleniamola sempre, teniamola stretta, non affidiamola ai telefonini. Salviamo i ricordi, perché ci dicono chi siamo. (“Ricordo dunque sono”, testo di Annalisa Cuzzocrea pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” di ieri, primo di maggio 2026).
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
sabato 2 maggio 2026
Cosedettecosì. 21 “Una storia in due tempi”.
Marina frugò da capo nella cavità misteriosa sperando trovare uno
scritto, ma senza frutto. Riprese a esaminare gli oggetti. Le pareva che
ciascuno d'essi si struggesse di parlare, di gridare: «Intendi!». Finalmente,
voltando e rivoltando per ogni verso lo specchietto, s'avvide di qualche segno
tracciato a punta di diamante sul vetro. Erano lettere e cifre segnate da una
mano incerta. Con paziente attenzione Marina arrivò a leggere la seguente
laconica scritta: «Io - 2 MAGGIO 1802». Parve a Marina che una luce lontana e
fioca sorgesse nell'anima sua. 1802! Non viveva in quel tempo al Palazzo la
infelice prigioniera, la pazza della leggenda? Forse era lei. Quel guanto, quei
capelli erano reliquie sue. Ma nascoste da chi? Marina, quasi senza sapere che
si facesse, afferrò il libro di preghiere e ne sfogliò le pagine. Ne cade un
foglio ripiegato, tutto, tutto coperto di caratteri giallognoli, sbiaditissimi.
Ella lo apre e vi legge: «2 maggio 1802. PER RICORDARMI. Ch'io mi ricordi, nel
nome di Dio! Altrimenti perché rinascere? [...]». (Tratto da “Malombra”
– 1881 – di Antonio Fogazzaro).
“Uomini&Donne”. 2
“L’unica verità che conta”, testo di Malcom Pagani pubblicato sul settimanale
“d” del quotidiano “la Repubblica” del 30 di aprile 2026: Forse la bomba
era nell'ala. Forse scoppiò prima del previsto. Forse, invece, all'aereo
spararono. Forse tra le persone che si erano tolte le scarpe e tenevano il
crocifisso tra i denti c'era stato il tempo di capire: «Quanta paura puoi
provare in quattro minuti e mezzo? Quanta nostalgia?». Il Dc8 Roma-Palermo del
5 maggio 1972 precipitò sul costone di Montagna Longa, tra Cinisi e Carini,
scivolò a lungo tra rocce, fiori ed erba e lasciò a terra in piena notte i
corpi di 115 persone. A bordo di quel volo viaggiava Franco Indovina, il
regista che aveva lavorato con Rosi, Antoniani e Visconti, scriveva le sue
storie con Tonino Guerra, convinceva Carmelo Bene a prendere schiaffi in scena,
faceva inseguire Gassman dai tori e con Lorenza, sua figlia, aspettava i
saliscendi in macchina per sentirsi altrove: «Chiudi gli occhi che adesso
voliamo». Lorenza sospetta di aver deciso di diventare attrice e vivere «tra
realtà e finzione» al solo scopo «di ripetere quel gioco e averlo più vicino».
Perse suo padre a sei anni: «Mia madre mi disse che si era trattato di un
incidente, che lui dormiva e non aveva sentito nulla» e poco dopo la donna che
aveva provato invano a rassicurarla: «per amore e per dolore». Franco si era
perso dietro a un'al-tra donna, aveva lasciato la famiglia ed era andato
lontano. Dai giudizi, dai sensi di colpa e dall'invadenza collettiva che sulla
sua storia con la principessa Soraya, sposa di Reza Pahlavi, Scià di Persia,
aveva eletto i fotografi a esecutori della volontà popolare e a testimoni
oculari di uno scandalo. Che fossero in un ristorante di Piazza del Popolo o
sul Gargano, i paparazzi scattavano. I giornali pagavano e poi pubblicavano.
Soraya era sempre andata oltre la propria parabola. Prima di essere ripudiata,
con lo Scià aveva trascorso 7 anni. Anni taglienti come uno specchio rotto,
pieni di guai, passati ad aspettare un figlio che non arrivava, con il consorte
che, assalito dal rimpianto e dalla vergogna, aveva pensato di abdicare in favore
del fratello Ali. Stava per dirglielo: non fece in tempo perché Ali morì in un
incidente aereo. Coincidenze. Ascese. Cadute. Domande. Risposte. Chi non le
riceve di solito ha tre strade: arrendersi, rimuovere o insistere. Lorenza
aveva semplicemente cercato di dimenticare e si era accontentata della sua
verità: «Papà mi aveva abbandonata molto prima dell'incidente, non mi ero mai
interessata a lui, come lui non si era interessato a me. Io e lui avevamo
chiuso così», e non aveva inseguito altre spiegazioni perché la verità è un
affare complesso: «Ci sfiora, ma poi scappiamo per paura che possa ferirci a
morte». Lorenza non voleva altre cicatrici. Con Franco, d'altra parte, non
aveva neanche una foto. Un giorno, ai margini di uno spettacolo, bussano alla
porta del suo camerino. Chi sono? Cosa vogliono? Vogliono raccontarle che anche
loro, in quel giorno del '72, hanno perso tutto. Sono parenti, figli, fratelli
delle vittime. Gente che per mezzo secolo non ha smesso di domandare,
insoddisfatta dei risultati delle commissioni d'inchiesta, persuasa che lì, a 5
chilometri dall'aeroporto - ginestre e cemento a due passi dal mare - non si
fosse trattato di errore umano, ma di un tassello di una storia più grande. Due
giorni dopo si sarebbero tenute le elezioni, la strategia della tensione era al
suo acme, il golpe: "Ankara, Atene, adesso Roma viene" era un coro,
un sentimento, una possibilità. Il Dc8 era stato un mezzo? Un fine? Il danno
collaterale di una guerra a bassa intensità? Su quella storia Lorenza Indovina
ha girato un film bellissimo: tanto delicato quanto violento perché esistono
vicende che non si possono ingentilire neanche quando a occuparsene sono
persone piene di grazia. Lo ha intitolato “La verità migliore” perché - è il
sottinteso - l'unica che conti in una tragedia, che sia Shakespeare o Montagna
Longa, è «far uscire i fantasmi dall'ombra» e restituire voce a chi,
dimenticato e ignorato, non ha smesso di cercare.
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