“Nessun conflitto porterà la liberta ai popoli oppressi”, testo della intervista di Annalisa Cuzzocrea allo scrittore americano Colum McCann pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, martedì 17 di marzo 2026: (…). Siamo dentro un’emergenza senza fine? «Viviamo un tempo esponenziale in cui le cose avvengono a una velocità finora sconosciuta. È un momento di grande confusione che dobbiamo essere in grado di riconoscere. Perché se non lo facciamo, prevalgono da una parte il silenzio – la paura di parlare di quel che accade – e dall’altra il rumore di chi commercia semplificazioni».
Che tipo di semplificazioni? «Tutti sappiamo che il regime dell’Ayatollah Ali Khamenei era malvagio. Sappiamo che ha esaltato le guerre per procura, la terribile oppressione delle donne, quella degli attivisti, dei liberi pensatori. Sappiamo che molti iraniani sono in esilio e che vogliono tornare. Sappiamo che è un Paese bellissimo, affascinante, energico, pieno di intellettuali e di storia. Eppure, sappiamo anche che, per quanto vorremmo che questa parte del mondo fosse felice — e anche questa è una semplificazione — non saranno Trump e Netanyahu a renderlo possibile. E che la cosa che più resterà, di queste ultime settimane, a meno che non succeda qualcosa di ancora più terribile, sarà l’immagine di 150 bambine sterminate in una scuola».
C’è un’indagine aperta, si parla di un errore di mira di chi ha sferrato l’attacco. Probabilmente gli americani. «Se la storia ci insegna qualcosa, è questa: non cambieremo l’Iran bombardando le persone. È una grande stupidità. È davvero intollerabile pensare che abbiamo fatto una cosa del genere. Ricorda l’Iraq? Fu venduta come una guerra per la libertà, doveva esportare la democrazia, doveva essere rapida e facile».
Anche lì ci furono vittime civili che venivano definite, con un orribile eufemismo, “danni collaterali”. Adesso non si cerca nemmeno più di nascondere la ferocia con le parole. «Perché le loro parole sono feroci. Lo sono quelle di Trump, di Hegseth, di Netanyahu. E alla crudeltà dei messaggi si uniscono le bugie: hanno osato dire che a colpire la scuola era stato un missile Tomahawk lanciato dallo stesso Iran. Come dei bambinetti che giocano in cortile nascondendosi dietro le menzogne. È insopportabilmente vile quello che fanno e quello che dicono».
Se il vero obiettivo non è un cambio di regime in Iran, quale pensa che sia? «Questa è la guerra di Benjamin Netanyahu, ed è dovuta esclusivamente al suo desiderio di restare ancora al potere».
Eppure, ufficialmente, è una guerra dovuta alla paura di quel che l’Iran stava progettando – la bomba nucleare – e finanziando, il terrorismo. E viene in soccorso del bisogno di libertà di un popolo oppresso dal regime degli ayatollah. «Ho sentito i miei amici in Israele e in Cisgiordania. Mi creda, non c’è alcun sollievo nelle loro voci. Niente che non abbia solo accresciuto la paura. In Iraq – torno ancora lì – sono morte tra le 400 mila e le 600 mila persone. Ce lo ricordiamo? È l’equivalente di quattro o sei Hiroshima. Lasciamo che questo dato affondi un momento nella nostra coscienza. Fu una catastrofe, eppure pensavamo che sarebbe stata una grande guerra per la libertà. Ma c’è un fatto incontrovertibile che dobbiamo ricordare: nessuna di queste guerre porta libertà».
Possiamo rassegnarci all’idea che non ci sia più un ordine internazionale valido, visto che è stato violato così tante volte, e che se ne possa fare a meno lasciando che a prevalere sia la legge del più forte? «È una resa che non possiamo permetterci. Mi fa venire in mente il carteggio sulla guerra tra Albert Einstein e Sigmund Freud del 1932. Due delle menti più brillanti del Novecento non riuscivano a venirne a capo, ragionavano sulla mitologia dell’istinto che porta alla violenza e sulla forza del diritto che dovrebbe ostacolarla. Speravano che l’evoluzione tecnologica avrebbe reso la guerra impossibile, perché avrebbe portato all’autodistruzione del genere umano. Ma neanche quel terrore è bastato».
Cos’è cambiato rispetto a quasi cento anni fa? «Quel che è diverso da allora è che è tutto più veloce. Ogni giorno c’è una nuova svolta di stupidità. È molto difficile dire: “Aspetta un momento. Non so cosa sta succedendo. Voglio capire. Perché non ci fermiamo un attimo e ne parliamo?”. Se lo fai, ti rispondono che sei ingenuo, sentimentale, ma non è così. Quello di cui abbiamo bisogno è ciò che chiedeva Einstein circa novant’anni fa: che le nazioni si riuniscano e che le grandi menti del nostro tempo si incontrino per discutere di queste cose. Ma non abbiamo la possibilità di farlo, perché continuiamo a girare come dentro una lavatrice impazzita. Giriamo tutti talmente forte che vorremmo solo uscirne dicendo: “Non è un mio problema”».
È possibile? «No, perché lo è».
Come sta reagendo l’opinione pubblica americana a questa nuova guerra? «Sa cosa definisce il panorama americano? Ogni cento miglia, in qualsiasi parte di questo Paese, c’è un elemento costante: le stazioni di servizio con i prezzi della benzina scritti in rosso e in verde. Quei prezzi sono l’indicatore dell’umore del Paese. Ora la benzina costa — nel punto più caro — forse più di quanto sia mai costata. In California più di 5 dollari al gallone. Qui a New York circa 4 dollari al gallone. Questo guida il modo in cui gli americani pensano all’economia».
Quindi non sono contenti. «Per niente. C’è chi odia Trump, mentre i suoi stessi sostenitori sono confusi. La sua campagna elettorale prometteva benzina più economica, prezzi più bassi e niente guerra. È successo il contrario e dal presidente arrivano solo nuove, continue, enormi bugie. Non riesco a capire come qualcuno possa ancora sostenerlo».
Crede che qualcosa possa cambiare con le elezioni di medio termine? «Sono sempre stato un ottimista, ma adesso mi chiedo se possa davvero succedere qualcosa o se stiamo semplicemente scivolando verso il disastro. Se cediamo alla disperazione lasciamo vincere loro, me ne rendo conto, ma dove stiamo parlando di queste cose? In che modo possiamo influenzare davvero chi governa? Stiamo permettendo ai grandi poteri economici di dominare il mondo come nuove grandi superpotenze. Il neocolonialismo è il loro, quello di Google, Meta, Microsoft».
In democrazia, però, gli strumenti per incidere li abbiamo ancora. «Ciò che penso da un po’ è che bisognerebbe partire dagli insegnanti e dalle scuole. Se li rispettassimo di più, se li pagassimo meglio, se dessimo loro più prestigio sociale vivremmo in un posto molto migliore. Ma ci vorrebbe almeno una generazione per vederne gli effetti».
Nel frattempo? «Nel frattempo, possiamo fare due cose fondamentali: prenderci cura gli uni degli altri e aprire la porta. Condividere le storie, non i messaggi politici, non la propaganda. Continuo a credere che solo in questo modo ci si possa davvero capire».

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