“Appuntamento alla fine dell’era fossile”, testo di Giuseppe De Marzo pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 17 di aprile 2026: Il 2026 sarà ricordato come l'anno in cui gli interessi dietro lo sfruttamento di armi e idrocarburi hanno distrutto cooperazione e diritto internazionale o come quello in cui l'umanità ha deciso di iniziare a costruire un futuro libero da combustibili fossili, ingiustizie sociali e guerre? Per uscire dalle difficoltà abbiamo una grande opportunità, dal 24 al 29 aprile a Santa Marta, in Colombia, si svolgerà la prima conferenza mondiale sulla riconversione per l'abbandono dei combustibili fossili. Un incontro senza precedenti che alimenta molto più che una speranza, tracciando un nuovo percorso politico. Per la prima volta nella storia più di 50 governi, centinaia di realtà sociali, ong, movimenti per la giustizia ambientale, premi Nobel, accademici, istituzioni locali, comunità indigene, movimenti delle donne, scienziati, si incontreranno per pianificare l'eliminazione graduale, equa, finanziata e programmata del carbone, del petrolio e del gas. Perché sono la causa principale del riscaldamento globale, della crisi climatica, della riduzione della biodiversità e di tutte le guerre che ormai si combattono quasi esclusivamente per accaparrarsi le risorse necessarie a mandare avanti un modello estrattivo energivoro e insostenibile. Concentrarsi solo sulla riduzione delle emissioni di gas climalteranti, come avvenuto fino a ora, e non sulla necessità di ripensare il modello energetico e industriale, limita la nostra comprensione del problema. Per esempio, continuare ad approvare nuove miniere, giacimenti, megaprogetti estrattivi, attività di ispezione in alto mare, accelera il collasso climatico che è causato dall'estrazione dei combustibili fossili, a prescindere dalla mediazione su come ridurre le emissioni oggi. Così come insistere con false soluzioni e operazioni di greenwashing tipo cattura e stoccaggio di carbonio, compensazioni, idrogeno blu, geoingegneria.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
venerdì 24 aprile 2026
MadreTerra. 71 Vandana Shiva: «La speranza non ci è data: la creiamo. La coltiviamo attraverso le relazioni che costruiamo e i mondi che generiamo insieme. Siamo biodiversità. Siamo Jiva – esseri viventi. Siamo Terra».
“La democrazia è salvare la Terra”, testo di Vandana Shiva pubblicato
su “il Fatto Quotidiano” di ieri, giovedì 23 di aprile 2026: (…). Dobbiamo
riconoscere che gli esseri umani non sono al vertice della piramide evolutiva e
dobbiamo guarire le divisioni che ci hanno separato gli uni dagli altri e dalla
Terra. Siamo parte di un destino comune. La salute del pianeta non può essere
separata dalla salute dei nostri corpi e delle nostre comunità. Questa
consapevolezza – ancora oggi centrale nelle culture indigene e contadine – è
occultata da un sistema economico guidato dall’avidità, un sistema che ha
violato i limiti e l’integrità degli ecosistemi, un sistema che ha spezzato i
cicli ecologici e nutrizionali della vita. È un sistema che oggi considera la
democrazia un ostacolo ai propri obiettivi, che militarizza il dibattito e la
società per garantire profitti a un’economia che spende somme oscene in armi e
controllo invece che nella salute delle persone e della Terra. Questa economia
racchiude combustibili fossili, armi, finanza, agricoltura industriale,
autoritarismo e violenza. Tutto ciò serve gli interessi privati di
un’oligarchia sempre più ricca che non riconosce il diritto internazionale e
rifiuta il multilateralismo e la cooperazione. Negli ultimi mesi abbiamo
assistito ad attacchi senza precedenti alle fondamenta stesse della
cooperazione internazionale. Questi attacchi ci ricordano che anche le nostre
risposte devono crescere in forza e solidarietà. Per proteggere la vita sulla
Terra dobbiamo agire insieme, non solo a livello locale, ma anche globale. Le
crisi che affrontiamo travalicano i confini e possono essere affrontate solo
attraverso una cooperazione radicata nella solidarietà. (…). Ma le false
soluzioni non faranno uscire dalla crisi. La cosiddetta Green economy non mette
in discussione il concetto di crescita illimitata. La crescita illimitata è
un’aberrazione che distrugge la Terra e la società, arricchendo solo una
piccola minoranza di miliardari mentre impoverisce i sistemi viventi che ci
sostengono tutti. Abbiamo la responsabilità di affrontare le infinite emergenze
che stanno scuotendo il pianeta analizzando il cuore stesso del concetto di
crisi. Una autentica economia di pace non può essere generata se prima non
abbandoniamo un immaginario economico fondato sulla guerra e sulla violenza. Dobbiamo
liberare le nostre pratiche da questo paradigma, costruendo una nuova alleanza
ecologica intergenerazionale. Per costruire un futuro che sia al servizio del
benessere di tutti dobbiamo rompere la gabbia antropocentrica e dare forza e
slancio a una democrazia della Terra, che riconosca le relazioni inseparabili
tra tutte le entità viventi che intessono la rete della vita. La vita prospera
attraverso lo scambio, la cooperazione e la reciprocità. Queste relazioni
viventi nutrono la capacità della Terra di rigenerarsi. In tutto il mondo, le
comunità stanno riconquistando spazi democratici di cui il potere delle
corporazioni si era appropriato. Difendono il principio secondo cui natura e
società non possono essere separate. Rivendicano il diritto
all’auto-organizzazione. Una delle sfide più importanti in questa lotta è
riconoscere i diritti della natura. In molti luoghi del mondo questa visione
sta già diventando realtà, materializzandosi in nuovi diritti costituzionali,
leggi e pratiche viventi che rafforzano le comunità e proteggono gli
ecosistemi. Queste trasformazioni sono alimentate anche da spazi di
apprendimento e pratiche condivise che riconnettono il sapere con la Terra
vivente. In India, l’esperienza della Navdanya Earth University ha dimostrato
che un’educazione ecologica fondata sulla biodiversità, sulla libertà dei semi
e sulla conoscenza dei contadini può allevare una nuova generazione di
cittadini della Terra. In Italia, l’iniziativa Terrae Vivae di Navdanya
International sta aiutando le comunità a riscoprire l’agroecologia, la cura del
territorio e la saggezza culturale che permea i paesaggi locali. Pur nate in
contesti diversi, queste esperienze condividono lo stesso spirito: ricostruire
il nostro rapporto con la Terra attraverso la conoscenza, la comunità e la
difesa della vita. La natura non esiste esclusivamente per il beneficio degli
esseri umani. Ogni forma di vita ha un valore intrinseco e il diritto di
esistere. Riconoscere questa verità richiede che trasformiamo le nostre scelte
e azioni in comportamenti coerenti, se vogliamo superare la crisi
socio-ambientale. È necessario un nuovo paradigma civile, che ponga al centro
il diritto della vita a vivere. Prendersi cura della Terra è il fondamento di
un’alleanza ecologica che promuove una democrazia basata sulla difesa della
biodiversità e della sovranità alimentare, sulla partecipazione delle comunità
locali e sul riconoscimento del diritto all’esistenza di ogni essere vivente. I
movimenti hanno quindi la responsabilità di democratizzare il sapere e
rafforzare quella che De Marzo chiama “demodiversità”, per dare legittimità a
diverse forme di democrazia, e non solo a quella liberale occidentale. Pluralismo,
decolonialità e interdipendenza sono indispensabili per la liberazione umana.
Nella democrazia della Terra non esistono specie sacrificabili né culture usa e
getta. La diversità garantisce l’equilibrio. E l’equilibrio assicura che
nessuna specie o cultura domini sulle altre. Democrazia autentica, diversità e
decentralizzazione sono indissolubilmente legate. Questo è lo scopo di
L’internazionale della Terra: sostenere l’azione delle alternative portate
avanti dai movimenti per la giustizia ambientale ed ecologica. Mira a collegare
obiettivi locali e internazionali, permettendoci di sentirci parte di una comunità
di destino che lotta per la democrazia della Terra. La forza di
L’internazionale della Terra nasce dalla nostra autonomia auto-organizzata e
dalle nostre relazioni reciproche, dalla nostra resilienza spirituale, emotiva
ed ecologica che cresce dall’intimità del nostro essere. La speranza non ci è
data: la creiamo. La coltiviamo attraverso le relazioni che costruiamo e i
mondi che generiamo insieme. Siamo biodiversità. Siamo Jiva – esseri viventi.
Siamo Terra.
La realtà
dei fatti e lo studio dei dati denunciano come la produzione mondiale di
petrolio, gas e carbone non sia diminuita, ma aumentata in molte aree del
mondo. I modelli scientifici che studiano i sistemi energetici ci dicono che,
se vogliamo contenere l'aumento della temperatura dentro la soglia indicata
dall'accordo di Parigi nel 2015, dobbiamo lasciare sottoterra il 60% delle
riserve di petrolio e gas ed il 90% di quelle di carbone. I governi prevedono
invece di produrre entro il 2030 più del doppio dei combustibili fossili compatibili
con gli impegni presi. Previsioni che non includono gli impatti della costruzione
di nuove infrastrutture come pozzi, oleodotti, centrali a carbone, terminali
Gnl, ecc. E che non tengono conto delle conseguenze negative delle licenze di
esplorazione per progetti che se realizzati funzionerebbero per decenni,
ostacolando qualsiasi cambiamento, lasciando sul campo strutture vecchie e
pressioni finanziarie, contrattuali e politiche che impedirebbero la
riconversione ecologica. Gestire la diminuzione graduale della produzione di
combustibili fossili in maniera pianificata risulta più stabile da ogni punto
di vista, evitando conseguenze che finiscono puntualmente per essere pagate dai
cittadini, come vediamo in queste settimane. Per queste ragioni la conferenza
di Santa Marta si pone l'obiettivo di istituire un Trattato Internazionale di
non proliferazione per una giusta transizione da petrolio, gas e carbone.
Puntando a una riconversione equa a livello globale verso energie ed economie
pulite e a basse emissioni, investendo e cooperando affinché nessun Paese,
comunità o lavoratore venga lasciato indietro. Il percorso è stato lanciato sei
anni fa, a settembre 2020, da un'alleanza globale durante il Climate Week di
New York. Nel corso del tempo ha raccolto adesioni ma soprattutto ha visto
rafforzare la consapevolezza e l'urgenza dell'obiettivo di fondo: portare
l'umanità oltre l'era dei fossili. Aprendo la strada a un nuovo strumento
giuridico vincolante per coordinare l'eliminazione graduale a livello
internazionale e costruire un futuro più sicuro e sostenibile per tutti e
tutte. L'incontro di Santa Marta offre all'umanità la possibilità di superare i
fallimenti trentennali della diplomazia climatica, le debolezze e le ambiguità
dei singoli Stati, i limiti strutturali delle conferenze internazionali sul
clima, come quelli visti durante l'ultima Cop30 di Belem, l'assenza di cronoprogrammi
e di strumenti economici in grado di garantire equità nella transizione. È
l'unica iniziativa in campo a livello internazionale in grado di rimettere
insieme i fili del multilateralismo e il bisogno di cooperazione
internazionale. Con i suoi obiettivi e la sua proposta politica sfida gli
interessi che legano armi, fossili e finanza speculativa, impedendo da anni la
riconversione ecologica complessiva del sistema. Transizione indispensabile per
evitare uno stato di guerra globale permanente in cui valga solo la legge del
più forte, come vorrebbe il duo criminale Trump-Netanyahu. Ritardare ciò che è
indispensabile per tornare a vivere bene aumenta i rischi per i lavoratori, per
le comunità colpite da conflitti ecologico distributivi, per le istituzioni
locali, per i rifugiati climatici, innesca turbolenze e speculazioni
finanziarie, rafforza gruppi di potere e lobby illegali, facendo crescere la
minaccia di una catastrofe globale. Giustizia climatica e pace sono
indissolubili. Lo sfruttamento dei combustibili fossili porta a conflitti e
instabilità, come vediamo in queste settimane in Iran. Mettere fine alla nostra
dipendenza dai fossili non è solo un'esigenza sociale e ambientale ma
rappresenta l'unico progetto di pace praticabile. La politica, a partire dal
nostro Paese dove il governo nega la crisi climatica e usa i soldi per welfare,
lavoro e riconversione per le armi, ha l'occasione di tornare a essere
strumento di cambiamento.
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