“È sempre colpa dei giovani”, testo dello scrittore Paolo Di Paolo pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 10 di aprile 2026: In un romanzo del 1973, "Caro Michele", Natalia Ginzburg dà voce a una donna quarantenne (si sembrava più vecchi, allora) che giudica i giovani intorno a lei: «Il mondo ora è pieno di questi ragazzi, che girano senza scopo da un posto all'altro. Non si riesce a capire come invecchieranno. Sembra che non debbano invecchiare mai. Sembra che debbano restare sempre così, senza casa, senza famiglie, senza orari di lavoro, senza niente». Nello stesso anno, sul Corriere della Sera un articolo «Contro i capelli lunghi» è firmato da Pier Paolo Pasolini: «Le maschere ripugnanti che i giovani mettono sulla faccia...». Quattro anni dopo una lettrice del Giornale, una insegnante di scuola media, scrive al direttore Indro Montanelli. Il quale, nella risposta, «il settarismo, l'intolleranza, l'irrazionalità che caratterizzano tanti giovani d'oggi». Eccoli là: i giovani d'oggi. Una categoria, un'etichettatura buona per ogni stagione, da Socrate a Cicerone alla fine dei tempi. Basta, molto banalmente, invecchiare: e la fatica che facciamo a orientarci nel presente si traduce in una dialettica imbarazzante per come è ovvia. Ah, i giovani: istupiditi dalla tecnologia digitale, incollati ai loro smartphone, ignoranti... Non si tratta di sottovalutare gli effetti di un'esposizione agli schermi fin dalla prima infanzia né la riduzione delle capacità di concentrazione o ancora l'incremento di stati ansiosi generati dalla immersione permanente nell'acqua dell'online. Si tratta semmai di rigettare le semplificazioni apocalittiche, di ragionare con più serietà e meno formule fisse sugli effetti che la grande rivoluzione del ventunesimo secolo ha avuto e sta avendo sugli adulti, compresi i più attempati. L'ultima copertina del New York Times Magazine, per dire, racconta come una generazione cresciuta con lo smartphone stia cercando di immaginare una vita senza esserne ostaggio: bene.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
domenica 19 aprile 2026
Cosedettecosì. 19 Natalia Ginzburg: «Il mondo ora è pieno di questi ragazzi, che girano senza scopo da un posto all'altro. Non si riesce a capire come invecchieranno. Sembra che non debbano invecchiare mai. Sembra che debbano restare sempre così, senza casa, senza famiglie, senza orari di lavoro, senza niente».
(…). Se un ragazzino di 13 anni va in giro con una maglietta su
cui c'è scritto "Vendetta" e, istruito in rete all'uso delle armi,
decide di uccidere la sua professoressa di francese, rammaricandosi poi di non
esserci riuscito, vuol dire che un limite lo abbiamo passato. Ora si discute
sull'urgenza di introdurre soglie per l'accesso ai social: il divieto ai minori
di 16 anni è la regola più gettonata anche in Italia, sul modello di Australia
e Francia, Germania e Spagna. Serve? Non sono un esperto, vedo quello che mi
succede intorno e spesso lo racconto qui. I divieti sono sgradevoli e da soli
non bastano se quel che resta delle nostre civiltà non lo accompagniamo con
scelte che cambiano il segno della nostra convivenza. Puoi vietare tutto quello
che vuoi, ma se nel frattempo non costruisci un ecosistema che aiuti,
soprattutto i ragazzi, a ritrovare il gusto e la passione per l'incontro
fisico, dei corpi e delle menti, non caverai un ragno dal buco. Poi c'è un
altro problema, che in tutta questa chiacchiera intorno alla bolla digitale mi
pare trascurata: il ruolo dei colossi tecnologici, veri padroni dei nostri
pensieri, dei nostri dati, delle nostre vite. A ragione, Le Monde considera il
divieto ai minori sui social media una risposta protettiva solo all'apparenza.
In realtà, implica solo un pericoloso trasferimento di responsabilità: si
chiede ai genitori degli adolescenti di fare "il lavoro sporco" che
gli Stati non vogliono imporre ai giganti digitali. Perché in tutti gli altri
settori nei quali è in ballo la tutela della salute pubblica spetta ai
produttori dimostrare che la loro "merce" non è pericolosa, mentre
sui social questo principio non esiste? Per immettere un farmaco sul mercato
servono studi clinici severissimi, per gli additivi alimentari test
tossicologici rigorosissimi. Perché a Meta, Tik Tok o Snapchat non si richiede
lo stesso standard di sicurezza, a difesa di un sano sviluppo cognitivo,
emotivo e sociale dei loro utenti? Guardate, la domanda ha molto senso. E ci
interroga, ancora una volta, su un punto-chiave: il rapporto tra potere
politico e strapotere tecnologico. Il secondo, ormai annichilisce il primo, che
ha rinunciato anche solo a dettare le regole del gioco. E invece dovrebbe
farlo: mettiamo pure i divieti ai ragazzi, ma imponiamo ai social un vero
controllo su ciò che veicolano. Spetta ai padroni dell'algoritmo accettarne il
limite, e tocca ai governi farlo rispettare. Prima che sia troppo tardi. O
forse è già troppo tardi? Me lo chiedo perché sul New York Times ho letto che
nel 2025 i big della Silicon Valley hanno speso 151 milioni di euro per una
massiccia campagna di lobbying nei confronti dei parlamentari europei, per
convincerli a fare leggi che affidino ai genitori dei ragazzi il compito di
vigilare. Meta ha speso 10 milioni di euro, Google 4,5 milioni. Con
raccapriccio, ho appreso che, a fronte dei 720 membri dell'Europarlamento, a
Bruxelles ci sono 890 lobbisti tecnologici. Se vincono loro, perdiamo tutti.
(Tratto da “Il lavoro sporco” di Massimo Giannini, pubblicato sul settimanale
“d” del quotidiano “la Repubblica” dell’11 di aprile 2026).
E i padri? I padri che puntano il dito,
che scuotono la testa (alzandola per un istante dal loro telefono), che
applaudono questo o quel politico che moralisticamente fa proclami sul divieto
di uso dei device a scuola? Come e quanto sono "peggiorati" gli
adulti? Con il loro sfrenato commentare su social per over 30, con il
"brainrot", fuffa spappola-cervello che condividono, con la loro
incapacità di riconoscere contenuti smaccatamente generati dall'Ia, con la loro
scarsa capacità di difesa dalle fake news più paranoiche, complottiste,
demagogiche, demenziali; con i loro goffi stucchevoli e kitsch "buongiornissimo"
condivisi a ripetizione... È la punta di un iceberg che rende quasi
insostenibile - oltre che del tutto inattendibile - il ritornello, con cospicua
estensione giornalistica ed editoriale, sui giovani che non leggono (invece gli
adulti sono gran lettori!) e sono stravolti dalla vita online. «Si
radicalizzano su Telegram», si dice commentando fatti di cronaca legati in ogni
caso a problematiche eccezioni: può darsi, ma se Telegram è una fogna abitata
da psicopatici e pedofili non credo sia da addebitare a chi ha l'anagrafe in
questo secolo. Mi impressionò qualche tempo fa registrare gli sguardi assertivi
e convinti della platea radunata in una sala romana per una conferenza del
ministro dell'istruzione. Giuseppe Valditara annunciò che sarebbe stato
interdetto e/o seriamente limitato l'uso dello smartphone in classe. Bravo! Era
ora! Un severo e paternalistico entusiasmo: finalmente! Scrissi allora che
immaginavo le occhiate di adulti fra adulti, educatori presunti, pronti, un
istante dopo il battimani, a tornare chini sul loro smartphone. I novecenteschi
sono quelli che fanno squillare il telefono al teatro e al cinema. E che fanno
i moralizzatori incongruamente. Ma paternalismo e moralismo non funzionano di
per sé, anzi; né il problema - oggettivamente vasto e articolato - è di natura
algebrica. Non si risolve cioè con le prescrizioni. Quanti genitori riescono a
vietare l'uso dello smartphone in casa? Siamo sicuri che sia la strada? E dove
mettiamo il patto di fiducia, necessario sul piano educativo? Essere affrettati
e irrazionali, ma soprattutto incoerenti - detto altrimenti: incapaci di
incarnare un rapporto equilibrato fra vita online e vita offrine - non porta
lontano. La Gen Z sarà J pure quella ansiosa e vulnerabile, ma - senza
blandirla o idealizzarla - sa rivelarsi più consapevole e attrezzata sul tema
di quanto, ribadisco, lo sia quella dei genitori. Letteralmente e goffamente
sbarcati da un'altra era. Hanno bisogno di un manuale che serve molto meno ai
figli e ai figli dei figli: come avvertiva qualche anno fa lo psicoterapeuta
Alberto Rossetti in un saggio prezioso - "La vita dei bambini negli
ambienti digitali" (Gruppo Abele) - un errore che facciamo spesso è quello
di «considerare il digitale, che sia un cartone animato alla televisione, una
app educativa o un videogame, separato dal contesto in cui si trova. Ma non è
così, non è mai così. L'effetto di una tecnologia non è mai assoluto, ma sempre
legato al contesto in cui è inserita». Ripartiamo da qui, da un po' di
autocritica, da meno schemi, e da qualche prezioso e intelligente distinguo.
Parola chiave: bi-alfabetizzazione. Ma «per diventare bi-alfabetizzato il
bambino ha poi bisogno di un mondo adulto che, oltre a essere più formato,
diventi anche più responsabile e consapevole».
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