“America senza speranza gettiamo le basi di un’altra era”, testo della intervista di Annalisa Cuzzocrea allo scrittore Stephen Markley pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, domenica 10 di maggio 2026: (…). La violenza politica ha una lunga storia in America, ma in appena due anni ci sono già stati almeno due tentativi di uccidere Donald Trump. C’è stato l’assassinio dell’attivista di ultradestra Charlie Kirk. E le uccisioni nelle strade di Minneapolis di due manifestanti pacifici come Renée Good e Alex Pretti da parte dell’Ice. Il suo Paese è vicino a un punto di non ritorno? «No, non credo nei punti di non ritorno e certamente non c’è motivo di disperare. Ci sono le elezioni di metà mandato in arrivo e quel che bisogna fare è semplicemente tornare al lavoro. Bisogna ricordare che, anche se sembra che ci attendano tempi bui, le più grandi svolte politiche della storia spesso non vengono previste da nessuno. Bisogna gettare le basi di un tempo nuovo e continuare a rimanere fedeli ai propri principi morali, anche quando tutto sembra senza speranza».
Dopo l’ultimo attentato Trump sembra aver cambiato il suo modo di reagire. È stato meno incendiario del solito nei confronti di tutti coloro che definisce “nemici interni”. Crede che qualcosa sia cambiato? «No. Quella retorica è entrata nel mainstream e mi aspetto che continui e peggiori. Semmai, questi tentativi di assassinio non fanno che rafforzare la causa degli uomini forti. Il problema della violenza politica è che aiuta solo a potenziare l’estremismo. Non ci sono molti casi nella storia in cui qualcuno ha portato a termine un assassinio e questo ha prodotto una società più giusta, equa e compassionevole».
Come mai sono così tante persone sono incapaci di credere che questi attentati siano veri e si fanno sedurre dalle teorie del complotto? È come se tutto ciò che riguarda la politica fosse ormai percepito esclusivamente come spettacolo. «È il potere cospirativo del capitalismo della sorveglianza, che amplifica le teorie più stravaganti e serve a destabilizzare qualsiasi base epistemica condivisa. Le persone faticano ad accettare che il caos sia semplicemente caos, che le persone possano essere semplicemente stupide o crudeli, senza che ci sia una mano maestra a guidare tutto».
L’assenza di contromisure, ad esempio contro la diffusione delle armi, tradisce una sorta di normalizzazione della violenza politica. Questo dove può condurre? «Di certo, a niente di buono».
In “Diluvio” (edito da Einaudi n.d.r.) ha immaginato la radicalizzazione come qualcosa di quasi strutturalmente inevitabile. Guardando l’America oggi, teme di aver avuto ragione? «Purtroppo sì. È una tendenza che si sta accentuando da tempo. Non si può avere una società mentalmente, fisicamente e psichicamente malata come quella americana e aspettarsi che le persone non cerchino la radicalizzazione. Trump è un sintomo, e non appena lascerà la scena arriveranno attori politici ancora peggiori. Tutto questo deriva in larga misura da una disuguaglianza difficile da comprendere nella sua portata. Abbiamo un gruppo di faraoni sostanzialmente psicopatici che cercano di distruggere ogni ultimo residuo dello stato sociale, dello stato amministrativo, dello stato regolatore, e l’impatto dello smantellamento totale del governo è che le grandi imprese e i loro azionisti più ricchi agiranno senza alcun freno. Le nostre élite politiche ed economiche hanno lentamente ma inesorabilmente, decennio dopo decennio, creato una situazione che equivale a un deposito di polvere da sparo».
Dopo lo show del Board of Peace per Gaza, nessuno parla più di pace, è come se la stessa parola “pace” fosse decaduta. «Bhe, quella è sempre stata una colossale sciocchezza fin dall’inizio».
Ogni conflitto in Medio Oriente innesca il consueto dibattito sulla dipendenza occidentale dai combustibili fossili, ma poi – a emergenza finita – nulla sembra cambiare. «Non sono d’accordo. Credo che questa guerra stia innescando una vera e propria corsa verso le energie rinnovabili da parte di moltissimi Paesi che non vogliono più dipendere dal petrolio e dal gas soggetti a fluttuazioni. Proprio come la guerra in Ucraina, le guerre di questi Stati petroliferi stanno spingendo il resto del mondo a capire che i pannelli solari, le batterie, i veicoli elettrici non subiscono le stesse conseguenze quando scoppia una guerra stupida e interrompe le forniture di petrolio. La buona notizia nel mio Paese è che il 93 per cento della nuova energia prodotta negli Stati Uniti quest’anno, nell’era Trump, è rinnovabile. In tutto il mondo, l’energia solare sta cominciando a erodere il dominio dei combustibili fossili. Ora la guerra in Iran ha scatenato una corsa verso altre fonti di energia, e il solare cinese a basso costo e le batterie si stanno diffondendo ovunque. La direzione è chiara perché l’economia è cambiata. Il mondo elettrico sta arrivando molto più velocemente di quanto si pensi».
Proprio in “Diluvio” l’industria dei combustibili fossili sopravviveva a ogni crisi adattandosi. Almeno questa era una profezia sbagliata? «L’elemento di Diluvio in cui mi sono sbagliato, e per il quale sono grato di aver sbagliato (perché la maggior parte degli analisti ha sbagliato allo stesso modo), è il crollo assoluto del prezzo delle energie rinnovabili, specialmente del solare con accumulo a batterie. È una tecnologia capace di portare energia in ogni angolo della terra, di permettere ai Paesi in via di sviluppo di saltare direttamente i combustibili fossili. È anche una tecnologia che porta con sé la promessa di una grande decentralizzazione e democratizzazione. Come ho detto, Trump è un sintomo. Le élite dei combustibili fossili in America vogliono trovare il modo di portare sul mercato ogni ultima goccia delle loro riserve e sono disposte a sostenere politici feroci, stupidi, incompetenti, pasticcioni e insicuri pur di realizzare quella visione».
Quali possono essere gli ostacoli sulla loro strada? «Anche loro vedono i segnali premonitori quanto me: i motori a combustione interna, le centrali a carbone, il petrolio, il gas naturale, sono tutti modi costosi, pericolosi e miseri di produrre energia oggi. Gli interessi dei combustibili fossili sono in difficoltà ben maggiori di quelle che avevo immaginato alla fine del mio libro».
Questo significa che la transizione sarà facile, che avverrà in modo quasi naturale? «Assolutamente no. Ma il percorso è chiaramente davanti a noi, pronto per essere intrapreso, e dobbiamo cogliere ogni opportunità per guidare questo nuovo mondo verso la sua realizzazione».

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