"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 10 maggio 2026

Doveravatetutti. 90 Stephen Markley: «È il potere cospirativo del capitalismo della sorveglianza, che amplifica le teorie più stravaganti e serve a destabilizzare qualsiasi base epistemica condivisa».


(…). Raccontano i Vangeli che dopo la Resurrezione nessuno riconobbe Gesù, che pure era riapparso in carne e ossa. Tutti gli apostoli, mica solo Tommaso, dubitavano anche perché "i loro occhi erano impossibilitati"; altri discepoli, come a Emmaus, credettero di vedere uno straniero, altri un fantasma; del resto la stessa Maria Maddalena, la prima a incontrare Gesù nei pressi del Sepolcro, l'aveva scambiato per un giardiniere. Sul perché studiosi e fedeli s'interrogano da duemila anni. Grosso modo, le risposte sono che una volta risorto il corpo di Gesù era ormai trasfigurato e glorificato. Per capire chi fosse occorreva - ancora oggi occorre - un'apertura più spirituale che visiva, nel senso che l'incontro con Cristo impone di scavalcare le logiche mentali, per cui serve del tempo, il cuore deve assecondare una trasformazione, tanto più se nel volto del Signore finisce per riflettersi anche quello di chi soffre. La grande pittura - qui ci si è colpevolmente avvalsi di la - ha reso in vario modo il fatidico riconoscimento, per cui in Giotto avviene in modo sfuggente ma simbolico, in Caravaggio come un realistico e tumultuoso shock, mentre Rembrandt lo rende attraverso un'interiorità che si gioca sulla luce. E qui, con un doppio salto mortale insieme artistico e teologale, si arriverebbe all'immagine postata dalla Casa Bianca sui social. Trump vi appare (immagine che non si riporta per il doveroso rispetto dovuto alle religioni tutte n.d.r.) a occhi chiusi, levigato e ringiovanito, così come il fulgore della grazia è racchiuso tra i lembi della bandiera americana. Ma il punto decisivo è proprio l'immediata, automatica e quindi mirata riconoscibilità di Gesù nel ruolo di empatico testimonial e sacro garante di ogni mossa presidenziale. Un Cristo dai tratti stabili e immaginari, capelli lunghi, curati, però naturali. Più alto di almeno un palmo rispetto a Donald, come dire un bel pezzo d'uomo bianco, mostra lungo il bordo della bianca tunica un collarino d'oro, metallo di pretta risonanza presidenziale. Pelle chiara, luminosa, patinata, televisiva, barba folta, maschile, ordinata, espressione soccorrevole, tipo santino della messa. Una specie di atletico hippy, lo si potrebbe definire, ovvero un grunge ripulito per non dare scandalo - quando proprio per questo il Nazareno venne messo a morte. Una figura plausibilmente frutto di intelligenza artificiale a sua volta ricalcata su immagini ottocentesche e fotogrammi cinematografici, dalla Filmine Don Bosco ai colossal biblici. Ma troppo sospettamente riconoscibile per sembrare Lui. Un Cristo logo, un Cristo vuoto, anzi svuotato per far risaltare la pienezza del potere. (Tratto da “Cristo logo di Trump” di Filippo Ceccarelli, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del primo di maggio 2026).

“America senza speranza gettiamo le basi di un’altra era”, testo della intervista di Annalisa Cuzzocrea allo scrittore Stephen Markley pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, domenica 10 di maggio 2026: (…). La violenza politica ha una lunga storia in America, ma in appena due anni ci sono già stati almeno due tentativi di uccidere Donald Trump. C’è stato l’assassinio dell’attivista di ultradestra Charlie Kirk. E le uccisioni nelle strade di Minneapolis di due manifestanti pacifici come Renée Good e Alex Pretti da parte dell’Ice. Il suo Paese è vicino a un punto di non ritorno? «No, non credo nei punti di non ritorno e certamente non c’è motivo di disperare. Ci sono le elezioni di metà mandato in arrivo e quel che bisogna fare è semplicemente tornare al lavoro. Bisogna ricordare che, anche se sembra che ci attendano tempi bui, le più grandi svolte politiche della storia spesso non vengono previste da nessuno. Bisogna gettare le basi di un tempo nuovo e continuare a rimanere fedeli ai propri principi morali, anche quando tutto sembra senza speranza».

Dopo l’ultimo attentato Trump sembra aver cambiato il suo modo di reagire. È stato meno incendiario del solito nei confronti di tutti coloro che definisce “nemici interni”. Crede che qualcosa sia cambiato? «No. Quella retorica è entrata nel mainstream e mi aspetto che continui e peggiori. Semmai, questi tentativi di assassinio non fanno che rafforzare la causa degli uomini forti. Il problema della violenza politica è che aiuta solo a potenziare l’estremismo. Non ci sono molti casi nella storia in cui qualcuno ha portato a termine un assassinio e questo ha prodotto una società più giusta, equa e compassionevole».

Come mai sono così tante persone sono incapaci di credere che questi attentati siano veri e si fanno sedurre dalle teorie del complotto? È come se tutto ciò che riguarda la politica fosse ormai percepito esclusivamente come spettacolo. «È il potere cospirativo del capitalismo della sorveglianza, che amplifica le teorie più stravaganti e serve a destabilizzare qualsiasi base epistemica condivisa. Le persone faticano ad accettare che il caos sia semplicemente caos, che le persone possano essere semplicemente stupide o crudeli, senza che ci sia una mano maestra a guidare tutto».

L’assenza di contromisure, ad esempio contro la diffusione delle armi, tradisce una sorta di normalizzazione della violenza politica. Questo dove può condurre? «Di certo, a niente di buono».

In “Diluvio” (edito da Einaudi n.d.r.) ha immaginato la radicalizzazione come qualcosa di quasi strutturalmente inevitabile. Guardando l’America oggi, teme di aver avuto ragione? «Purtroppo sì. È una tendenza che si sta accentuando da tempo. Non si può avere una società mentalmente, fisicamente e psichicamente malata come quella americana e aspettarsi che le persone non cerchino la radicalizzazione. Trump è un sintomo, e non appena lascerà la scena arriveranno attori politici ancora peggiori. Tutto questo deriva in larga misura da una disuguaglianza difficile da comprendere nella sua portata. Abbiamo un gruppo di faraoni sostanzialmente psicopatici che cercano di distruggere ogni ultimo residuo dello stato sociale, dello stato amministrativo, dello stato regolatore, e l’impatto dello smantellamento totale del governo è che le grandi imprese e i loro azionisti più ricchi agiranno senza alcun freno. Le nostre élite politiche ed economiche hanno lentamente ma inesorabilmente, decennio dopo decennio, creato una situazione che equivale a un deposito di polvere da sparo».

Si aspettava che gli Stati Uniti avrebbero seguito Netanyahu e sarebbero entrati in guerra con l’Iran? «Non appena Trump è stato rieletto, questa guerra è diventata pressoché inevitabile. L’unica cosa sorprendente è che non sia scoppiata durante il suo primo mandato, quando ha fatto a pezzi l’accordo di Obama sul nucleare iraniano. Il problema dei leader di estrema destra - ed è certamente importante che gli europei se lo ricordino adesso - è che alla fine danneggiano i propri sostenitori. Gestiscono le loro economie come sistemi clientelari, distruggono i sindacati che resistono alle pressioni, gettano i cittadini che li hanno votati nel massacro di guerre inutili. Trump non ha mandato truppe in Iran e probabilmente non lo farà, ma questa guerra e i suoi effetti economici sulla sua base sono brutali».

Dopo lo show del Board of Peace per Gaza, nessuno parla più di pace, è come se la stessa parola “pace” fosse decaduta. «Bhe, quella è sempre stata una colossale sciocchezza fin dall’inizio».

Ogni conflitto in Medio Oriente innesca il consueto dibattito sulla dipendenza occidentale dai combustibili fossili, ma poi – a emergenza finita – nulla sembra cambiare. «Non sono d’accordo. Credo che questa guerra stia innescando una vera e propria corsa verso le energie rinnovabili da parte di moltissimi Paesi che non vogliono più dipendere dal petrolio e dal gas soggetti a fluttuazioni. Proprio come la guerra in Ucraina, le guerre di questi Stati petroliferi stanno spingendo il resto del mondo a capire che i pannelli solari, le batterie, i veicoli elettrici non subiscono le stesse conseguenze quando scoppia una guerra stupida e interrompe le forniture di petrolio. La buona notizia nel mio Paese è che il 93 per cento della nuova energia prodotta negli Stati Uniti quest’anno, nell’era Trump, è rinnovabile. In tutto il mondo, l’energia solare sta cominciando a erodere il dominio dei combustibili fossili. Ora la guerra in Iran ha scatenato una corsa verso altre fonti di energia, e il solare cinese a basso costo e le batterie si stanno diffondendo ovunque. La direzione è chiara perché l’economia è cambiata. Il mondo elettrico sta arrivando molto più velocemente di quanto si pensi».

Proprio in “Diluvio” l’industria dei combustibili fossili sopravviveva a ogni crisi adattandosi. Almeno questa era una profezia sbagliata? «L’elemento di Diluvio in cui mi sono sbagliato, e per il quale sono grato di aver sbagliato (perché la maggior parte degli analisti ha sbagliato allo stesso modo), è il crollo assoluto del prezzo delle energie rinnovabili, specialmente del solare con accumulo a batterie. È una tecnologia capace di portare energia in ogni angolo della terra, di permettere ai Paesi in via di sviluppo di saltare direttamente i combustibili fossili. È anche una tecnologia che porta con sé la promessa di una grande decentralizzazione e democratizzazione. Come ho detto, Trump è un sintomo. Le élite dei combustibili fossili in America vogliono trovare il modo di portare sul mercato ogni ultima goccia delle loro riserve e sono disposte a sostenere politici feroci, stupidi, incompetenti, pasticcioni e insicuri pur di realizzare quella visione».

Quali possono essere gli ostacoli sulla loro strada? «Anche loro vedono i segnali premonitori quanto me: i motori a combustione interna, le centrali a carbone, il petrolio, il gas naturale, sono tutti modi costosi, pericolosi e miseri di produrre energia oggi. Gli interessi dei combustibili fossili sono in difficoltà ben maggiori di quelle che avevo immaginato alla fine del mio libro».

Questo significa che la transizione sarà facile, che avverrà in modo quasi naturale? «Assolutamente no. Ma il percorso è chiaramente davanti a noi, pronto per essere intrapreso, e dobbiamo cogliere ogni opportunità per guidare questo nuovo mondo verso la sua realizzazione».

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