Sopra. Immagine pervenutami dalla carissima amica Agnese A.
“Un melograno piantato sull’argine” racconto di Fabio Deotto – “biotecnologo”, autore del volume “L’altro mondo: la vita in un pianeta che cambia” (2021), edito da Bompiani sulla crisi climatica – pubblicato sul periodico “Green&Blue” del quotidiano “la Repubblica” del 3 di dicembre dell’anno 2025: Quando sua madre le aveva chiesto dove avrebbe voluto piantare il melograno che avevano vinto alla fiera, Giulia aveva risposto a colpo sicuro. «Sull'argine». «Non è il terreno adatto» aveva obiettato lei «perché non uno dei prati lì vicino?» Ma Giulia aveva insistito. Di alberi nei prati ce n'erano tanti, l'argine della risaia invece era brutto e spoglio, come la trincea di una guerra dimenticata. Così avevano piantato l'albero sul fianco esterno, nel punto in cui il terreno era più robusto. Ogni giorno, dopo la scuola, camminavano fino agli argini, riempivano una bottiglietta d'acqua e la facevano gocciolare attorno al tronco. Quando sua madre si ammalò, e non poté più alzarsi dal letto, chiese a Giulia di portarle una foto dell'albero da tenere con sé. «Non ha ancora fatto i fiori». «È già bellissimo così». Se ne andò poche settimane dopo. Giulia prese l'abitudine di andare alle risaie da sola. Se non pioveva da giorni si portava dell'acqua e bagnava il punto in cui scendevano le radici. Quando riusciva comprava semi di papavero, di malva, di loto corniculato, e li interrava vicino al tronco. Nei due anni successivi il melograno crebbe con lentezza e ostinazione, il tronco si ispessì, allungò nuovi rami che si riempirono di foglie, mentre l'argine si colorava di una fitta corona di fiori. Poi, un caldo giorno di giugno, Giulia si accorse che i papaveri stavano avvizzendo. «Colpa del cuneo» disse un risaiolo, ritornando dalla piana con lo spandiconcime «risale il fiume e ruba l'acqua buona alle radici». Giulia passò una sera intera in rete, cercando di capire perché la gente venisse fin dal Piemonte per rubare l'acqua alle piante. Alla fine il motore di ricerca le suggerì che forse stava cercando "cuneo salino", e Giulia capì che i cuneesi non c'entravano. Nei periodi di siccità la portata del fiume scendeva al punto da non saper più respingere l'acqua salata che veniva dal mare, così quella poteva risalire per chilometri, uccidendo la vegetazione e desertificando il terreno. Sua madre le aveva sempre detto che l'acqua portava vita, invece era anche in grado di toglierla. Il giorno dopo, Giulia tornò all'argine con una bottiglia più grande. Il caldo aveva rinsecchito il terreno, che si beveva tutto con ingordigia. Ma nonostante lei versasse ogni mattina un litro d'acqua in quella terra riarsa, i papaveri continuarono a seccare. Poi toccò al loto. Infine alla malva. Quando arrivò luglio, anche il melograno cominciò a perdere foglie. Giulia ci mise qualche giorno ad accorgersene: prima ne trovò una oltre l'argine, poi altre due vicino allo sterrato, poi cinque sulla pellicola d'acqua che copriva a malapena la risaia. Il vento strappava foglie e le nascondeva qua e là, sperando che lei non se ne accorgesse. Quella domenica Giulia riempì lo zaino di bottiglie, quattro litri che rovesciò direttamente sul tronco: quando ebbe finito tutto l'angolo dell'argine aveva il colore scuro della terra bagnata. La notte un temporale spaccò il cielo in due, scese tanta acqua da riempire migliaia di bottiglie, le risaie tracimarono, riversando piccole cascate nelle strade attorno. La mattina dopo, quando Giulia tornò all'argine, l'albero si era inclinato fino quasi a crollare. L'acqua aveva provato a sradicarlo, ma lui aveva usato le ultime forze per restare aggrappato. Da allora, ha smesso di portare acqua all'argine. Ancora oggi, quando esce alla quarta ora, Giulia allunga la strada fino alle risaie. Il tronco del melograno è sempre lì, secco e obliquo come un pennone senza bandiera. Non ha mai dato né fiori né frutti, ma a lei sembra bellissimo anche così.

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