Sopra. Immagine pervenutami dalla carissima amica Agnese A.
Il Sustainable development solutions network (Sdsn) è un'organizzazione non profit promossa dalle Nazioni Unite nel 2012 con l'obiettivo di sostenere l'attuazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile a livello nazionale e internazionale. Ve li ricordate? I 17 obiettivi che nel 2015 ci eravamo impegnati a raggiungere nell'Agenda Onu 2030 per affrontare la crisi ecologica e l'aumento delle ingiustizie sociali. Il Sdsn ha da poco pubblicato l'ultimo rapporto sullo sviluppo sostenibile in Europa per il 2026. La Finlandia è per il sesto anno consecutivo al primo posto, la Svezia è al secondo, la Danimarca al terzo. Ma le classifiche sulla sostenibilità nascondono enormi problemi quando non si mantengono gli impegni presi. In Finlandia e Svezia, per esempio, la percentuale di persone che vivono in condizioni di grave deprivazione materiale è triplicata dal 2015. La tanto sbandierata leadership europea sulla sostenibilità nella realtà è solo apparente, non sostanziale. Il rapporto denuncia politiche frammentate e nessuna attuazione degli impegni sui 35 piani energetici europei. Mancano meccanismi di finanziamento chiari e una prospettiva sistemica che metta insieme gli obiettivi di sostenibilità sulle tre dimensioni coperte: sociale, ambientale ed economico. Il rapporto mostra come l'Ue stia esternalizzando il danno ambientale. Circa il 40% delle emissioni climalteranti è infatti generato attraverso il commercio all'estero. Vuol dire che sembriamo più puliti solo perché stiamo inquinando di più l'aria di qualcun altro. Si tratta di "emissioni importate" dalla produzione di beni consumati in Europa ma fabbricati all'estero. Trasferire industrie inquinanti è il trucco per continuare a definirsi leader mondiale dello sviluppo sostenibile. La realtà però dice l'opposto: è proprio l'Europa che sta facendo crescere le emissioni globali. Gli Sdg sono scomparsi dall'orizzonte dell'Unione. Non se ne fa nemmeno menzione nelle linee politiche della Commissione Von der Leyen. Gli impianti normativi e le scelte di bilancio stanno deliberatamente cancellando gli impegni presi. Il ritiro politico non è casuale ma voluto dalle élite europee. Sotto la pressione delle guerre, la spesa pubblica europea sposta gli investimenti per il Green Deal su armi e sicurezza. Mentre a livello mondiale l'oligarchia alle spalle di Trump si oppone a qualsiasi impegno che possa limitare l'estrazione di fossili e rifiuta multilateralismo e diritto internazionale, arrivando addirittura a negare la crisi climatica. Non preoccupa solo l'ipocrisia europea ma la perdita di credibilità e leadership. Se i Paesi più ricchi non mantengono gli impegni presi a livello globale come potrebbero chiedere sforzi a quelli più poveri. Dovremmo invece riaffermare e attuare il principio di non lasciare indietro nessuno, come indicato dallo stesso rapporto Sdsn che raccomanda all'Ue di confermare gli obiettivi dello sviluppo sostenibile con una dichiarazione congiunta entro il 2027, prima che sia troppo tardi. I ricercatori del Sdsn continuano a indicare gli impegni indispensabili per raggiungere la neutralità climatica, sottolineando la necessità di un approccio sistemico e intersettoriale per promuovere sostenibilità sociale e ambientale. Perché l'agenda della sostenibilità è strettamente legata alla giustizia e alla pace. Riconvertire le nostre attività produttive e la filiera energetica serve a sconfiggere povertà e guerre, non solo ad affrontare la crisi climatica. Facciamo Eco! (Tratto da “Sull’ambiente il primato europeo è solo di facciata” di Giuseppe De Marzo, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 3 di aprile 2026).
“Un melograno piantato sull’argine” racconto di Fabio Deotto – “biotecnologo”, autore del volume “L’altro mondo: la vita in un pianeta che cambia” (2021), edito da Bompiani sulla crisi climatica – pubblicato sul periodico “Green&Blue” del quotidiano “la Repubblica” del 3 di dicembre dell’anno 2025: Quando sua madre le aveva chiesto dove avrebbe voluto piantare il melograno che avevano vinto alla fiera, Giulia aveva risposto a colpo sicuro. «Sull'argine». «Non è il terreno adatto» aveva obiettato lei «perché non uno dei prati lì vicino?» Ma Giulia aveva insistito. Di alberi nei prati ce n'erano tanti, l'argine della risaia invece era brutto e spoglio, come la trincea di una guerra dimenticata. Così avevano piantato l'albero sul fianco esterno, nel punto in cui il terreno era più robusto. Ogni giorno, dopo la scuola, camminavano fino agli argini, riempivano una bottiglietta d'acqua e la facevano gocciolare attorno al tronco. Quando sua madre si ammalò, e non poté più alzarsi dal letto, chiese a Giulia di portarle una foto dell'albero da tenere con sé. «Non ha ancora fatto i fiori». «È già bellissimo così». Se ne andò poche settimane dopo. Giulia prese l'abitudine di andare alle risaie da sola. Se non pioveva da giorni si portava dell'acqua e bagnava il punto in cui scendevano le radici. Quando riusciva comprava semi di papavero, di malva, di loto corniculato, e li interrava vicino al tronco.

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