“InmortediDavidRiondino”. “Caro David voglio ricordare come ridevamo”, testo di Michele Serra pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di ieri, venerdì 3 di aprile 2026: David Riondino aveva molti e formidabili talenti tutti suoi (la scrittura in rima soprattutto) e ne ha lasciato traccia ovunque, come è emerso, alla notizia della sua morte, dalla impressionante quantità di racconti, memorie, testimonianze dei tanti che hanno lavorato con lui e dei tantissimi che lo hanno incontrato e applaudito. Ma è come se avesse incarnato – proprio lui, direi, meglio di ogni altro – una specie di talento collettivo, d’epoca, di generazione. Veniva, come tanti ragazzi cresciuti tra la fine dei Sessanta e la fine dei Settanta (lui era nato nel ’52) da un’esperienza politica così intensa e trascinante da confondersi con la vita stessa. Esperienza totalitaria non tanto ideologicamente - anche se per qualcuno lo fu - quanto esistenzialmente. Era una piena immersione in quel fiume potente che investiva, ben oltre il suo alveo politico, letteratura, cinema, teatro, canzone, e impattava con la vita personale, i sentimenti, le forme dell’amore. Era quando si diceva «il privato è politico», come se nessuno potesse illudersi, in quella piena travolgente, di rimanersene al riparo, asciutto e indifferente. Boccalone di Palandri, gli interni giovanili di Andrea Pazienza, i libri di Tondelli, l’antipsichiatria di Laing e Cooper, la liberazione sessuale di Reich, Re Nudo, molto cinema e letteratura, e in fondo al percorso, volendo, mettiamoci Eskimo di Guccini (’78) che è una specie di addio malinconico e beffardo a quegli anni: «Tu giri adesso con le tette al vento / Io ci giravo già vent’anni fa». Quanto l’invadenza esistenziale di quel modo di vivere pan-politico (poi mai più replicato, e non è semplice dire quanto sia un male, quanto un bene) abbia segnato la generazione di David e mia, nonché quella dei nostri fratelli appena maggiori, e appena minori, è storia nota. L’eroina e la P38 fecero il loro orribile reclutamento: tanto da far pensare, dopo che il movimento del Settantasette si spense nella sua estasi metà incendiaria metà goliardica metà funerea (lo so, sono tre metà: è per dire che era un movimento esagerato) che era finita lì. Per dirla spiccia, si era talmente esagerato, con la politica che ribalta il mondo, ribalta la società, ribalta la vita, che per contraccolpo sarebbe sorta inevitabilmente una stagione impolitica, i famosi anni Ottanta garruli e disimpegnati.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
sabato 4 aprile 2026
Quellichelasinistra. 45 «In morte di David Riondino».
(…). Dove non è oggi lo Stato? Accanto all’ispettore della
Polizia di Stato, Roberto Mancini, che per primo indagò sui veleni della Terra
dei Fuochi e che nelle centinaia di siti tossici esplorati contrasse quel
tumore del sangue che lo ha ucciso e per il quale il ministero degli Interni,
organo del governo dello Stato, gli riconobbe un risarcimento di 5 mila
(cinquemila) euro. Sui testi di diritto viene definito Stato l’organizzazione
sovrana di un popolo su un territorio. Di questo Stato conosciamo l’organizzazione,
i falansteri nei quali si addensano agglomerati inestricabili di funzioni e
mansioni e quasi mai fattezze umane. Anche la sovranità ci è nota, quella che i
dignitari esercitano sui sudditi, a loro discrezione e se capita agli amici il
favore, a tutti gli altri l’arbitrio. Ma il popolo, dov’è il popolo? (…).
Tartassato dallo Stato esattore, vessato dallo Stato riscossore è soprattutto
un popolo disoccupato che il Primo maggio festeggia il non lavoro, rintronato
dalle promesse dei politici che dello Stato sono l’espressione più perniciosa,
l’avanspettacolo che intrattiene mentre ti frugano nelle tasche. Che fa oggi lo
Stato? Si fa odiare perché se provi a protestare e non stai attento finisci
soffocato nel tuo stesso sangue a opera di quegli uomini dello Stato che
difendono appassionatamente i colleghi assassini. Il loro applauso ci dice: noi
siamo lo Stato e voi non siete nulla. (Tratto da “Lo Stato
dell’odio” di Antonio Padellaro, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 1°
di maggio dell’anno 2014).
Anche David Riondino era permeato di quella stagione
politica, quella che ebbe avvio nel Sessantotto (che in Italia fu nel ’69) e
termine nel Settantasette, quella dei cortei operai e studenteschi, dei
collettivi di fabbrica, delle assemblee a scuola, delle occupazioni, degli
esperimenti goffi e spericolati di amori condivisi. Aveva iniziato a fare
musica e teatro, a Firenze, in un collettivo di ragazzi intitolato a Victor
Jara, il cantautore cileno rapito, torturato e ammazzato dagli sgherri di
Pinochet. Respirò quell’atmosfera e quei discorsi, quelle “forme di vita nuova”
che parevano in grado di ribaltare il mondo. Partecipò a quella stagione, e a
quelle successive, sapendo sempre da quale parte stare – a sinistra. Ma la sua
parte, proprio la sua, la vedeva tutta intera, l’esaltazione e le miserie, le
illuminazioni e le ottusità: e ne sapeva ridere, come se fosse impossibile,
senza una traduzione comica, capire il tragico (lo spiega il citatissimo
aforisma, attribuito a tanti, da Karl Kraus a Freak Antoni, «il comico è solo
il tragico visto di spalle»). E seppe raccontarla, la vita sua e dei suoi
giovani compagni, senza cinismo o distacco irridente: però volgendola in
commedia e in parodia, ventenne, in anticipo sui tempi, precoce e irrequieto
già in mezzo a quei Settanta che non avevano ancora schiuso le porte alla
satira acida e nera, alla francese, del Male (nato nel ’78) e non lasciavano
nemmeno immaginare Tango(’85) e Cuore(’89), che descrissero “da dentro” la
morte del comunismo chiesastico, la sepoltura del Pci, l’addio all’ideologia
come corazza, come guscio protettivo, il passaggio tormentato e vitale a una
sinistra non confessionale. Forse più confusa. Dunque decisamente più simile ai
suoi tempi. Capisco quanto schematico possa sembrare suggerire che il senso
dell’umorismo salva dal fanatismo, ma in fondo è esattamente questo che penso
quando penso a David e a parecchi della mia generazione. Non basta
l’intelligenza (lui ne aveva perfino in eccesso: quando parlava ti stordiva la
velocità di certi passaggi logici chiari solamente a lui), serve quella qualità
speciale dello spirito che è il senso del relativo e dunque il senso del
comico: che scorge il dettaglio che incrina la retorica, coglie l’inciampo che
guasta la solennità della parata. Una magnifica sequenza di endecasillabi,
nelle poesie del fiorentino David, poteva celare senza preavviso, proprio nei
momenti più aulici, il trabocchetto della beffa. La botola che ti inghiotte. Se
la politica è ragione di vita – deve avere pensato il giovane Riondino - allora
tanto vale trattarla proprio come la vita: vederla tutta insieme, coglierne la
serietà, la grevità, ma per carità non farsene schiacciare, non farsene
intimidire. Come il cavaliere, minuscolo e indomito, che cavalca il mastodonte
nelle tavole di Andrea Pazienza: la cavalcata è macroscopicamente superiore
alle tue forze, ma se hai destrezza puoi mantenerti in arcione, con il vento in
faccia. La destrezza, per quelli come David, fu vedersi in sella al mastodonte
e riuscire a esclamare, al tempo stesso: «Sono grandioso!» «Sono ridicolo!». E
nessuna delle due esclamazioni – questo è il bello - cancella quell’altra. Ripensare
a David ci aiuta, tra le altre, cose, anche a ripensare agli anni Ottanta in
modo un poco meno inamidato. Il decennio archiviato come “quello del Riflusso”
vide vivi e vegeti, e molto attivi, anche molti dei superstiti della stagione
dell’impegno. I soccombenti, a pensarci bene, furono assai meno di chi da
quella stagione aveva tratto, anche per via dell’impegno politico, la
dimestichezza con la cultura e con l’arte. Letture, film, riviste,
conversazioni lunatiche, oltranziste, presuntuose ma fervide, appassionanti.
Una formidabile educazione sentimentale che non poteva non essere poi spesa
anche lungo le strade di una ritrovata “normalità” dopo l’eccezionalità
costante degli anni di gioventù. David fu un vero e proprio maestro di questa
restituzione, solida e ridente, di quanto aveva sognato da ragazzo, e di quanto
moltitudini di ragazzi avevano sognato. Nel pantheon culturale della sinistra
italiana, e della cultura popolare italiana in generale, David Riondino
meriterebbe un posto ben visibile. Non fosse che la parola pantheon lo farebbe
ridere.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento