Sopra. "La Thangue" di Henry Herbert, 1905.
Primo giorno di viaggio e prima serata di avventura con tutto quel che ne conseguì. Il sole, puntuale servitore di tutti i mestieri, si era appena levato e aveva cominciato a risplendere sulla mattinata del tredici maggio milleottocentoventisette, quando Mr Samuel Pickwick, destatosi come un secondo sole dal sonno, balzò in piedi, aprì la finestra della stanza da letto e volse lo sguardo sul mondo sottostante. Ai suoi piedi si stendeva Goswell Street, alla sua destra - fin dove giungeva la vista - proseguiva Goswell Street, sulla sinistra ancora Goswell Street, e di fronte, al di là della strada, ecco l'altro tratto di Goswell Street, "Anguste", pensò Mr Pickwick, "anguste sono le vedute di quei filosofi che, paghi dell'apparenza delle cose, non ricercano la verità che vi si cela dietro. Anch'io potrei accontentarmi di contemplare per sempre Goswell Street, senza fare il minimo sforzo di penetrare le contrade nascoste che la circondano da tutte le parti." E avendo così tradotto in parole questa bellissima riflessione, Mr Pickwick si accinse a infilar se stesso in alcuni abiti e a infilarne altri nella valigia. (Tratto da “Il circolo Pickwich” – 1836/1837 – di Charles Dickens).
“Ho sognato la fattoria degli animali”, racconto – finora inedito in Italia – di Sidonie-Gabrielle Colette – 1873/1954 – pubblicato sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 10 di maggio 2026: È una dimora molto antica, situata in un luogo estremo, deserto, che evitavo da tre anni. La ricordavo così: tappezzata di immagini, visibili solo a me e a qualcun altro che non poteva venirci... Un giorno di quest'ultimo, splendido autunno, dovetti però andarci. E proprio mentre voltavo vigliaccamente la testa per non ammirare le talee di vite americana infiltrarsi tra le imposte chiuse, scorsi il patio e i suoi gradini rifulgenti di galline, di un verde-nero metallico, accovacciate sotto il sole di mezzogiorno. Un'indignazione da governante inaridì le mie emozioni. Scacciai dunque le curiose intruse, con dei «Ssh!... Ssh!» e grandi movimenti di braccia Quelle si alzarono, con la tipica rigidità reumatica del pollame infastidito durante il pisolino, mentre le più coraggiose mi guardarono, di profilo, erette su una zampa dalla pelle bluastra. «Le galline sul patio!» ripetevo tra me e me. Galline, un tempo rispettose di un limite pressoché ideale, galline, consapevoli dei loro diritti di confinamento tanto quanto un proprietario terriero, e che ora scendevano i gradini con riluttanza, con fare processuale: «D'accordo, per ora ci ritiriamo, ma... ne riparleremo...». La mia indignazione perdurava mentre aprii le porte sigillate agli stipiti. Spingendo una pesante coppia di imposte, qualcuno nell'ombra mi gettò sul viso un intessuto setoso, un tulle morbido e impalpabile: grandi ragni crociati, moltiplicando lo sforzo esterno della vite americana, imposero verso l'interno l'unico cammino percorribile. La luce improvvisa paralizzò uno dei tessitori, che rimase sotto i miei occhi, in bilico nella sua amaca lacerata, permettendomi di ammirare il velluto del suo ventre a spicchio d'aglio e la sua croce templare. La prima notte fu lunga, tormentata da grida di ratti, scricchiolii di credenze, e da un basso cicaleccio aldilà del focolare spento. La mia lampada, riaccesa svariate volte, abbagliava ogni volta un pipistrello prigioniero, che urtava pigramente i montanti del letto e riposava, appeso a testa in giù, su di un ramoscello inferro battuto, come l'ultima pera invernale sull'albero nudo che cadeva senza mai toccare terra. Prima che la notte volgesse al termine, udii un battito lontano, debole e piacevole, come il rumore di un insetto chiuso in un tamburo. Al sorgere del sole, crebbe, infuriò e mi condusse a un vestibolo senza imposte, a metà strada tra una biblioteca e un deposito di balocchi estivi: brulicava di api ronzanti. Api, migliaia di api, dorate sulla fascia orizzontale, nere sulla parte lucente, come una raffica di grandine rimbalzante contro i vetri, tutta una repubblica d'api!... Andavano e venivano attraverso la frattura triangolare di una piastrella incessantemente ostruita, bensì l'ingresso della loro segreta dimora si apriva tra due pietre dello stipite: uno iato oblungo, cerato ai bordi da zampette artigliate. Quale imperiosa opera, quale gerarchico dramma le aveva rese scontente e isolate? La mia presenza non le commosse oltremodo, e vidi che attorno al braccio di una lampada un nucleo mobile di api si assemblava incessantemente, per disgregarsi poi, e ricongiungersi di nuovo... Uscii, temendo la collera delle operaie. Almeno una camera, quella della torre, quella circondata da un anello di pietra così assurdo e pericoloso, da un cammino di ronda senza parapetti - quella almeno mi offrirebbe il rifugio che amo, da dove si vede così in lontananza, al di sopra di un abisso di vegetazione, quella che, riscaldata in inverno e dal sole in estate, profuma di grano e terracotta... Quando aprii la finestra, un allocco della mole di un angelo si destò, dal sonno di mezzogiorno; esitò, girò alla cieca e infìne si affidò a una quercia perché proteggesse tutta la sua chioma. Quante creature, innumerevoli creature, creature ovunque... Accanto, da una cima d'albero, una famiglia di ghiandaie mi insultava già, eppure non se ne andava. Mi accovacciai per ascoltarle, e tre volte in pochi istanti mi voltai senza alcun motivo - o meglio, senza nessun altro motivo se non il disagio alla base della schiena, un tratto di pelle irta che solo uno sguardo intenso e furtivo poteva delinearvi... Cercai dietro di me, dapprima non vidi nessuno, e, ahimè, nemmeno distogliendo lo sguardo... Tuttavia alla fine scovai, acciambellata su di un ramo, davanti ai miei occhi, e talmente vicina che la sua stessa ovvietà me la rese nascosta, una faina dagli occhi neri, grassa, di color marroncino, con la coda folta e ordinata sul fianco, che mi osservava. Così talmente vicina, che potevo osservarla respirare dalle sue piccole narici accorate; così vicina che, chinandomi, avrei potuto tirarle la sua bella coda impeccabile...
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