"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 17 aprile 2026

Doveravatetutti. 83 Giorgia Meloni (25-09-2022): «Fratelli d'Italia è il primo partito, significa tante cose. Tante cose per tanti di noi, è una notte di orgoglio, di riscatto, lacrime, abbracci, sogni e ricordi. È una vittoria che dedico alle persone che non ci sono più e che meritavano di vivere questa nottata».

Sopra. "Particolare" del soffitto ligneo sito nella "Cappella Palatina" del "Palazzo dei Normanni" di Palermo.

«Il muro o la porta?  La strage o il dialogo?  La purezza o la mescolanza?  Ci sono modi diversi, spesso opposti, per leggere e narrare la nostra storia. Chi oggi ci governa preferisce immaginarci come una fortezza assediata da millenni, vedendoci come gli eredi dei «guerrieri franchi guidati da Carlo Martello, vincitori della battaglia di Poitiers nel 732 d.C. con la quale fermarono la marea islamica che aveva già travolto la Spagna, e per questo furono i primi a essere definiti "europei"» (Giorgia Meloni). Oppure possiamo semplicemente aprire gli occhi, e guardare. A Palermo, nel Palazzo dei Normanni (un nome che racconta di come le invasioni arrivavano anche dal Nord...), ha sede l'Assemblea regionale della Sicilia: è forse il palazzo simbolo di quella "identità siciliana" a cui è dedicato anche un assessorato. Ebbene, la gemma più preziosa di quel palazzo è la Cappella Palatina, luogo di culto e sala del trono di Ruggero II, rivestita di mosaici realizzati da artisti di cultura costantinopolitana e coperta da uno strepitoso soffitto a muqarnas, quel complicato sistema di decorazioni a nicchie sovrapposte che incontriamo identico in tutto il mondo dell'Islam, dall'Iran all'Alhambra di Granada. Il soffitto è decorato dall'unico ciclo pittorico su scala monumentale del periodo fatimide che sia sopravvissuto integralmente nel bacino del Mediterraneo, un ciclo che forse fu realizzato da maestranze che provenivano dall'attuale Iran: proprio il Paese che Donald Trump (quello per cui Meloni voleva il Nobel per la pace) sta bombardando incessantemente. Per altri studiosi, invece, il soffitto sarebbe opera di artisti egiziani, attivi alla corte del califfo al-Hafiz. Chiunque ne sia stato l'autore, sulla testa di generazioni di cortigiani che assistevano alla messa e facevano la comunione, una rete di scritte arabe in alfabeto cufico celebra da quasi mille anni la splendida vita della corte di Ruggero, mescolando così non solo le culture, ma anche il profano con il sacro. Come non cessava di ricordarci Michela Murgia, i confini non ci circondano, ma ci attraversano: siamo il frutto di mille incroci, siamo felicemente bastardi. E, sì, siamo anche Islam: come ci ricorda la moltitudine orientale di danzatrici, musici, giocatori, soldati, animali feroci e atleti che sovrasta il Cristo e i suoi apostoli, e che affolla l'identità siciliana, quella italiana, quella europea. Quella umana. (Tratto da “Felicemente bastardi” di Tomaso Montanari, riportato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” di oggi, 17 di aprile 2026).

“Quelle radici che per Meloni non gelano”, testo di Tomaso Montanari: Giorgia Meloni non si dichiara più fascista in modo esplicito, mentre da giovane non aveva alcuna remora nell'esaltare pubblicamente Mussolini, o nell'indossare la croce celtica. La via per raggiungere il governo del Paese è passata attraverso una abile dissimulazione: nessun rinnegamento, ma la costruzione di un discorso minimo che permettesse a commentatori servilmente acritici di argomentare intorno a una "svolta democratica", e che allo stesso tempo non recidesse alcuna radice identitaria. Una strategia vincente, se un pezzo da novanta dell'establishment già di sinistra come Luciano Violante ha dichiarato: «Giorgia Meloni è estranea al fascismo». È vero l'esatto contrario. Meloni ha ostentato una presa di distanza da alcuni aspetti del fascismo, dicendo il meno possibile e annacquando queste parzialissime abiure con ben più vibranti condanne dell'antifascismo e del comunismo. Se si leggono con attenzione le parole scritte o pronunciate in diverse occasioni ufficiali, esse contengono sempre due cose: la critica al fascismo «come regime» e la negazione di «qualsiasi nostalgia del fascismo». Due cose perfettamente compatibili con la inconcussa fedeltà di Meloni all'idea e alla comunità fascista (cosa ben distinta dal regime fascista nella sua parabola storica), e con il sincero, anzi programmatico, rigetto di ogni dimensione nostalgica. A ciò si aggiunga il fatto che quelle prese di distanza si accompagnano a esplicite adesioni a tesi storiche revisioniste, e ad appelli a un amor di patria che non divida la «nazione» in base a convinzioni ideologiche: e anche questo è perfettamente compatibile con l'idea, gentiliana, che fascismo e nazione di fatto coincidano, e che dunque i fascisti non vogliano dividere, ma riunire. Musica per un giornalismo mainstream tanto culturalmente disarmato, quanto ormai largamente anti-antifascista. D'altra parte, è facile notare come tutta la retorica di Meloni sia punteggiata da fitti riferimenti, ammiccamenti, allusioni a una perdurante fedeltà appunto all'idea e alla comunità che intorno a quella idea si riconosceva, e si riconosce. La sera del 25 settembre 2022, la futura presidente del Consiglio salutò con queste parole la clamorosa vittoria elettorale: «Fratelli d'Italia è il primo partito, significa tante cose. Tante cose per tanti di noi, è una notte di orgoglio, di riscatto, lacrime, abbracci, sogni e ricordi. È una vittoria che dedico alle persone che non ci sono più e che meritavano di vivere questa nottata». Quali sono le «persone che non ci sono più»? Fino a dove si estende questo ricordo affettuoso? Fino a Giorgio Almirante, a Pino Rauti? Fino a Julius Evola, a Adriano Romualdi? Fino a Benito Mussolini? E da cosa «riscatta» quella vittoria? Cosa aveva bisogno di «riscatto»: cioè di rivincita, agibilità, dicibilità? E i sogni? Quali sogni si sono realizzati quella notte? Per capirlo, è necessario provare a spiegare "Meloni con Meloni", ricorrendo cioè alle sue stesse parole. Tra tutte, quelle scelte per il libro che ha rappresentato la punta di lancia di una campagna di storytelling condotta con grande abilità: "Io sono Giorgia". Qui erano già state dette, in una versione più esplicita, le parole che saranno pronunciate a caldo dopo la vittoria: «Davanti agli occhi vedo un lungo film, una storia fatta di tragedie, tradimenti, desideri, vittorie, sconfitte, sogni.

Un mondo intero che non ha mai smesso di credere, né di combattere. La storia di cui parlo non è solo quella di Fratelli d'Italia, è molto più antica, ed è la storia di molte più persone. Anche per questo abbiamo fondato il nostro partito. Sappiamo di essere staffette di una corsa lunghissima, e corriamo nella speranza che ci saranno altri a raccogliere il testimone quando noi dovremo fermarci». Non sono le parole di qualcuno che abbia bruciato i ponti dietro di sé: è evidente che quei ponti sono invece ben presenti e collegano a una storia «molto più antica», quella in cui non si è mai smesso di «credere e combattere», e di obbedire. Con Meloni ha vinto, ed è quindi tornata al governo del Paese, una storia che passa attraverso Alleanza Nazionale, il Movimento Sociale e, prima, attraverso il Partito Nazionale Fascista: la corsa lunghissima di una "idea" che non cambia, di una fiamma che non si spegne. Com'è ovvio, tutto ciò non è detto in modo esplicito: ma le parole, scelte con estrema cura, non possono significare che questo, con una tecnica allusiva che sorregge l'intera retorica meloniana, e che è perfettamente trasparente per la sua comunità politica ma abbastanza opaca per eludere lo sguardo di chi non sa o non vuole vedere. In un altro passo del libro, la stessa cosa si afferma non per la continuità della storia, ma per quella delle idee, usando la famosa metafora di «quelle "radici profonde che non gelano", per dirla ancora con Tolkien, che sono a fondamento di ogni nascita e crescita». Si tratta di uno snodo fondamentale. La prima edizione italiana integrale del “Signore degli Anelli” di J.R.R. Tolkien (1970) fu accompagnata da una prefazione di Elémire Zolla che interpretava (in modo improprio) l'opera come un manifesto antimodernista. In quel momento le generazioni più giovani della destra neofascista italiana avevano la netta percezione che la condanna frontale del Sessantotto decisa dai nostalgici vertici del Movimento Sociale Italiano rischiasse di tagliarle fuori da una modernità che avversavano per ideologia, ma desideravano disperatamente abitare, seppure in posizione di critica radicale. Una recensione di Marco Tarchi sulla "Voce della fogna" (1975) e subito dopo l'esperienza dei Campi Hobbit (1977) fecero dell'universo tolkieniano un codice di elezione per la «componente più radicale ed estrema guidata da Pino Rauti e incarnata nelle posizioni di Linea Futura, il gruppo più impegnato in un'opera di "modernizzazione'' e di "de-istituzionalizzazione" delle strutture e della politica del partito neofascista» (Marco Revelli). Tolkien fornì loro una chiave: e da allora le parole, i personaggi, le vicende della saga degli hobbit diventarono un codice - antimodernista nel contenuto ma moderno, addirittura pop, nella forma - attraverso il quale i più radicali tra i fascisti italiani potevano parlare dell'Idea (fascista) senza passare attraverso le lugubri retoriche dei reduci di Salò.

N.d.r. Il secondo testo di Tomaso Montanari, ripreso dal settimanale “L’Espresso” del 10 di aprile 2026, è tratto dal volume “La continuità del male” edito da Feltrinelli.

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