"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 5 maggio 2026

Doveravatetutti. 88 Tomaso Montanari: L'eleganza e la luce di questa bottiglia di alabastro, sono le stesse delle vite delle persone uccise a Gaza. Le abbiamo ritenute «vite non degne di lutto» (Judith Butler), e invece sono vite come le nostre.


“BOTTIGLIA DI ALABASTRO”. Periodo persiano, 550-330 a.C. Gaza, Teli el-'Ajjul. Stato di Palestina, ex collezione Jawdat Khoudary. Reperto affidato al MAH-Musée d'art et d'histoire, Città di Ginevra, in mostra alla Fondazione Merz di Torino fino al prossimo 27 settembre.

Questa bottiglia di alabastro è stata realizzata tra il 550 e il 330 avanti Cristo. Ed è stata trovata a Gaza. In quel periodo, scrive Jean-Pierre Filiu nella sua Storia di Gaza (…), Gaza era sotto il governo dell'impero persiano (la Persia, l'Iran di oggi...), e «prospera quale crocevia commerciale tra l'Egitto e il Levante, nonché come sbocco marittimo della via carovaniera proveniente dall'Arabia Felix, l'odierno Yemen, celebre per le sue spezie e per le pietre preziose. In cambio, la città diffonde nella regione la moneta ateniese (al punto da imitarne le emissioni nei propri laboratori) e la ceramica attica. Attorno al 450 a.C., Erodoto paragona Gaza (che egli chiama "Cadytìs") ai più grandi centri urbani dell'Asia Minore». Questa bottiglia ci dice che Gaza ha avuto una storia: una grandissima storia. Non è solo una prigione a cielo aperto o un campo di sterminio, anzi di genocidio. No, è stata e potrebbe ancora essere una delle grandi città del Mediterraneo orientale, carica di storia e carica di futuro. È una storia che oggi, in Occidente, non si racconta. Perché si dovrebbe anche raccontare che Gaza l'abbiamo distrutta noi, con il suo straordinario e maciullato patrimonio culturale. Noi siamo i talebani, noi l'Isis: noi i vandali, noi i criminali. Noi occidentali, alleati di Israele, che ci ostiniamo a chiamare democrazia anche se pratica l'apartheid, e la guerra come unica dimensione esistenziale. Ebbene, oggi quella bottiglia è in mostra a Torino, alla Fondazione Merz, insieme a moltissimi altri reperti provenienti dalle collezioni palestinesi messe in salvo a Ginevra. E insieme ad opere del Museo Egizio di Torino e ad alcune meravigliose opere e installazioni di artisti di oggi. Il titolo di questa mostra è Gaza. Il futuro ha un cuore antico. Queste ultime parole sono di Carlo Levi: e sono perfette per farci capire che tutta l'antica bellezza di queste opere, l'eleganza e la luce di questa bottiglia di alabastro, sono le stesse delle vite delle persone uccise a Gaza. Le abbiamo ritenute «vite non degne di lutto» (Judith Butler), e invece sono vite come le nostre. Cresciute nella stessa bellezza antica che sola può oggi parlarci di futuro: se sapremo vedere, se sapremo ascoltare. Nonostante la sordità e la cecità di chi ci governa. Nonostante il nostro egoismo occidentale. Nonostante tutto. (Tratto da “Dai reperti preziosi la grandissima storia di Gaza” di Tomaso Montanari pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del primo di maggio 2026).

“Netanyahu e la trappola di guerra: più Israele ha paura, più voterà per lui”, testo della intervista di Rachida El Azzouzi pubblicata sul giornale online “Mediapart” e riportata su “il Fatto Quotidiano” di ieri, lunedì 4 di maggio 2026: Tra le centinaia di israeliani e palestinesi che hanno partecipato al Peoples Peace Summit giovedì scorso a Tel Aviv c'erano anche Aziz Abu Sarah e Maoz Inon. Il primo, palestinese, aveva dieci anni quando suo fratello morì sotto la tortura in una prigione israeliana durante la Prima Intifada. Il secondo, israeliano, ha perso i genitori durante l'attacco di Hamas il 7 ottobre 2023 ad un kibbutz al confine con Gaza. Eppure i due sono amici e hanno appena pubblicato il libro “La paix est notre avenir. Un voyage de réconciliation en Terre sainte” (…), un "viaggio di riconciliazione in Terra Santa", dal deserto del Negev a Giaffa, passando per Nazareth, Betlemme e Gerusalemme, durante il quale Aziz Abu Sarah e Maoz Inon, che lavorano nel settore del turismo, incontrano donne e uomini che rifiutano le bombe e vogliono "costruire la pace". Mediapart li ha intervistati. Molti ritengono che il vostro progetto sia utopico....

Maoz Inon: Non siamo ingenui, sappiamo che la pace è il nostro futuro. Nella mia famiglia eredevamo tutti che il muro che separa Israele da Gaza, a soli 200 metri dalla casa dei miei genitori, a Netiv HaAsara, li avrebbe protetti. Tutti tranne mia nipote, la più giovane, che aveva paura di passare la notte dai nonni. E aveva ragione. Il potere del sogno è il solo che può cambiare la realtà, in Israele e Palestina ma anche in Iran, in Libano, in Europa e negli Stati Uniti. Ce lo hanno insegnato Nelson Mandela e Martin Luther King. Il 7 ottobre ho perso i miei genitori, ma ho guadagnato un fratello, Aziz.

Aziz Abu Sarah: Bisogna smettere di pensare che le bombe siano la sola soluzione in Israele e Palestina. Essere una minoranza non deve scoraggiarci. Quando i coloni hanno iniziato a insediarsi in Cisgiordania, erano una minoranza. Ciò non ha impedito loro di colonizzare una parte del territorio. E continuano a farlo. All'inizio di aprile, il governo israeliano ha autorizzato 34 nuove colonie.

Cosa pensate di questo governo? Maoz Inon: Sono estremisti che impongono una deformazione del giudaismo e stanno distruggendo lo Stato di Israele. L'esercito commette crimini di guerra in Cisgiordania, a Gaza, in Libano, in Iran. La polizia si sta trasformando in polizia politica. Spetta a noi, società civile, creare un'alternativa perché non ci scippino anche il nostro futuro.

Aziz Abu Sarah. Bisogna denunciare il governo israeliano ovunque nel mondo, invece, Europa e Stati Uniti continuano a fornirgli armi: non si può dire di voler la pace e al tempo stesso sostenere le guerre di Israele. Bombardare i civili, come Israele fa a Gaza o in Libano, non danneggia Hamas o Hezbollah, li rinforza. E il governo israeliano lo sa, per questo vuole che la guerra continui: più gli israeliani avranno paura, più continueranno a votarli. Gaza oggi è distrutta, man on Hamas.

Alla morte dei vostri cari, il desiderio di vendetta vi ha sopraffatti. Come siete riusciti a superarlo? Maoz Inon: Hamas e il governo israeliano sono le due facce della stessa medaglia: estremisti pronti a sacrificare il proprio popolo. Il governo israeliano aveva promesso sicurezza ai miei genitori e alla loro comunità. Ha fallito. Ho voluto vendicarmi contro il governo israeliano per aver tradito i miei genitori. La voglia di vendetta mi logorava, non riuscivo più a svolgere il mio ruolo di padre, marito, amico. Ma da Aziz e da altri artigiani della pace palestinesi ho imparato che si può scegliere il perdono.

Aziz Abu Sarah: È importante parlare di questo sentimento, profondamente umano, di vendetta. Per quanto mi riguarda, per superarlo, ci sono voluti otto anni. Tutto è cambiato quando ho iniziato a studiare l'ebraico e ho incontrato israeliani che non erano né soldati né coloni, ma persone che mi vedevano come un essere umano e non come una minaccia esistenziale. Ho capito che la società israeliana, come qualsiasi altra società, non è un blocco monolitico. Che al suo interno potevo trovare degli alleati.

Nel vostro libro parlate a lungo della Shoah e della Nakba, perché - scrivete - "la prima tappa verso un futuro comune consiste nel conoscere la sofferenza dell'altro". Maoz Inon. Non possiamo né dobbiamo cancellare la sofferenza dell'altro. Solo riconoscendola - senza necessariamente condividerla, ma semplicemente accettando che esista - possiamo avviare un processo di guarigione. Non è un percorso facile.

Aziz Abu Sarah: C'è molta ignoranza, molta disinformazione. Gli israeliani non sanno nulla della Nakba, i palestinesi non sanno nulla dell'Olocausto. Per poter creare un dialogo è necessario parlarne, anche se è difficile: il sionismo, il movimento nazionale palestinese, il modo in cui tutto ciò ha inciso su di noi e sulle nostre famiglie.

Maoz Inon. Alcuni israeliani continuano ad affermare che il popolo palestinese non esiste! Finché resteremo prigionieri di queste narrazioni che ci vengono inculcate sin dall'infanzia, non potremo andare avanti. Me ne sono reso conto quando ho scoperto che nel 1948 su questo territorio vivevano 600.000 ebrei e 1,4 milioni di palestinesi: dire che la Palestina è "una terra senza popolo per un popolo senza terra" è un'assurdità. Ma per riconoscere che esiste un altro popolo che considera questa terra come la propria patria, che vi è legato per cultura, religione, tradizioni, serve coraggio.

Aziz Abu Sarah: Per avanzare verso la pace, dobbiamo discutere del passato, anche senza essere d'accordo. La Palestina non era una terra senza abitanti: la mia famiglia vi viveva da moltissime generazioni. Non sono comparso dal nulla.

Discutere serenamente del passato richiede anche di accordarsi sulle parole da usare per definire la realtà. Ma come riuscirci? Maoz Inon. La distruzione di Gaza è una guerra giustificata, una guerra di vendetta o un genocidio, come sostiene anche l'Ongisraeliana B “Tselem? Israeliani e palestinesi non daranno mai la stessa risposta. Ciò che conta è capire come fare per costruire un futuro comune.

Aziz Abu Sarah. Possiamo essere in disaccordo sulla terminologia, purché siamo d'accordo sull'obiettivo: la pace.

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