Sopra. John Heartfield, “Il volto del fascismo”, “fotocollage”, 1928.
“John Heartfield è uno dei più importanti artisti europei. Lavora in un campo che lui stesso ha creato, quello del fotomontaggio. Attraverso questa nuova forma d'arte esercita una critica sociale. Fermamente dalla parte della classe operaia, smascherò le forze della Repubblica di Weimar che portavano alla guerra; una volta costretto all'esilio combatté contro Hitler. I lavori di questo grande artista, che per la maggior parte compaiono nella stampa dei lavoratori, sono riconosciuti da molti - compreso il sottoscritto - come dei classici". Queste parole, scritte nel 1949 da Bertolt Brecht danno conto di un mito ormai consacrato: quello di Helmut Herzfeld, l'artista berlinese che, fuggito in Inghilterra nel 1938, cambiò con la residenza anche il nome. Heartfield era stato uno dei più geniali seguaci del grande George Grosz e aveva saputo creare immagini capaci di parlare più di intere campagne di stampa: per questo era temuto e perseguitato dai nazisti, per questo è ancora oggi così amato. Nel 1928 creò questa immagine per un volantino del partito comunista tedesco sull"'Italia in catene": per rendere chiaro cosa intendeva dire Mussolini quando prometteva che avrebbe cambiato la faccia dell'Italia («Nei prossimi 15 anni cambierò il volto dell'Italia in modo tale che nessuno la riconoscerà più»), Heartfield realizzò un fotomontaggio tra il volto del dittatore italiano e quello di un volto in decomposizione, così da far apparire la mostruosa maschera di morte che si annunciava. Se gli italiani avessero creduto a questa facile profezia visiva, si sarebbero risparmiati l'orrore della guerra, che per loro iniziò dodici anni dopo. Anche oggi le idee del fascismo portano a ciò cui portarono al tempo del fascismo regime: "terrorismo, ignoranza, inciviltà, fondamentale anticristianesimo e antirisorgimento, e bieco apparato poliziesco delle forze conservatrici" (Franco Antonicelli). E anche oggi è bene ricordare che la pretesa superiorità del proprio Paese, e la promessa di accrescerne smisuratamente il potere, si trasformarono rapidamente, in Italia come in Germania, in un cumulo di macerie e di morti; e in un prolungato azzeramento della loro credibilità internazionale. I fascismi finiscono tutti così: prima seminano odio e paura verso gli altri, e poi portano distruzione e morte a chi li segue. Chissà se saremo un po' più lungimiranti dei nostri padri. (Tratto da “Il fotocollage che predisse la tragedia dell’Italia fascista” di Tomaso Montanari pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” dell’otto di maggio 2026).
“Giorgia la Sciamana dalla traversata nel deserto alla destra trumpiana”, testo di Massimo Giannini estratto dalla prefazione dell’Autore al volume “La Sciamana Meloni, l’ultima trumpista: fenomenologia della destra illiberale”, edito da Rizzoli, riportato dal quotidiano “la Repubblica” di oggi, martedì 12 di maggio 2026: “A Massimo, che con le sue critiche mi aiuta a crescere…”. È un giorno di maggio del 2021 e di buon mattino, appena entro in redazione mi ritrovo sulla scrivania un libro appena uscito. Si intitola Io sono Giorgia – Le mie radici, le mie idee. In copertina c’è lei, immortalata in primo piano. Lo apro, e c’è questa dedica che mi fa effetto e mi fa anche piacere. Soprattutto sorrido per la firma: “Giorgia – LA SCIAMANA”. Con Meloni abbiamo una lunga e lontana consuetudine. L’ho seguita per anni, soprattutto da quando ha fondato Fratelli d’Italia nel dicembre 2012. L’ho sempre apprezzata per la tenacia con cui ha condotto la sua interminabile traversata nel deserto, caricandosi sulle spalle un partitino che al suo esordio elettorale del 2013 prese l’1,95% e portandolo solo nove anni dopo sulla vetta più ambita e impensabile di Palazzo Chigi. E l’ho sempre criticata, imputandole una radicalità da destra estrema che nel passato non ha mai fatto i conti con la storia dalla quale proviene e nel presente non fa i conti con la realtà dalla quale fugge. Ma il rispetto non è mai mancato. E penso che da lì nasca quella sua dedica di allora, e questo mio libro di oggi. Che ha la sola pretesa di raccontare, senza rancore, cosa non funziona nel dispositivo del potere meloniano. Un potere originato da un Dna ideologico reazionario, settario e orgogliosamente minoritario, e nutrito attraverso un cordone ombelicale mai reciso non tanto e non solo dalla colleganza col fascismo di Mussolini, ma soprattutto dalla militanza nel Msi di Almirante. Un potere che si addestra tra le pieghe di un ventennio berlusconiano, con il quale si innesta in modo solo all’apparenza innaturale. Un potere che si afferma cavalcando gli spiriti animali del sovranismo internazionale e individuando nelle burocrazie di Bruxelles la malattia, nel ritorno alle piccole patrie il farmaco, e nei leader eurofobici alla Orbán il medico impietoso. Un potere, infine, che si consolida e probabilmente si consuma nella connessione politica - colpevolmente volontaria e consapevolmente identitaria - con la figura più tragica e titanica del nuovo millennio: Donald Trump. L’uomo che si riprende l’America e sconvolge il mondo, con la pretesa di riordinarlo in base ai suoi capricci e alle convenienze dell’Impero, sostituendo il diritto della forza al diritto internazionale, l’arbitrio alla regola, la capocrazia alla diplomazia. L’uomo che ha sfiorato un colpo di Stato nel gennaio 2021, quando ha mandato all’assalto di Capitol Hill la sua orda barbarica guidata dal famoso Jake Angeli, attivista di QAnon che profana il tempio della democrazia americana a torso nudo, col viso colorato di vernice rosso-bianco-blu, il petto pieno di tatuaggi, in mano una lancia e in testa un foulard sciamanico con corna di bisonte e pelliccia di coyote con due code. Cosa fosse Trump, e che pericolo rappresentasse per la civiltà, era già chiarissimo allora. Ma in quel momento Meloni si schiera al suo fianco. L’idea del titolo di questo libro nasce da lì: la Sciamana Giorgia ha fatto la sua scelta allora e l’ha rifatta nel novembre 2024, quando Donald rivince le presidenziali e lei, la nostra presidente del Consiglio diventa la sua cheerleader e non si allontana mai dal suo amico onnipotente. Nemmeno quando copre il genocidio di Netanyahu a Gaza e la guerra di Putin in Ucraina. Nemmeno quando semina il panico in Groenlandia, il caos in Medioriente, la zizzania nella Nato, il fiele nelle cancellerie dell’Ue, il terrore nelle metropoli Usa. Donald ha sempre ragione. “We Were Trump Before Trump”, come confermano le Tesi di Trieste del 2017. Nel solco del sangue e del suolo, del muro e del confine, della patria e della famiglia, senza mai dimenticare Dio e la Tradizione. Il terreno più fertile per l’aggregazione di tutte le ultra-destre che prosperano sulle paure e sulle disuguaglianze, sul nazionalismo e sul suprematismo, sulla xenofobia e sull’omofobia, sulla suggestione autoritaria e sulla pulsione securitaria. Come ha detto il primo ministro canadese Mark Carney al Forum di Davos del gennaio 2026, questa è un’era di rottura, non di transizione.

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