
Si è parlato, in questi giorni, da vari oratori, del pericolo che
la magistratura diventi un "quarto potere"; si è parlato del pericolo
che la magistratura diventi una casta chiusa, uno Stato nello Stato, una specie
di cittadella inespugnabile, sottratta ad ogni controllo della sovranità
popolare. Ebbene, onorevoli colleghi, io credo che queste preoccupazioni siano
smentite dalla struttura stessa che noi abbiamo dato a questo progetto. Noi
abbiamo voluto che la magistratura fosse indipendente, ma non abbiamo voluto
che fosse separata dalla nazione. L'indipendenza che noi rivendichiamo per i
magistrati non è un privilegio dei magistrati: è una garanzia dei cittadini. Perché
il cittadino sia libero, occorre che il giudice sia indipendente. Ma v'è un
punto su cui la discussione è stata più viva: quello del Pubblico Ministero. Si
è detto da alcuni: «Sia pure l'indipendenza per il giudice che giudica; ma il
Pubblico Ministero, che è il promotore della giustizia, che è l'organo che deve
dare l'impulso al processo, deve essere in qualche modo collegato al Potere
esecutivo». Noi abbiamo risposto di no. Abbiamo risposto che anche il Pubblico
Ministero deve essere un magistrato; che anche il Pubblico Ministero deve avere
le stesse garanzie di indipendenza del giudice. Perché se voi lasciate il
Pubblico Ministero sotto la dipendenza del Governo, voi venite a mettere la
giustizia penale sotto la dipendenza della politica. Se il Pubblico Ministero
deve attendere un cenno del Ministro per sapere se deve o non deve iniziare un
processo penale contro un uomo politico, se deve o non deve insistere
nell'accusa, in quel momento la giustizia penale è finita, e la libertà del
cittadino è perduta. Il Pubblico Ministero, nell'ordinamento che noi abbiamo
tracciato, non è l'avvocato dell'accusa: è un magistrato, il quale ha l'obbligo
di cercare la verità, anche se la verità giova all'imputato. Egli appartiene
all'ordine giudiziario; egli respira la stessa aria di imparzialità che respira
il giudice. Questa è l'unità della magistratura che noi abbiamo voluto
difendere: l'unità che deriva da una comune cultura, da un comune concorso, da
una comune coscienza di magistrato che non deve servire nessun altro padrone se
non la legge. (Piero Calamandrei, dall’intervento all’Assemblea
Costituente del 27 di novembre dell’anno 1947).
“Letture-post-Referendarie” 1 Fra il 12 e il 13 maggio 1974 andarono a votare per il referendum
abrogativo del divorzio 33 milioni di italiani, 1'87,2 degli aventi diritto: se
vi rattristate per i dati sull'affluenza, pensate anche che, come è noto, vinse
il No con il 59,26% dei voti. Fu quella l'occasione della prima vignetta
politica di Giorgio Forattini: una bottiglia di champagne con su scritto No. Il
tappo che saltava era Amintore Fanfani, che era stato il punto di riferimento
della campagna per il Sì, e l'allusione, politicamente scorretta quanto si
vuole, era alla sua statura, ma anche e forse soprattutto all'idea di un tempo
nuovo che stava arrivando, e infatti Fanfani si dimise di lì a poco da
segretario della Dc. Altri tempi, tempi ingenui se si vuole: oggi la campagna
referendaria si è svolta nel modo più efficace per i sostenitori del Sì, ovvero
incutendo paura. Oltre a occupare le stazioni ferroviarie con i tabelloni digitali,
usare la canzone vincitrice di Sanremo con, fino a oggi, il silenzio del suo interprete,
occorre terrorizzare i cittadini. Se andate sul sito di Forza Italia, per
esempio, trovate i volantini da scaricare, quello col faccione di Tajani,
quello con Enzo Tortora in manette e un testo dal titolo "Alle quattro del
mattino". Sostiene l'autore, l'onorevole Enrico Costa, che a tutti può
capitare di vedere i poliziotti che ti piombano in casa sul far dell'alba per
arrestarti, perché magari qualcuno ti ha accusato ingiustamente o il solito
magistrato analfabeta ha sbagliato a trascrivere il tuo nome. Ora, se bisogna aver timore di qualcuno che ti
piomba in casa alle quattro di mattina, bisognerebbe semmai spaventarsi per
Palantir, che si autodefinisce "sistema di sorveglianza di massa"
anche mirato a singoli (lo usa l'ICE, per dire), e più di qualsiasi magistrato
bisognerebbe aver paura del suo fondatore Peter Thiel, di recente a Roma per
spiegarci che Greta Thunberg è l'anticristo, e al confronto del quale Elon Musk
è più innocuo di Peter Coniglio. Ma anche, restando a circostanze più quotidiane,
si potrebbe quanto meno paventare di trovarsi alla porta Antonio Di Pietro, che
ha dichiarato che sta girando il Paese casa per casa per spiegare le ragioni
del Sì. A dire il vero, in questa campagna referendaria più che le ragioni del
Sì si usano altre leve. Basti pensare alle parole della presidente del
Consiglio, che nel suo comizio milanese ha delineato gli scenari in caso di
vittoria del No: "stupratori, pedofili e spacciatori rimessi in libertà,
antagonisti che devastano le stazioni senza conseguenze giudiziarie, figli che
vengono strappati alle madri se i giudici non condividono il loro stile di vita
mentre vivono in un bosco". E viene da chiedersi quale Paese abbia in
mente la presidente, e quale il presidente del Senato Ignazio La Russa, sempre
pronto a parlare dell'odio altrui in qualsiasi circostanza, dimenticando che
sull'odio le destre hanno costruito le loro campagne elettorali e la loro, ci
si augura momentanea, fortuna. (…).
“Letture-post-Referendarie”
2 Giorgia Meloni ha ripetuto
fino all'ultimo una formula semplice apparentemente definitiva: «Il governo non si
dimetterà in caso di vittoria del No». È un'affermazione che prova a sottrarre
la consultazione popolare al suo inevitabile significato politico, confinandola
nella dimensione tecnica di una riforma della giustizia. Ma il nodo, ormai, è
arrivato al pettine. Lunedì sapremo chi avrà vinto e chi avrà perso questa
partita. Una campagna feroce, segnata da un linguaggio più da processo che da
confronto, ha progressivamente deformato il merito della riforma: da una parte
il racconto delle colpe dei magistrati, dall'altra l'allarme sulle tentazioni
autoritarie del governo. Due narrazioni opposte, entrambe costruite per
mobilitare gli elettori più che per chiarire davvero i termini della questione.
È evidente che una vittoria del Sì rafforzerebbe il governo e la sua
presidente.
La riforma porta il marchio dell'esecutivo e, quando la campagna è
entrata nella sua fase decisiva, Meloni ha scelto di metterci la faccia,
guidando personalmente il fronte dei favorevoli. In quel caso il referendum diventerebbe
la conferma popolare della sua linea politica e l'ennesima prova di una leadership
che finora ha conosciuto più consolidamenti che battute d'arresto. Ma è altrettanto
evidente che una vittoria del No assumerebbe un significato opposto. Non solo
una sconfitta su una riforma centrale per la maggioranza, ma uno smacco politico
per l'esecutivo di centrodestra a poco più di un anno dalle elezioni politiche.
Ed è qui che la storia repubblicana torna a suggerire qualche cautela a chi
immagina che basti dichiarare irrilevante il risultato per neutralizzarne le
conseguenze. Nel 1974 Mariano Rumor tentò di resistere al terremoto politico
prodotto dal referendum sul divorzio. La vittoria del No non era formalmente un
voto contro il suo governo, ma colpiva al cuore la strategia della Democrazia
cristiana guidata da Amintore Fanfani. Il contraccolpo politico fu tale che
Rumor dovette dimettersi quattro settimane dopo, anche se il presidente Leone
riuscì a prolungare di qualche mese la vita di quel tripartito Dc-Psi-Psdi,
Vent'anni più tardi, nel 1993, Giuliano Amato visse una scena simile ma ancora,
più rapida. Il referendum promosso da Mario Segni travolse il sistema
elettorale della Prima Repubblica. Amato, che era stato uno dei più duri
oppositori del quesito referendario, dopo la vittoria schiacciante del Sì restò
a Palazzo Chigi solo altri dieci giorni prima di salire al Quirinale per
rassegnare le dimissioni. Infine c'è il precedente più vicino. Il 4 dicembre
2016 Matteo Renzi personalizzò il referendum sulla riforma costituzionale trasformandolo
in un giudizio sulla sua leadership. La sconfitta fu netta e la reazione immediata:
otto giorni dopo il voto, il governo lasciò il campo, segnando anche l'inizio
del declino politico del suo protagonista. Naturalmente non esiste una norma
che obblighi un presidente del Consiglio a dimettersi dopo un referendum
perduto. La Costituzione non lo prevede e la prassi non lo impone. Ma la
politica, a differenza del diritto, vive anche di simboli, di equilibri e di
percezioni. Se lunedì sera il verdetto delle urne fosse la bocciatura della
riforma della giustizia, per Giorgia Meloni sarebbe la prima vera disfatta da
quando è salita, da vincitrice, lo scalone d'onore di Palazzo Chigi. E le sconfitte
politiche, soprattutto quando arrivano dal voto popolare, raramente restano senza
conseguenze. Anche quando si prova a far finta che non sia accaduto nulla.
N.d.r. Le “Letture-post-Referendarie”
1 e 2 sono a firma, rispettivamente, di Loredana Lipperini – “Una campagna
incentrata sulla paura” – e di Sebastiano Messina – “Chi perderà non
potrà fingere che nulla cambi” – e sono state pubblicate sul settimanale “L’Espresso”
del 20 di marzo 2026.
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