“Quel fascio-satanello sgovernatore di celle finito come la bistecca”, testo di Pino Corrias Corrias pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, giovedì 26 di marzo 2026: Era probabilissimo, anzi scontato che Andrea Delmastro, il fascio-futurista di Biella che per quasi quattro anni da sottosegretario alla Giustizia ha sgovernato il disastro delle carceri italiane tanto quanto la personale sciagura dei suoi affari a cena, stavolta non poteva farla franca. E che la sponda del referendum, come a biliardo, gli avrebbe mandato le palle colorate delle sue giustificazioni a rotolare molto lontano dalle buche dove voleva nasconderle per poi nascondersi, se il cartello del Sì avesse vinto contro “le toghe rosse cancerogene”, garantito come prima da Meloni che lo avrebbe protetto fino a fine legislatura, come suo personale bimbo nel bosco, avvocato di fiducia, camerata. Dimissioni “per leggerezza” ha detto Delmastro. Ma è vero il contrario. Era pesantissima quella rivelazione di essersi infilato in società – e che società, intitolata nientemeno che “Le Cinque Forchette” – con un prestanome del Clan Senese, camorra in purezza. Tutte e due le mani infilate nelle braciole della Bisteccheria, il ristorante romano di via Tuscolana che all’apparenza risultava in capo alla figlia del prestanome, una ragazzina di 18 anni. Con tanto di fotografie (rivelate dal Fatto) e testimonianze dei commensali che partecipavano a quelle cene di frontiera, insieme con altri esponenti di Fratelli d’Italia, dirigenti del Dap, la direzione dell’amministrazione penitenziaria, e persino la celebre Giusi Bartolozzi, la zarina di via Arenula, dimissionata anche lei in tutta fretta, e che fino a ieri l’altro imbracciava in pubblico il Sì al referendum come fosse un suo personale sfollagente, e dichiarava: “Così ci togliamo dalle palle la magistratura”, che è sintassi da Banda Bonnot col mitra in mano. Celebrato per il ringhio delle sue faccette, al militante Delmastro aveva sempre sorriso la fortuna dei cattivi. In gioventù, a Biella, gli andò bene una faccenda di guida in stato di ebbrezza, reato estinto per oblazione. Altrettanto gli andò bene – alla fine di un comizio del Fronte della gioventù – la brutta storia di una rissa e di un clochard finito all’ospedale con la mandibola rotta. Gli andò bene persino quella grottesca vicenda degli spari a Capodanno 2025, coinvolti nelle indagini lui, il suo caposcorta e quel tale Pozzolo Emanuele, deputato di FdI e ora di Vannacci, così intelligente da andare in giro con una mini-pistola carica, farla vedere ai camerati, vantarsene, fino a che un colpo accidentale non andava a conficcarsi nella coscia di uno dei commensali, un poveraccio risarcito con trenta denari. E senza che nessuno dei coinvolti ammettesse il misfatto, ma rimpallandoselo da una bugia all’altra, come una qualunque banda di maranza, altro che uomini di Stato. Per non dire della condanna, in primo grado, incassata lo scorso anno per avere rivelato documenti coperti da segreto sul caso dell’anarchico Cospito detenuto al 41-bis, al suo coinquilino Giovanni Donzelli, detto “Minnie”, che se li è rivenduti in Parlamento per accusare la sinistra di intendersela con l’anarchico e addirittura con la mafia. Una panzana che ora gli ricasca proprio dentro casa, nella cameretta accanto. Inverosimili fin dal primo istante sono apparse le giustificazioni di Delmastro. Troppo persino per gli standard della falange di Palazzo Chigi, Meloni, Fazzolari, Mantovano, che hanno uno stomaco di ferro, in grado di digerire per 40 mesi la ghiaia giudiziaria di Daniela Santanchè, (ex) ministra di Stato indagata per truffa allo Stato.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
giovedì 26 marzo 2026
MadeinItaly. 82 Andrea Delmastro Delle Vedove: «Porto in Parlamento l’anima profonda del popolo italiano».
(…). Passerò dodici faticosissime ore tra Senato e Camera ad
ascoltare la versione del mondo di Meloni, il suo vittimismo aggressivo, la sua
malcelata insofferenza verso opposizioni e compari di governo
"nonché" l'ostentata ricerca di una postura da statista e
l'incapacità di mantenerla davanti alla tentazione genetica di buttarla in
caciara, buttando nel calderone, anche
parlando di Iran, magistrati e migranti da rimpatriare, e pazienza se un domani
quei migranti arriveranno proprio dall'Iran, o da altri Paesi del Golfo. Le
facce stravolte dei ministri "di punta", se così si può dire,
sembrerebbero voler essere altrove a espiare l'inadeguatezza conclamata degli
ultimi giorni, o perlomeno mi illudo che così sia. Le opposizioni iniziano
morbide al Senato, quasi ipnotizzate dalla mano tesa loro di Meloni alla
ricerca. di una voce sola che rappresenti il Paese in tempi di guerra, poi ci
si scalda a vicenda, ci si rinfacciano amicizie imbarazzanti o vantate,
incoerenze passate e presenti, fioccano trabocchetti dialettici. Nel rumore
bianco di fondo, ho occhi e orecchie solo per i tre vannacciani migrati di
posto, appollaiati sopra al gruppo misto, intenti ad insultarsi con i 5 Stelle
e a riabilitare Putin. E mentre si passa la giornata a scoprire che La Russa ha
dato del "cojone" a un senatore ma non oggi, bensì una settimana fa,
Sal Da Vinci fa sapere che è vero, Meloni l'ha chiamato, ma solo per
complimentarsi, e che per usare il suo brano bisognerà chiamare la casa
discografica. Quando alle 22 di sera finalmente si vota, Meloni si alza e
saluta i suoi deputati groupies che le intonano cori. Tajani, intanto, rimasto
solo nei banchi del governo, affonda la faccia nelle mani, ma nessuno sembra
farci più caso. (Tratto da “Guerra&caciara” di Diego Bianchi,
pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 20 di marzo 2026).
Ma indisponibili, ora
che sono finiti dentro la trincea degli assediati, a sopportare le guaste
polpette difensive di Delmastro. Il quale s’è discolpato a forza di “no, non
sapevo”. Non sapeva chi fosse il padre della ragazzina. Non sapeva da dove
venissero i soldi per aprire il ristorante. Non sapeva come mai una diciottenne
potesse avere un malloppo in tasca da investire. Non sapeva che quel locale
veniva da aziende sequestrate alla criminalità. E senza sapere niente di
niente, si era fatto socio, pensa l’astuzia, pensa la verosimiglianza, intestandosi
il 25 per cento della società romana e firmando l’atto nello studio di un
commercialista di Biella che è pure assessore di Fratelli d’Italia. Per poi
festeggiare l’affare a cena con tanto di fotografie e brindisi, dove compare
abbracciato a Mauro Caroccia, il babbo che non conosceva, della bimba che non
conosceva. Il tutto senza mai avvertire la Camera dei deputati della società
appena costituita, prassi obbligatoria per regolamento, ma chissenefrega del
regolamento. Andrea Delmastro Delle Vedove, detto “Satanasso” e pure
“Satanello” per via del carattere incendiario, è nato nell’anno 1976 a
Gattinara, Vercelli, e ha biografia adeguata al personaggio. Viene dalla Fiamma
tricolore del Movimento sociale, come il padre Sandro, deputato missino negli
anni 90. Studia a Biella e a Torino. Laurea in Giurisprudenza. Carriera da
avvocato penalista. Militante spalla a spalla con la generazione maggiore di
Ignazio La Russa, Fabio Rampelli, Tommaso Foti, Francesco Lollobrigida, tutti
affetti dalle identiche frustrazioni, dagli identici rancori, accumulati
durante le rispettive giovinezze trascorse nei sotterranei degli Underdog.
Dunque aggressivi a prescindere. Non per nulla le cronache lo segnalano per un
rogo di “libri di sinistra” davanti al liceo classico di Biella. Per zuffe
ricorrenti contro le zecche rosse. Per un convegno intitolato “Mussolini uomo
di pace”. Illuminato dall’ascesa di Giorgia Meloni, entra a Montecitorio nel
2018: “Porto in Parlamento l’anima profonda del popolo italiano”. Nel suo caso
la mascella protesa in avanti. Diventa sottosegretario e avendo la delega alle
carceri, si vanta di occuparsi solo del benessere della polizia penitenziaria.
Non riconosce il reato di tortura, né l’evidenza dei pestaggi in carcere. Al
punto da chiedere in Parlamento l’encomio solenne per gli agenti di custodia
indagati per avere massacrato i detenuti nel carcere di Santa Maria Capua a
Vetere. E lo ha fatto quando le immagini del pestaggio erano diventate scandalo
pubblico e nazionale, cioè una vergogna per tutti, tranne che per lui. È un
cattivista a tutto tondo. Con l’aggravante di attribuirsi “il cuore puro” e
“l’alto ideale”. Compreso l’odio per i detenuti che gli fanno provare “una
intima gioia”, quando li vede “soffocare dentro ai cellulari” in transito.
Chissà se ora – in transito lui medesimo dalla braciola alla brace – immagina
per sé stesso l’identica porcheria.
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