"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 30 aprile 2026

Doveravatetutti. 87 Ezio Mauro: «Donald Trump ha fatto irruzione nel sistema politico mettendolo a soqquadro e rendendo inutili le categorie interpretative, i meccanismi di salvaguardia, il richiamo alle regole: tutto sta volando per aria, non solo la politica ma i suoi storici contenitori, le alleanze, la Nato, l’Occidente, gli organismi internazionali».


(…). La violenza politica è stata sempre presente in America, ma ora pare un’occorrenza quotidiana. Perché? «La violenza politica negli Stati Uniti non è nuova, ma ciò che ora sembra diverso è la sua costanza, la frequenza, ma anche la vicinanza alla vita ordinaria e la sua normalizzazione nel linguaggio. La violenza inizia retoricamente, prima di diventare fisica. Quando gli avversari politici vengono descritti non come avversari ma come minacce esistenziali, traditori o nemici del popolo, il terreno cambia. A questo si aggiunge un ambiente mediatico che premia l’indignazione, un ecosistema digitale che amplifica il discorso e una diffusa perdita di fiducia nelle istituzioni. Così si ottiene una cultura in cui l’escalation sembra, per molti, non solo giustificata ma necessaria. Non è tanto la violenza quanto il fatto che le barriere ad essa si siano erose».

Trump ha sollecitato gli americani a risolvere in maniera pacifica le differenze, ma la retorica divisiva usata dalla sua amministrazione, le violenze a Minneapolis, la grazia agli assalitori del Congresso nel 2021, non alimentano questa deriva? «Ovviamente il presidente ha la responsabilità. Non una responsabilità esclusiva, perché queste dinamiche sono più grandi di una singola persona, ma una responsabilità unicamente potente. La leadership non riguarda solo le politiche; riguarda il tono, ciò che è permesso e ciò che viene condannato, il vocabolario morale dato a una nazione per descriversi. Quando la retorica diventa divisiva, quando la forza viene usata in modi che sembrano eccessivi o simbolici, piuttosto che necessari, quando gli atti di violenza vengono minimizzati o perdonati per comodità politica, ciò non riflette solo il paese, ma lo plasma».

(…). La frattura culturale americana è molto profonda, non solo politica. Quali sono le radici e i rimedi, prima che abbiano conseguenze anche peggiori? «La frattura non è solo politica perché non riguarda solo le politiche. Riguarda l’identità, l’appartenenza, la memoria, chi si sente visto e chi no, chi si sente al sicuro e chi no, chi crede che il futuro lo includa e chi teme che non lo faccia. La disuguaglianza economica gioca un ruolo, così come il rapido ritmo del cambiamento culturale, ma sotto a questi elementi c’è una questione più profonda di riconoscimento. Le persone non discutono solo su ciò che è vero, ma su quale esperienza conti come reale. Le soluzioni, se questa è la parola giusta, non arriveranno rapidamente. Richiederanno una riparazione istituzionale; ristabilire la fiducia nelle elezioni, nei tribunali, nel giornalismo. Ma anche qualcosa di più intimo: una reumanizzazione dell’altro. Questo è un lavoro lento. Accade nel linguaggio, nell’educazione, nel rifiuto di accettare semplificazioni che rendono la violenza più facile da giustificare. Il pericolo non è solo che le cose possano peggiorare, ma che potremmo abituarci a un livello di frattura che un tempo sarebbe stato impensabile. Il compito, quindi, non è solo prevenire la catastrofe, ma recuperare un senso di ciò che dovrebbe ancora essere inimmaginabile». (Tratto da “Una retorica divisiva e violenta avvelena la mia America”, intervista di Paolo Mastrolilli allo scrittore americano Safran Foer).

“Trump la follia e l’ideologia”, testo di Ezio Mauro: C’è della follia in questo metodo? Rovesciando Shakespeare, è questa la domanda a cui sta cercando di rispondere la razionalità occidentale davanti all’inconsueto, all’inspiegabile, all’imprevedibile, cioè a questa strategia del caos che con Donald Trump ha fatto irruzione nel sistema politico mettendolo a soqquadro e rendendo inutili le categorie interpretative, i meccanismi di salvaguardia, il richiamo alle regole: tutto sta volando per aria, non solo la politica ma i suoi storici contenitori, le alleanze, la Nato, l’Occidente, gli organismi internazionali nati per prevenire i conflitti, le pagine di storia che documentano lo sforzo per progredire nella pacifica convivenza della libertà. Vedere che il leader dello schieramento democratico attacca la democrazia invece di difenderla è assistere a un testacoda talmente perfetto da non avere spiegazioni, un ribaltamento dei punti cardinali che sconvolge ogni mappa, e invita a cercare una logica in ciò che sta accadendo non solo fuori dalla politica ma fuori dalla tradizione, dal costume, dal vocabolario: appunto, fuori dalla ragione. Chissà se oltre alla prassi liquidatoria di tutti gli istituti di tutela della democrazia c’è anche una teoria che guida le azioni della Casa Bianca, chissà se Trump si propone di incarnare la raffigurazione del potere di Carl Schmitt, secondo cui il sovrano si rivela nella capacità di sospendere la norma, di decidere quando le regole non valgono più, cercando legittimità non nella legalità, ma nella potenza dell’infrazione. Oppure se è solo l’istinto che guida le scelte, il carisma che le annuncia, la contraddizione permanente che testimonia la mancanza di ogni vincolo e di qualsiasi limite. Certo assistiamo a una personalizzazione totale della leadership che risolve l’equazione del potere con una semplificazione assoluta: tutto nasce da lui e a lui ritorna, nessun altro può condividere il processo decisionale perché il carattere messianico di questa avventura assegna all’esercizio del potere una funzione quasi sacerdotale, riservata al capo supremo. Tutto questo non è un semplice rituale, ma al contrario è una delle condizioni che determinano l’irrazionalità delle scelte. Assistiamo infatti a un accumulo di potestà sovrana nelle mani del presidente e insieme alla crescita della sua solitudine nella responsabilità delle decisioni. Perché quanto più l’autorità è esclusiva, tanto più diminuisce per forza di cose il concorso di competenze. (…). Questa privatizzazione delle funzioni proprie del governo determina una gestione delle crisi come un’“interna corporis” del presidente, e taglia fuori l’esperienza generale e la conoscenza specifica della macchina statale, che gira a vuoto esclusa dal processo. Ci stupiamo se certe decisioni sembrano sconsiderate o assurde: ma la radice è esattamente in questa diffidenza per il sapere dell’apparato ministeriale e per la cultura di governo, che in realtà è anche una garanzia per i cittadini. Quando le decisioni del presidente o i suoi annunci non producono le conseguenze promesse, risalta drammaticamente la sproporzione tra le ambizioni e i risultati, tra la temerarietà e la realtà, tra il titanismo della sfida e il declino dell’autorità che la sostiene. Gli Stati Uniti e il mondo stanno calcolando il prezzo di questo scarto, il costo politico di un presidente che distrugge senza saper ricostruire: e non trovando una giustificazione a questa ossessione di dominio che non riesce a tradurre la forza in politica, cercano la spiegazione nella follia. È una scorciatoia cognitiva, un’auto-rassicurazione. Se entra in campo l’irrazionale, tutto si riduce a un’anomalia individuale, e il sistema è salvo. Si esce dalla politica: non è più necessario interrogarsi sulle cause che hanno preparato l’avvento del trumpismo, non è obbligatorio riflettere sulle complicità della classe dirigente e sulla latitanza delle opposizioni. La riduzione di un problema istituzionale a caso clinico de-responsabilizza politicamente tutta Washington, trasforma l’estremismo di governo in una sorta di possessione tribale, e assolve gli elettori di Trump che non devono sentirsi complici, perché in realtà sono stati traditi. È la riduzione di un caso di portata universale alla dimensione personale, nella convinzione che risolta l’anomalia, magari già a midterm, sarà ripristinata la normale fisiologia del sistema americano. Ma le cose non stanno così. Trump non è un alieno arrivato alla Casa Bianca per un incidente della storia, è un prodotto di quella storia, con una genesi, uno sviluppo e una crescita ben precisi. Cercando una spiegazione all’anomalia nella patologia, noi non vediamo l’azione dell’ideologia. Non ci accorgiamo cioè che l’estremismo sovranista di Trump è il frutto di una mutazione della destra americana che si è impadronita del partito repubblicano come veicolo, l’ha sventrato e dirottato, ha sostituito il mito reaganiano della “città sulla collina” con l’egoismo titanico dell’”America first”, ha costruito una forza tecnicamente rivoluzionaria col movimento Maga e l’ha lanciata all’assalto del Campidoglio, facendo di quel gesto eversivo l’imprinting del secondo mandato di Trump, dopo la vittoria elettorale. È la destra dunque che deve affrontare la manomissione trumpiana del suo codice genetico, fino a ipotizzare il superamento della democrazia liberale, cioè un cambio di regime in America. È sempre la destra che deve decidere cosa vuole essere, al bivio tra un conservatorismo di sistema e una rivoluzione reazionaria. È ancora la destra, in sostanza, che deve fare politicamente i conti con la “follia” neoautoritaria di Trump. Nessuna cartella clinica la salverà.

N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati, rispettivamente, alle date del 27 e del 26 di aprile correnti sul quotidiano “la Repubblica”.

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