"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 25 agosto 2025

MadeinItaly. 60 Andrea Camilleri: «È fatta di un nulla la felicità. Come quelle farfalle che prendi per le ali e poi lasci andare e sulle dita ti resta una polvere d'oro. Attenzione, perché la felicità, a volte, vi è passata accanto e non ve ne siete accorti. Io sono stato felice per pochi attimi e per cose inspiegabili».


(…). C’è una “produttività”, nella storia del Leoncavallo, che è parecchio milanese. Produrre socialità e cultura non è un piatto pronto, è un lavoro, in genere un lavoro lungo. La riottosità improduttiva e ombelicale che viene facile imputare a molte manifestazioni del cosiddetto mondo antagonista, al Leonka ha avuto vita breve. La storia politica di questa grande e anomala bottega milanese è, da quasi subito, inclusiva prima di tutto nei propri confronti: aperta al quartiere, ai movimenti e ai partiti della sinistra radicale e non extraparlamentare (leader del Leonka sono finiti, meritatamente aggiungo, in Parlamento), alla galassia della sperimentazione artistica, teatrale, musicale, letteraria. La mozione “aprire le porte” ha sempre avuto la meglio, e se pensate al settarismo mortifero che ha ammazzato in culla tanta sinistra ultrà, viene quasi da dire che il Leonka, nel vasto e difforme campionario dei centri sociali, è una specie di eccezione “riformista”, ancora una volta molto milanese. Certo il Leoncavallo, nelle sue varie fisionomie e rinascite, e in virtù della sua natura “di quartiere”, poteva sempre rimandare in qualche maniera a una fisionomia popolare milanese classica, come se il dna della bocciofila e del circolo Arci si rigenerasse nelle forme tatuate e graffitare delle nuove generazioni urbane di tutto l’Occidente. Una capacità mutagena che dovrebbe far sobbalzare urbanisti, sociologi e soprattutto politici: quanto è preziosa, quanto utile la differenza? Quanto ci piace immaginare una Milano senza o con Leoncavallo? Quanto pesa, in tutta questa discussione, l’aspetto legalitario, che da solo non è mai bastato (lungo i millenni) a stabilire con nettezza il confine tra il giusto e l’ingiusto, la ragione e il torto? E quanto l’aspetto politico, ovvero la presa d’atto che “ai margini”, in uno spazio ricavato scavando dentro le dimenticanze del capitale, nei recessi dello sfitto, dell’inutilizzato, del postindustriale, possono fiorire la socialità, l’incontro, la cultura? La ciancia puerile del Salvini e di quella parte ahimè dominante della destra che odia ogni forma di vita al di fuori di se stessa (perché la teme) sono cose scontate. Cose da fascisti, per dirla tutta. Esultano per lo sfratto del Leoncavallo, esultano per le fatiche giudiziarie di Milano, esultano per tutto ciò che giova alla loro cieca e modesta spedizione punitiva. Borghesucci improvvisati che invocano la legge solo quando giova ai propri comodi, e la scansano (Casa Pound!) quando tira in ballo anche il proprio dovere. È la sinistra, tutta quanta, in primis il centrosinistra milanese che deve decidere se “Leoncavallo” è il nome di una scomodità oppure di una occasione. Se quel percorso impuro, anomalo, anche illegale, rappresenta una parte di città che merita di avere voce, o se il piano regolatore del futuro deve essere scritto solo da chi ha già voce in capitolo, e organizza lo skyline. Non è una scelta facile. Da milanese che confida nell’intuito generoso e futurista della sua città, spero, o mi illudo, che Milano non si dimentichi del SUO Leonka. (“Dal Leoncavallo un’opportunità per il nostro futuro” di Michele Serra, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 23 di agosto 2025).

"La felicità per me non ha motivazioni, non ne ha mai avute, per me è fatta di cose ridicole. La felicità per me era aprire la finestra al mattino, sentire l’aria fresca, guardare fuori. Alzarsi presto, aspettare che tutta la casa prendesse vita, sapere che dopo un po’ si sarebbero alzate le persone a me più care e che presto ci sarebbero state le loro voci intorno a me. E che poi avrei iniziato a scrivere. Questa era la felicità”.

"L'aspetto che più mi piace della felicità è che è duplicabile, se riesci a rinnovare dentro di te la memoria di un momento felice, quell'evento ha ancora un'eco di felicità. La felicità è un istante, l'accensione di un fiammifero che in quei pochi secondi di luce ti permette però di vedere a lungo”.

"È fatta di un nulla la felicità. Come quelle farfalle che prendi per le ali e poi lasci andare e sulle dita ti resta una polvere d'oro. Attenzione, perché la felicità, a volte, vi è passata accanto e non ve ne siete accorti. Io sono stato felice per pochi attimi e per cose inspiegabili”.

"Non ci vedo più, ma i miei sogni sono a colori. Quello che mi importa è una certa impalpabilità delle cose, importano gli affetti. Acquistano un valore enorme i sentimenti. Sono felice. Non ho paura di morire. La felicità è nelle cose ridicole”. (“Andrea Camilleri e la felicità”, dallo spettacolo "Tiresia").

«Visita con Camilleri alla città artificiale chiamata “Melonia”», testo di Giovanni Valentini pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, sabato 23 di agosto 2025: “Quanno il Duce lo venni a sapiri, ordinò al segretario del partito che tutti i gerarchi in un raggio di cinquanta chilometri torno torno a Caltagirone dovivano andarsela a pigliari in quel posto” (da “Privo di titolo” di Andrea Camilleri – Sellerio, 2005).

Sotto il diluvio del trionfalismo governativo, amplificato dalla grancassa mediatica di regime, m’è tornato in mente un vecchio libro di Andrea Camilleri che avevo letto anni fa. In quel romanzo “storico”, ambientato ai tempi del fascismo, lo scrittore immagina una visita improvvisa del duce a Caltagirone, in Sicilia. Per fare bella figura con l’ospite di riguardo, i gerarchi locali allestiscono una città di cartapesta, denominata “Mussolinia”, con fotomontaggi e fondali finti. Non ricordavo, però, il titolo di quel libro. E un po’ per pigrizia e un po’ per curiosità, ho provato a chiederlo a ChatGpt. È stata un’esperienza sconcertante. La prima risposta, in tempo reale, mi ha sorpreso: Il re di Girgenti, ha sentenziato l’intelligenza artificiale. Sono andato a ripescare quel volume nella mia libreria e ho verificato che l’indicazione era errata. Ho scritto allora al mio interlocutore virtuale e gli ho domandato: “Come mai hai sbagliato?”, ipotizzando che si trattasse di un altro romanzo di Camilleri, intitolato La presa di Macallè. Risposta testuale: “Ottima domanda – e hai ragione a chiederlo. Ho sbagliato perché ho risposto troppo in fretta, basandomi su una memoria generale dello stile e dei temi di Camilleri, senza verificare con sufficiente precisione il riferimento specifico”. In calce a questa disarmante giustificazione, ChatGpt ha aggiunto: “Il re di Girgenti contiene effettivamente scenari teatrali e una satira del potere, ma non è il libro in cui compare la visita del duce con la cartapesta, che invece è La presa di Macallè, come hai giustamente indicato”. L’ho prelevato dalla mia libreria e mi sono accorto che neppure questo era giusto. Ho riscritto all’“intelligente artificiale” chiedendo una nuova verifica e finalmente mi è arrivato il responso esatto: Privo di titolo, pubblicato da Sellerio nel 2005. E così ho sfogliato di nuovo il libro per controllare i miei ricordi. È una storia che ben si attaglia ai nostri giorni. “I gerarchi di Caltagirone offrono e intestano a Mussolini – scrive Salvatore Silvano Nigro nella bandella – una stupefacente città turrita, che esiste solo nella realtà illusoria di un fotomontaggio”. Ma il racconto di fantasia non assomiglia forse a quello che stanno facendo, nell’Italia di oggi, i supporter del governo Meloni? E in particolare, i giornalisti e i conduttori televisivi che si sforzano di costruire una “città di cartapesta” per compiacere la premier? Dal riarmo europeo al Ponte sullo Stretto di Messina, dal Centro per i deportati in Albania al “caso Almasri”, dal black-out sul calo della produzione industriale alle cifre gonfiate sull’occupazione, dalla peggio-riforma delle pensioni fino a quella fasulla della Rai: è tutto uno scenario che mistifica la realtà per diffondere una “narrazione” propagandistica, attraverso le reti tv pubbliche e private o i giornali e giornaletti sovvenzionati da Palazzo Chigi. Sul modello di “Mussolinia”, si potrebbe chiamare “Melonia” questa città artificiale, edificata sul terreno mediatico per esaltare la presidente del Consiglio. Nell’esilarante romanzo di Camilleri, alla fine qualche delatore spedisce al duce il fotomontaggio che rivela la messinscena. Ma noi, oltre alle pagine quotidiane di questo giornale, un’immagine-verità ce l’abbiamo già ed è la copertina che il settimanale statunitense Time ha dedicato recentemente alla nostra premier: basta leggere o rileggere il testo di quell’articolo, tutt’altro che celebrativo, per farsene una ragione.

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