“L’egemonia sull’oro nero così gli States decideranno prezzo e paesi da rifornire”, testo di Maurizio Molinari pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 6 di gennaio 2026: La cattura di Nicolas Maduro a Caracas svela l’intenzione del presidente Donald Trump di portare l’Emisfero Occidentale sotto una sfera di influenza degli Stati Uniti ed il primo obiettivo è l’energia: punta a diventare il maggiore attore sul mercato del greggio, mettendo in difficoltà i rivali globali Cina e Russia. Dopo il raid Trump ha sottolineato senza mezzi termini la volontà di gestire le risorse petrolifere del Venezuela: sono stimate in 303 miliardi di barili, le più grandi al mondo davanti all’Arabia Saudita con 267 miliardi, ed all’attuale prezzo di 57 dollari a barile implicano un valore stratosferico: 17,3 trilioni di dollari. Il significato geopolitico di questi numeri viene dalla somma con i 47 miliardi di barili delle risorse petrolifere Usa e gli 11 miliardi di barili della Guyana, concentrati nel bacino off-shore di Starbroek dove la scoperta nel 2025 è stata fatta da un consorzio guidato da ExxonMobil. Ciò significa che gli Stati Uniti grazie alla deposizione di Maduro hanno il potenziale controllo di oltre 360 miliardi di barili trasformandosi nel maggior attore del mercato del greggio, potendo condizionarne il prezzo finora controllato dall’Opec. Non c’è dubbio che servirà del tempo - almeno 5 anni - ai giganti Chevron, ExxonMobil e ConocoPhillips, che gestivano molti impianti venezuelani fino ai sequestri ordinati da Hugo Chavez dopo il 2000, per riportare la produzione dagli attuali 800 mila barili al giorno ai 4 milioni degli anni Novanta ma il controllo Usa della regione petrolifera dell’Orinoco è destinato ad innescare un effetto domino sul mercato globale perché cambia gli equilibri fra grandi potenze. La prudenza con cui i vertici dell’industria del petrolio Usa hanno accompagnato il blitz di Caracas conferma la posta in palio. Anzitutto per la Cina, la cui crescita dipende dalle importazioni di greggio e per questo aveva investito su Maduro, diventando il primo acquirente del suo petrolio. Trump ora assicura a Pechino che «continueremo a vendergli greggio» del Venezuela ma ciò comporta una dipendenza di Xi dal più agguerrito rivale. Tantopiù che la “Chinese National Offshore Oil Company” (CNOOC) è presente, con una quota di minoranza, nel consorzio della Guyana e dunque ha già un rapporto subordinato con le compagnie Usa.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
sabato 10 gennaio 2026
Doveravatetutti. 45 Elena Basile: «L’ipocrisia liberal appartiene ai Democratici Usa e alle classi dirigenti europee. Trump l’ha sconfessata da tempo e ricorre alla logica coloniale più pura».
“L'attacco al Venezuela prepara quello all’Iran”, testo di Elena
Basile pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, venerdì 9 di gennaio 2026: (…).
L’ipocrisia liberal appartiene (…) ai Democratici Usa e alle classi dirigenti
europee. Trump l’ha sconfessata da tempo e ricorre alla logica coloniale più
pura, rivelando senza esitazioni che l’operazione criminale delle forze
speciali Usa mira ad accaparrarsi le risorse petrolifere. La gestione del Paese
spetta a Washington. Il capitalismo finanziario boccheggia, si avvita su sé
stesso, dilaniato dalla trappola del debito e dall’ascesa del rivale
strategico, la Cina, dai cui prestiti dipende. Non c’è più tempo per salvare la forma. In
questa fase l’accaparramento di materie prime ed energetiche, di terre rare ha
la priorità sui sofismi liberal. In Europa l’opinione pubblica resta cieca e
sorda. Gli sprovveduti giustificano l’arresto di Maduro affermando che l’Europa
ha pur combattuto il nazismo. Come con Putin, paragoni storici senza fondamento
sono ripetuti da gente in buona fede manipolata dai media. Si dimentica che il
Venezuela, ma neanche la Russia, costituiscono una minaccia per l’Occidente. Le
nostre sono guerre di aggressione e di dominio, in stile imperialista, le
accuse di nazismo o di contribuire al narcotraffico sono ridicole
mistificazioni. È grave che la presidente del Consiglio Meloni governi nel
disprezzo delle norme internazionali plauda alle azioni criminali di Usa e di
Israele. La premier ha giurato sulla Costituzione. Il presidente Mattarella ha
come suo compito essenziale la tutela delle norme costituzionali. I cittadini
devono chiedere il rispetto a entrambi delle funzioni per le quali sono stati
eletti. In Venezuela lo scenario è ancora incerto. Il chavismo è radicato nel
Paese. La vicepresidente Rodriguez si piegherà alla volontà del gangster
statunitense attribuendo un diritto di prelazione a prezzi stracciati agli Usa
sulle risorse petrolifere a danno della Cina che è oggi il maggiore acquirente.
L’opinione pubblica venezuelana potrà rassegnarsi e sostenerla alla prossima
tornata elettorale oppure considerarla complice del colpo inferto a Maduro. Nel
secondo caso, l’instabilità del Paese potrebbe indurre Washington a nuovi
interventi, (…). Le reazioni di Cina e Russia sono state unanimi. Le cosiddette
autocrazie sembrano essere dalla parte giusta della Storia. Condannano l’azione
contraria al Diritto internazionale, richiamano il principio onusiano di non
ingerenza negli Affari interni degli altri Stati, chiedono la liberazione
immediata di Maduro e considerano le farsesche accuse di narcotraffico alibi
per azioni di pirateria internazionale comparabili alle armi di distruzione di
massa invocate per l’invasione dell’Iraq. L’unipolarismo senza freni di Trump
può e deve essere temperato da una crescente assertività di Pechino, Mosca e
dei Paesi che contano nei Brics. Vi sono armi di deterrenza geopolitica ed
economica che devono essere utilizzate per evitare che la hybris di Washington
crei danni irreparabili e ci porti al terzo conflitto mondiale. Lo spazio
politico mediatico occidentale è purtroppo assuefatto al nuovo dispotismo che
emerge. Le deboli critiche, marginali in un panorama sostanzialmente prono a
giustificare nella sostanza le azioni criminali occidentali, non sono in grado
di far aprire gli occhi alla borghesia benpensante e progressista europea. Netanyahu
e Trump si propongono con dichiarazioni pubbliche di attaccare l’Iran appena
possibile, utilizzando le manifestazioni di scontento popolare contro
l’inflazione al 45/50% dovuta alle illecite sanzioni occidentali. Il criminale
di guerra Netanyahu aizza alla rivolta la popolazione iraniana, riconoscendo
pubblicamente la presenza di agenti del Mossad in Iran che addestrano e armano
i militanti. L’ex direttore della Cia, Pompeo, fa altrettanto su X. I giornali
di destra e progressisti, il nuovo fascismo internazionale non batte ciglio.
Accorrono in coro i cani da guardia con articoli che stigmatizzano la teocrazia
islamica. Ancora una volta si accetta la barbarie fingendo di sostenere
l’esportazione della democrazia.
Se a questo aggiungiamo che l’altro grande esportatore di
greggio verso Pechino è l’Iran - dove il regime traballa e potrebbe finire
anch’esso nell’orbita Usa - non è difficile arrivare alla conclusione che Xi
rischia di dover dipendere in maniera imprevista dall’energia controllata dagli
Usa. Ovvero, la capacità cinese di competere con Washington sull’Intelligenza
artificiale e la leadership sulle terre rare hanno un tallone d’Achille nella
perdurante dipendenza dalla più tradizionale delle materie prime. Mosca rischia
di avere grattacapi ancora più seri perché, come osserva l’oligarca russo Oleg
Deripaska sui media del Golfo, se Trump dovesse riuscire a far scendere il
prezzo del barile a 50 dollari l’economia di Vladimir Putin si troverebbe sotto
una pressione maggiore rispetto a quella causata dalle sanzioni internazionali.
Per il semplice motivo che sono le esportazioni di greggio a consentire di
sostenere l’economia russa durante la guerra in Ucraina e dunque al Cremlino
servono prezzi sempre alti. E ancora: controllare le maggiori riserve di
greggio del Pianeta comporta per Trump la possibilità di sommarle al gas
naturale e diventare il maggior fornitore di energia per l’Unione Europea, il
cliente più ricco. Oltre a poter riequilibrare il rapporto con gli sceicchi del
Golfo - inclusi quelli di Riad, Doha ed Abu Dhabi con cui ha legami stretti -
perché l’Opec non potrà più decidere il prezzo del barile a porte chiuse ma
dovrà fare patti con la Casa Bianca. Si tratta di uno scenario certo
potenziale, sul quale pesano le incertezze della transizione a Caracas come
anche le difficoltà di riattivare impianti venezuelani fatiscenti, ma basta a
spingere le compagnie del greggio a rivedere i piani guardando a Washington. A
cominciare dalle britanniche BP e Shell, dalla francese TotalEnergies e dalla
norvegese Equinor che hanno operato in Venezuela. Siamo solo all’inizio di un
reset che promette vaste conseguenze ma c’è già un effetto concreto: il premier
canadese Mark Carney aveva immaginato un nuovo oleodotto dall’Alberta al
Pacifico per esportare greggio in Asia - togliendolo agli Usa in risposta ai
dazi - ma ora la situazione è diversa perché Trump avrà petrolio in abbondanza,
e dunque Ottawa valuta la marcia indietro. Sono le avvisaglie di un riassetto
energetico innescato dalla riedizione contemporanea della “Dottrina Monroe” del
1823.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento