"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 9 gennaio 2026

Doveravatetutti. 44 Pino Corrias: «La Storia se ne frega degli innocenti e dei colpevoli. Dei buoni e dei cattivi. La Storia è l’archivio dei vincitori. Dentro le sue righe, la morale dilegua come la pioggia nei prati».


Una narrazione diffusa tende ad accomunare Trump, Putin e Xi Jinping come leader animati da un comune impulso imperialista. Di conseguenza, i conflitti che li coinvolgono vengono considerati analoghi così che i tre leader alla fine sarebbero ugualmente “imperialisti”. Si tratta di una semplificazione fuorviante che invece di fare chiarezza rende più confusa la comprensione delle cause reali dei conflitti. La guerra in Ucraina riguarda l’architettura di sicurezza della Russia e, di riflesso, dell’Europa. Non si tratta di un’operazione imperialista, ma di una risposta a una guerra civile in Donbass iniziata nel 2014 e all’espansione della Nato verso Est. La richiesta centrale di Mosca era la neutralità dell’Ucraina. L’intervento russo è stato giustificato con il principio della Responsibility to Protect (R2P), secondo cui la comunità internazionale può intervenire se uno Stato non protegge la propria popolazione da crimini gravi. Tuttavia, tale principio richiede l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che non c’è stata: per questo l’intervento è illegale secondo il diritto internazionale. Mosca ha tuttavia richiamato il precedente del Kosovo: anche in quel caso, nel 1999, la Nato intervenne militarmente contro la Serbia senza autorizzazione Onu, giustificandosi con presunte violazioni dei diritti umani. Anche per la Cina, evocare l’imperialismo è fuori luogo. La questione di Taiwan si colloca nel quadro della “One China Policy”, secondo cui esiste una sola Cina e Taiwan ne fa parte. La Risoluzione Onu 2758 ha assegnato il seggio cinese alla Repubblica Popolare Cinese (Rpc), espellendo Taiwan dalle Nazioni Unite. La maggior parte dei Paesi, inclusi gli Usa e l’Italia, riconosce la Rpc come unico governo della Cina, rinunciando a relazioni diplomatiche ufficiali con Taiwan, pur mantenendo contatti economici e militari informali. Diverso è il caso del Venezuela che, a differenza del caso russo e cinese, rientra nella lunga lista di interventi occidentali in paesi lontani dai propri confini in assenza di un mandato Onu. In Venezuela, sembra evidente che l’obiettivo strategico sia il controllo diretto di una delle maggiori riserve petrolifere al mondo che potrebbe portare Washington a dominare oltre la metà delle riserve globali aumentando la pressione energetica su Russia e Cina. Lo spettacolo offerto da molti leader europei, intenti a giustificare l’ennesima ingerenza Usa in America Latina, rivela una difficoltà strutturale nel comprendere la transizione verso un mondo multipolare. Cinque secoli di dominio occidentale e tre decenni di egemonia unipolare hanno eroso gli strumenti culturali e diplomatici necessari per affrontare l’attuale crisi sistemica e l’Occidente non ha sentito il bisogno di imporsi alcun vincolo. In questo modo il diritto internazionale si è sgretolato. Oggi il periodo egemonico è finito per lo spostamento di potere economico verso Oriente e il diritto internazionale si trova indebolito. Per questo gli attuali governi europei trovano difficile condannare il raid americano in Venezuela, come non riescono a trovare una via d’uscita dalla guerra in Ucraina. Ma questa linea si scontra con due ostacoli. Il primo è l’economia: sanzioni, autosufficienza forzata e deindustrializzazione stanno erodendo le basi produttive europee col risultato che si tenta di combattere una guerra con soldati che non ci sono, armati con armi non ancora prodotte e pagate con denaro che non esiste. Il secondo è l’opinione pubblica che non sembra disposta ad aspettare. Ciò che serve è un nuovo approccio alle relazioni internazionali: fondato sul rispetto del diritto, sulla sovranità degli Stati e sul riconoscimento di un mondo realmente multipolare. (Tratto da “Imperialismi: Russia, Cina e Usa sono tre casi diversi tra loro” di Francesco Sylos Labini).

“L’Eroe è il terrorista uscito vincitore”, testo di Pino Corrias: Nel perpetuo bagno di sangue su cui galleggia la nostra storia, la regola dice che se pratichi il terrorismo per qualsiasi buona o cattiva ragione, resti un terrorista se perdi, ma diventi un eroe-patriota quando vinci. (…). Agli israeliani e ai palestinesi nel fuoco perpetuo del Medio Oriente. Agli ucraini e ai russi negli anni di sangue del Donbass. La Storia volta le spalle a chi perde, si inchina a chi vince. L’accusa di terrorismo – che volta gli ideali in ideologia – appare e scompare come fa la luna, secondo le sue fasi. Il cielo è appena diventato nero per lo spavaldo presidente venezuelano Nicolas Maduro finito in ceppi davanti al mondo, accusato di narco-terrorismo. Lo ha stabilito l’America di Trump che ha mandato i rapitori, spacciati per rapitori a fin di bene. Proprio come accadde vent’anni fa al titolare della sovranità irachena, Saddam Hussein, estratto per i capelli da una “buca di ragno”, scavata vicino a Tikrit, sua città natale, dove era andato a nascondersi come l’ultimo dei terroristi fuggiaschi. Anche quella volta per ordine di Washington, che esportava la democrazia, recapitandola non con il terrorismo – diranno le cronache dei buoni – ma con i bombardieri B-2 Spirit e un milione di morti. Le fanfare degli storici suonano per i vincitori dai tempi degli spagnoli che rasero al suolo Tenochtitlán e l’intera civiltà azteca. Fino agli americani che a suggello della Seconda guerra mondiale già vinta, incendiano Dresda per generare terrore e distruzione tra la popolazione tedesca, e dissolvono Hiroshima con una sola bomba all’uranio, nominata dai generali Little Boy, “il Bimbo”. Era forse un atto di terrorismo sterminare 140 mila uomini e donne in un istante replicato a Nagasaki? Ma no: è stato terrorismo l’attacco dei kamikaze giapponesi costato 2.403 militari americani uccisi a Pearl Harbour tre anni prima. La bomba nucleare, come appena ieri i 70 mila palestinesi sterminati a Gaza da Israele dopo l’assalto terroristico di Hamas del 7 ottobre, era solo la giusta, legittima vendetta. Istruttiva proprio la parabola di Israele, nazione nascente, che si fa spazio con bombe e raffiche di mitra contro le truppe britanniche di occupazione, culminate nella strage dinamitarda al King David Hotel, anno 1946. E con la macellazione di 250 civili palestinesi, anno 1948, nel villaggio di Deir Yassin, da parte di 120 guerriglieri ebrei sionisti dell’Irgun, che piombano nella notte e uccidono chi trovano, per poi lasciare per strada i cadaveri smembrati, monito terrorizzante per tutti i villaggi dell’area. Assalto guidato da Menachem Begin, definito pubblicamente da Albert Einstein e Hannah Arendt un “nazista, fascista, terrorista”, ma che trent’anni dopo sarebbe diventato primo ministro di Israele e poi addirittura premio Nobel per la Pace, anno 1978, insieme con il presidente egiziano Sadat, dopo la firma degli accordi di Camp David. Identica sorte per Yasser Arafat, leader palestinese, che per un quarto di secolo guida la guerriglia, i dirottamenti aerei, gli attentati internazionali, viene definito “una bestia feroce, un sanguinario”. Ma che nel 1994 riceve anche lui il Nobel per la Pace, insieme con gli israeliani Simon Peres e Yitzhak Rabin per gli Accordi di Oslo che ratificano una tregua destinata a infrangersi altre cento volte. Guerra per i territori, guerra per l’indipendenza, guerra religiosa.

Tutti gli scenari prevedono le raffiche asimmetriche del terrorismo, destinate, se vittoriose, a diventare fiori e monumenti. Capitò a Nelson Mandela, fondatore dell’Anc, l’African National Congress, essere considerato non solo nel Sudafrica dell’apartheid, che lo segregò per 27 anni in carcere, ma anche nella Gran Bretagna di Margareth Thatcher e fino al 2008 negli Usa, un terrorista “most wanted”. Capitò a Michael Collins, fondatore dell’Ira, l’esercito indipendentista irlandese, diavolo nero dell’esercito britannico, che organizzò le tecniche di lotta armata attraverso piccole colonne di guerriglieri, l’uso capillare dell’intelligence per infiltrare l’amministrazione militare inglese e colpire, con eliminazioni mirate, gli agenti nemici. Oggi Collins è considerato il principale stratega dell’indipendenza irlandese. Tanto quanto in Algeria, i militanti dell’Fln, che conquistarono l’indipendenza da Parigi a suon di bombe, attentati, guerriglia. L’intero sussidiario del nostro Risorgimento annovera banditi ricercati da tutte le polizie europee che oggi abbiamo immortalato in monumenti solenni. Da Garibaldi, che fu “pirata, guerrigliero, fuorilegge”, condannato a morte dal Regno di Sardegna. A Carlo Pisacane che credeva alla funzione pedagogica della violenza, e morì linciato dai contadini che voleva liberare. Fino a Felice Orsini, che prima di diventare un nostro celebrato patriota, lanciò la bomba contro la carrozza di Napoleone III a Parigi, anno 1858, uccise 8 innocenti, ma non l’imperatore, e finì ghigliottinato da demone terrorista. Per non dire di Giuseppe Mazzini che oggi è via, viale, piazza dell’Italia intera, per quarant’anni fuggitivo in mezza Europa, definito da Cavour “il capo di un’orda di fanatici assassini”. Condannato a morte almeno quattro volte. Un diavolo, che il Conte Metternich aveva in cima alla sua lista di ricercati e scrisse: “Ebbi a lottare contro il più grande dei soldati, Napoleone (…) ma nessuno mi dette maggiori fastidi di un brigante italiano magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha nome Giuseppe Mazzini”. I partigiani che poi scrissero la nostra Costituzione, per i fascisti di Salò erano “banditi e terroristi” da torturare e impiccare ai lampioni. Compreso per quel camerata razzista che fu Giorgio Almirante, scampato alla guerra, fondatore del Movimento sociale, con nidiata di militanti neri che oggi hanno conquistato il governo dell’Italia repubblicana, incluso il suo pupillo, Ignazio La Russa, salito al soglio di presidente del Senato, dunque garante di quella Costituzione che i fascisti di Salò avrebbero bruciato. La Storia se ne frega degli innocenti e dei colpevoli. Dei buoni e dei cattivi. La Storia è l’archivio dei vincitori. Dentro le sue righe, la morale dilegua come la pioggia nei prati. Le vittime (a milioni) seguono la stessa sorte, salvo rifiorire, passato l’inferno, nella memoria. Per poi riprendere il cammino, imbracciando le ragioni dei deboli nella eterna lotta contro il torto dei forti.

N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati su “il Fatto Quotidiano” di oggi, venerdì 9 di gennaio 2026.

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